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Il Papa: chiacchiere distruttive nella Chiesa, disinformazione, diffamazione e calunnia sono peccato
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Veglia e Santa Messa di Pentecoste: i movimenti ecclesiali incontrano il Papa
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Papa Francesco alle Pom: non siate evangelizzatori tristi ma impazienti di portare la gioia di Cristo
Roma. AiBi: II edizione di Pane e Olio: pensiero, frugalità e famiglia
Roma - Mercoledì 6 febbraio 2013 alle ore 16,30 presso la sede dell'AiBi in Lungotevere dei Vallati 10 a Roma prosegue la II edizione di Pane e Olio: pensiero, frugalità e famiglia promosso dall'Associazione Amici dei Bambini.
Interviene Sara Massimi Presidente dell'AICEM.
Modera Luca Pasquale, il quale interverrà su " XI secolo: nascita di una cattedrale e uno di spazio miracoloso".
Al termine sarà offerto unospuntino di pane e olio.
L'invito rivolto alla cittadinanza, alle associazioni e alle istituzioni, vuole essere un modo per ripensare insieme il presente e il futuro, all'insegna della collaborazione e della fratellanza. Questa seconda edizione è dedicata ai temi quali l'invecchiamento attivo, la solidarietà tra le generazioni, la cittadinanza europea.
Info : Marzia Masiello Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini - Lungotevere dei Vallati, 10 - 00186 Roma tel. 06 6880.8686 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Libano. I media legati a Hezbollah rendono omaggio alla festa cristiana del Natale
Beirut (Agenzia Fides) – In Libano il tempo di Natale attualmente in corso è contraddistinto anche per la singolare copertura che i media affiliati a Hezbollah hanno dedicato alle celebrazioni cristiane. Nel giorno di Natale, il 25 dicembre, la radio Al-Nour ha reso omaggio alla nascita di Cristo con una selezione di canti religiosi. Il principale canale televisivo legato alla formazione politica sciita ha scandito la sua programmazione con gli auguri di Natale rivolti ai cristiani, mentre i servizi informativi dedicavano ampio spazio alle celebrazioni natalizie, sottolineando la partecipazione di rappresentanti Hezbollah alle cerimonie ufficiali e rimarcando il titolo di "profeta" riconosciuto dall'Islam a "Gesù, il figlio di Maria". Anche l'ambasciata iraniana a Beirut ha distribuito biglietti di augurio che celebravano la festa per la nascita del "Profeta Gesù, figlio di Maria".
"La sollecitudine di molti media musulmani nel felicitarsi per le celebrazioni del Natale - commenta all'Agenzia Fides p. Paul Karam, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie (POM) in Libano - richiama la specificità tradizionale della vita libanese, dove cristiani e musulmani condividono una certa socialità anche a livello delle feste religiose. Quando ero piccolo, prima della guerra, ricordo i miei genitori che andavano dai nostri vicini musulmani in occasione del Ramadan e di altre festività islamiche, mentre loro venivano da noi nel tempo di Natale e per la Pasqua. In questi giorni, anche molti bambini delle venti famiglie di profughi siriani musulmani ospitate nel quartiere, sono venuti in parrocchia a prendere dei piccoli regali natalizi, come hanno fatto i figli dei profughi cristiani".
Nell'atteggiamento delle varie componenti religiose e politiche libanesi davanti alle celebrazioni cristiane del Natale si riflettono in parte anche le logiche di appartenenza agli schieramenti contrapposti, nella fase delicata e incerta vissuta dal Paese dei cedri. Ad esempio, i media legati al Movimento Patriottico Libero – la formazione cristiana maronita guidata dal generale Michel Aoun e alleata con gli sciiti di Hezbollah – ha dato ampio risalto alle campagne dei gruppi salafiti locali contro il Natale cristiano, sottolineando la matrice sunnita dell'integralismo salafita. Ampi servizi hanno documentato le pressioni esercitate sulla municipalità di Tripoli – la città dove i gruppi salafiti fanno sentire in maniera rilevante la propria influenza – per ridurre al minimo le decorazioni natalizie nelle strade e nelle piazze, da loro bollate come blasfeme e contrarie agli insegnamenti islamici.
In sincronia con le campagne alimentate da diversi capi e gruppi islamisti in altri Paesi a maggioranza musulmana, anche in Libano il leader salafita Omar Bakri Fostock (conosciuto come "l'Ayatollah di Tottenham" per il ruolo chiave da lui giocato nelle cellule islamiste acquartieratesi a Londra negli anni della sua permanenza nel Regno Unito) aveva intimato ai musulmani di non prendere parte alle celebrazioni cristiane con i loro connazionali battezzati, bollando tale consuetudine condivisa da molti musulmani come una forma di "eresia" contraria al vero Islam.
(GV)
Congo: Chiesa denuncia l'indifferenza di media e comunità internazionale sul conflitto in Kivu
Città del Vaticano (it.radiovaticana.va) - «Le rare informazioni lasciano intendere che si tratti di eventi di poca rilevanza. Ma non è così. La ferita è profonda ed è il cuore della nazione ad essere stato colpito».
In una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, mons. Bernard Kasanda, vescovo di Mbuji-Mayi, condanna fermamente l'attuale situazione nella Repubblica Democratica del Congo e l'incapacità della comunità internazionale di contrastare l'invasione del Nord Kivu. Il presule confida alla Fondazione pontificia che non si aspettava una così rapida escalation del conflitto, con la presa di Goma da parte dei ribelli. «Ciò non toglie che quanto accaduto negli ultimi anni, la complicità della comunità internazionale e la scelta del Ruanda come membro del Consiglio di sicurezza nonostante le accuse di violazione dell'integrità territoriale congolese, lasciassero chiaramente intuire un tale sviluppo, ossia l'invasione della parte orientale del Paese».
Le immense ricchezze minerarie e i giacimenti di petrolio sono tra le principali cause d'instabilità. E il presule ritiene che «se non si deciderà di agire per fermare la loro avanzata una volta per tutte», i ribelli potrebbero arrivare fino a Bukavu, capoluogo della provincia del Kivu Sud. Secondo mons. Kasanda, le speranze di un intervento sono fiaccate tuttavia dai quattordici anni di presenza Onu, trascorsi senza alcun tipo di risultato. «Le autorità politiche e i Caschi blu hanno continuato a ripetere "state calmi, non abbiate paura e non vi succederà nulla" e ora che i ribelli hanno conquistato l'Est del Paese, non reagiscono. È incomprensibile».
Visibilmente turbato dagli eventi, il vescovo rivolge un appello ai media: «La totale indifferenza nei confronti di ciò che stiamo vivendo è in parte dovuta alla cattiva informazione. Le notizie vengono filtrate e ritoccate per perseguire obiettivi precisi. Nessuno comprende la gravità di quanto sta accadendo: la dignità umana è regolarmente calpestata e i congolesi sono ripetutamente e vergognosamente umiliati».
(R.P.)
Giornata mondiale Tv. Mons. Viganò: no linguaggi violenti, informare con equilibrio
Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Ogni giorno accompagna la nostra vita in ogni angolo del pianeta e tutt'ora rappresenta il principale mezzo di comunicazione di massa. Nell'odierna Giornata mondiale della televisione, l'Onu richiama la responsabilità di questo media nel diffondere contenuti ispirati alla pace e all'integrazione sociale. Roberta Gisotti ha intervistato mons. Dario Edoardo Viganò, docente di Comunicazione alla Pontificia Università Lateranense:![]()
Di fronte alla Tv, ancora oggi vi è un numero maggiore di spettatori rispetto a ogni altro media. A livello mondiale, il consumo televisivo supera le quattro ore al giorno, rispetto ai circa 30 minuti di Internet e ai 15 minuti dei social network. Inoltre, i contenuti televisivi sono maggioritari nella Rete, dove navigano soprattutto i giovani. Insomma, la Tv messa alla porta dal web è rientrata dagli schermi di pc, tablet e smarthphone. Mons. Mons. Viganò, la Tv può giocare un ruolo formidabile nel promuovere valori positivi ma anche negativi a chi spetta vigilare?
R. - Prima della vigilanza, io credo spetti alla coscienza dei professionisti. Troppo spesso, ad esempio, la televisione - dai talk show ai dibattiti, ma anche negli stessi telegiornali - fa un uso sconsiderato di una grammatica troppo violenta: qualunque cosa diventa una catastrofe, qualunque elemento di dibattito diventa uno scontro. Io credo che, anzitutto da parte dei professionisti, ci voglia la consapevolezza che le parole hanno un peso e questo è importante. Ci vuole una professionalità decisamente superiore di quella che oggi è continuamente esposta nel piccolo schermo, che tenga conto che il linguaggio è la forma propria del racconto della propria identità e della propria società. Secondo aspetto, la vigilanza: una vigilanza che sia capace da una parte di non eludere posizioni differenti da quelle maggioritarie e che dall'altra dia libera cittadinanza a visioni anche diverse, nel rispetto però delle regole democratiche e nel rispetto delle singole persone.
D. - Sappiamo che la tv è potente veicolo di omologazione di stili di vita e tendenze al consumo attraverso format, reality, pubblicità dove lo spettatore piuttosto che avere un'identità di cittadino, viene considerato un consumatore quando non una merce da vendere...
R. - Purtroppo, che il cittadino più che titolare di diritti sociali diventi un consumatore si è visto anche soprattutto in queste ultime settimane nei dibattiti politici e questa è una deformazione. Ciascuno di noi è prima di tutto una persona con una dignità, con una necessità di legami sociali e con dei diritti, perché questi legami sociali vengano mantenuti coesi e a questi venga data la possibilità di essere espressi.
D. - Si chiede più responsabilità agli operatori televisivi a tutti i livelli, ma anche forse responsabilità del pubblico a rivendicare oppure ad avere coscienza dei propri diritti comunicativi...
R. – Sì, non è sufficiente che qualcuno eserciti il diritto di informazione, ma è necessario che il pubblico reclami il diritto di un'informazione "buona", un'informazione adeguata, proporzionale con un linguaggio capace di esprimere la gradualità delle situazioni. Ad esempio, un dibattito politico non è uno "scontro": utilizziamo troppo linguaggio tipico della guerra e questo non va bene.
L'Università del Papa dedica alla "comunicazione della fede" il nuovo Anno Accademico
Roma - Nella sua Prolusione per l'apertura del nuovo Anno Accademico, Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Università del Laterano, ha affermato che sarà sua cura prestare la massima attenzione soprattutto «allo sviluppo della comunicazione, all'interno e all'esterno dell'Università». Riferendosi poi a quanto scrive Benedetto XVI per la XLV Giornata Mondiale della Pace, il Rettore ha ribadito quanto sia importante il legame tra educazione e comunicazione, citando testualmente il papa: "l'educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona". E ancora: i media "non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari, e quindi possono dare un apporto notevole all'educazione dei giovani".
I media hanno un ruolo rilevante nell'odierna società, conclude il Rettore, pertanto: «ho stabilito di intitolare questo anno accademico 2012-2013, duecentoquarantesimo dalla fondazione accademica lateranense, come l'Anno della comunicazione della Fede, dedicandolo in modo tutto speciale al nostro amato Papa Benedetto XVI».
Le conseguenze della violenza nei media. Nuovi studi rivelano un rapporto causa-effetto rispetto ai comportamenti aggressivi
ROMA ( ZENIT.org) – L'ormai consolidato dibattito sugli effetti della violenza nei media ha ricevuto un nuovo impulso da alcuni recenti studi. Un recente sondaggio condotto dalla australiana Interactive Games and Entertainment Association ha rilevato che un ampio numero di ragazzi trascorrono molte ore della settimana giocando a videogiochi violenti.
"I bambini che sono costantemente esposti a mezzi di comunicazione violenti, sono soggetti ad un maggiore rischio di optare loro stessi per la violenza, se messi in un contesto conflittuale", ha commentato Barbara Biggins, membro di Australian Council on Children e del Media CEO, in un articolo pubblicato lo scorso 5 novembre sul quotidiano Advertiser.
Il sondaggio è successivo ad un rapporto curato dalla International Society for Research on Aggresion (ISRA) sugli effetti dell'esposizione alla violenza mediatica. Nel dicembre dello scorso anno l'ISRA ha istituito una Commissione sulla Violenza nei Mezzi di Comunicazione, composta da dodici esperti.
Le conclusioni della ricerca, pubblicate sul numero di settembre/ottobre del bimestrale specializzato Aggressive Behaviour, confermano che la frequente esposizione dalla violenza mediatica incrementa il relativo rischio di comportamenti aggressivi.
"I giovani ora possono scaricare, guardare, giocare ed ascoltare immagini e contenuti violenti in ogni momento del giorno e della notte, spesso nella privacy delle loro stanze e con poco controllo da parte dei loro genitori", ammonisce il rapporto.
Taluni rifiutano l'idea che la violenza nei media possa condizionare il comportamento ma il rapporto sottolinea che, quando si prende contatto con contenuti non violenti, è opinione comune che, in questi casi, i media influenzeranno l'azione degli utenti, come è reso evidente dall'esistenza della multimiliardaria industria pubblicitaria.
Comportamento
Le compagnie aeree addestrano i loro piloti su simulatori di volo e vi sono restrizioni sui contenuti sessuali trasmessi in televisione negli orari in cui anche i bambini sono sintonizzati. Tuttavia, per alcune ragioni, spiega la ricerca di ISRA, c'è riluttanza ad accettare che la violenza sui media possa influenza il comportamento.
Il rapporto afferma che la semplice visione di un film violento non causerà necessariamente l'aggressione ai danni di qualcuno. Né chi gioca a videogiochi violenti diventerà necessariamente un efferato criminale.
"La questione è, piuttosto, se la visione di film o spettacoli violenti o il coinvolgimento interattivo in giochi violenti in un mondo virtuale incrementi le probabilità la gente possa assumere una condotta aggressivo in varie forme, sia a breve che a lungo termine".
Nessun singolo fattore può indurre automaticamente nessuno ad agire aggressivamente, spiega il rapporto. Ciononostante, ogni fattore individuale incentiva seriamente la probabilità di un comportamento aggressivo.
La ricerca esaminata dalla commissione "mostra chiaramente che la violenza sui media incrementa il relativo rischio di aggressione, definito come danno intenzionale ad un'altra persona, sia esso verbale, relazionale o fisico", si legge nel rapporto.
Sui legami tra violenza nei media e aggressività sono state pubblicate più di 15 meta-analisi, ognuna delle quali contenente vari studi. Il risultato di ognuna di queste indagini dimostra che l'esposizione alla violenza nei media incentiva non solo la condotta aggressiva ma anche i pensieri e i sentimenti aggressivi, l'eccitazione psicologica e mortifica, al contrario, il comportamento pro-sociale.
È errato pensare che l'aggressività debba essere immediata o particolarmente incisiva (ad esempio, sparando a qualcuno), afferma il rapporto. Essa può assumere varie forme come, ad esempio, quella di un bambino insolente ed disobbediente o di un adulto poco aperto alle esigenze altrui.
La ripetuta esposizione alla violenza porta ad effetti di apprendimento nel cervello, spiega il rapporto. Inoltre, gli esseri umani sono inclini a imitare ciò che vedono fare. Immagini violente possono anche servire da "grilletto" a pensieri aggressivi e a sentimenti già memorizzati in mente.
"Se questi pensieri e sentimenti aggressivi vengono attivati a più riprese da una ripetuta esposizione alla violenza mediatica, essi diventano cronicamente accessibili e, perciò, più suscettibili di influenzare il comportamento".
Valutazione morale
La violenza nei film, in TV o nei videogiochi porta anche alla desensibilizzazione, ovvero alla riduzione di una reazione comportamentale a uno stimolo. A sua volta, la desensibilizzazione coinvolge il processo della valutazione morale del comportamento di un individuo, spiega il rapporto.
Il videogiochi sono particolarmente influenti e rappresentano uno dei migliori modi di imparare qualcosa da ripetere varie volte.
Non è solo la violenza che influenza il comportamento. Un altro rapporto dimostra che l'esposizione a contenuti sessuali nei film influenza la condotta sessuale negli adolescenti. In un documento pubblicato il 17 luglio scorso l' American Association for Psychological Science ha mostrato i risultati di uno studio compiuto su 1.228 adolescenti tra i 12 e i 14 anni.
"Gli adolescenti che sono esposti a più contenuti sessuali nei film iniziano ad fare sesso in età più giovane, ad avere più partner sessuali e, generalmente, usano di meno il preservativo nei rapporti occasionali", ha spiegato Ross O'Hara, uno dei ricercatori.
Cosa bisogna fare, si domanda il rapporto di ISRA. Innanzitutto, esso raccomanda che i genitori controllino l'uso che i loro figli fanno dei media e ne definiscano limiti sia sui contenuti che sul tempo. È anche raccomandato un monitoraggio degli indici di ascolto e un'opera educativa sugli effetti della violenza nei media.
di padre John Flynn LC
[Traduzione dall'inglese a cura di Luca Marcolivio]
I media cristiani libanesi attendono con speranza e trepidazione la visita del Papa
Città del Vaticano (Radio Vaticana) .- Mancano poco più di due settimane alla visita di Benedetto XVI in Libano, in programma dal 14 al 16 settembre. Un evento molto atteso in tutto il Medio Oriente che guarda con grande speranza a questo viaggio apostolico, 15 anni dopo quello storico di Giovanni Paolo II. Grande anche l’attenzione riservata all'avvenimento da parte dei media locali, specie quelli cristiani.
Alessandro Gisotti ne ha parlato con Simone Moubarak, conduttrice della radio cristiana libanese “Voix de la Charité”: :
R. - Nos médias chrétiens…
I nostri media cristiani trasmettono programmi sulla vita del Papa, sulla sua persona, sul suo insegnamento, sui suoi viaggi, e soprattutto sullo scopo di questa visita. Noi auspichiamo che lo scopo della visita sia chiaro. Noi fedeli abbiamo compreso l’importanza di questa visita: il fatto che il Papa abbia scelto di venire in questo momento difficile, pericoloso, e che abbia scelto la nostra terra per consegnare la sua Esortazione, è un vero segno della Provvidenza. Per noi, è un appello e un richiamo. Un appello a vivere nella speranza e nella fede, a non avere paura, ed è anche un richiamo alla nostra vocazione e missione. La nostra presenza in questo Medio Oriente martirizzato è una vocazione a essere testimoni di Cristo, un richiamo a vivere nella convivialità, nel rispetto, a essere artigiani di vera libertà e di pace.
D. – Quali sono le speranze degli ascoltatori di Radio “Voce della carità” per questa visita apostolica?
R. - De mettre de la lumière…
Di fare luce sull’importanza e lo scopo di questa visita. Sicuramente, tutto il mondo spera che questa visita ci porti un soffio di pace, di speranza. Bisogna dire onestamente che la gente in Libano, in Medio Oriente, nei Paesi intorno a noi, è un po’ stanca, disperata. Dunque, questa visita per noi è veramente un soffio di luce e abbiamo la speranza che il mondo e la Chiesa siano attenti al nostro dolore, a tutto quello che stiamo vivendo.
D. - Qual è il ruolo dei media cristiani in Libano per la pace per il dialogo interreligioso?
R. - Les médias chrétiens…
I media cristiani diffondono un messaggio evangelico e il messaggio evangelico, si sa, è un messaggio di pace. Tutti i media cristiani sono media aperti al dialogo islamo-cristiano. Riceviamo molte persone di fede islamica, facciamo programmi insieme per trovare punti comuni. Credo sia necessario avere un ruolo di pacificatori.
Benedetto XVI ai seminaristi romani: non conformarsi al potere di Finanza e Media che, pur necessari, rischiano di opprimere l’uomo
Roma (Radio Vaticana).- Il cristiano è chiamato a non conformarsi, per essere libero. Non conformarsi al potere di Finanza e Media che, pur necessari, rischiano di opprimere l’uomo. Così il Papa questo pomeriggio durante la Lectio Divina tenuta ai seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore in occasione della Festa della Madonna della Fiducia. Al termine dell’incontro Benedetto XVI si è fermato a cena con i seminaristi, quindi il rientro in Vaticano. Il servizio di Paolo Ondarza: ![]()
C’è un non conformismo del cristiano rispetto al mondo. Il Papa lo ha indicato ai “suoi seminaristi” , come lui stesso affettuosamente li ha salutati, circa 190 futuri sacerdoti di 5 seminari romani. Accolto da don Concetto Occhipinti, rettore del Seminario Romano Maggiore, e dall'entusiasmo della comunità dell'istituto, Benedetto XVI si è inizialmente soffermato in adorazione davanti al tabernacolo. Quindi la lectio divina sul brano paolino della lettera ai Romani: l’invito dell’Apostolo delle Genti ad offrire il proprio corpo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, a non conformarsi a questo mondo, a lasciarsi trasformare per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
Ma non conformarsi non vuol dire fuggire dal mondo: è una via per essere veramente liberi. Il potere della finanza e quello dei media, ha spiegato il Papa, ambedue necessari e utili a volte rischiano di dominare sull’uomo. Il primo diventa non più uno strumento che favorisce l'umanità, ma che la opprime.
"Il mondo della finanzia non rappresenta più uno strumento per favorire il benessere, per favorire la vita dell’uomo, ma diventa un potere che lo opprime, che deve essere quasi adorato, mammona, la vera divinità falsa che domina il mondo. Contro questo conformismo della sottomissione a questo potere, siamo non conformisti: non l’avere conta, ma l’essere conta! Non sottomettiamo a questo, usiamolo come mezzo, ma con la libertà dei figli di Dio.
Allo stesso modo spesso l’informazione non fa realmente luce e ciò che viene detto o scritto, diviene più importante della realtà stessa. Il mondo virtuale rischia quindi di diventare più importante di quello reale. Il cristiano si conforma per essere libero.
"Il non conformismo del cristiano ci redime, ci restituisce alla verità. E preghiamo il Signore perché ci aiuti ad essere uomini liberi in questo non conformismo che non è contro il mondo, ma è il vero amore del mondo".
Oggi si parla tanto della Chiesa di Roma, su di essa si dicono tante cose – ha notato il Papa.
"Anche oggi si parla molto della Chiesa di Roma, di tante cose, speriamo che si parli anche della nostra fede, della fede esemplare della Chiesa di Roma e preghiamo il Signore, perché possiamo fare così che si parli non di tante cose, ma si parli della fede della Chiesa di Roma".
Quindi Benedetto XVI ha ammonito: il cristianesimo non è solo spiritualizzazione, moralizzazione, ma incarnazione. L’invito di Paolo ad offrire i propri corpi è invito ad essere un tutt'uno con Dio.
"Dobbiamo essere realmente penetrati dalla realtà di Dio, così che tutta la nostra vita – e non solo alcuni pensieri – siano liturgia, siano adorazione".
1997 ETICA NELLA PUBBLICITA'
I INTRODUZIONE
1. L'importanza della pubblicità «nel mondo odierno cresce ogni giorno di più».1 Tale considerazione espressa da questo Pontificio Consiglio venticinque anni fa, quale parte di una valutazione sullo stato delle comunicazioni sociali, è oggi ancor più vera.
Così come gli strumenti di comunicazione sociale esercitano un'enorme influenza in ogni campo, la pubblicità, servendosi dei media quali suoi veicoli, si rivela nel mondo contemporaneo forza pervasiva e potente che influisce sulla mentalità e il comportamento.
In modo speciale dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa si è spesso occupata della questione dei media, del loro ruolo e delle loro responsabilità.2 Ha cercato di farlo in modo fondamentalmente positivo, considerando questi strumenti « doni di Dio » che, in accordo con il Suo disegno provvidenziale, uniscono gli uomini e «li aiutano a collaborare nel Suo piano di salvezza».3
In questo modo, la Chiesa sottolinea la responsabilità che hanno i media nel promuovere l'autentico e integrale sviluppo delle persone e nel favorire il benessere della società. «L'informazione attraverso i mass-media è al servizio del bene comune. La società ha diritto ad un'informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà».4
È con questo spirito che la Chiesa apre un dialogo con i comunicatori e, allo stesso tempo, richiama l'attenzione sui principi e le norme morali attinenti alle comunicazioni sociali, come ad altre forme di umano impegno, mentre critica le politiche e le prassi che contravvengono a tali valori.
Nella mole crescente di letteratura sorta dal vivo interesse manifestato dalla Chiesa per i media, il tema della pubblicità è stato più volte affrontato.5 Ora, sollecitati dalla sempre maggiore importanza della pubblicità e dalle richieste di una trattazione più estesa, torniamo di nuovo su questo argomento.
Desideriamo richiamare l'attenzione sui contributi positivi che la pubblicità può dare e dà; sottolineare i problemi etici e morali che la pubblicità può sollevare e solleva; indicare i principi morali validi in questo campo e suggerire, infine, alcune iniziative da sottoporre all'attenzione sia dei professionisti della pubblicità, sia di coloro che operano nel settore privato, ivi comprese le Chiese, e dei funzionari del pubblico servizio.
La ragione per cui ci occupiamo di tali questioni è semplice: nella società attuale la pubblicità influisce profondamente su come la gente vede la vita, il mondo e se stessa, specie per quanto riguarda i suoi valori e i suoi criteri di giudizio e di comportamento. Questi sono argomenti rispetto ai quali la Chiesa è, e deve essere, profondamente e sinceramente interessata.
2. Il campo della pubblicità è estremamente vasto e vario. Certo, in termini generali, la pubblicità è semplicemente un pubblico annuncio inteso a fornire informazioni e a suscitare interesse ed una certa reazione. Ciò vuol dire che la pubblicità ha due scopi fondamentali: informare e persuadere; e, sebbene questi scopi siano distinguibili, molto spesso sono entrambi simultaneamente presenti. La pubblicità non è la stessa cosa del marketing (il complesso delle funzioni commerciali coinvolte nel trasferimento di beni dai produttori ai consumatori) o delle relazioni pubbliche (lo sforzo sistematico di creare nel pubblico un'impressione favorevole o una "immagine" di certe persone, gruppi o enti). In molti casi essa è tuttavia una tecnica o uno strumento utilizzato da uno dei due o da entrambi.
La pubblicità può essere molto semplice, un fenomeno locale persino di quartiere, o può essere molto complessa, implicando ricerche assai accurate e campagne multimediali che coprono il globo. Differisce a seconda di quello che è il pubblico cui mira, così che, per esempio, una pubblicità diretta ai bambini solleva alcune questioni tecniche e morali significativamente diverse da quelle sollevate da una pubblicità diretta ad adulti ben informati.
Nella pubblicità non solo entrano in gioco molti media e differenti tecniche, ma la stessa pubblicità è di molti tipi diversi: la pubblicità commerciale per prodotti e servizi; la pubblicità di pubblica utilità a favore di varie istituzioni, programmi e cause; e, un fenomeno oggi di crescente importanza, la pubblicità politica nell'interesse di partiti e candidati. Pur tenendo conto delle differenze esistenti tra i diversi tipi e metodi di pubblicità, noi pensiamo che quanto segue sia applicabile a tutte le forme di pubblicità.
3. Dissentiamo da coloro che affermano che la pubblicità rispecchia semplicemente gli atteggiamenti e i valori della cultura circostante. Senza dubbio la pubblicità, come gli strumenti di comunicazione sociale in generale, funge da specchio. Ma, come i media in generale, contribuisce anche a modellare la realtà che riflette e talvolta ne presenta un'immagine distorta.
I pubblicitari selezionano tra i valori e gli atteggiamenti quelli che vanno promossi e incoraggiati, promuovendone alcuni e ignorandone altri. Tale selettività dimostra quanto sia falsa l'idea che la pubblicità non faccia altro che riflettere la cultura circostante.
Per esempio, l'assenza dalla pubblicità di certi gruppi razziali ed etnici in alcune società multirazziali e multietniche può contribuire a creare problemi di immagine e identità, specie tra i più emarginati; e l'impressione, quasi inevitabilmente suscitata dalla pubblicità commerciale, che l'abbondanza dei beni porti alla felicità e alla piena realizzazione di se, può rivelarsi illusoria e frustrante.
La pubblicità ha inoltre un impatto indiretto ma potente sulla società attraverso l'influenza che esercita sui media. La sopravvivenza di molte pubblicazioni e attività radio-televisive dipende dai proventi della pubblicità. Ciò vale spesso sia per i media confessionali sia per i media commerciali. I pubblicitari, da parte loro, cercano naturalmente di arrivare al pubblico; e i media, adoperandosi per consegnare il pubblico ai pubblicitari, devono elaborare i loro contenuti in modo da attirare un pubblico del tipo di dimensione e di composizione demografica volute. Questa dipendenza economica dei media e il potere che essa conferisce ai pubblicitari comporta gravi responsabilità per entrambi.
II I BENEFICI DELLA PUBBLICITÀ
4. Alla pubblicità sono dedicate enormi risorse umane e materiali. La pubblicità nel mondo contemporaneo è onnipresente, cosicché, come rileva il Papa Paolo VI, «Nessuno oggi può sfuggire all'influenza della pubblicità».6 Persino coloro che non sono personalmente esposti alla pubblicità nelle sue varie forme si confrontano con una società, con una cultura, con altre persone, soggette, nel bene o nel male, a messaggi e tecniche pubblicitarie di ogni genere.
Alcuni critici considerano questa situazione in termini invariabilmente negativi. Condannano la pubblicità come una perdita di tempo, di talento e di denaro, un'attività essenzialmente parassitaria. In quest'ottica, non solo la pubblicità non ha in se alcun valore, ma la sua influenza è assolutamente nociva e fonte di corruzione per gli individui e la società.
Noi non siamo di questo parere. C'è del vero nelle critiche e muoveremo delle critiche a nostra volta. Ma la pubblicità ha anche una rilevante potenzialità per il bene e talvolta esso si realizza. Ecco alcuni dei modi in cui ciò si verifica.
a) Effetti benefici della pubblicità per l'economia
5. La pubblicità può giocare un ruolo importante nel processo che permette ad un sistema economico, ispirato da norme morali e rispondente al bene comune, di contribuire allo sviluppo umano. Essa si rivela un necessario rodaggio al funzionamento delle moderne economie di mercato che oggi esistono o stanno emergendo in molte parti del mondo e che, se conformi ai principi morali fondati sullo sviluppo integrale della persona umana e la preoccupazione per il bene comune, sembrano essere attualmente « lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni »7 di natura socio-economica.
In un sistema di questo genere, la pubblicità può essere un utile strumento per sostenere una concorrenza onesta ed eticamente responsabile che contribuisce alla crescita economica, al servizio di un autentico sviluppo dell'umanità. «La Chiesa è favorevole alla crescita della capacità produttiva dell'uomo, e anche alla sempre più estesa rete di relazioni e di scambi tra individui e gruppi sociali... Da questo punto di vista essa incoraggia la pubblicità, che può diventare un sano ed efficace strumento per l'aiuto reciproco tra gli uomini».8
La pubblicità realizza questo obbiettivo, tra l'altro, informando le persone circa la disponibilità dei nuovi prodotti e servizi ragionevolmente desiderabili e circa i miglioramenti apportati a quelli già esistenti sul mercato, aiutandole a prendere decisioni come si conviene a consumatori informati e avveduti, contribuendo al rendimento e al calo dei prezzi, e stimolando il progresso economico attraverso lo sviluppo degli affari e del commercio. Tutto ciò può favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, l'aumento dei redditi e un livello di vita più dignitoso e più umano per tutti; può, inoltre agevolare il finanziamento di pubblicazioni, programmi e produzioni, comprese quelle della Chiesa, in grado di offrire informazione, intrattenimento e ispirazione alle popolazioni di tutto il mondo.
b) Effetti benefici della pubbicità per la politica
6. «La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno ».9
La pubblicità politica può offrire un contributo alla democrazia, analogo al contributo che offre al benessere economico, in un sistema di mercato ispirato da norme morali. Come, in un sistema democratico, i media liberi e responsabili aiutano a contrastare le tendenze alla monopolizzazione del potere da parte di oligarchie e di interessi particolari, così la pubblicità politica può dare il suo contributo informando le persone riguardo alle idee e alle proposte politiche dei partiti e dei candidati, compresi i nuovi candidati, non ancora conosciuti dal pubblico.
c) Effetti benefici della pubblicità per la cultura
7. A causa dell'impatto che la pubblicità ha sui media che dipendono da essa per i loro proventi, i pubblicitari sono in grado di esercitare un'influenza positiva sulle decisioni riguardanti il contenuto dei media stessi. Lo possono fare sostenendo produzioni di qualità intellettuale, estetica e morale eccellente, che tengano conto dell'interesse pubblico e, più particolarmente, incoraggiando la presenza di programmi rivolti alle minoranze troppo facilmente dimenticate.
La pubblicità può inoltre contribuire al miglioramento della società attraverso una azione edificante ed ispiratrice che stimoli le persone ad agire in modo da giovare a loro stesse e agli altri. La pubblicità può rallegrare l'esistenza semplicemente con il suo humor, con il buon gusto ed il tipo di svago che la caratterizza. Alcune pubblicità sono capolavori di arte popolare, con una vivacità e uno « sprint » tutto loro.
d) Effetti benefici della pubblicità per la morale e la religione
8. In molti casi, anche istituzioni sociali di beneficenza, comprese quelle di natura religiosa, utilizzano la pubblicità per comunicare i loro messaggi: messaggi di fede, di patriottismo, di tolleranza, di compassione e di altruismo, di carità verso i bisognosi; messaggi riguardanti la salute e l'educazione, messaggi costruttivi e utili che educano e stimolano, in molteplici modi, le persone al bene.
Per la Chiesa, la partecipazione ad attività mediatiche, compresa la pubblicità, è oggi elemento necessario di una strategia pastorale d'insieme.10 Questa partecipazione interessa, prima di tutto, i suoi propri media, la stampa e l'editoria, l'emittenza radiofonica e televisiva, la produzione cinematografica e audiovisiva cattoliche, eccetera; ma anche i media profani. I media «possono e devono essere strumenti al servizio del programma di rievangelizzazione e di nuova evangelizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo».11 Benché ci sia ancora molto da fare, in questo campo molti concreti sforzi si stanno già compiendo. Riferendosi alla pubblicità, Papa Paolo VI auspicava che le Istituzioni Cattoliche sappiano seguire «con costante attenzione lo sviluppo delle tecniche moderne di pubblicità e sappiano opportunamente avvalersene per diffondere il messaggio evangelico in modo rispondente alle attese dell'uomo contemporaneo».12
III I DANNI PRODOTTI DALLA PUBBLICITÀ
9. Non vi è nulla di intrinsecamente buono o di intrinsecamente cattivo nella pubblicità. È un mezzo, uno strumento: se ne può fare un retto uso o un cattivo uso. Se può avere, e talvolta ha, effetti positivi come quelli appena illustrati, può avere anche, e spesso ha, un impatto negativo, dannoso sugli individui e la società.
La Communio et Progressio ne ha fatto un rapido bilancio: «I pubblicitari che reclamizzino prodotti e servizi nocivi o del tutto inutili, che vantino false qualità delle merci in vendita, o che sfruttino le tendenze più basse dell'uomo, danneggiano la società umana e finiscono col perdere essi stessi in credibilità e reputazione. Ma recano pregiudizio alle persone ed alle famiglie anche i pubblicitari che creino bisogni fittizi, o che continuino ad inculcare l'acquisto di beni voluttuari, privando così gli acquirenti dei mezzi per provvedere alle loro necessità primarie. Inoltre occorre che essi evitino gli annunci pubblicitari che spudoratamente sfruttino a scopo di lucro richiami erotico sessuali, o che ricorrano alle tecniche dell'inconscio che attentino alla libertà degli acquirenti ».13
a) Effetti dannosi della pubblicità per l'economia
10. La pubblicità tradisce il suo ruolo di fonte di informazione quando travisa e nasconde fatti pertinenti. Talvolta la funzione informativa dei media può essere sovvertita anche dalla pressione esercitata dai pubblicitari sulle pubblicazioni o sui programmi perché non trattino questioni che potrebbero rivelarsi imbarazzanti o scomode. Il più delle volte la pubblicità viene usata tuttavia non solamente per informare ma per persuadere e stimolare, per convincere le persone ad agire in un certo modo: acquistare certi prodotti o servizi, sostenere certe istituzioni e così via. È qui che si possono verificare particolari abusi.
La pratica della pubblicità legata alla marca può sollevare seri problemi. Spesso ci sono solo delle differenze trascurabili tra prodotti simili di marche diverse, e la pubblicità puòtentare di indurre le persone a decidere sulla base di motivi irrazionali (fedeltà alla marca, prestigio, moda, sex appeal, ecc.), invece di illustrare le differenze nella qualità e nel prezzo del prodotto quali basi per una scelta razionale.
La pubblicità può essere, e spesso è, uno strumento del fenomeno del consumismo, come Papa Giovanni Paolo II rileva quando afferma: «Non è male desiderare di vivere meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume essere migliore, quando è orientato all'avere non all'essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l'esistenza in un godimento fine a se stesso ».14 Talvolta i pubblicitari sostengono che creare bisogni per prodotti e servizi, cioè indurre le persone a sentire e agire in base al forte desiderio di articoli e servizi di cui non hanno bisogno, è una parte del loro compito.
«Rivolgendosi direttamente agli istinti dell'uomo, prescindendo, in diverso modo, dalla sua realtà personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale ».15
Questo è un grave abuso, un affronto alla dignità umana e al bene comune quando avviene nelle società opulente. Ma l'abuso è ancor più grave quando gli atteggiamenti e i valori consumistici vengono trasmessi, attraverso gli strumenti di comunicazione e la pubblicità, ai paesi in via di sviluppo, dove aggravano le crisi socio-economiche e danneggiano i poveri. «Un uso oculato della pubblicità può stimolare i paesi in via di sviluppo a migliorare il proprio tenore di vita; mentre opererebbe a loro danno una pubblicità ed una pressione commerciale svolta senza discernimento, a spese di paesi che stentano a passare dall'indigenza ad un minimo di benessere; i quali potrebbero persuadersi che il progresso si riduca tutto nel soddisfare i bisogni creati artificialmente, e s'indurrebbero perciò a dilapidare in questi la maggior parte delle loro risorse, a scapito dei loro bisogni reali e del progresso autentico».16
Analogamente, l'impegno dei paesi che, dopo decenni dominati da sistemi centralizzati, sotto uno stretto controllo dello Stato, cercano di sviluppare economie di mercato rispondenti alle esigenze e agli interessi delle persone, è reso più difficile dalla pubblicità che promuove atteggiamenti e valori consumistici offensivi della dignità umana e del bene comune. Il problema è particolarmente grave quando, come spesso capita, sono in gioco la dignità e il benessere dei membri più poveri e più deboli della società. È necessario tenere sempre presente che ci sono «beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si devono vendere e comprare» ed evitare «una "idolatria" del mercato» che, avendo come complice la pubblicità, ignora questo fatto cruciale.17
b) Effetti dannosi della pubblicità per la politica
11. La pubblicità politica può sostenere e aiutare lo sviluppo del processo democratico, ma può anche intralciarlo. Ciò avviene quando, per esempio, i costi della pubblicità limitano la competizione politica a candidati o a gruppi facoltosi, o richiedono che gli aspiranti a una carica pubblica compromettano la loro integrità e autonomia, dipendendo pesantemente dai fondi di gruppi d'interesse.
Tale intralcio del processo democratico si verifica anche quando, la pubblicità politica, invece di essere un veicolo per l'esposizione onesta delle idee e dei precedenti dei candidati, cerca di distorcere le idee e i precedenti degli avversari e scredita ingiustamente la loro reputazione. Ciò accade quando la pubblicità fa leva più sulle emozioni e sui bassi istinti della gente, sull'egoismo, sulla prevenzione e sull'ostilità nei confronti degli altri, sul pregiudizio raziale ed etnico e simili, piuttosto che su un forte senso di giustizia e sul bene di tutti.
c) Effetti dannosi della pubblicità per la cultura
12. La pubblicità può avere anche un'influenza corruttrice sulla cultura e i valori culturali. Abbiamo parlato dei danni economici che possono essere arrecati alle nazioni in via di sviluppo dalla pubblicità che promuove il consumismo e rovinosi modelli di consumo. Si consideri anche l'offesa culturale fatta a queste nazioni e alle loro genti dalla pubblicità il cui contenuto e i cui metodi, riflettendo quelli prevalenti nelle società avanzate, sono in conflitto con sani valori tradizionali delle culture locali. Oggi questo tipo di dominio e manipolazione attraverso i media è giustamente una preoccupazione delle nazioni in via di sviluppo di fronte ai paesi sviluppati, così come una «preoccupazione delle minoranze di certe nazioni».18
L'indiretta ma potente influenza esercitata dalla pubblicità sugli strumenti di comunicazione sociale, che dipendono dai proventi di questa fonte, è motivo di un altro tipo di preoccupazione culturale. Nella concorrenza, per attrarre un pubblico sempre più vasto e consegnarlo ai pubblicitari, i comunicatori possono trovarsi tentati, sottoposti in realtà a pressioni più o meno sottili, di lasciare da parte gli alti valori artistici e morali e di cadere nella superficialità, nella volgarità e nello squallore morale.
I comunicatori possono anche cadere nella tentazione di ignorare i bisogni educativi e sociali di certe categorie di pubblico: i giovanissimi, gli anziani, i poveri, che non corrispondono ai modelli demografici (età, istruzione, reddito, abitudini di acquisto e di consumo, ecc.) del tipo di pubblico che i pubblicitari vogliono raggiungere. In questo modo tono e livello della responsabilità morale dei media calano nettamente.
Troppo di frequente la pubblicità tende a configurare in modo odioso certi gruppi, ponendoli in condizioni di svantaggio rispetto agli altri. Ciò vale spesso per la maniera in cui la pubblicità tratta le donne; il loro sfruttamento nella pubblicità è un abuso frequente e deplorevole. «Quante volte le vediamo trattate non come persone con una dignità inviolabile ma come oggetti destinati a soddisfare il desiderio di piacere o di potere di altri? Quante volte vediamo sottovalutato e perfino ridicolizzato il ruolo della donna come moglie e madre? Quante volte il ruolo della donna nel lavoro o nella vita professionale viene dipinto come una caricatura dell'uomo con il rifiuto delle qualità specifiche dell'intuito femminile, la compassione e la comprensione, contributo essenziale alla "civiltà dell'amore"?».19
d) Effetti dannosi della pubblicità per la morale e la religione
13. La pubblicità può essere di buon gusto e conforme ad elevati principi morali; talvolta può essere persino moralmente edificante; ma può essere anche volgare e moralmente degradante. Spesso si appella deliberatamente a motivi quali l'invidia, l'arrivismo e la concupiscenza. Oggi inoltre certi pubblicitari cercano consapevolmente di scioccare ed eccitare sfruttando contenuti di natura morbosa, perversa e pornografica.
Ciò che questo Pontificio Consiglio affermò diversi anni fa riguardo alla pornografia e alla violenza nei media è non meno valido per talune forme di pubblicità:
«L'esaltazione della violenza e la pornografia sono attitudini ancestrali dell'esperienza umana, là dove essa esprime la dimensione più buia della natura ferita dal peccato. Nell'ultimo quarto di secolo, comunque, esse hanno acquistato più ampia dimensione e pongono seri problemi sociali. Mentre aumenta la confusione circa le norme morali, le comunicazioni hanno reso pornografia e violenza accessibili ad un vasto pubblico ivi compresi i giovani e i bambini. Questa degradazione era un tempo confinata nei Paesi ricchi. A causa dei mezzi di comunicazione, essa comincia ora a corrompere i valori morali delle Nazioni in via di sviluppo».20
Rileviamo inoltre alcuni particolari problemi relativi alla pubblicità quando tratta della religione o di particolari questioni che hanno una dimensione morale.
In casi del primo tipo, i pubblicitari commerciali utilizzano talvolta temi religiosi o si servono di immagini o personaggi religiosi per vendere prodotti. È possibile farlo in modo rispettoso ed accettabile, ma la prassi è riprovevole e offensiva quando strumentalizza la religione o la tratta in modo irriverente.
In casi del secondo tipo, la pubblicità viene utilizzata talvolta per reclamizzare prodotti e inculcare atteggiamenti e forme di comportamento contrari alla morale. Citiamo, ad esempio, la pubblicità di contraccettivi, di abortivi e di prodotti che nuociono alla salute e le campagne pubblicitarie sostenute dai governi per il controllo artificiale delle nascite, o per il cosiddetto sesso sicuro o per prassi simili.
IV ALCUNI PRINCIPI ETICI E MORALI
14. Il Concilio Vaticano II dichiarò: «Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che tutti coloro che li adoperano conoscano le norme dell'ordine morale e le applichino fedelmente in questo settore».21 L'ordine morale cui il Concilio fa riferimento è la legge naturale alla quale tutti gli esseri umani sono tenuti perché è «scritta nei loro cuori» (cf Rom 2, 15) e incorpora gli imperativi dell'autentica realizzazione della persona umana.
Per i cristiani, inoltre, la legge naturale ha una dimensione più profonda, un significato più pieno. Cristo è «il Principio che, avendo assunto la natura umana, la illumina definitivamente nei suoi elementi costitutivi e nel suo dinamismo di carità verso Dio e il prossimo».22 Qui si esprime il significato più profondo della libertà umana, che rende possibile, nella luce di Gesù Cristo, un'autentica risposta morale, che chiama a « formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene».23
In questo contesto, gli strumenti di comunicazione sociale hanno due alternative e due soltanto. O aiutano l'uomo a crescere nella comprensione e nella pratica della verità e del bene, o si trasformano in forze distruttive che si oppongono al benessere umano. Ciò è particolarmente vero per ciò che concerne la pubblicità.
In tale situazione, noi formuliamo dunque il seguente principio fondamentale per i professionisti della pubblicità: i pubblicitari, cioè coloro che commissionano, preparano o diffondono la pubblicità, sono moralmente responsabili delle strategie che incitano la gente a comportarsi in una certa maniera; così come sono egualmente corresponsabili, nella misura in cui sono coinvolti nel processo pubblicitario, sia gli editori, i programmatori, ed altri che operano nel mondo delle comunicazioni, sia coloro che danno il loro sostegno commerciale o politico.
Se un'iniziativa pubblicitaria cerca di indurre il pubblico a scegliere e ad agire in modo razionale e moralmente buono, a proprio e ad altrui vero beneficio, le persone che assumono detta iniziativa fanno ciò che è moralmente buono; se, al contrario, cerca di indurre la gente a compiere cattive azioni, autodistruttive e distruttive dell'autentica comunità, le persone che la assumono commettono il male.
Questo vale anche per i mezzi e le tecniche pubblicitarie: è moralmente sbagliato usare metodi corrotti e corruttori di persuasione e di motivazione per manipolare e sfruttare. A questo riguardo, rileviamo problemi particolari legati alla cosiddetta pubblicità indiretta, che cerca di indurre la gente ad agire in un certo modo, ad acquistare, per esempio, certi prodotti, senza che essa sia pienamente consapevole di essere influenzata. Le tecniche pubblicitarie di cui stiamo parlando sono anche quelle che presentano in ambienti seducenti certi prodotti o certi modi di comportamento, associandoli a personaggi alla moda; tecniche che, in casi estremi, possono persino coinvolgere l'impiego di messaggi subliminali.
Ecco ora, qui di seguito, seppure in modo molto generale, alcuni principi morali che si applicano specificamente alla pubblicità.
Parleremo brevemente di tre di essi: la veridicità, la dignità della persona umana e la responsabilità sociale.
a) La veridicità nella pubblicità
15. Anche oggi, certa pubblicità è semplicemente e volutamente falsa. Ma, solitamente, il problema della verità nella pubblicità è un po' più sottile: non è che certa pubblicità dica ciò che è manifestamente falso, ma essa può deformare la verità insinuando elementi illusori o omettendo fatti pertinenti. Come papa Giovanni Paolo II fa notare, la verità e la libertà, sia a livello individuale sia a livello sociale, sono inseparabili; senza la verità quale base, punto di partenza e criterio di discernimento, giudizio, scelta e azione, non ci può essere un autentico esercizio della libertà.24 Il Catechismo della Chiesa Cattolica, citando il Concilio Vaticano II, raccomanda che il contenuto della comunicazione sia «verace e, salve la giustizia e la carità, completo »; il contenuto deve essere inoltre comunicato « in modo onesto e conveniente».25
Certo, la pubblicità, come altre forme di espressione, ha convenzioni e forme di stilizzazione sue proprie, di cui si deve tener conto quando si parla di veridicità. La gente dà per scontata nella pubblicità una certa esagerazione retorica e simbolica; entro i limiti della prassi riconosciuta e accettata, ciò può essere lecito.
Ma esiste un principio fondamentale secondo il quale la pubblicità non può cercare deliberatamente di ingannare, sia che lo faccia esplicitamente o implicitamente, sia che lo faccia per omissione. «Il retto esercizio del diritto all'informazione esige che il contenuto di quanto è comunicato sia verace e, salve la giustizia e la carità, completo. Ciò comprende l'obbligo di evitare, in ogni caso, qualunque manipolazione della verità».26
b) La dignità della persona umana
16. Si impone assolutamente per la pubblicità «l'esigenza di rispettare la persona umana, il suo dirittodovere ad una scelta responsabile, la sua interiore libertà; tutti beni che sarebbero violati se venissero sfruttate le tendenze deteriori dell'uomo o fosse compromessa la sua capacità di riflettere e di decidere».27
Tali abusi non sono semplicemente delle ipotetiche possibilità, ma realtà presenti in molta pubblicità d'oggi. La pubblicità può offendere la dignità della persona umana sia attraverso il contenuto — ciò che è pubblicizzato, il modo in cui viene pubblicizzato — sia attraverso l'impatto che ha sul pubblico. Abbiamo già trattato delle sollecitazioni alla concupiscenza, alla vanità, all'invidia e all'avidità e delle tecniche che manipolano e sfruttano la debolezza umana. In circostanze simili, le pubblicità non tardano a divenire «veicoli di una visione deformata dell'esistenza, della famiglia, dei valori religiosi ed etici, di una visione non rispettosa dell'autentica dignità e del destino della persona umana».28
Questo problema è particolarmente grave quando riguarda gruppi o categorie di persone in modo speciale vulnerabili: i bambini e i giovani, gli anziani, i poveri e coloro che sono culturalmente emarginati.
Molta della pubblicità destinata ai bambini cerca apparentemente di sfruttare la loro credulità e suggestionabilità, nella speranza che facciano pressione sui loro genitori perché acquistino prodotti da cui non traggono alcun reale beneficio. Una pubblicità come questa contravviene alla dignità e ai diritti sia dei bambini sia dei genitori; s'intromette nel rapporto genitore-figlio e cerca di manipolarlo per i suoi scopi prioritari. Inoltre, certa pubblicità, relativamente scarsa, destinata specificamente agli anziani o alle persone culturalmente emarginate, sembra voler approfittare delle loro paure così da persuaderli a investire una parte delle loro limitate risorse in beni o servizi di dubbio valore.
c) Pubblicità e responsabilità sociale
17. La responsabilità sociale è un concetto così ampio che, circa l'argomento, possono essere qui affrontati, per quanto concerne la pubblicità, solamente alcuni dei numerosi problemi e preoccupazioni.
Il problema ecologico è uno di questi. La pubblicità che promuove uno stile di vita sregolato, all'insegna dello spreco delle risorse e del saccheggio dell'ambiente, causa gravi danni all'ecologia. «L'uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita... Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire».29
Da queste considerazioni emerge una questione di capitale importanza: l'autentico e integrale sviluppo della persona umana. La pubblicità che riduce il progresso umano all'acquisizione di beni materiali e che incoraggia uno stile di vita sregolato esprime una visione falsa e devastante dell'uomo, una visione che nuoce sia agli individui che alla società.
«Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate rigorosamente le esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e sull'identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle società religiose, tutto il resto — disponibilità di beni, abbondanza di risorse tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere materiale — risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile».30 I pubblicitari, come i professionisti impegnati in altre forme di comunicazione sociale, hanno il dovere primario di esprimere e promuovere una visione autentica dello sviluppo umano nelle sue dimensioni materiali, culturali e spirituali.31 La comunicazione rispondente a questo principio si rivela, tra l'altro, vera espressione di solidarietà. In verità, comunicazione e solidarietà sono inseparabili, perché, come il Catechismo della Chiesa Cattolica fa notare, la solidarietà è «una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e della libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza e il rispetto degli altri».32
V CONCLUSIONE: ALCUNE MISURE DA ADOTTARE
18. Gli indispensabili garanti del comportamento eticamente corretto dell'industria pubblicitaria sono, prima di tutto, le coscienze ben formate e responsabili degli stessi professionisti della pubblicità: coscienze consapevoli del dovere di non mettersi esclusivamente al servizio di coloro che commissionano e finanziano il loro lavoro, ma anche di rispettare e sostenere i diritti e gli interessi del loro pubblico e di contribuire al bene comune.
Molti uomini e donne professionalmente impegnati nella pubblicità hanno coscienze sensibili, alti principi etici e un forte senso di responsabilità. Ciò nonostante, persino per loro, le pressioni esterne, esercitate dai clienti che commissionano i lavori e dalla dinamica concorrenziale interna alla loro professione, possono costituire potenti stimoli ad assumere un comportamento scorretto. E dunque necessario prevedere strutture e regole esterne che sostengano e incoraggino un esercizio responsabile della pubblicità e che scoraggino gli irresponsabili.
19. I codici volontari di deontologia sono una di queste fonti esterne di sostegno e ne esistono già numerosi. Per quanto siano ben accetti, si rivelano, tuttavia, efficaci solo là dove la volontà dei pubblicitari dà la possibilità di attenersi rigorosamente ad essi. « Spetta, infatti alle agenzie di pubblicità, agli operatori pubblicitari, nonché ai dirigenti ed ai responsabili degli strumenti che si offrono come veicolo, di far conoscere, di seguire, di applicare i codici di deontologia già opportunamente stabiliti, in modo da ottenere il concorso del pubblico per il loro ulteriore perfezionamento e la loro pratica osservanza».33
E' necessario sottolineare l'importanza del coinvolgimento del pubblico. Rappresentanti della popolazione dovrebbero partecipare alla formulazione, all'applicazione e alla revisione periodica dei codici di deontologia pubblicitaria. Queste rappresentanze dovrebbero comprendere studiosi di etica ed ecclesiastici, così come rappresentanti di associazioni di consumatori. Gli individui dovrebbero organizzarsi per raggrupparsi in queste associazioni, per salvaguardare i loro interessi a fronte degli interessi commerciali.
20. Anche il potere pubblico ha un ruolo da giocare. Da una parte, i governanti non hanno il compito di controllare e di imporre una politica all'industria pubblicitaria, più di quanto non ne abbiano in altri settori dei mezzi di comunicazione. Dall'altra, la regolamentazione dei contenuti e della prassi della pubblicità, già esistente in molti paesi, può e deve estendersi al di là della semplice interdizione della pubblicità falsa, in senso stretto. «Mediante la promulgazione di leggi e l'efficace loro applicazione, il potere pubblico dovrebbe provvedere affinché dall'abuso dei media non derivino gravi danni alla "moralità pubblica e al progresso della società».34
Le norme governative dovrebbero occuparsi, per esempio, di questioni quali la percentuale degli spazi pubblicitari, specie nei mezzi radio-televisivi, così come di questioni relative al contenuto della pubblicità diretta a gruppi particolarmente esposti allo sfruttamento, come i bambini e gli anziani. Anche la pubblicità politica potrebbe essere un campo adatto alla regolamentazione: quanto si può spendere, come e chi può raccogliere il denaro necessario per la pubblicità, ecc..
21. I mezzi d'informazione dovrebbero impegnarsi ad informare il pubblico circa il mondo della pubblicità. Considerato l'impatto sociale della pubblicità, è opportuno che i media rivedano e critichino regolarmente le prestazioni dei pubblicitari, come fanno nei confronti di altri gruppi le cui attività hanno un'importante influenza sulla società.
22. Oltre ad usare i media per evangelizzare, è necessario che la Chiesa, per quanto la riguarda, colga la portata delle parole di papa Giovanni Paolo II, quando ha dichiarato che i media costituiscono una parte centrale del grande « Areopago » moderno, dove si scambiano le idee e si formano atteggiamenti e valori. Ciò mette in evidenza una « realtà più profonda » rispetto al semplice, per quanto importante, uso dei media per diffondere il messaggio evangelico. «Occorre integrare il messaggio stesso in questa "nuova cultura" creata dalla comunicazione moderna con i suoi nuovi modi di comunicare... con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici».35
Alla luce di questa intuizione, è importante che la formazione ai media diventi parte integrante dei piani pastorali della Chiesa e dei diversi programmi pastorali ed educativi intrapresi dalla Chiesa, comprese le scuole cattoliche. Una formazione che comprenda l'insegnamento circa il ruolo della pubblicità nel mondo contemporaneo e la sua incidenza nelle iniziative della Chiesa. Tale insegnamento dovrebbe cercare di preparare le persone ad essere informate e vigili di fronte alla pubblicità, come ad altre forme di comunicazione. Come il Catechismo della Chiesa cattolica evidenzia, «i mezzi di comunicazione sociale... possono generare una certa passività nei recettori, rendendoli consumatori poco vigili di messaggi o di spettacoli. Di fronte ai mass-media i fruitori si imporranno moderazione e disciplina».36
23. In ultima analisi, tuttavia, dove esiste la libertà di parola e di comunicazione, sta soprattutto agli stessi pubblicitari assicurare un esercizio eticamente responsabile della loro professione. Oltre ad evitare abusi, i pubblicitari dovrebbero anche impegnarsi a rimediare, per quanto è possibile, ai danni arrecati talvolta dalla pubblicità, pubblicando, per esempio, rettifiche, risarcendo le parti lese, incrementando la pubblicità di pubblica utilità e via dicendo. Quella dei "risarcimenti" è una questione di legittimo coinvolgimento non solo delle associazioni di autoregolamentazione del settore e dei gruppi di interesse pubblico ma anche delle pubbliche autorità.
Dove prassi scorrette si sono diffuse e consolidate i pubblicitari coscienziosi possono ritenersi in dovere di fare significativi sacrifici personali per correggerle. Ma, ugualmente, le persone che vogliono fare ciò che è moralmente giusto devono essere sempre pronte a sopportare delle perdite e danni personali, piuttosto che fare ciò che è sbagliato. Questo è certamente un dovere per i cristiani, discepoli di Cristo, ma non solo per loro. «In questa testimonianza all'assolutezza del bene morale i cristiani non sono soli: essi trovano conferme nel senso morale dei popoli e nelle grandi tradizioni religiose e sapienziali dell'Occidente e dell'Oriente».37
Noi non ci auguriamo, e certamente non ci aspettiamo di vedere eliminata la pubblicità dal mondo contemporaneo. La pubblicità è un elemento importante nella società odierna, specie nel funzionamento di una economia di mercato che va sempre più diffondendosi.
Per i motivi e nei modi qui delineati, noi crediamo che la pubblicità possa giocare, e spesso giochi, un ruolo positivo nello sviluppo economico, nello scambio di informazioni e di idee e nella promozione della solidarietà tra individui e gruppi sociali. Tuttavia può anche arrecare, e spesso arreca, gravi danni alle persone e al bene comune.
Alla luce di tali riflessioni, ci appelliamo quindi ai professionisti della pubblicità e a tutti coloro che sono coinvolti nel processo di domanda e di diffusione della pubblicità, affinché ne eliminino gli aspetti socialmente dannosi e adottino regole morali di alta qualità quanto alla veridicità, alla dignità umana e alla responsabilità sociale. In questo modo, daranno un particolare e prezioso contributo al progresso umano e al bene comune.
Città del Vaticano, 22 febbraio 1997, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo.
+ John P. Foley
Presidente
+ Pierfranco Pastore
Segretario
1992 ISTRUZIONE PASTORALE "AETATIS NOVAE"
Istruzione Pastorale Aetatis novae sulle Comunicazioni Sociali nel 20º anniversario della Communio et Progressio (22 febbraio 1992)
Introduzione UNA RIVOLUZIONE NELLA COMUNICAZIONE
1. All'approssimarsi di una nuova era, la comunicazione conosce una considerevole espansione che influenza profondamente le culture del mondo nel suo insieme. Le rivoluzioni tecnologiche rappresentano solo un aspetto di questo fenomeno. Non c'è luogo in cui l'impatto dei media non si faccia sentire sugli atteggiamenti religiosi e morali, sui sistemi politici e sociali, sull'educazione.
Nessuno ignora, per esempio, il ruolo della comunicazione, che le frontiere geografiche e politiche non hanno potuto arrestare, nei capovolgimenti che si sono verificati nel corso degli anni 1989 e 1990, e di cui il Papa ha sottolineato la portata storica 1.
"Il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, che sta unificando l'umanità, rendendola - come si suol dire - "un villaggio globale". I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali" 2.
Più di un quarto di secolo dopo la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II sulle comunicazioni sociali, Inter mirifica, e due decenni dopo l'Istruzione pastorale Communio et progressio, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali desidera riflettere sulle conseguenze pastorali di questa nuova situazione. Lo fa nello spirito della conclusione di Communio et progressio: "Il Popolo di Dio, avanzando nei tempi in cui si svolge la storia umana, ... già scorge con immensa fiducia e caldo amore le meraviglie che a piene mani gli promette la già iniziata epoca spaziale della comunicazione sociale" 3.
Ritenendo che i principi e le idee di questi documenti conciliari e postconciliari abbiano valore durevole, desideriamo applicarli al contesto attuale. Non pretendiamo di pronunciare parole definitive su una situazione complessa, in movimento e in continua evoluzione ma soltanto offrire uno strumento di lavoro e degli incoraggiamenti a coloro, uomini e donne, che si trovano di fronte alle conseguenze pastorali di queste nuove realtà.
2. Durante gli anni successivi alla pubblicazione di Inter mirifica e di Communio et progressio, ci si è abituati ad espressioni come "società di informazione", "cultura dei media" e "generazione dei media". Questo tipo di espressione è da mettere in evidenza: essa sottolinea che ciò che gli uomini e le donne dei nostri tempi sanno e pensano della vita è in parte condizionato dai media; l'esperienza umana in quanto tale è diventata una esperienza mediatica.
Gli ultimi decenni sono stati anche teatro di spettacolari novità nel campo delle tecnologie della comunicazione. Ciò ha comportato sia una rapida evoluzione delle vecchie tecnologie, sia la comparsa di nuove tecnologie della comunicazione tra le quali figurano i satelliti, la televisione via cavo, le fibre ottiche, le videocassette, i compact disc, la creazione di immagini con il calcolatore ed altre tecnologie digitali ed informatiche. L'utilizzazione di nuovi media ha dato origine a ciò che si è potuto chiamare "nuovi linguaggi", ed ha suscitato, da un lato, ulteriori possibilità per la missione della Chiesa, e dall'altro, nuovi problemi pastorali.
3. In questo contesto, incoraggiamo i Pastori e il Popolo di Dio ad approfondire il senso di tutto ciò che attiene alla comunicazione ed ai media, ed a tradurlo in progetti concreti e realizzabili.
"I Padri del Concilio, nel guardare al futuro e nel cercare di discernere il contesto nel quale la Chiesa sarebbe stata chiamata a compiere la sua missione, poterono chiaramente vedere che il progresso della tecnologia stava già "trasformando la faccia della terra" arrivando perfino a conquistare lo spazio (cf Gaudium et spes, n. 5). Essi riconobbero che gli sviluppi nella tecnologia delle comunicazioni, in particolare, erano di proporzioni tali da provocare reazioni a catena con conseguenze inattese" 4.
"Lungi dal suggerire che la Chiesa debba mantenersi a distanza o cercare di isolarsi dal flusso di questi eventi, i Padri conciliari videro la Chiesa essere nel cuore del progresso umano, partecipe delle esperienze del resto dell'umanità, per cercare di capirle ed interpretarle alla luce della fede. E proprio dei fedeli del Popolo di Dio il compito di fare uso creativo delle nuove scoperte e tecnologie per il bene dell'umanità e la realizzazione del disegno di Dio per il mondo ... perché le potenzialità "dell'era del computer" siano utilizzate al servizio della vocazione umana e trascendente dell'uomo, così da glorificare il Padre dal quale hanno origine tutte le cose buone" 5.
Teniamo ad esprimere la nostra riconoscenza nei confronti di tutti coloro che hanno permesso la costituzione nella Chiesa di una rete creativa di comunicazione. A dispetto delle difficoltà - dovute alle risorse limitate, agli ostacoli posti talvolta alla Chiesa nel suo accesso ai media, al rimodellamento costante della cultura, dei valori e degli atteggiamenti provocato dalla onnipresenza dei media - molto è già stato fatto e continua ad esserlo. I vescovi, il clero, i religiosi e i laici che si consacrano a questo apostolato fondamentale meritano la gratitudine di tutti.
Occorre anche che esprimiamo la nostra soddisfazione sia per tutti quegli sforzi positivi di collaborazione ecumenica nel campo dei media in cui sono implicati dei cattolici e i loro fratelli e sorelle di altre Chiese e Comunità ecclesiali, sia per la collaborazione inter-religiosa con i membri delle altre religioni dell'umanità. E non solo auspicabile ma necessario "impegnare i cristiani ad unirsi ancor più strettamente nella loro azione di comunicazione e ad accordarsi più direttamente con le altre religioni dell'umanità in vista di una comune presenza nelle comunicazioni" 6.
I. CONTESTO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI
A. Contesto culturale e sociale
4. Lo sconvolgimento che si verifica oggi nella comunicazione presuppone, più che una semplice rivoluzione tecnologica, il rimaneggiamento completo di ciò attraverso cui l'umanità apprende il mondo che la circonda, e ne verifica ed esprime la percezione. La disponibilità costante di immagini e di idee, così come la loro rapida trasmissione, anche da un continente all'altro, hanno delle conseguenze, positive e negative insieme, sullo sviluppo psicologico, morale e sociale delle persone, sulla struttura e sul funzionamento delle società, sugli scambi fra una cultura e l'altra, sulla percezione e la trasmissione dei valori, sulle idee del mondo, sulle ideologie e le convinzioni religiose. La rivoluzione della comunicazione influisce anche sulla percezione che si può avere della Chiesa e contribuisce a modellarne le strutture e il loro funzionamento.
Tutto ciò ha importanti conseguenze pastorali. Si può, infatti, ricorrere ai media, tanto per proclamare il Vangelo, quanto per allontanarlo dal cuore dell'uomo. L'intrecciarsi sempre più serrato dei media nella vita quotidiana influenza la comprensione che si può avere del senso della vita.
I media hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità, ma anche sui contenuti del pensiero. Per molte persone, la realtà corrisponde a ciò che i media definiscono come tale; ciò che i media non riconoscono esplicitamente appare insignificante. Il silenzio può anche essere imposto de facto a individui o a gruppi che i media ignorano; la voce del Vangelo può, così anch'essa, ritrovarsi ridotta al silenzio, senza essere tuttavia interamente soffocata.
E' dunque importante che i cristiani siano capaci di fornire un'informazione che "crea le notizie", dando la parola a coloro che non hanno voce.
Il potere che hanno i media di rafforzare o di distruggere i punti di riferimento tradizionali in materia di religione, di cultura e di famiglia sottolinea bene la pertinente attualità delle parole del Concilio: "Per usare rettamente questi strumenti è assolutamente necessario che coloro i quali se ne servono conoscano le norme della legge morale e le osservino fedelmente in questo settore" 7.
B. Contesto politico ed economico
5. Le strutture economiche delle nazioni sono fortemente dipendenti dai sistemi di comunicazione contemporanei. Si ritiene generalmente necessario allo sviluppo economico e politico che lo Stato investa in una efficace infrastruttura di comunicazioni. Il rialzo del costo di questo investimento ha d'altronde costituito un fattore di primaria importanza che ha indotto i governi di numerosi Paesi ad adottare politiche tendenti ad aumentare la concorrenza.
E' in particolare per questa ragione che, in molti casi, i sistemi pubblici di telecomunicazioni e di diffusione sono stati sottoposti a delle politiche di deregolamentazione e di privatizzazione.
Così come il cattivo uso del servizio pubblico può portare alla manipolazione ideologica e politica, ugualmente la commercializzazione non regolamentata e la privatizzazione della diffusione hanno profonde conseguenze. In pratica, e spesso in modo ufficiale, la responsabilità pubblica dell'emittenza si trova svalutata. E' in funzione del profitto, e non del servizio, che si tende a valutare il suo successo. I motivi di profitto e gli interessi dei pubblicitari esercitano una influenza anormale sul contenuto dei media: si preferisce la popolarità alla qualità e ci si allinea sul denominatore comune più piccolo. I pubblicitari oltrepassano il loro ruolo legittimo, consistente nell'identificare i bisogni reali e nel rispondervi, e, spinti da motivi di mercato, si sforzano di creare bisogni e modelli artificiali di consumo.
Le pressioni commerciali si esercitano anche al di là delle frontiere nazionali, a spese di alcuni popoli e della loro cultura. Di fronte all'aumento della concorrenza ed alla necessità di trovare nuovi mercati, le imprese di comunicazioni rivestono un carattere sempre più "multinazionale"; nello stesso tempo la mancanza di possibilità locali di produzione rende alcuni Paesi più dipendenti dalle nazioni straniere. E' così che le realizzazioni di certi media popolari, caratteristici di una cultura, si diffondono in un'altra cultura, spesso a detrimento delle forme artistiche e mediatiche che vi si trovano e dei valori che esse contengono.
La soluzione dei problemi nati da questa commercializzazione e da questa privatizzazione non regolamentate non consiste tuttavia in un controllo dello Stato sui media, ma in una regolamentazione più importante, conforme alle norme del servizio pubblico, così come in una maggiore responsabilità pubblica. Bisogna sottolineare a questo proposito che, se i quadri di riferimento giuridico e politico all'interno dei quali funzionano i media di alcuni Paesi sono attualmente in netto miglioramento, vi sono altri luoghi in cui l'intervento governativo rimane uno strumento d'oppressione e di esclusione.
II. COMPITO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE
6. Communio et progressio si fonda sulla descrizione della comunicazione come via verso la comunione. Il testo dice che "comunicare comporta qualcosa di più della semplice espressione e manifestazione di idee e di sentimenti. Infatti, la comunicazione è piena quando realizza la donazione di sé stessi nell'amore" 8. La comunicazione è, in questo senso, il riflesso della comunione ecclesiale e può contribuirvi.
La comunicazione della verità può avere veramente una potenza redentrice che emana dalla persona del Cristo. Egli è il Verbo di Dio fatto carne e l'immagine del Dio invisibile. In lui e per lui, la vita di Dio si comunica all'umanità per l'azione dello Spirito. "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" 9. Ed ora, "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità" 10.
Nel Verbo fatto carne, Dio si comunica definitivamente. Nella predicazione e nell'azione di Gesù, la Parola si fa liberatrice e redentrice per tutta l'umanità. Questo atto d'amore attraverso il quale Dio si rivela, unito alla risposta di fede dell'umanità, genera un dialogo profondo.
La storia umana e l'insieme delle relazioni tra gli uomini si sviluppano nel quadro di questa comunicazione di Dio nel Cristo. La storia stessa è destinata a divenire una sorta di parola e di immagine di Dio, e la vocazione dell'uomo è di contribuirvi vivendo, in modo creativo, questa comunicazione costante ed illimitata dell'amore riconciliatore di Dio. Noi siamo chiamati a tradurre ciò in parole di speranza ed in atti d'amore, cioè attraverso il nostro modo di vita. La comunicazione deve, di conseguenza, collocarsi nel cuore della comunità ecclesiale.
Il Cristo è nello stesso tempo il contenuto e la fonte di ciò che comunica la Chiesa quando proclama il Vangelo. La Chiesa non è altro che il "Corpo mistico di Cristo, la pienezza... del Cristo glorificato che riempie tutta la creazione" 11. Di conseguenza noi siamo in cammino, nella Chiesa, attraverso la Parola ed i sacramenti, verso la speranza dell'unità definitiva in cui "Dio sarà tutto in tutti" 12.
A. I media al servizio delle persone e delle culture
7. Parallelamente a tutto il bene che fanno e sono capaci di fare, i mezzi di comunicazione che "possono essere effettivi strumenti di unità e di mutua comprensione, d'altro canto, possono farsi veicoli di una visione deformata dell'esistenza, della famiglia, dei valori religiosi ed etici; di una visione non rispettosa dell'autentica dignità e del destino della persona umana" 13. E' imperativo che i media rispettino e partecipino allo sviluppo integrale della persona, che comporta "le dimensioni culturali, trascendenti e religiose dell'uomo e della società" 14
La fonte di alcuni problemi individuali e sociali risiede anche nel fatto che alle relazioni interpersonali si è sostituito l'uso sempre più importante dei media e nel notevole attaccamento affettivo che viene accordato ai personaggi mediatici di finzione. I media non possono sostituire né il contatto personale immediato né i rapporti tra membri di una famiglia o tra amici. Ma possono dare il loro contributo alla soluzione di questa difficoltà: attraverso gruppi di discussione, dibattiti su films o trasmissioni, stimolando la comunicazione interpersonale, piuttosto che sostituendosi ad essa.
B. I media al servizio del dialogo con il mondo attuale
8. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato che "il popolo di Dio e l'umanità, entro la quale esso è inserito, si rendono reciproco servizio, così che la missione della Chiesa si mostra di natura religiosa e per ciò stesso profondamente umana" 15. Coloro che proclamano la Parola di Dio hanno il dovere di prendere in considerazione e di cercare di comprendere le "parole" dei popoli e delle culture diverse non solo allo scopo di informarsi su di essi, ma anche di aiutarli a riconoscere e ad accettare la Parola di Dio 16. La Chiesa deve dunque conservare una presenza attiva ed attenta nel mondo, in modo da alimentare la comunità e da sostenere coloro, uomini e donne, che cercano delle soluzioni accettabili ai problemi personali e sociali.
Inoltre, se la Chiesa deve sempre comunicare il suo messaggio in modo adeguato a ciascuna epoca ed alle culture delle nazioni e dei popoli specifici, deve farlo soprattutto oggi nella cultura e per la cultura dei nuovi media 17. Si tratta di una condizione fondamentale se si vuol dare risposta ad una delle preoccupazioni essenziali del Concilio Vaticano II: la comparsa di "vincoli sociali, tecnici, culturali" che uniscono gli uomini sempre più strettamente costituisce per la Chiesa "una nuova urgenza": raccoglierli tutti nella "piena unità in Cristo" 18. Considerando il ruolo importante che i mezzi di comunicazione possono giocare nei suoi sforzi per favorire questa unità, la Chiesa li considera strumenti "concepiti dalla Divina Provvidenza" per lo sviluppo della comunicazione e della comunione tra gli uomini durante il loro pellegrinaggio sulla terra 19.
La Chiesa, che cerca di dialogare con il mondo moderno, desidera poter condurre un dialogo onesto e rispettoso con i responsabili dei media. Questo dialogo implica che la Chiesa faccia uno sforzo per comprendere i media - i loro obiettivi, i loro metodi, le loro regole di lavoro, le loro strutture interne e le loro modalità - e che sostenga ed incoraggi coloro che vi lavorano. Basandosi su questa comprensione e su questo sostegno diventa possibile fare delle proposte significative per poter allontanare gli ostacoli che si oppongono al progresso umano ed alla proclamazione del Vangelo.
Per un tale dialogo è necessario che la Chiesa si preoccupi attivamente dei media profani, e in particolare dell'elaborazione della politica che li riguarda. I cristiani infatti hanno il dovere di far sentire la loro voce in seno a tutti i media. Il loro compito non si limita alla trasmissione di notizie ecclesiastiche. Questo dialogo richiede inoltre che essa sostenga i professionisti dei media, che elabori un'antropologia ed una vera teologia della comunicazione affinché la teologia stessa si faccia più comunicativa, più efficace nel rivelare i valori evangelici e nell'applicarli alle realtà contemporanee della condizione umana; è necessario inoltre che i responsabili della Chiesa e gli agenti pastorali rispondano con buona volontà e prudenza alle domande dei media, cercando di stabilire, anche con quelli che non condividono la nostra fede, dei rapporti di fiducia e di reciproco rispetto, fondati su valori comuni.
C. I media al servizio della comunità umana e del progresso sociale
9. La comunicazione che avviene nella Chiesa e attraverso la Chiesa consiste essenzialmente nell'annuncio della Buona Novella di Gesù Cristo. E la proclamazione del Vangelo come parola profetica e liberatrice rivolta agli uomini ed alle donne del nostro tempo; è la testimonianza resa, di fronte ad una secolarizzazione radicale, alla verità divina ed al destino trascendente della persona umana; è, di fronte ai conflitti ed alle divisioni, la scelta della giustizia, in solidarietà con tutti i credenti, al servizio della comunione tra i popoli, le nazioni e le culture.
Il senso dato così dalla Chiesa alla comunicazione illumina in maniera eccezionale i mezzi di comunicazione ed il ruolo che essi debbono giocare, secondo il piano provvidenziale di Dio, nella promozione dello sviluppo integrale delle persone e delle società umane.
D. I media al servizio della comunione ecclesiale
10. A tutto ciò che è stato appena detto, non può non aggiungersi il richiamo importante del diritto fondamentale al dialogo ed all'informazione in seno alla Chiesa, così come è affermato da Communio et progressio, 20 e la necessità di continuare a ricercare quali siano i modi efficaci per favorire e proteggere questo diritto, in particolare con un'utilizzazione responsabile dei mezzi di comunicazione. Pensiamo, tra le altre, alle affermazioni del Codice di Diritto Canonico secondo cui, pur manifestando la loro obbedienza verso i pastori della Chiesa, i fedeli "hanno il diritto di manifestare ... le proprie necessità, soprattutto spirituali, ed i propri desideri", 21 e in funzione della loro scienza, competenza e prestigio, hanno "il diritto, e anzi talvolta anche il dovere", di esprimere ai loro pastori la propria opinione sulle questioni riguardanti il bene della Chiesa 22.
Vi è qui un mezzo per mantenere e rafforzare la credibilità e l'efficacia della Chiesa. In modo ancor più fondamentale, questo può essere il mezzo per realizzare concretamente il carattere di "comunione" della Chiesa, che trova il suo fondamento nella comunione intima della Trinità di cui è un riflesso. Tra i membri di questa comunità che costituisce la Chiesa, esiste una innata uguaglianza di dignità e di missione che proviene dal battesimo e che è alla base della struttura gerarchica e della diversità delle mansioni. Questa uguaglianza si esprimerà in uno scambio onesto e rispettoso dell'informazione e delle opinioni.
In caso di disaccordo, però, è importante sapere che "non è esercitando ... una pressione sull'opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità" 23. Infatti, "le idee dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il sensus fidei" 24.
Perché la Chiesa insiste tanto sul diritto che ha la gente di avere una informazione corretta? Perché sottolinea il proprio diritto ad annunciare l'autentica verità evangelica? Perché insiste sulla responsabilità che hanno i suoi pastori di comunicare la verità e di educare i fedeli a fare altrettanto? E per motivo che, nella Chiesa, una completa comprensione della comunicazione si basa sul fatto che il Verbo di Dio comunica se stesso.
E. I media al servizio di una nuova evangelizzazione
11. Oltre i numerosi mezzi tradizionali in vigore, come la testimonianza di vita, l'insegnamento del catechismo, il contatto personale, la pietà popolare, la liturgia ed altre celebrazioni simili, l'utilizzazione dei media è diventata essenziale all'evangelizzazione ed alla catechesi. Infatti "la Chiesa si sentirebbe colpevole davanti al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l'intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati" 25. I mezzi di comunicazione sociale possono e devono essere strumenti al servizio del programma di ri-evangelizzazione e di nuova evangelizzazione della Chiesa nel mondo contemporaneo. In vista della nuova evangelizzazione, un'attenzione particolare dovrà essere data all'impatto audiovisivo dei mezzi di comunicazione, secondo l'aforisma "vedere, valutare, agire".
Così, per l'atteggiamento che la Chiesa deve adottare verso i media e la cultura che essi contribuiscono ad elaborare, è molto importante avere sempre presente che "non basta usarli (i media) per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso nella "nuova cultura" creata dalla comunicazione moderna ... con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici" 26. L'evangelizzazione attuale dovrebbe trovare delle risorse nella presenza attiva ed aperta della Chiesa in seno al mondo delle comunicazioni.
III. SFIDE ATTUALI
A. Necessità di una valutazione critica
12. Se la Chiesa adotta un atteggiamento positivo ed aperto verso i media, cercando di penetrare la nuova cultura creata dalla comunicazione allo scopo di evangelizzarla, è necessario che essa proponga anche una valutazione critica dei media e del loro impatto sulla cultura.
Come è già stato detto altre volte, la tecnologia della comunicazione costituisce una meravigliosa espressione del genio umano ed i media giovano considerevolmente alla società. Ma, come è stato ugualmente sottolineato, l'applicazione della tecnologia della comunicazione è stata solo in parte un beneficio, e la sua utilizzazione consapevole necessita di valori sani e di scelte avvedute da parte degli individui, del settore privato, dei governi e dell'insieme della società. La Chiesa non pretende di imporre queste decisioni e queste scelte, ma cerca di dare un aiuto reale indicando i criteri etici e morali applicabili in questo campo, criteri che si troveranno sia nei valori umani che nei valori cristiani.
B. Solidarietà e sviluppo integrale
13. Nella situazione attuale, accade che i media aggravino gli ostacoli individuali e sociali che impediscono la solidarietà e lo sviluppo integrale della persona umana. Tali ostacoli sono, in particolare, il secolarismo, il consumismo, il materialismo, la disumanizzazione e l'assenza di interesse per la condizione dei poveri e degli svantaggiati 27.
In questa situazione, la Chiesa, che riconosce negli strumenti della comunicazione "la via attualmente privilegiata per la creazione e la trasmissione della cultura", 28 si fa un dovere di proporre ai professionisti delle comunicazioni ed al pubblico una formazione che li conduca a considerare i media con "senso critico, animato dalla passione per la verità"; essa ritiene anche suo dovere intraprendere "un'opera di difesa della libertà, del rispetto alla dignità personale, dell'elevazione dell'autentica cultura dei popoli, mediante il rifiuto fermo e coraggioso di ogni forma di monopolizzazione e di manipolazione" 29.
C. Politiche e strutture
14. E chiaro che alcuni problemi a questo riguardo sono frutto di determinate politiche e strutture dei media: citiamo a titolo di esempio il fatto che taluni gruppi o classi si vedano rifiutare l'accesso ai mezzi di comunicazione, la riduzione sistematica in certi luoghi del diritto fondamentale all'informazione, l'accrescimento del controllo che alcuni gruppi economici, sociali e politici esercitano sui media.
Tutto ciò è contrario agli obiettivi fondamentali ed alla natura stessa dei media il cui ruolo sociale specifico e necessario è di contribuire a garantire il diritto dell'uomo all'informazione, a promuovere la giustizia nella ricerca del bene comune, ad assistere gli individui, i gruppi ed i popoli nella loro ricerca della verità. I media esercitano queste funzioni fondamentali quando favoriscono lo scambio di idee e di informazioni tra tutte le classi ed i settori della società ed offrono a tutte le opinioni responsabili l'occasione di farsi ascoltare.
D. Difesa del diritto all'informazione ed alla comunicazione
15. Non si può accettare che l'esercizio della libertà di comunicazione dipenda dalla fortuna, dall'educazione o dal potere politico. Il diritto di comunicare è il diritto di tutti.
Questo richiede degli specifici sforzi a livelli nazionale ed internazionale, non solo per dare ai meno abbienti ed ai meno potenti accesso all'informazione di cui hanno bisogno per il loro sviluppo individuale e sociale, ma anche per fare in modo che essi giochino un ruolo effettivo e responsabile nelle decisioni circa il contenuto dei media e nella definizione delle strutture e delle politiche in seno alle istituzioni di comunicazione dei loro Paesi.
Là dove le strutture giuridiche e politiche favoriscono il dominio dei media da parte di gruppi di pressione, la Chiesa deve insistere sul rispetto del diritto a comunicare, e in particolare sul rispetto del proprio diritto di accesso ai media, cercando nello stesso tempo altri modelli di comunicazioni per i suoi membri e per l'insieme della popolazione. Il diritto alla comunicazione fa parte d'altronde del diritto alla libertà religiosa, il quale non dovrebbe essere limitato alla libertà di culto.
IV. PRIORITA' PASTORALI E MEZZI PER RISPONDERVI
A. Difesa delle culture umane
16. Data la situazione che esiste in numerosi luoghi, la sensibilità per i diritti e per gli interessi degli individui può spesso indurre la Chiesa a favorire altri mezzi di comunicazione. Nel campo dell'evangelizzazione e della catechesi, la Chiesa dovrà spesso prendere delle misure miranti a preservare ed a favorire i "media popolari" ed altre forme tradizionali di espressione, riconoscendo che, in certe società, possono essere più efficaci per la diffusione del Vangelo che non i media più recenti, perché rendono possibile una maggiore partecipazione personale e possono toccare livelli più profondi di sensibilità umana e di motivazione.
L'onnipresenza dei mass-media nel mondo contemporaneo non diminuisce in nulla l'importanza di altri media che permettono alle persone di impegnarsi e di avere una parte attiva nella produzione ed anche nella concezione della comunicazione. I media popolari e tradizionali, infatti, non rappresentano soltanto un importante crocevia d'espressione della cultura locale, ma permettono anche di sviluppare competenza nella creazione e nella utilizzazione attiva dei media.
Allo stesso modo consideriamo positivamente il desiderio di numerosi popoli e gruppi umani di disporre di sistemi di comunicazione e di informazione più giusti e più equi, per garantirsi dalla dominazione, o dalla manipolazione, sia da parte dello straniero che dai propri compatrioti. I Paesi in via di sviluppo hanno questo timore di fronte ai Paesi sviluppati; così come vivono la stessa preoccupazione le minoranze di certe nazioni sviluppate o in via di sviluppo. Qualunque sia la situazione, i cittadini debbono poter avere una parte attiva, autonoma e responsabile nei processi di comunicazione, poiché essi influenzano in molti modi le loro condizioni di vita.
B. Sviluppo e promozione dei mezzi di comunicazione della Chiesa
17. Pur continuando ad impegnarsi in diversi modi nel campo della comunicazione e dei media, malgrado le numerose difficoltà che incontra, la Chiesa deve continuare a sviluppare, conservare e favorire i propri strumenti e programmi cattolici di comunicazione. Questi comprendono la stampa e le pubblicazioni cattoliche, la radio e la televisione cattoliche, gli uffici di informazione e di relazioni pubbliche, gli istituti ed i programmi di formazione alla pratica e alle problematiche dei media, la ricerca mediatica, gli organismi di professionisti della comunicazione legati alla Chiesa - in particolare le organizzazioni cattoliche internazionali di comunicazioni -, i cui membri sono collaboratori qualificati e competenti delle conferenze episcopali e anche dei singoli vescovi.
Il lavoro dei media cattolici non è soltanto un'attività supplementare che si aggiunge a tutte quelle della Chiesa: le comunicazioni sociali hanno infatti un ruolo da giocare in tutti gli aspetti della missione della Chiesa. Così non ci si deve accontentare di avere un piano pastorale per la comunicazione, ma è necessario che la comunicazione sia parte integrante di ogni piano pastorale perché esse di fatto ha un contributo da dare ad ogni altro apostolato, ministero o programma.
C. Formazione dei cristiani incaricati delle comunicazioni sociali
18. L'educazione e la formazione alla comunicazione devono far parte integrante della formazione degli operatori pastorali e dei sacerdoti 30. Numerosi elementi ed aspetti specifici sono da tener presenti per questa educazione e per questa formazione.
Nel mondo di oggi, così fortemente influenzato dai media, è necessario, per esempio, che gli operatori pastorali abbiano almeno una buona visione di insieme dell'impatto che le nuove tecnologie dell'informazione e dei media esercitano sugli individui e sulle società. Devono inoltre essere pronti a dispensare il loro ministero sia a coloro che sono "ricchi di informazione" sia a coloro che sono "poveri di informazione". E' necessario che sappiano come invitare al dialogo, evitando uno stile di comunicazione che faccia pensare al dominio, alla manipolazione o al profitto personale. Coloro che saranno impegnati attivamente nel lavoro dei media per la Chiesa debbono acquisire sia competenza professionale in materia sia una formazione dottrinale e spirituale.
D. Pastorale degli operatori delle comunicazioni sociali
19. Il lavoro nei mezzi di comunicazione implica pressioni psicologiche e dilemmi etici particolari. Se si considera l'importanza del ruolo giocato dai media nella formazione della cultura contemporanea e nell'organizzazione della vita di innumerevoli individui e società, appare essenziale che coloro che sono impegnati professionalmente nei media profani e nelle industrie della comunicazione considerino le loro responsabilità con una forte carica ideale e il proposito di servire l'umanità.
Ciò comporta per la Chiesa una responsabilità corrispondente che la impegna ad elaborare e a proporre programmi pastorali che rispondano con precisione alle condizioni particolari di lavoro e alle sfide etiche di fronte alle quali sono messi i professionisti della comunicazione; programmi pastorali in grado di garantire una formazione permanente capace di aiutare questi uomini e donne - molti dei quali sono sinceramente desiderosi di sapere e di praticare ciò che è giusto in campo etico e morale - ad essere sempre più compenetrati da criteri morali tanto nella loro vita professionale che in quella privata.
V. NECESSITA' DI UNA PROGRAMMAZIONE PASTORALE
A. Responsabilità dei Vescovi
20. Riconoscendo il valore ed anche l'urgenza delle esigenze suscitate dall'attività mediatica, i vescovi e le persone cui spetta di decidere circa la distribuzione delle risorse della Chiesa, che sono limitate sul piano umano come su quello materiale, dovrebbero adoperarsi per accordare una giusta priorità a questo settore, tenendo conto delle situazioni particolari della loro nazione, della loro regione e della loro diocesi.
E' possibile che questa esigenza si faccia sentire in modo più acuto adesso più che in passato proprio perché, almeno in parte, il grande "Areopago" contemporaneo dei media è stato finora più o meno trascurato dalla Chiesa 31. Come fa notare il Santo Padre: "Si privilegiano generalmente altri strumenti per l'annunzio evangelico e per la formazione, mentre i mass-media sono lasciati all'iniziativa dei singoli o di piccoli gruppi che entrano nella programmazione pastorale in linea secondaria" 32 Questa situazione richiede delle correzioni.
B. Urgenza di un piano pastorale per le comunicazioni sociali
21. Raccomandiamo dunque particolarmente che le diocesi e le Conferenze o le Assemblee episcopali veglino affinché il problema dei media sia affrontato in ogni piano pastorale. Spetta a loro, inoltre, redigere piani pastorali particolari riguardanti le comunicazioni sociali, oppure rivedere e aggiornare i piani già esistenti in modo da garantire un processo di riesame e di aggiornamento periodici. Per far questo i vescovi ricerchino la collaborazione di professionisti che lavorano nei media secolari o negli organismi della Chiesa legati al campo della comunicazione, e specialmente delle organizzazioni nazionali e internazionali del cinema, della radio, della televisione e della stampa.
Ci sono Conferenze episcopali che hanno già ricevuto profitto da piani pastorali adeguati nel delineare concretamente i bisogni esistenti e gli obiettivi da raggiungere, e nell'incoraggiare il coordinamento degli sforzi. I risultati dello studio, così come le valutazioni e le consultazioni che hanno permesso la redazione di questi documenti, potrebbero e dovrebbero circolare a tutti i livelli della Chiesa, perché in grado di fornire dati utili per la pastorale. E possibile anche adattare piani realistici e pratici ai bisogni delle Chiese locali. Dovrebbero essere fatti permanentemente oggetto di revisione e adeguamenti in rapporto all'evoluzione delle esigenze.
In appendice a questo documento suggeriamo elementi per un piano pastorale e argomenti che potrebbero essere oggetto di lettere pastorali o dichiarazioni episcopali, sia a livello nazionale che diocesano. Sono elementi tratti da proposte di Conferenze episcopali e di professionisti dei media.
CONCLUSIONI
22. Concludiamo riaffermando che la Chiesa "considera questi strumenti (della Comunicazione Sociale) "doni di Dio", in quanto essi, nel disegno della Provvidenza, sono ordinati ad unire gli uomini in vincoli fraterni, cosicché collaborino nel suo piano di salvezza" 33. Lo Spirito, così come ha aiutato gli antichi profeti a comprendere il piano di Dio attraverso i segni del loro tempo, aiuta oggi la Chiesa a interpretare i segni del nostro tempo e a realizzare il proprio compito profetico con lo studio, la valutazione e il buon uso, diventati ormai fondamentali, delle tecnologie e dei mezzi di comunicazione.
Appendice ELEMENTI DI UN PIANO PASTORALE PER LE COMUNICAZIONI SOCIALI
23. Le condizioni dei media e le opportunità che si offrono alla Chiesa nel campo delle comunicazioni sociali sono differenti da nazione a nazione e anche da diocesi a diocesi di uno stesso Paese. Ne consegue naturalmente che l'approccio della Chiesa ai media e all'ambiente culturale che essi contribuiscono a formare saranno differenti da luogo a luogo, e che i progetti e la partecipazione della Chiesa dovranno essere adattati alle situazioni locali.
Ogni Conferenza episcopale e ogni diocesi dovrebbe perciò sviluppare un piano pastorale integrato per la comunicazione, preferibilmente con la consulenza sia dei rappresentanti delle organizzazioni cattoliche, internazionali e nazionali, che si occupano di comunicazione, sia dei professionisti dei media locali. Il tema della comunicazione dovrebbe inoltre essere tenuto presente nella formulazione e nella realizzazione di tutti gli altri piani pastorali, compresi quelli relativi al servizio sociale, alla didattica, e alla evangelizzazione. Un certo numero di Conferenze episcopali e di diocesi hanno già piani di questo tipo che identificano le esigenze della comunicazione, definiscono gli obiettivi, fanno previsioni realistiche di finanziamento e coordinano i diversi impegni del settore.
Proponiamo le seguenti linee per aiutare coloro che elaborano nuovi piani pastorali o sono incaricati di aggiornare i piani già esistenti.
Direttive per l'elaborazione di piani pastorali per le comunicazioni sociali in una diocesi, Conferenza episcopale o Sinodo patriarcale
24. Un piano pastorale per le comunicazioni sociali dovrebbe comprendere i seguenti elementi:
a) una presentazione d'insieme a partire da una consultazione ampia che descriva, per tutti i ministeri della Chiesa, una strategia della comunicazione rispondente ai problemi ed alle esigenze del nostro tempo;
b) un inventario o un accertamento che descriva il mondo dei media nel territorio preso in considerazione, comprendente il pubblico, i produttori e i direttori dei media pubblici e privati, le risorse finanziarie e tecniche, i sistemi di distribuzione, le risorse ecumeniche e didattiche, il personale delle organizzazioni cattoliche di comunicazione, compreso quello delle comunità religiose;
c) una proposta di strutturazione dei mezzi di comunicazione sociale della Chiesa destinati ad appoggiare l'evangelizzazione, la catechesi e l'educazione, il servizio sociale e la collaborazione ecumenica, e comprendente se possibile le relazioni pubbliche, la stampa, la radio, la televisione, il cinema, le videocassette, le reti informatiche, i servizi in facsimile ed analoghe forme di telecomunicazione;
d) una educazione ai media con speciale sottolineatura al rapporto fra i media e i valori;
e) un'apertura pastorale di dialogo con i professionisti dei media, con attenzione particolare allo sviluppo della loro fede e della loro crescita spirituale;
f) indicazioni circa le possibilità di ottenere risorse finanziarie e di assicurare le modalità di finanziamento di questa pastorale.
Processo per l'elaborazione di un piano pastorale per le comunicazioni sociali
25. Il piano dovrebbe offrire direttive e suggerimenti utili ai comunicatori della Chiesa per stabilire finalità e priorità realistiche al loro lavoro. Si raccomanda che un gruppo di lavoro comprendente rappresentanti del mondo ecclesiale e professionisti dei media sia associato a questo processo, le cui due fasi dovrebbero essere: 1. ricerca, e 2. progettazione.
Fase di ricerca
26. Elementi propri di questa fase sono: una valutazione delle esigenze, la raccolta di informazioni, e la ricerca di possibili modelli di piani pastorali. Tutto ciò comporta una analisi del contesto in cui si situa la comunicazione, in particolare gli elementi di forza e di debolezza delle strutture e dei programmi ecclesiali di comunicazione esistenti come pure delle possibilità che si offrono e delle difficoltà che si possono incontrare.
Tre tipi di esame possono essere di aiuto nella raccolta delle informazioni necessarie: un accertamento delle esigenze, un'indagine sui mezzi di comunicazione e un inventario delle risorse. Il primo esame consisterà nel catalogare i settori pastorali che necessitano di una particolare attenzione da parte della Conferenza episcopale o da parte della diocesi. Il secondo riguarderà i metodi in vigore con una valutazione della loro efficacia per identificare le forze e le debolezze delle strutture e delle procedure già esistenti. Il terzo dovrà individuare le risorse, le tecnologie e il personale di cui la Chiesa può disporre nel settore della comunicazione, senza limitarsi alle risorse proprie della Chiesa, cioè tenendo conto anche di quelle eventualmente disponibili nel mondo degli affari, nelle industrie dei media e nelle organizzazioni ecumeniche.
Fase di progettazione
27. Dopo questa raccolta e analisi di dati, l'équipe che elaborerà il piano dovrà interessarsi agli obiettivi ed alle priorità della Conferenza episcopale o della diocesi nell'ambito della comunicazione. Si entrerà allora nella fase di progettazione. Tenendo conto delle circostanze locali l'équipe dovrà poi trattare dei problemi seguenti.
28. L'educazione: le questioni della comunicazione e della comunicazione di massa interessano tutti i livelli del ministero pastorale, compreso quello dell'educazione. Un piano pastorale di comunicazione dovrà sforzarsi:
a) di proporre alcune possibilità di educazione in materia di comunicazione, presentandole come componenti essenziali della formazione di tutti coloro che sono impegnati nell'azione della Chiesa, sia che si tratti di seminaristi, sacerdoti, religiosi e religiose oppure di animatori laici;
b) di incoraggiare le scuole e le università cattoliche a proporre programmi e corsi in vista delle necessità della Chiesa e della società in materia di comunicazione;
c) di proporre dei corsi, laboratori e seminari di tecnologia, di gestione, d'etica e di politica della comunicazione, destinati ai responsabili della Chiesa in questa materia, ai seminaristi, ai religiosi ed al clero;
d) di prevedere e di mettere in opera dei programmi di educazione e d'intelligenza dei media da proporre all'attenzione degli insegnanti, dei genitori e degli studenti;
e) di incoraggiare gli artisti e gli scrittori a preoccuparsi di trasmettere i valori evangelici nella utilizzazione che essi fanno dei loro talenti per la stampa, il teatro, la radio, le trasmissioni televisive e i film ricreativi ed educativi;
f) di trovare nuove strategie di evangelizzazione e di catechesi rese possibili dall'applicazione delle tecnologie della comunicazione e dei mezzi di comunicazione.
29. Formazione spirituale e assistenza pastorale. I professionisti cattolici laici e le altre persone che lavorano nell'apostolato ecclesiale delle comunicazioni sociali, o nei media profani, attendono spesso dalla Chiesa un orientamento spirituale ed un sostegno pastorale. Un piano pastorale di comunicazione dovrebbe dunque cercare:
a) di proporre ai laici cattolici ed agli altri professionisti delle comunicazioni qualche occasione di arricchire la loro esperienza professionale attraverso giornate di meditazione, ritiri, seminari e gruppi di sostegno professionale;
b) di proporre un'assistenza pastorale che procuri il sostegno necessario per nutrire la fede dei responsabili della comunicazione e appoggiare il loro impegno in questo difficile compito che consiste nel comunicare al mondo i valori del Vangelo e gli autentici valori umani.
30. Collaborazione. La collaborazione comprende la divisione delle risorse tra le conferenze e le diocesi, come anche tra le diocesi e le altre istituzioni, come le comunità religiose, le università e gli organismi della sanità. Un piano pastorale dovrebbe mirare:
a) a rafforzare le relazioni e incoraggiare la consultazione reciproca tra i rappresentanti della Chiesa e i professionisti dei media che possono offrire molto alla Chiesa in materia di utilizzazione dei media;
b) a cercare mezzi di produzione in collaborazione con i centri regionali e centri nazionali, e a favorire lo sviluppo delle reti comuni di promozione, di commercializzazione e di distribuzione;
c) a favorire la collaborazione con le congregazioni religiose che lavorano nel settore delle comunicazioni sociali;
d) a collaborare con gli organismi ecumenici e con le altre Chiese e gruppi religiosi per tutto quanto concerne la sicurezza e la garanzia di accesso della religione ai media, come anche "nel campo dei nuovi media: soprattutto per ciò che concerne l'uso comune dei satelliti, delle banche dati, delle reti cablo e, generalmente, dell'informatica, a cominciare dalla compatibilità dei sistemi 34.
e) a collaborare con i media profani, in particolare per quanto riguarda le preoccupazioni comuni sulle questioni religiose, morali, etiche, culturali, educative e sociali;
31. Relazioni pubbliche. Le relazioni pubbliche necessitano da parte della Chiesa, di una comunicazione attiva con la comunità per il tramite dei media, sia profani che religiosi. Queste relazioni, che implicano la disponibilità della Chiesa a comunicare i valori evangelici e a fare conoscere i suoi ministeri ed i suoi programmi, richiedono da parte sua che essa faccia tutto il possibile per verificare che è veramente ad immagine di Cristo. Un piano pastorale di comunicazione dovrebbe tendere:
a) a organizzare degli uffici di relazioni pubbliche dotati di risorse umane e materiali sufficienti a rendere possibile una vera comunicazione tra la Chiesa e l'insieme della comunità;
b) alla produzione di pubblicazioni e programmi radio, di televisione e video di qualità eccellente, tali da rendere visibili il messaggio del Vangelo e la missione della Chiesa;
c) a promuovere dei premi ed altri modi di riconoscenza destinati a incoraggiare e sostenere i professionisti dei media;
d) a celebrare la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali come un mezzo per promuovere la presa di coscienza dell'importanza della comunicazione e per appoggiare le iniziative prese della Chiesa in materia di comunicazione.
32. Ricerca. Le strategie della Chiesa nell'ambito della comunicazione sociale dovrebbero fondarsi sui risultati di una ricerca seria in tale materia, che implichi una analisi ed una valutazione fatte con conoscenza di causa. Occorre che lo studio della comunicazione faccia posto alle questioni ed ai problemi maggiori ai quali deve far fronte la missione della Chiesa in seno alla nazione o alla regione interessata. Un piano pastorale della comunicazione dovrebbe mirare:
a) a incoraggiare gli istituti di studi superiori, i centri di ricerca e le università a intraprendere ricerche fondamentali insieme ed applicate, sui bisogni e le preoccupazioni della Chiesa e della società in materia di comunicazione;
b) a determinare le modalità pratiche per l'interpretazione della ricerca fatta sulle comunicazioni sociali e sulla sua applicazione alla missione della Chiesa;
c) a sostenere una riflessione teologica permanente sui processi e gli strumenti della comunicazione sociale e sul loro ruolo nella Chiesa e nella società.
33. Comunicazione sviluppo dei popoli. Comunicazioni e media realmente accessibili possono permettere a molte persone di partecipare all'economia del mondo moderno, di esperimentare una libertà di espressione e di contribuire alla crescita della pace e della giustizia nel mondo. Un piano pastorale delle comunicazioni sociali dovrebbe mirare:
a) che i valori evangelici esercitino una influenza sul largo ventaglio delle attività dei media contemporanei - dall'edizione alle comunicazioni via satellite - in modo che esse contribuiscano alla crescita della solidarietà internazionale;
b) a difendere l'interesse pubblico e salvaguardare l'accesso delle religioni ai media prendendo una posizione documentata e responsabile sulle questioni di legislazione e di politica della comunicazione e sullo sviluppo dei sistemi di comunicazione;
c) ad analizzare l'impatto sociale delle tecnologie avanzate di comunicazione ed a contribuire ad evitare inutili rotture sociali e destabilitazioni culturali;
d) ad aiutare i professionisti della comunicazione a definire ed osservare delle regole etiche, soprattutto nei riguardi dell'equità, della verità, della giustizia, della decenza e del rispetto della vita;
e) a elaborare delle strategie che incoraggino un accesso più esteso, più rappresentativo e responsabile ai media;
f) a esercitare un ruolo profetico prendendo la parola al momento giusto, allorché si tratta di sostenere il punto di vista del Vangelo in rapporto alle dimensioni morali di importanti questioni d'interesse pubblico.
Città del Vaticano, 22 febbraio 1992, Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo.
+ John P. Foley, Presidente
Mons. Pierfranco Pastore, Segretario
Note
(1) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, nn. 12-23, in AAS, LXXXIII (1991), pp. 807-821.
(2) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(3) Communio et progressio, n. 187, in AAS, LXIII (1971), pp. 655-656.
(4) GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la XXIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, in L'Osservatore Romano, 25-1-1990, p. 6; cf Gaudium et Spes, n. 5, in AAS, LVIII (1966), p. 1028.
(5) Ibid.
(6) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni sociali, n. 1, Città del Vaticano, 1989.
(7) Inter mirifica, n. 4, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(8) Communio et progressio, n. 11, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(9) Rm. 1, 20.
(10) Gv. 1, 14.
(11) Ef. 1, 23; 4, 10.
(12) 1 Cor. 15, 28; Communio et progressio, n. 11, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(13) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Pornografia e violenza nei mezzi di comunicazione sociale: una risposta pastorale, n. 7, Città del Vaticano, 1989.
(14) GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo rei socialis, n. 46, in AAS, LXXX (1988), p. 579.
(15) Gaudium et spes, n. 11, in AAS, LVIII (1966), p. 1034.
(16) Cf PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 20, in AAS, LXVIII (1976), pp. 18-19.
(17) Cf Inter mirifica, n. 3, in AAS, LVI (1964), p. 146.
(18) Lumen gentium, n. 1, in AAS, LVII (1965), p. 5
(19) Cf Communio et progressio, n. 12, in AAS, LXIII (1971), p. 598.
(20) Communio et progressio, nn. 114-121, in AAS, LXIII (1971), pp. 634-636.
(21) Cf Can. 212.2, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(22) Cf Can. 212.3, in AAS, LXXV, 2 (1983), p. 34.
(23) Congregazione per la Dottrina de]la Fede, Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, n. 30, in AAS, LXXXII (1990), P. 1562.
(24) Cf ibid. , n. 35, in AAS, LXXXII (1990), p. 1565.
(25) PAOLO VI, Evangelii nuntiandi, n. 45, in AAS, LXVIII (1976), p. 35.
(26) GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(27) Cf GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus, n. 41, in AAS, LXXXXII (1991), p. 841.
(28) GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici, n. 44, in AAS, LXXXI (1989), p. 480.
(29) Ibid., p. 481.
(30) Cf Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti per la formazione dei futuri sacerdoti circa gli strumenti delle comunicazioni sociali, Città del Vaticano, 1986.
(31) Cf GIOVANNI PAOLO II, Redemptoris missio, n. 37, c, in AAS, LXXXIII (1991), p. 285.
(32) Ibid.
(33) Communio et progressio, n. 2, in AAS, LXIII (1971), pp. 593-594.
(34) Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Criteri di collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni sociali, n. 14, Città del Vaticano, 1989.
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