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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - In sala da oggi un film delicato sull’adolescenza, le difficoltà del crescere, la fragilità delle relazioni: Pietro Reggiani dirige “La dolce arte di esistere”, un film insolito e lodevole nel panorama del cinema italiano. Il servizio di Padre Luca Pellegrini:

Massimo sente su di lui l’attenzione spasmodica dei genitori. Oltre all'insicurezza, questo lo rende fragile e spesso del tutto invisibile. Mentre quelli di Roberta non si curano di lei mentre vorrebbe che qualcuno la vedesse davvero, le prestasse quel minimo di premura affettuosa. Quando questo non succede, il nulla la inghiottisce e diventa anche lei invisibile. Pietro Reggiani ha diretto con mano leggera – “volatile”, precisa – la sua opera seconda, “La dolce arte di esistere”, nella quale i due giovani e bravi protagonisti affrontano - nella famiglia, con gli amici, a scuola, sul lavoro – gli scogli e le difficoltà dell’adolescenza con questa loro propensione a sparire quando le pressioni emotive si fanno troppo forti o troppo deboli. Fino a quando da un improbabile incontro forse nascerà tra loro un affetto duraturo, oltre alla visibilità definitiva. Abbiamo chiesto al regista veronese com’è nata l’idea di questo film delicato, originale e minimalista:

R. - Diciamo che mi piace cercare dei paradossi per raccontare delle situazioni. Quindi non trovavo convincente che la metafora di diventare invisibile potesse raccontare una difficoltà a vivere, quando ho capito che potevano essere due invisibilità opposte - quindi di chi scompare perché incapace di resistere alla pressioni e chi invece scompare perché ha assolutamente bisogno di poter aver delle attenzioni - mi è sembrato che ci fosse una chiave per poter poi andare a fare una panoramica. Mi piace che fossero le storie di questi due personaggi e soprattutto del mondo che li circondava.

D. - Perché per lei esistere può anche essere una dolce arte?

R. – Certe volte esistere può essere veramente faticoso, veramente difficile riuscire a trovare un proprio equilibrio, ma - al tempo stesso - poterlo raggiungere significa andare verso una dolcezza. Quindi è una speranza che tutti abbiamo, quella cioè di riuscire ad equilibrarci meglio e ad avere un rapporto migliore con il mondo e quindi andare verso la dolcezza.

D. - Tutto è raccontato senza mai una volgarità…

R. – Io trovo che la volgarità sia soltanto qualcosa che poi allontana da qualcosa di più profondo, ma anche di più divertente…

D. - Cosa dovrebbero ricordare i giovani spettatori di queste "sparizioni"?

R. – Credo che il film sia positivo ed apra alla speranza di sapere che se anche abbiamo grandi difficoltà, anche se abbiamo grande tensioni, la possibilità di riuscire ad affrontarle e a risolverle c’è e va seguita, rincorsa, con la fiducia che ce la si possa fare.

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Roma (L'Avvenire) L’intenzione era e resta buona. Ma il risultato presta il fianco a numerose perplessità. Shades of Truth (Sfumature di verità), il film di Liana Marabini su Pio XII presentato ieri a Roma in anteprima mondiale, parte infatti da un lodevole scopo. Riaccendere i riflettori sulla figura di Papa Pacelli e farlo questa volta non in termini negativi, ma per cancellare i tanti luoghi comuni sull’operato del Pontefice in rapporto all’Olocausto. La regista, che firma anche la sceneggiatura, cerca dunque di dimostrare che Pio XII si adoperò in molti modi per salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla deportazione e quindi dalla morte (800mila secondo lei).

Perciò, nel raccontare la sua storia, che ha per protagonista un giornalista ebreo americano (figura di fantasia con radici nella realtà), fa riferimento a molte acquisizioni della storiografia più recente sull’argomento, cita testimonianze e documenti e regala persino un cameo al vaticanista Andrea Tornielli (impersonato da un attore). Tuttavia il lavoro (nel cui cast figurano nomi di tutto rispetto come Giancarlo Giannini, Remo Girone e Cristopher Lambert, oltre a Gedeon Burkhard di Il commissario Rex) non va oltre l’orizzonte dell’apologetica di maniera, risultando in alcuni passaggi calligrafico al limite dell’ingenuità. Inoltre, e non se ne comprende bene il motivo, Marabini inserisce alcune digressioni nella narrazione che appaiono del tutto fuori luogo anche e soprattutto rispetto all’intenzione originaria del film. Ad esempio quando fa esprimere a un cardinale (interpretato da Lambert) la preoccupazione per una possibile revisione, da parte della Chiesa latina, del celibato sacerdotale (ma quando mai?!) e soprattutto nella scena in cui sempre lo stesso personaggio suggerisce una possibile contrapposizione tra l’atteggiamento di Benedetto XVI e quello di Francesco rispetto alla causa di beatificazione di Pacelli, quasi che quest’ultimo stesse bloccando tutto. Sembra infatti quasi superfluo ricordare che dopo la proclamazione delle virtù eroiche di Pio XII (avvenuta nel 2009), si attende ora il miracolo attribuito alla sua intercessione. Un evento soprannaturale che non è nel potere di nessun Papa affrettare o ritardare.

Ieri, a pellicola appena proiettata, anche L’Osservatore Romano ha espresso il proprio disappunto. «Non è certo con lavori come Shades of Truth – si legge nel numero oggi in edicola – che si aiuta la comprensione storica dell’operato di Pio XII e della sua Chiesa nei confronti del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale. Perché – aggiunge il quotidiano d’Oltretevere – quando i mezzi produttivi e artistici non sono all’altezza di un compito di tale spessore, allora è meglio rinunciare». Secondo L’Osservatore, «la regista Liana Marabini affronta con un atteggiamento volenteroso i limiti di una produzione piccolissima. Eppure anche con ambientazioni un po’ arrangiate e pochi attori si poteva fare molto meglio. Dal punto di vista del dossier storico siamo ai minimi termini, anche se qua e là filtrano ovviamente spiragli di verità, ma è nel tentativo francamente maldestro di dare forma drammaturgica al tutto che l’autrice rende il prodotto complessivo ingenuo e di conseguenza poco credibile». Molto meglio sullo stesso argomento, a parere del giornale della Santa Sede, una fiction Rai del 2010, targata Lux Vide.

Protagonista di Sfumature di verità è l’attore statunitense David Wall, nel ruolo di un giornalista italo-americano di origine ebraica, David Milano, cui viene commissionata un’inchiesta su Papa Pacelli. Mentre indaga, il cronista vede crollare la sua convinzione che fosse il «Papa di Hitler» e, soprattutto grazie all’aiuto dell’amico sacerdote Roberto Savinelli, riesce a consultare alcuni documenti dell’Archivio Segreto Vaticano. Incontra inoltre alcuni sopravvissuti della Shoah, che hanno avuto la vita salva grazie all’intervento di Pacelli e apprende la storia di Israel Zolli, rabbinocapo di Roma durante l’occupazione nazista, che alla fine della guerra si fa battezzare e prende il nome di Eugenio, in segno di riconoscenza verso il Papa, il cui nome era appunto Eugenio.

Anche il protagonista subisce una trasformazione interiore. Una notte sogna Pio XII che accanto alla croce pettorale porta cucita sulla veste bianca una stella di David gialla, la stessa che gli ebrei furono costretti a indossare in quell’infausto periodo (la regista ha voluto farne anche il cartellone del film e la scelta ha già suscitato qualche reazione non proprio favorevole). Il giornalista giunge infine al culmine del suo cammino verso la verità quando scopre che i suoi stessi genitori, morti in un incidente quando lui aveva un anno, erano stati salvati dalla deportazione grazie al Papa. Un destino comune a molti. Perché se forse non sono stati proprio 800mila, come sostiene la regista, gli ebrei salvati dal Papa, è indubbio che in tantissimi gli devono la vita. Direttamente o indirettamente. E almeno questa, più che una sfumatura, è la verità nuda e cruda.

Mimmo Muolo

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Nell’anniversario della nascita (2 marzo 1876) e dell’elezione al soglio pontificio (2 marzo 1939) di Eugenio Pacelli, è stato presentato a Roma in anteprima mondiale il film su Pio XII “Shades of Truth” (Sfumature di verità) diretto dalla regista Liana Marabini. La pellicola sarà proiettata a maggio al Festival di Cannes e a settembre a Filadelfia, in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie. Il film, realizzato attraverso testimonianze inedite di alcuni ebrei salvati da Pacelli - di cui è in corso il processo di Beatificazione - vuole mostrare l’inconsistenza della leggenda nera sui silenzi di Pio XII di fronte alla tragedia della Shoah. Protagonista della trama è David Milano, un giornalista italo-americano di origini ebraiche a cui viene affidata un'inchiesta su Papa Pacelli. “È stato lo Schindler del Vaticano” ha dichiarato la regista, ricordando che Pio XII salvò più di ottocentomila ebrei. Ma su quali fonti afferma questa tesi?

Ascoltiamo Liana Marabini al microfono di P. Luca Pellegrini:

R. – Tutte le fonti storiche esistenti che sono accessibili a tutti sia per verifica che per informazione. Temo che l’informazione sia bassa per molta gente. Tanto è vero, sappiamo, che da quando sono stati aperti al pubblico gli archivi segreti vaticani, pochissimi dei detrattori sono venuti ad analizzarli. Quindi l’invito anche attraverso il film di venire a farlo.

D. – Quale tipo di reazione si aspetta da parte della comunità ebraica?

R. – Siccome li considero fratelli, perché la nostra religione è ebraico-cristiana e i pilastri della nostra religione, Gesù, Maria, San Giuseppe, erano tutti ebrei, mi auguro che si comportino da fratelli perché i fratelli a volte possono litigare però nulla e niente può togliere il fatto che siano fratelli.

D. – Come nasce il personaggio di David Milano?

R. – Nasce da un personaggio reale, che esiste, che odiava Pio XII, che per puro caso si imbatte in una conversazione e quella conversazione gli apre una specie di finestra dell’anima, una voce interiore, che gli dice: “Stai sbagliando, perché se questa persona pensa diversamente da me hai almeno il dovere di vedere perché pensa diversamente da te”. E questo signore si è messo a studiare tutti i documenti su cui ha potuto mettere le mani, ha cambiato talmente tanto parere, lui, ebreo di New York, che addirittura ha creato una fondazione che in parte è dedicata alla ricerca su Pio XII. E devo dire che mi ha messo a disposizione con molta generosità anche tutti i documenti di cui loro dispongono che sono un’enormità.

D. – Al termine delle proiezione che cosa vorrebbe o auspicherebbe portasse con sé lo spettatore?

R.  – Vorrei portasse con sé il desiderio della gratitudine verso questo grande Papa e anche il desiderio di giustizia perché chi è vittima di ingiustizia soffre moltissimo, soffre di solitudine e di impotenza e ritengo che Pio XII sia vittima di un’enorme ingiustizia e vorrei che lo spettatore portasse via con sé questo: il desiderio di giustizia e di gratitudine.

D.  – Lei non teme le controversie …

R. – Siamo tutti nelle mani di Dio. Naturalmente siamo qua per rispondere a qualsiasi domanda, a qualsiasi dubbio. Penso che la conversazione e la discussione siano la cosa più bella fra esseri umani, quindi che ben venga!

D. – Qual è stato il momento più emozionante per lei nel corso della lavorazione del film?

R. – Sa qual è stata? Il giorno in cui abbiamo girato la scena del Papa con la stella di David cucita sulla veste, perché mai nella mia vita di cineasta ho assistito a tanto silenzio sul set. Per tutta la durata del tournage della scena c’è stato un silenzio, perfino le macchine non facevano i soliti rumori: c’è sempre qualche piccolo fruscio, non c’era nemmeno questo. Era un silenzio emozionante e due componenti della troupe avevano gli occhi umidi e questo per me è stato straordinario.

D. – Certo che è un’immagine molto forte questa…

R. – Sì, è molto forte, ma sentivo anche il bisogno di questo simbolo. Ecco quella veste ci riunisce, non ci divide, non dobbiamo essere divisi su questo. Perché un gentile amico ebreo ha detto, ha espresso proprio sulla stampa un suo parere dicendo: “Eh, sì, ha salvato indubbiamente qualche vita ebraica però avrei voluto che lui dicesse forte e chiara la sua disapprovazione, la sua condanna del nazismo”. Io rispondo a questo amico, dicendo che io preferisco i fatti alle parole e Pio XII ha fatto fatti e preferisco “qualche vita ebraica salvata”, come lui dice – e non era “qualche” ma tantissime –preferisco qualche vita salvata che qualche frase detta chiara e forte, che a volte può essere anche demagogica.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ arrivato anche nelle sale italiane il film diretto dalla regista afroamericana Ava DuVernay “Selma - La strada per la libertà”, protagonista l'attore inglese di origini nigeriane David Oyelowo nei panni di Martin Luther King. E' il racconto storicamente accurato di quanto accadde in Alabama nel 1965 nel corso delle proteste pacifiche della comunità afroamericana per ottenere il diritto di voto. Il servizio del Padre Luca Pellegrini.

Il 7 marzo 1965, seicento dimostranti di colore che partecipavano a una pacifica marcia, attraversando l'Alabama River sull'Edmund Pettus Bridge di Selma, nello Stato dell'Alabama, vennero caricati dalla guardia nazionale, bianca. Chiedevano uguali diritti di voto, negato in quelli Stati del Sud ancora gravati dalle forme più cupe e odiose di razzismo. Per l'America si apriva in casa il fronte di una guerra, mentre nella lontanissima Asia se ne stava combattendo un'altra inutile e tragica. Qualche giorno più tardi un pastore evangelico di Boston, James Reeb, unitosi a una seconda marcia condotta da Martin Luther King, moriva con il cranio fracassato per le percosse ricevute da alcuni segregazionisti, bianchi. Dovevano passare mesi di violenze, sdegni nazionali e una buona dose di faide politiche perché il Presidente Johnson firmasse, il 6 agosto 1965, lo storico "Voting Rights Act" col quale assicurava il diritto di voto a tutta la popolazione afroamericana. Il film racconta in modo appassionato questi eventi ed è importante che a narrarli sia stata chiamata una donna, perché la comunità femminile nera, sulla quale gravavano ancora forme di sessismo, ebbe un ruolo da protagonista nella lotta pacifica che caratterizzò tutti gli anni '60, culminando nell'assassinio del reverendo King, avvenuto nel 1968. La regista precisa alcuni aspetti del suo lavoro.

R. – I focused on a story about…
Mi sono concentrata su una storia di personaggi, perché ho davvero visto il dott. King come un uomo comune che ha fatto una cosa straordinaria. E tutte quelle persone erano persone comuni che sono andate oltre quello che tutti pensavano potessero fare. Quindi, si pensa al dott. King come a una statua di pietra, a un discorso, come a un leader di marce, ma lui era un uomo, era un uomo morto all’età di 39 anni, mentre lottava per la libertà, che tutti noi godiamo. E quindi quando si smonta il suo mito e si arriva all’uomo che era, cresci un poco dentro di te, perché sai che la forza interiore è davvero qualcosa che tutti hanno e, se la tiri fuori, puoi fare grandi cose.

D. - Come ha affrontato questo periodo storico?

R. – To tell the truth…
Il mio approccio è stato quello di dire la verità, il meglio che potevamo, perché la verità di quello che è accaduto, le vere persone che hanno agito, sono molto più avvincenti di qualsiasi personaggio tu possa inventare. Tutti quelli che si vedono nel film sono davvero vissuti, hanno davvero lottato e hanno davvero fatto queste cose. Sono così affascinanti e così ricchi!

D. - Che cosa offre secondo lei il film al pubblico?

R. – We invite people to see a film…
Abbiamo invitato le persone a vedere un film sulla resistenza. C’è una sorta di bellezza nel resistere a quello che tu sai non essere vero. E la menzogna cui le persone in questo film, e le persone che hanno davvero vissuto, hanno resistito è rappresentata dal far  sentire qualcuno essere inferiore. Essere nero, nel 1965, in Alabama significava questo. Ma anche nel 2014-15, è sentito come qualcosa che non va bene. Nessuno è inferiore a qualcun altro e le barriere, le strutture, i sistemi collocati intorno a noi, che servono a far sentire questa inferiorità, non sono mai veri. Quindi, guardare svolgersi una storia in cui le persone hanno trionfato su quella menzogna è qualcosa di universale.

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Roma (PCCS)  – Tutta la verità su Pio XII in un film-inchiesta con un cast internazionale e una tesi di fondo: Papa Pacelli fu “lo Schindler del Vaticano”. È quanto dimostra Shades of Truth (Sfumature di verità), il film che indaga sulla grande figura di Pio XII, ingiustamente ritenuto il “Papa di Hitler”. Scritto e diretto dalla regista Liana Marabini, il film – che sarà presentato in anteprima mondiale il 2 marzo in Vaticano (Istituto Maria Santissima Bambina) – vede la partecipazione, tra gli altri, degli attori Christopher Lambert, Gedeon Burkhard, David Wall, Marie-Christine Barrault, Giancarlo Giannini e Remo Girone.

Prodotta da Condor Pictures, in associazione con Liamar Media World, la pellicola è basata sul contenuto di circa 100mila pagine di documenti e testimonianze poco note o inedite di ebrei sopravvissuti all’Olocausto, salvati dalla deportazione grazie all’intervento di Papa Pacelli, che la regista ha studiato per cinque anni. Un’attività diplomatica che permise di salvare la vita a 800.000 ebrei.

Le riprese sono state effettuate a Roma, Berlino, New York, Lisbona, in Vaticano e molti interni sono stati girati in provincia di Asti.
 
Protagonista del film è l’attore americano David Wall, nel ruolo di un giornalista italo-americano di origine ebraica, David Milano, cui viene commissionata un’inchiestasu Papa Pacelli. Mentre indaga sulla storia di Pio XII, il cronista vede crollare la sua convinzione che fosse il “Papa di Hitler”. Grazie all’aiuto dell’amico sacerdote Roberto Savinelli, interpretato dall’attore tedesco Gedeon Burkhard (diretto da Tarantino nel film Inglourious Basterds e protagonista delle fiction Il commissario Rex e Alerte Cobra), David riesce ad addentrarsi nei misteri dell’Archivio Segreto Vaticano, dove studia documenti e immagini del tempo e conosce il postulatore della causa di beatificazione di Pio XII. David incontra dei sopravvissuti della Shoah, che hanno avuto la vita salva grazie all’intervento di Pacelli. Apprende ad esempio la storia di Israel Zoll, rabbino-capo di Roma durante l’occupazione nazista, che alla fine della guerra si fa battezzare e prende il nome di Eugenio Zolli, in segno di riconoscenza verso il Papa, il cui nome era appuntoEugenio. David subisce una crisi personale, scoprendo alla fine che i suoi stessi genitori, morti in un incidente quando lui era un neonato, erano stati salvati dalla deportazione quando erano bambini proprio grazie al Papa che lui aveva fino ad allora stigmatizzato.

Nel cast di Shades of Truth figurano anche Christopher Lambert, nel ruolo del cardinale Salvemini, coinvolto nella causa di beatificazione di Pio XII, Giancarlo Giannini, che interpreta l’agente del Mossad (i servizi segreti israeliani) Aaron Azulai, Remo Girone nel ruolo del novantenne Soares, ex impiegato addetto ai visti dell’ambasciata portoghese di Roma, l’attrice francese Marie-Christine Barrault, vedova di Roger Vadim, nel ruolo di madre Maria Angelica, che da hippy degli anni Settanta diventa superiora di un monastero di clausura.

Shades of Truth sarà proiettato in anteprima mondiale in Vaticano (Istituto Maria Santissima Bambina), il prossimo 2 marzo, anniversario della nascita di Eugenio Pacelli (1876) e della sua elezione al soglio di Pietro con il nome di Pio XII (1939). (L'entrata è su invito, da esibire all'ingresso). A maggio sarà presentato fuori concorso a Cannes e a settembre negli Stati Uniti durante l’Incontro mondiale delle Famiglie a Philadelphia, al quale interverrà anche Papa Francesco.

Il film uscirà in 335 sale cinematografiche italiane, in 280 sale francesi, in Belgio, Germania, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Australia, Spagna e Portogallo, per poi approdare in televisione

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da oggi con il "Biagio day" l'Associazione Cattolica Esercenti Cinema inaugura una nuova modalità distributiva a sostegno di un cinema di qualità e ispirato ai valori cristiani. Il film, che viene aiutato nella distribuzione, è “Biagio” di Pasquale Scimeca sulla figura del missionario laico della carità che opera a Palermo. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

Radicale e rivoluzionario nella carità, Biagio, missionario laico nella sua Sicilia, è vicino tutti i giorni ai poveri e agli abbandonati, porzione d'umanità che la società rifiuta e nasconde, ma che è carissima agli occhi della Chiesa. Nutrendo una devozione profonda per San Francesco, Pasquale Scimeca ha cercato per anni un personaggio che potesse ispirargli il soggetto di un film. Per caso si è imbattuto nel fondatore della Missione di Speranza e Carità di Palermo, ma non per caso ha dedicato molte delle sue forze e del suo entusiasmo per portare a termine il suo lavoro, Biagio, protagonista Marcello Mazzarella. Abbiamo chiesto al regista siciliano perché un film su questo personaggio.

R. - Il mio film su Biagio in realtà racconta una storia che nasce da un ragazzo che entra in crisi perché non si riconosce più nei valori della civiltà del consumismo - quindi nell’arricchimento, nella ricerca spasmodica del denaro - e si mette in cammino, prima di tutto, alla ricerca di sé stesso, quindi di un’unità dell’essere umano che comprenda anche Dio che si fa uomo; sente il bisogno di conoscere profondamente l’animo degli uomini. Alla fine, troverà questa fede, troverà Dio. La conquista della fede da parte di Biagio non è il frutto di paure o di dogmi; in queste libertà lui trova Dio e lo trova - così come san Francesco ci insegna - guardando in faccia i propri fratelli, i poveri, gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, i barboni, i migranti … E quindi, dedicando la sua esistenza ai propri fratelli, trova questa fede che lo rende libero, sereno, che poi credo sia la cosa più importante.

D. - Che cosa può insegnare la figura di Biagio ai giovani?

R. - Io sono convinto che l’arte debba essere anche riempita di contenuti. Vorrei che un ragazzo, un giovane che vede questo film possa capire questo: bisogna avere un pensiero diverso; c’è una strada che si può seguire nel proprio stare al mondo che non è quella che la nostra società ci impone o cerca di imporci. Quindi vorrei che la figura di Biagio, la sua presenza e la sua testimonianza, possano servire come esempio e un tentativo di indicare una strada possibile nel nostro stare al mondo e nel costruire il nostro stare al mondo sia per quanto riguarda il rapporto con sé stessi, quindi la ricerca di una serenità nell’affrontare le cose, sia nel rapporto con gli altri, nel rapporto con la comunità degli uomini nella quale viviamo.

Un film con queste caratteristiche ha faticato non poco a trovare spazio nelle sale. Con il “Biagio day” l’Acec inaugura una distribuzione innovativa. Il segretario generale dell'Associazione, Francesco Giraldo, spiega di cosa si tratta.

R. – “Biagio day” è un’iniziativa innovativa che vede più di 150 sale coinvolte - non solo sale della comunità, ma anche sale commerciali dal Nord al Sud Italia per promuovere il film Biagio "scavalcando" gli agenti locali che sono un po’ lo snodo critico in questo momento nella filiera cinematografica e non permettono che tutti quei film di qualità, che ci conducono all’interno di un problema fondamentale che è quello della trasmissione della fede nel mondo contemporaneo, possano arrivare alle sale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Arriva giovedì prossimo sugli schermi italiani "Exodus - Dei e Re", il film che Ridley Scott dedica al fratello Tony scomparso due anni fa. Ispirato al libro dell'Esodo, il regista racconta in modo epico e spettacolare la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto e fa di Mosè un guerriero audace, un eroe coraggioso e un uomo tormentato nel rispondere alla chiamata di Dio. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il faraone Seti: "Mosè, Ramses: voi siete cresciuti insieme come fratelli, abbiate cura l'uno dell'altro".
Mosè: "Sempre"

Una spada d'oro forgiata per un dio di carne e un cuore umano che non sa di doverLo incontrare. Il faraone Ramses attende di essere adorato dal suo popolo mentre è servito dagli Israeliti sottomessi in schiavitù; Mosè sente l'inquietudine scorrergli nel sangue perché sa di dover affrontare prima o poi la sua origine, adorando e servendo l'unico vero Dio. L'uno e l'altro si fronteggiano, perche saranno le loro ragioni opposte a crearli nemici, dopo che un destino li aveva resi fratelli. Tanti episodi della Bibbia sono rafforzati da un flusso narrativo epico punteggiato di forti emozioni e proporzioni che il cinema molte volte ha ceduto alla tentazione di raccontare, enfatizzando l'aspetto mitico e manipolando quello teologico e scritturistico. Se Ridley Scott, come altri registi, non è esente nel suo "Exodus - Dei e Re" - sette anni di gestazione, 140 milioni di dollari d’investimento, suggestivo 3D - da errori storici, omissioni bibliche e una calcolata, parziale infedeltà ai testi sacri, va detto che nulla lascia di intentato nel rendere visivamente avvincenti alcune delle pagine più famose dell'Esodo. E pur concedendosi le libertà che inevitabilmente un regista avoca a sé, dirige un film che ha il pregio di concentrarsi tutto sulla personalità difficile e tormentata di Mosè, rendendolo un comprensibile eroe moderno, dando giustamente spazio alla rivalità familiare con Ramses e ciò che la sua figura di egiziano, diametralmente opposta, rappresenta. Ma non è lo scontro immediato tra il politeismo e il monoteismo quello che potrebbe emergere da una lettura facile e strumentale, così come sono del tutto marginali e pretestuose le critiche che si sono addossate sul film, come se fosse in grado di avvalorare e corroborare le attuali piaghe che affliggono il mondo contemporaneo. Se gli attori hanno un certo colore della pelle, se i monumenti e i loro tempi di realizzazione non sono corretti, se alcune immagini possono essere di fantasia e la rappresentazione della personalità di un grande patriarca non accontenta tutte le interpretazioni che sono nate in seno alle diverse tradizioni religiose, questo non è motivo sufficiente - e non lo sarà mai nella storia del cinema - per disprezzare un film, che tale rimane.

Scott si concentra su un Mosè guerriero, dilaniato dall'identità che lo affligge, spaventato dal compito immane e doloroso che il Signore, che è il "Dio degli eserciti", gli vuole affidare. E' una figura epica, senz'altro, che convive con quella religiosa, nell'alveo - delicato e terribile insieme - della storia della salvezza. E il film regge la spettacolarizzazione dell'Egitto e dei popoli in guerra, accreditando a Scott anche il coraggio, inusitato oggi in tempi di scontri e intolleranze fratricide, di riproporre la Bibbia e una delle figure più amate e conosciute raccontata nelle sue pagine. Alcuni personaggi - scelta necessaria - rimangono seminascosti (Aronne, Miriam e la moglie Zippora), alcuni segmenti e oggetti del racconto vengono messi in ombra o del tutto omessi, alcuni dialoghi giustamente attualizzati, ma il Mosè di Christian Bale, così inserito in un dramma prima di tutto familiare, che esplode poi in quello di una civiltà e due popoli, è frutto di un importante lavoro d'attore. Fin da quando è costretto ad ascoltare la voce del Signore - rappresentato, con una scelta pur discutibile ma efficace, nelle vesti di un bambino né tenero né accondiscendente ma radicalmente determinato - che lo interpella mentre lui è bloccato in una morsa di fango, quello da cui Adamo il peccatore era stato forgiato e lui, il liberatore, riemerge spaventato.

Ci sono momenti bellissimi nel film: le piaghe, appunto, che scaturiscono l'una dall'altra come da una natura impazzita e terribile, fino al buio della notte e della morte; le frastagliate personalità di israeliti e egiziani, che difendono le loro ragioni; la riflessione sul potere, messa in bocca al vecchio faraone Seti morente; la forgiatura delle Tavole della Legge, nelle quali l'uomo Mosè è coinvolto perché saranno Comandamenti ai quali da quel momento tutta l'umanità, e non solo Israele, sarà chiamata all'osservanza. Magniloquente e intimo, "Exodus" arriva teso alla resa dei conti finale tra fratelli e popoli, con il Mar Rosso che si placa e furioso si richiude, segno anche della divisione che da quelle acque scaturisce. E poi ecco Mosè, canuto, affaticato e indebolito, che protegge con piccoli gesti l'Arca dell'Alleanza, accarezzandola: segno di riverenza e affetto per la presenza del Signore tra il suo popolo e, da allora, anche nella nostra storia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ arrivato finalmente sugli schermi italiani “Cristiada” - in alcune città e il 5 novembre a Roma -, una impegnativa produzione cinematografica messicana sulla rivolta dei “cristeros”, esplosa sul finire degli anni ’20 del secolo scorso contro le leggi anticattoliche e laiciste volute dal governo massone e socialista del Messico. Il servizio di Luca Pellegrini:

Le logge contro le chiese, un sedicente illuminismo riformista contro una vituperata metafisica, le leggi della plutocrazia contro le tradizioni della fede: un periodo turbolento si scatena nella prima metà del ‘900 in Messico, quando la massoneria al potere si scaglia contro un cattolicesimo radicato. Fu la guerra dei cosiddetti cristeros, il cui nome deriva da Cristos Reyes, i "Cristi-Re", come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di "Viva Cristo Re!", riprendendo il tema della regalità di Cristo, all'epoca molto popolare e in sintonia con l'istituzione della festa di Cristo Re proclamata nel 1925 da Pio XI.

Una guerra civile nata con l’imposizione di leggi laiciste e oppressive imposte dal nuovo presidente messicano, massone e intransigente, il generale Plutarco Elías Calles, modernizzatore a suo modo, amico delle lobby statunitensi e filosocialista. Su quei fatti ancora poco divulgati, e poco nobili per tutti, che finirono con una resa comune gravida di conseguenze, in cui brillarono intolleranze e fanatismi, ma anche molti dei martiri della terra messicana, Cristiada, apre un sipario tragico e magniloquente.

La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue. Dean Wright firma con questo soggetto impegnativo la sua prima regia  e per l’occasione viene chiamato un cast di stelle cine-televisive: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac, convinti dall’intraprendente, giovane produttore messicano Pablo Jose Barroso per una produzione da 40 milioni di dollari, la più impegnativa nella storia del cinema del suo Paese.

"Un film uscito dal cuore – confessa il produttore – e non da un calcolo politico. Per dare un’immagine autentica del popolo messicano, della sua lotta per la libertà di culto e di religione ed evitare che questo passato ritorni”.

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Roma.- Il film "E FU SERA E FU MATTINA", prende spunto dalla GENESI.

E' stato girato in Piemonte tra le Langhe e il Roero da un gruppo di giovani (età media 27 anni) nell'estate del 2012, il regista è Emanuele Caruso (28 anni di ALBA) alla sua opera prima.
E' ambientato in un piccolo paese piemontese e parla del valore del tempo e della quotidianità dell'essere umano.

Il protagonista del film è il parroco Francesco e la storia propone allo spettatore spunti di riflessione cristiani, interrogandoci sui valori davvero importanti della nostra vita .

Le varie diocesi ci stanno supportando in ogni città dove il film viene proiettato. In particolare la Diocesi di Torino e in tutto il Piemonte si sono mobilitati per questo film, portando molti sacerdoti e persone a vederlo.

Tra poco il film arriverà a Roma, sarà in programmazione al Multisala Lux dal 15 al 21 maggio.

Vorremmo chiedervi come Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, di aiutarci con il passaparola su Roma, attraverso le vostre pubblicazioni, le vostre mailing list e contatti in Diocesi.

Stiamo distribuendo da soli questo film, tra mille difficoltà.

E FU SERA E FU MATTINA vive di passaparola e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per sostenere un cinema indipendente di qualità fatto da giovani che provano a "dire qualcosa".

A questo link potete visionare una parte della rassegna stampa, troverete alcuni dei molti articoli usciti ad oggi sul film:

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Roma- Esce dal 27 marzo in un centinaio di sale della comunità Acec (Associazione Cattolica Esercenti Cinema) il film d’animazione “Cuccioli - Il paese del vento” di Sergio Manfio, che affronta il tema delle energie rinnovabili, in particolare quella eolica. Solo nelle sale ACEC, rispetto agli altri circuiti distributivi, i bambini che vedranno il film riceveranno il gioco da tavolo ideato per sensibilizzarli sul tema delle fonti energetiche, ma anche per stimolare la lettura di passi della Bibbia che parlano del “soffio” di Dio, della sua presenza nel vento e del suo Spirito.

L’iniziativa nata all’interno dell’Acec, ha chiesto la collaborazione di Gruppo Alcuni, produttore dei cartoni animati “Cuccioli”, per mettere a disposizione di tutte le Sale della Comunità il gioco in questione. «L’occasione di poter corredare l’uscita di un film nelle Sale della Comunità – spiega Mons. Roberto Busti, Presidente dell’Acec – con materiali didattici che stimolino i bambini e le loro famiglie a leggere la Bibbia, ci è sembrata un’opportunità da non perdere, soprattutto perché in linea con le nostre finalità didattiche». Sul sito www.acec.it  sarà possibile scaricare anche un’apposita scheda pastorale redatta da Arianna Prevedello, collaboratrice editoriale dell’Associazione.

La proposta pastorale ha avuto la sua genesi all’interno dell’Ufficio comunicazioni sociali della diocesi di Padova. «L’intuizione che i video di animazione diffusi attraverso i canali commerciali potessero diventare strumento utile ai percorsi di formazione e catechesi – spiega don Marco Sanavio, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e delegato Acec Padova – ci ha stimolato a intessere nuovi rapporti tra sale della comunità ed educatori. Il film “Cuccioli: il paese del vento” ci offre una nuova prospettiva per collegare cartoni animati e brani della Sacra Scrittura che desideriamo mettere a disposizione di famiglie, educatori e formatori della penisola».

Il regista Sergio Manfio, dando voce al Gruppo Alcuni, aggiunge: «Desideriamo raccontare ai bambini attraverso questo prodotto di animazione che esiste uno sviluppo sostenibile e si possono sfruttare energie rinnovabili nel rispetto dell’ambiente, come quella eolica». «I Cuccioli – prosegue suo fratello Francesco, produttore del lungometraggio – sono personaggi non violenti, che non rincorrono mai una competitività esasperata ma utilizzano la cooperazione, la solidarietà reciproca e la creatività per risolvere i problemi che si presentano sul loro percorso».

 http://youtu.be/TpogDVtLlOA
 http://youtu.be/AZpdq-UgRe8

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