Chiesa e Comunicazione

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Osservatore Romano.- Il cinema purtroppo non è solo una forma d’arte, ma anche, se non soprattutto, un’industria. E in nove casi su dieci il remake è il prodotto più derivativo e spudorato di quest’industria, confezionato appositamente per sfruttare il titolo di un film precedente alla stregua d’un semplice franchise. Attirando così facilmente un pubblico illuso di poter rivivere il capolavoro che aveva amato anni prima, o quanto meno curioso di vedere come è stato stravolto.

Fa già rabbrividire per esempio la notizia di una Dolce vita in salsa americana, prevista sugli schermi nei prossimi mesi, e non è difficile prevedere che farà la fine di Nine, orribile remake di Otto e mezzo che pure aveva avuto almeno il pudore di non scontrarsi direttamente con Fellini in un duello alla pari, dirottando la storia sul territorio sostanzialmente franco del musical.

Ci sono però anche esempi di operazioni più sincere, in cui si è attinto all’opera originale per poi farne qualcosa di altrettanto personale. È il caso del recente Il nome del figlio, remake italiano del francese Cena tra amici, da cui la regista Francesca Archibugi riprende il meccanismo comico dell’assunto forse con meno smalto, ma a cui poi cerca di dare un maggiore spessore nel disegno dei personaggi e un più preciso e credibile contesto sociale.

Nella storia del cinema, d’altronde, non sono affatto mancati i casi in cui il remake ha eguagliato se non superato il film di partenza. E ciò è avvenuto quasi sempre quando quest’ultimo era a sua volta la trasposizione di un’opera letteraria o teatrale, non lo sviluppo di una sceneggiatura originale. Quando il modello è strettamente cinematografico è molto più difficile dire qualcosa di nuovo, perché si tende ovviamente all’emulazione.

La gloriosa stagione della commedia sofisticata americana degli anni Trenta è unanimamente considerata come uno dei periodi più felici del grande schermo. Ma due dei prodotti migliori di quest’epoca d’oro sono dei remake. L’orribile verità («The awful truth», Leo McCarey, 1937), classica remarriage comedy, è tratto da un’opera teatrale di cui erano già state portate sullo schermo due versioni, superate in questo caso grazie a una coppia irresistibile come quella formata da Cary Grant e dalla ingiustamente dimenticata Irene Dunne, e a una perfetta sceneggiatura dai ritmi screwball.

Anche uno dei migliori film di George Cukor, Incantesimo («Holyday», 1938), è tratto da un lavoro teatrale che era già stato portato sullo schermo pochi anni prima. Ma Cukor vi aggiunge il suo sottofondo amaro ed esistenziale e la sua altrettanto consueta capacità di analizzare la società degli anni Trenta, attraversata dalla Grande depressione e di conseguenza sospesa in un limbo fatto di incertezze e contraddizioni, incarnate qui dalla grande Katherine Hepburn. Il melodramma Magnifica ossessione («Magnificent obsession», di Douglas Sirk, 1954) sfrutta invece un romanzo già trasposto nel 1935.

La versione di Sirk però è nettamente superiore per stile. Che nel suo cinema coincide in gran parte con contenuto e poetica, grazie all’uso espressionista del colore e alla soffusa tensione figurativa, capaci di sintetizzare visivamente le dinamiche drammaturgiche. Anche Ombre malesi («The letter», di William Wyler, 1940) è tratto da un racconto di Maugham già adattato nel 1929, ma sono la regia e la memorabile interpretazione di Bette Davis a farne stavolta un capolavoro dalle tinte ambigue e torbide, vero capostipite non riconosciuto del noir americano, nonostante l’ambientazione esotica. Se c’è un genere che è invecchiato male, è la fantascienza degli anni Cinquanta.

L’esperimento del dottor K («The fly», di Kurt Neumann, 1958) fa in gran parte eccezione, riuscendo in molti momenti a essere inquietante. Ma La mosca (1986) di David Cronenberg gli è probabilmente superiore. Anche perché il regista canadese ne fa una convincente tappa del suo percorso sulle aberrazioni della tecnologia e della modernità, e sulla conseguente entropia fra organico e inorganico.

Altri esempi di remake felici sono — comprensibilmente — quelli firmati dallo stesso regista del film di partenza. L’esempio più noto è quello de L’uomo che sapeva troppo («The man who knew too much»), realizzato da Alfred Hitchcock prima nel Regno Unito nel 1934 e poi a Hollywood nel 1956, quando il maestro britannico aveva finalmente attorno a sé la produzione e i collaboratori capaci di rendere pienamente giustizia a questa appassionante spy-story, ritoccata in modo non decisivo nella sceneggiatura ma rivoluzionata nell’impatto estetico e soprattutto nel ritmo del montaggio.

di Emilio Ranzato

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - "Mirabile dictu" è il Festival internazionale del cinema cattolico, che si svolgerà a Roma fino al 25 giugno. La manifestazione, sotto l’alto patronato del Pontificio Consiglio della Cultura, mira a sostenere le opere che promuovono valori morali e modelli positivi. Tredici i film finalisti in concorso nelle diverse categorie. Eugenio Murrali ha chiesto alla regista e presidente, Liana Marabini, come sia nata l’iniziativa:

R. – Nasce da un desiderio di dare spazio e visibilità, in quell’immensa industria che è l’industria del cinema, a un genere molto specifico, il cinema cattolico: vale a dire, un cinema con dei film portatori di eroi positivi e valori morali.

D. – Quindi, un cinema differente?

R. – Sì, direi differente, perché il cinema cosiddetto di successo quasi sempre presenta eroi che sono sì avventurieri, ma in fondo sono eroi negativi. Abbiamo quindi pensato di puntare i riflettori su quegli eroi che ci trasmettono un modello di vita, che si rifanno un po’ a Gesù, perché è Gesù il modello di vita iniziale. Ecco perché questi film – che si svolgono e si producono ognuno nel proprio angolino e nel proprio Paese – avevano bisogno di un palcoscenico su cui potessero essere riuniti. Ogni anno, arrivano sempre più film e questa è una cosa straordinaria. Anche per questa edizione abbiamo ricevuto più di mille film…

D. – Quando voi selezionate questi film cosa cercate?

R. – La scelta è ispirata dal valore che il film può trasmettere: quindi dal suo valore ispirazionale, vale a dire dal suo potere di evangelizzazione. Sono film girati da registi anche importanti, con attori importanti, che mettono le vesti di personaggi che ci ispirano e che ci dicono: esiste qualcosa dopo la morte? La vostra esistenza va modellata in modo che quando arrivate alla fine della vita non abbiate niente di cui rimproverarvi.

D. – In questa edizione vediamo anche uno sguardo ampio sul mondo: la partecipazione internazionale è importante…

R. – Sì, è molto importante. Perché il Festival è internazionale, perché la Chiesa è internazionale. E’ l’unica organizzazione che appartiene a tutto il mondo. Abbiamo film che arrivano dal Libano, dal Paraguay, dalla Corea, dalla Francia, dalla Spagna… Siamo veramente molto contenti. Quest’anno, poi, ogni film presenta una storia di vita. Vorrei citare in particolare "Right Footed" di Nicholas Park, che ci racconta il caso di Jessica Cox, una ragazza nata senza braccia, ma – pensate –  la prima pilota con brevetto: ha ottenuto infatti un brevetto e pilota gli aerei senza braccia, usando solo le gambe. E’ anche cintura nera di karate… Abbiamo poi film bellissimi e documentari, sia tra i corti che tra i film per il cinema. “In my Brother's Shoes” è un cortometraggio che racconta la storia di un soldato americano: desiderava visitare il Vaticano, ma viene ucciso in Iraq. Quando i suoi effetti personali vengono inviati a casa, li riceve il fratello e trova le scarpe. Allora il fratello, per realizzare quel sogno, si mette le sue scarpe e fa questo viaggio in Vaticano dagli Stati Uniti e vede quello che il fratello avrebbe voluto vedere… Sono moltissimi i film. Tutti belli.

D. – Quindi ,storie di fede e di coraggio…

R. – Esatto. Per questo parlo di eroi positivi. Anche quando si nasce meno fortunati, con la fede – tutti questi personaggi hanno una forte fede – si riesce a superare qualsiasi ostacolo.

D. – C’è qualche particolarità quest’anno, qualche novità?

R. – Sì, ci sarà una novità, che sarà una specie di scoop: la comunicherò la sera delle premiazioni. Ma vorrei aggiungere questo: anche grazie al Festival notiamo uno sviluppo importante del film cattolico, a livello di grandi studios. Si è capito che il genere può essere molto, molto soddisfacente: per tutti, sia per chi li produce che per chi li guarda.

D. – Valore significa anche qualità…

R. – Qualità e soprattutto qualità dei messaggi trasmessi. Perché quello di cui oggi la gente ha bisogno sono modelli, sono messaggi che parlino al cuore. Siamo troppo spesso confrontati con modelli fisici di bellezza irraggiungibile o modelli finanziari di gente estremamente ricca. Ma ci sarà sempre uno più ricco o più bello di te… Quindi, abbiamo bisogno di modelli spirituali che sono quelli che mancano e questo tipo di film può assumersi questo ruolo: trasmettere un valore spirituale.

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Trento (religionfilm.com) - “Il dubbio e la fede”. Su questo tema, scelto per la 18° edizione del Religion Today Filmfestival, in programma a Trento e in varie località nel prossimo mese di ottobre, si sono cimentati i partecipanti al concorso di creatività giovanile indetto anche quest’anno dall’Associazione BiancoNero, che all’organizzazione del Festival sul dialogo tra cinema e religioni affianca un articolato progetto di attività dedicate alle scuole per una cultura del dialogo e della convivenza.

Sono oltre mille gli studenti di ogni ordine e grado raggiunti quest’anno attraverso incontri e esperienze laboratoriali impostate sul doppio binario dell’alfabetizzazione al linguaggio audiovisivo e dell’educazione alle diversità culturali e religiose. Al concorso, in particolare, hanno partecipato istituti scolastici da tutto il Trentino, ma anche classi di Bolzano e di Monza.

La cerimonia di premiazione si è svolta oggi presso il Centro Bernardo Clesio a Trento, alla presenza dei giovani autori e dei loro insegnanti. Sono stati premiati i migliori lavori per categoria e per fascia di età – elaborato grafico per le scuole del primo ciclo, testo e video per le classi del secondo ciclo di istruzione. Nel corso del mese di ottobre 2015, i vincitori potranno inoltre incontrare i registi e gli altri ospiti internazionali del 18° Religion Today e presentare i loro lavori per ricevere riscontri e suggerimenti. Tutte le opere premiate verranno inoltre valorizzate nell’ambito delle matinée per le scuole del Festival.

Gli studenti erano stati invitati ad elaborare la loro visione rispetto alla eterna dialettica tra fede e dubbio, inteso come linfa vitale che, in accordo con la saggezza spirituale comune alle diverse tradizioni religiose, impronta l’incessante ricerca di senso e risposte alle grandi domande dell’esistenza. Ma alcuni elaborati hanno colto anche il valore del dubbio – e di una fede autentica e non dogmatica – come argine alla violenza di vecchi e nuovi fondamentalismi che lacerano il nostro presente, travagliato da trasformazioni spesso subitanee e sconvolgenti. La giuria espressa dall’Associazione BiancoNero ha inoltre apprezzato la ricorrente e mai banale proposta di un concetto di fede aperta, attenta alle fondamentali verità etiche, al bene concreto, qui e ora, ravvisato soprattutto nel superamento dell’egoismo e nell’incontro e nella relazione con l’altro.

Di seguito l'elenco dei vincitori.

PRIMO CICLO DI ISTRUZIONE

Miglior elaborato grafico Ex aequo:
- “Il dubbio e la fede”, di Maddalena Martinelli, classe VB, Scuola primaria di Aldeno, Istituto Comprensivo Aldeno Mattarello
Per la puntuale interpretazione del tema proposto attraverso la rappresentazione sintetica del rapporto tra la visione scientifica e la visione religiosa e del mondo.

- “Il dubbio e la fede”, di Angela Calvetti e Alessia Bertè, classe VA, Scuola primaria di Serravalle, Istituto Comprensivo di Ala
Per la capacità di dare espressione visiva alla dialettica tra le domande e le differenze che albergano nella pluralità delle credenze e la convinta affermazione dell’unità della fede.

Menzione speciale
- “Fede: siamo nelle mani di Dio”, di Sofia Paternuosto, classe VB, Scuola primaria di Aldeno, Istituto Comprensivo Aldeno Mattarello
Per la composizione espressiva che intreccia il fiducioso abbandono nelle mani del Padre con la rappresentazione semplice e gioiosa dei doni e delle cose belle della vita.

SECONDO CICLO DI ISTRUZIONE

Miglior testo e menzione collettiva
“Biscotti bruciati”, di Andrea Bazzoli, Sofia Ruele, Gabriele Andretti, Luca Cestari, Lorenzo Passerini, classe IVA Ginnasio, Liceo classico “Giovanni Prati” di Trento
Per l’arguta “traduzione” del tema proposto in racconto, che con forza icastica ci invita a coltivare il dubbio come presupposto per conoscere – e superare – i nostri limiti. All’Istituto viene inoltre conferita una menzione collettiva per l’ampiezza e la profondità del lavoro svolto dalle numerosi classi coinvolte.

Menzione speciale
“La storia di Amithaba”, di Sara Longo, classe IVAL, Istituto di Istruzione “La Rosa Bianca” di Cavalese
Per il valore esemplare di una storia che nella “scoperta” della sofferenza del prossimo riconosce la premessa per passare dal fondamentalismo cieco ad una fede depurata dalla violenza.

Miglior video Ex aequo
- “Ubi est veritas?”, classe 2H, Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento
Per la cura e il controllo delle scelte artistico-visive che sostengono l’interpretazione simbolica del tema proposto evidenziando in modo non didascalico il nesso indissolubile tra dubbio e fede.
- “Il Samaritano 2.0”, classi IV SIA e IVB AFM, Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Felice e Gregorio Fontana” di Rovereto
Per un racconto che con impegno di realismo rilegge il tema della “fede in ricerca” in relazione con la denuncia del bullismo e delle differenze religiose e di genere.

Menzione speciale
- “La croce nel tassello”, Istituto Professionale Statale per l’Industria e l’Artigianato di Monza
Per la qualità tecnica e la capacità di attualizzare in modo semplice ma profondo e inaspettato temi difficili come l’umana fragilità e la sofferenza del giusto.

“Il dubbio e la fede”. Su questo tema, scelto per la 18° edizione del Religion Today Filmfestival, in programma a Trento e in varie località nel prossimo mese di ottobre, si sono cimentati i partecipanti al concorso di creatività giovanile indetto anche quest’anno dall’Associazione BiancoNero, che all’organizzazione del Festival sul dialogo tra cinema e religioni affianca un articolato progetto di attività dedicate alle scuole per una cultura del dialogo e della convivenza.
Sono oltre mille gli studenti di ogni ordine e grado raggiunti quest’anno attraverso incontri e esperienze laboratoriali impostate sul doppio binario dell’alfabetizzazione al linguaggio audiovisivo e dell’educazione alle diversità culturali e religiose. Al concorso, in particolare, hanno partecipato istituti scolastici da tutto il Trentino, ma anche classi di Bolzano e di Monza.
La cerimonia di premiazione si è svolta oggi presso il Centro Bernardo Clesio a Trento, alla presenza dei giovani autori e dei loro insegnanti. Sono stati premiati i migliori lavori per categoria e per fascia di età – elaborato grafico per le scuole del primo ciclo, testo e video per le classi del secondo ciclo di istruzione. Nel corso del mese di ottobre 2015, i vincitori potranno inoltre incontrare i registi e gli altri ospiti internazionali del 18° Religion Today e presentare i loro lavori per ricevere riscontri e suggerimenti. Tutte le opere premiate verranno inoltre valorizzate nell’ambito delle matinée per le scuole del Festival.
Gli studenti erano stati invitati ad elaborare la loro visione rispetto alla eterna dialettica tra fede e dubbio, inteso come linfa vitale che, in accordo con la saggezza spirituale comune alle diverse tradizioni religiose, impronta l’incessante ricerca di senso e risposte alle grandi domande dell’esistenza. Ma alcuni elaborati hanno colto anche il valore del dubbio – e di una fede autentica e non dogmatica – come argine alla violenza di vecchi e nuovi fondamentalismi che lacerano il nostro presente, travagliato da trasformazioni spesso subitanee e sconvolgenti. La giuria espressa dall’Associazione BiancoNero ha inoltre apprezzato la ricorrente e mai banale proposta di un concetto di fede aperta, attenta alle fondamentali verità etiche, al bene concreto, qui e ora, ravvisato soprattutto nel superamento dell’egoismo e nell’incontro e nella relazione con l’altro.

Di seguito l'elenco dei vincitori.

PRIMO CICLO DI ISTRUZIONE

Miglior elaborato grafico Ex aequo:
- “Il dubbio e la fede”, di Maddalena Martinelli, classe VB, Scuola primaria di Aldeno, Istituto Comprensivo Aldeno Mattarello
Per la puntuale interpretazione del tema proposto attraverso la rappresentazione sintetica del rapporto tra la visione scientifica e la visione religiosa e del mondo.

- “Il dubbio e la fede”, di Angela Calvetti e Alessia Bertè, classe VA, Scuola primaria di Serravalle, Istituto Comprensivo di Ala
Per la capacità di dare espressione visiva alla dialettica tra le domande e le differenze che albergano nella pluralità delle credenze e la convinta affermazione dell’unità della fede.

Menzione speciale
- “Fede: siamo nelle mani di Dio”, di Sofia Paternuosto, classe VB, Scuola primaria di Aldeno, Istituto Comprensivo Aldeno Mattarello
Per la composizione espressiva che intreccia il fiducioso abbandono nelle mani del Padre con la rappresentazione semplice e gioiosa dei doni e delle cose belle della vita.

SECONDO CICLO DI ISTRUZIONE

Miglior testo e menzione collettiva 
“Biscotti bruciati”, di Andrea Bazzoli, Sofia Ruele, Gabriele Andretti, Luca Cestari, Lorenzo Passerini, classe IVA Ginnasio, Liceo classico “Giovanni Prati” di Trento
Per l’arguta “traduzione” del tema proposto in racconto, che con forza icastica ci invita a coltivare il dubbio come presupposto per conoscere – e superare – i nostri limiti. All’Istituto viene inoltre conferita una menzione collettiva per l’ampiezza e la profondità del lavoro svolto dalle numerosi classi coinvolte.

Menzione speciale 
“La storia di Amithaba”, di Sara Longo, classe IVAL, Istituto di Istruzione “La Rosa Bianca” di Cavalese 
Per il valore esemplare di una storia che nella “scoperta” della sofferenza del prossimo riconosce la premessa per passare dal fondamentalismo cieco ad una fede depurata dalla violenza. 

Miglior video Ex aequo
- “Ubi est veritas?”, classe 2H, Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Trento
Per la cura e il controllo delle scelte artistico-visive che sostengono l’interpretazione simbolica del tema proposto evidenziando in modo non didascalico il nesso indissolubile tra dubbio e fede.
- “Il Samaritano 2.0”, classi IV SIA e IVB AFM, Istituto Tecnico Economico e Tecnologico “Felice e Gregorio Fontana” di Rovereto
Per un racconto che con impegno di realismo rilegge il tema della “fede in ricerca” in relazione con la denuncia del bullismo e delle differenze religiose e di genere.

Menzione speciale
- “La croce nel tassello”, Istituto Professionale Statale per l’Industria e l’Artigianato di Monza
Per la qualità tecnica e la capacità di attualizzare in modo semplice ma profondo e inaspettato temi difficili come l’umana fragilità e la sofferenza del giusto.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Mediterranea è il film dell'italo-americano Jonas Carpignano con il quale al Festival di Cannes approda il dramma dell'immigrazione verso l'Italia. Protagonisti due giovani dal Burkina Faso che seguiamo dall'Algeria a Rosarno, in Calabria. Il film viene presentato come opera prima nella sezione La Semaine de la critique....Il servizio da Cannes di Miriam Mauti

Il Festival di Cannes, nella sezione Semaine de la Critique, per le opere prime e seconde, ha presentato Mediterranea come un film sulla schiavitù moderna. E questo aspetto c'è sicuramente nella pellicola dell'italo americano Jonas Carpignano, che seguendo però il viaggio dal Burkina Faso fino a Rosarno, in Calabria, di Ayiva e Abas, racconta anche molto altro. “I miei personaggi sono due facce della stessa persona- ha spiegato Carpignano, classe 1984, arrivato a Rosarno per documentare gli incidenti del 2010, quando un gruppo di immigrati si ribellò alle condizioni di lavoro e di vita-  Rappresentano due possibili percorsi che si possono seguire quando ci si trasferisce in un paese straniero”.

Abas rifiuta i soprusi, le violenze, che cominciano già in terra d'Africa, quando vengono depredati sulla strada verso la Libia e poi abbandonati in mare dai mercanti di vite umane. Il suo migliore amico, Ayiva, sopporta tutto, pur di riuscire a trovare il modo di farsi raggiungere dalla famiglia. Ma insieme si ritroveranno in strada, quando l'esasperazione avrà raggiunto un punto di non ritorno: “Purtroppo ormai sappiamo molto di come migliaia di africani attraversano il Mediterraneo, ma poco sappiamo cosa accade a chi riesce a restare. Questo è stato il mio punto di partenza- ha detto ancora Carpignano- e volevo mostrare anche l'atteggiamento di chiaccoglie, ambiguo, in cui molti presentano lo sfruttamento della manopera come un atto di compassione. Ed il Mediterraneo diventa un luogo di conflitti, un luogo che non puo' essere definito ormai soltanto dai sui confini”. A Cannes con il regista, Koudous Seihon e Alassane Sy, che hanno interpretato la loro vita per il grande schermo.

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(Radio Vaticana) - Al festival di Cannes, ieri è stata  la volta di "Inside Out", il nuovo film dello studio Pixar della Disney. Un vero viaggio nella mente umana che ha divertito e riscosso molti consensi. Miriam Mauti:

La tristezza, la rabbia, la gioia di vivere, la paura, il disgusto. Sono le emozioni i protagonisti di Inside Out, presentato in prima mondiale al Festival di Cannes e con il quale la Disney Pixar di John Lasseter supera se stessa. In un viaggio colorato e commovente, ci porta nella mente, o meglio, nella personalità di Riley, la piccola protagonista, la cui vita seguiamo dal ponte di comando, dal quale le sue emozioni ne regolano la crescita e diventano i divertenti personaggi di Inside Out. Un percorso di crescita nella mente, nell'inconscio che conserva i ricordi, che supera le difficoltà, grazie alla gioia ma anche alla tristezza. Perchè per crescere i sentimenti, tutti, sono importanti. E quando tutto sembra crollare, è la  famiglia a soccorrerti, spina dorsale della crescita. Inside Out ha emozionato e divertito il pubblico del Festival di Cannes, condotto per mano nel processo di costruzione della personalità della piccola Riley. “Quando il regista e creatore della storia Pete Docter (già premio Oscar per Up) è venuto a raccontarmi la sua idea - ha spiegato John Lasseter, già Leone d'Oro alla carriera a Venezia - ho capito che sarebbe stato completamente nuovo, perchè dovevamo mettere in scena cose che ognuno di noi conosce, che fanno parte della nostra vita, ma che non ha mai visto rappresentato: le emozioni”.  

Difficile l'interpretazione per i più piccoli: “Ma - ha detto con ironia il regista - quando semplifichiamo, lo facciamo per gli adulti, non per i bambini”. Un soffio di emozioni dunque, mentre il concorso principale del Festival oggi - dopo tante storie d'amore e di lutto - affronta la tematica sociale della perdita del lavoro. Lo fa con La loi du marchè, il film di Stephane Brize con un bravissimo Vincent Lindon protagonista. La storia di un uomo che perde il lavoro, e deve reinventarsi, in una battaglia solitaria per sostenere la famiglia e mantenere la propria dignità. Ma sarà proprio in un posto nuovo di lavoro che si troverà ad affrontare la durezza delle leggi del mercato, che costringono i più deboli a cadere. Un film sul modello dei fratelli Dardenne, che pur senza raggiungere la grandezza di quei risultati, ha aperta una finestra efficace sul reale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - In sala da oggi un film delicato sull’adolescenza, le difficoltà del crescere, la fragilità delle relazioni: Pietro Reggiani dirige “La dolce arte di esistere”, un film insolito e lodevole nel panorama del cinema italiano. Il servizio di Padre Luca Pellegrini:

Massimo sente su di lui l’attenzione spasmodica dei genitori. Oltre all'insicurezza, questo lo rende fragile e spesso del tutto invisibile. Mentre quelli di Roberta non si curano di lei mentre vorrebbe che qualcuno la vedesse davvero, le prestasse quel minimo di premura affettuosa. Quando questo non succede, il nulla la inghiottisce e diventa anche lei invisibile. Pietro Reggiani ha diretto con mano leggera – “volatile”, precisa – la sua opera seconda, “La dolce arte di esistere”, nella quale i due giovani e bravi protagonisti affrontano - nella famiglia, con gli amici, a scuola, sul lavoro – gli scogli e le difficoltà dell’adolescenza con questa loro propensione a sparire quando le pressioni emotive si fanno troppo forti o troppo deboli. Fino a quando da un improbabile incontro forse nascerà tra loro un affetto duraturo, oltre alla visibilità definitiva. Abbiamo chiesto al regista veronese com’è nata l’idea di questo film delicato, originale e minimalista:

R. - Diciamo che mi piace cercare dei paradossi per raccontare delle situazioni. Quindi non trovavo convincente che la metafora di diventare invisibile potesse raccontare una difficoltà a vivere, quando ho capito che potevano essere due invisibilità opposte - quindi di chi scompare perché incapace di resistere alla pressioni e chi invece scompare perché ha assolutamente bisogno di poter aver delle attenzioni - mi è sembrato che ci fosse una chiave per poter poi andare a fare una panoramica. Mi piace che fossero le storie di questi due personaggi e soprattutto del mondo che li circondava.

D. - Perché per lei esistere può anche essere una dolce arte?

R. – Certe volte esistere può essere veramente faticoso, veramente difficile riuscire a trovare un proprio equilibrio, ma - al tempo stesso - poterlo raggiungere significa andare verso una dolcezza. Quindi è una speranza che tutti abbiamo, quella cioè di riuscire ad equilibrarci meglio e ad avere un rapporto migliore con il mondo e quindi andare verso la dolcezza.

D. - Tutto è raccontato senza mai una volgarità…

R. – Io trovo che la volgarità sia soltanto qualcosa che poi allontana da qualcosa di più profondo, ma anche di più divertente…

D. - Cosa dovrebbero ricordare i giovani spettatori di queste "sparizioni"?

R. – Credo che il film sia positivo ed apra alla speranza di sapere che se anche abbiamo grandi difficoltà, anche se abbiamo grande tensioni, la possibilità di riuscire ad affrontarle e a risolverle c’è e va seguita, rincorsa, con la fiducia che ce la si possa fare.

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Roma (L'Avvenire) L’intenzione era e resta buona. Ma il risultato presta il fianco a numerose perplessità. Shades of Truth (Sfumature di verità), il film di Liana Marabini su Pio XII presentato ieri a Roma in anteprima mondiale, parte infatti da un lodevole scopo. Riaccendere i riflettori sulla figura di Papa Pacelli e farlo questa volta non in termini negativi, ma per cancellare i tanti luoghi comuni sull’operato del Pontefice in rapporto all’Olocausto. La regista, che firma anche la sceneggiatura, cerca dunque di dimostrare che Pio XII si adoperò in molti modi per salvare il maggior numero possibile di ebrei dalla deportazione e quindi dalla morte (800mila secondo lei).

Perciò, nel raccontare la sua storia, che ha per protagonista un giornalista ebreo americano (figura di fantasia con radici nella realtà), fa riferimento a molte acquisizioni della storiografia più recente sull’argomento, cita testimonianze e documenti e regala persino un cameo al vaticanista Andrea Tornielli (impersonato da un attore). Tuttavia il lavoro (nel cui cast figurano nomi di tutto rispetto come Giancarlo Giannini, Remo Girone e Cristopher Lambert, oltre a Gedeon Burkhard di Il commissario Rex) non va oltre l’orizzonte dell’apologetica di maniera, risultando in alcuni passaggi calligrafico al limite dell’ingenuità. Inoltre, e non se ne comprende bene il motivo, Marabini inserisce alcune digressioni nella narrazione che appaiono del tutto fuori luogo anche e soprattutto rispetto all’intenzione originaria del film. Ad esempio quando fa esprimere a un cardinale (interpretato da Lambert) la preoccupazione per una possibile revisione, da parte della Chiesa latina, del celibato sacerdotale (ma quando mai?!) e soprattutto nella scena in cui sempre lo stesso personaggio suggerisce una possibile contrapposizione tra l’atteggiamento di Benedetto XVI e quello di Francesco rispetto alla causa di beatificazione di Pacelli, quasi che quest’ultimo stesse bloccando tutto. Sembra infatti quasi superfluo ricordare che dopo la proclamazione delle virtù eroiche di Pio XII (avvenuta nel 2009), si attende ora il miracolo attribuito alla sua intercessione. Un evento soprannaturale che non è nel potere di nessun Papa affrettare o ritardare.

Ieri, a pellicola appena proiettata, anche L’Osservatore Romano ha espresso il proprio disappunto. «Non è certo con lavori come Shades of Truth – si legge nel numero oggi in edicola – che si aiuta la comprensione storica dell’operato di Pio XII e della sua Chiesa nei confronti del popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale. Perché – aggiunge il quotidiano d’Oltretevere – quando i mezzi produttivi e artistici non sono all’altezza di un compito di tale spessore, allora è meglio rinunciare». Secondo L’Osservatore, «la regista Liana Marabini affronta con un atteggiamento volenteroso i limiti di una produzione piccolissima. Eppure anche con ambientazioni un po’ arrangiate e pochi attori si poteva fare molto meglio. Dal punto di vista del dossier storico siamo ai minimi termini, anche se qua e là filtrano ovviamente spiragli di verità, ma è nel tentativo francamente maldestro di dare forma drammaturgica al tutto che l’autrice rende il prodotto complessivo ingenuo e di conseguenza poco credibile». Molto meglio sullo stesso argomento, a parere del giornale della Santa Sede, una fiction Rai del 2010, targata Lux Vide.

Protagonista di Sfumature di verità è l’attore statunitense David Wall, nel ruolo di un giornalista italo-americano di origine ebraica, David Milano, cui viene commissionata un’inchiesta su Papa Pacelli. Mentre indaga, il cronista vede crollare la sua convinzione che fosse il «Papa di Hitler» e, soprattutto grazie all’aiuto dell’amico sacerdote Roberto Savinelli, riesce a consultare alcuni documenti dell’Archivio Segreto Vaticano. Incontra inoltre alcuni sopravvissuti della Shoah, che hanno avuto la vita salva grazie all’intervento di Pacelli e apprende la storia di Israel Zolli, rabbinocapo di Roma durante l’occupazione nazista, che alla fine della guerra si fa battezzare e prende il nome di Eugenio, in segno di riconoscenza verso il Papa, il cui nome era appunto Eugenio.

Anche il protagonista subisce una trasformazione interiore. Una notte sogna Pio XII che accanto alla croce pettorale porta cucita sulla veste bianca una stella di David gialla, la stessa che gli ebrei furono costretti a indossare in quell’infausto periodo (la regista ha voluto farne anche il cartellone del film e la scelta ha già suscitato qualche reazione non proprio favorevole). Il giornalista giunge infine al culmine del suo cammino verso la verità quando scopre che i suoi stessi genitori, morti in un incidente quando lui aveva un anno, erano stati salvati dalla deportazione grazie al Papa. Un destino comune a molti. Perché se forse non sono stati proprio 800mila, come sostiene la regista, gli ebrei salvati dal Papa, è indubbio che in tantissimi gli devono la vita. Direttamente o indirettamente. E almeno questa, più che una sfumatura, è la verità nuda e cruda.

Mimmo Muolo

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Nell’anniversario della nascita (2 marzo 1876) e dell’elezione al soglio pontificio (2 marzo 1939) di Eugenio Pacelli, è stato presentato a Roma in anteprima mondiale il film su Pio XII “Shades of Truth” (Sfumature di verità) diretto dalla regista Liana Marabini. La pellicola sarà proiettata a maggio al Festival di Cannes e a settembre a Filadelfia, in occasione dell’Incontro mondiale delle famiglie. Il film, realizzato attraverso testimonianze inedite di alcuni ebrei salvati da Pacelli - di cui è in corso il processo di Beatificazione - vuole mostrare l’inconsistenza della leggenda nera sui silenzi di Pio XII di fronte alla tragedia della Shoah. Protagonista della trama è David Milano, un giornalista italo-americano di origini ebraiche a cui viene affidata un'inchiesta su Papa Pacelli. “È stato lo Schindler del Vaticano” ha dichiarato la regista, ricordando che Pio XII salvò più di ottocentomila ebrei. Ma su quali fonti afferma questa tesi?

Ascoltiamo Liana Marabini al microfono di P. Luca Pellegrini:

R. – Tutte le fonti storiche esistenti che sono accessibili a tutti sia per verifica che per informazione. Temo che l’informazione sia bassa per molta gente. Tanto è vero, sappiamo, che da quando sono stati aperti al pubblico gli archivi segreti vaticani, pochissimi dei detrattori sono venuti ad analizzarli. Quindi l’invito anche attraverso il film di venire a farlo.

D. – Quale tipo di reazione si aspetta da parte della comunità ebraica?

R. – Siccome li considero fratelli, perché la nostra religione è ebraico-cristiana e i pilastri della nostra religione, Gesù, Maria, San Giuseppe, erano tutti ebrei, mi auguro che si comportino da fratelli perché i fratelli a volte possono litigare però nulla e niente può togliere il fatto che siano fratelli.

D. – Come nasce il personaggio di David Milano?

R. – Nasce da un personaggio reale, che esiste, che odiava Pio XII, che per puro caso si imbatte in una conversazione e quella conversazione gli apre una specie di finestra dell’anima, una voce interiore, che gli dice: “Stai sbagliando, perché se questa persona pensa diversamente da me hai almeno il dovere di vedere perché pensa diversamente da te”. E questo signore si è messo a studiare tutti i documenti su cui ha potuto mettere le mani, ha cambiato talmente tanto parere, lui, ebreo di New York, che addirittura ha creato una fondazione che in parte è dedicata alla ricerca su Pio XII. E devo dire che mi ha messo a disposizione con molta generosità anche tutti i documenti di cui loro dispongono che sono un’enormità.

D. – Al termine delle proiezione che cosa vorrebbe o auspicherebbe portasse con sé lo spettatore?

R.  – Vorrei portasse con sé il desiderio della gratitudine verso questo grande Papa e anche il desiderio di giustizia perché chi è vittima di ingiustizia soffre moltissimo, soffre di solitudine e di impotenza e ritengo che Pio XII sia vittima di un’enorme ingiustizia e vorrei che lo spettatore portasse via con sé questo: il desiderio di giustizia e di gratitudine.

D.  – Lei non teme le controversie …

R. – Siamo tutti nelle mani di Dio. Naturalmente siamo qua per rispondere a qualsiasi domanda, a qualsiasi dubbio. Penso che la conversazione e la discussione siano la cosa più bella fra esseri umani, quindi che ben venga!

D. – Qual è stato il momento più emozionante per lei nel corso della lavorazione del film?

R. – Sa qual è stata? Il giorno in cui abbiamo girato la scena del Papa con la stella di David cucita sulla veste, perché mai nella mia vita di cineasta ho assistito a tanto silenzio sul set. Per tutta la durata del tournage della scena c’è stato un silenzio, perfino le macchine non facevano i soliti rumori: c’è sempre qualche piccolo fruscio, non c’era nemmeno questo. Era un silenzio emozionante e due componenti della troupe avevano gli occhi umidi e questo per me è stato straordinario.

D. – Certo che è un’immagine molto forte questa…

R. – Sì, è molto forte, ma sentivo anche il bisogno di questo simbolo. Ecco quella veste ci riunisce, non ci divide, non dobbiamo essere divisi su questo. Perché un gentile amico ebreo ha detto, ha espresso proprio sulla stampa un suo parere dicendo: “Eh, sì, ha salvato indubbiamente qualche vita ebraica però avrei voluto che lui dicesse forte e chiara la sua disapprovazione, la sua condanna del nazismo”. Io rispondo a questo amico, dicendo che io preferisco i fatti alle parole e Pio XII ha fatto fatti e preferisco “qualche vita ebraica salvata”, come lui dice – e non era “qualche” ma tantissime –preferisco qualche vita salvata che qualche frase detta chiara e forte, che a volte può essere anche demagogica.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ arrivato anche nelle sale italiane il film diretto dalla regista afroamericana Ava DuVernay “Selma - La strada per la libertà”, protagonista l'attore inglese di origini nigeriane David Oyelowo nei panni di Martin Luther King. E' il racconto storicamente accurato di quanto accadde in Alabama nel 1965 nel corso delle proteste pacifiche della comunità afroamericana per ottenere il diritto di voto. Il servizio del Padre Luca Pellegrini.

Il 7 marzo 1965, seicento dimostranti di colore che partecipavano a una pacifica marcia, attraversando l'Alabama River sull'Edmund Pettus Bridge di Selma, nello Stato dell'Alabama, vennero caricati dalla guardia nazionale, bianca. Chiedevano uguali diritti di voto, negato in quelli Stati del Sud ancora gravati dalle forme più cupe e odiose di razzismo. Per l'America si apriva in casa il fronte di una guerra, mentre nella lontanissima Asia se ne stava combattendo un'altra inutile e tragica. Qualche giorno più tardi un pastore evangelico di Boston, James Reeb, unitosi a una seconda marcia condotta da Martin Luther King, moriva con il cranio fracassato per le percosse ricevute da alcuni segregazionisti, bianchi. Dovevano passare mesi di violenze, sdegni nazionali e una buona dose di faide politiche perché il Presidente Johnson firmasse, il 6 agosto 1965, lo storico "Voting Rights Act" col quale assicurava il diritto di voto a tutta la popolazione afroamericana. Il film racconta in modo appassionato questi eventi ed è importante che a narrarli sia stata chiamata una donna, perché la comunità femminile nera, sulla quale gravavano ancora forme di sessismo, ebbe un ruolo da protagonista nella lotta pacifica che caratterizzò tutti gli anni '60, culminando nell'assassinio del reverendo King, avvenuto nel 1968. La regista precisa alcuni aspetti del suo lavoro.

R. – I focused on a story about…
Mi sono concentrata su una storia di personaggi, perché ho davvero visto il dott. King come un uomo comune che ha fatto una cosa straordinaria. E tutte quelle persone erano persone comuni che sono andate oltre quello che tutti pensavano potessero fare. Quindi, si pensa al dott. King come a una statua di pietra, a un discorso, come a un leader di marce, ma lui era un uomo, era un uomo morto all’età di 39 anni, mentre lottava per la libertà, che tutti noi godiamo. E quindi quando si smonta il suo mito e si arriva all’uomo che era, cresci un poco dentro di te, perché sai che la forza interiore è davvero qualcosa che tutti hanno e, se la tiri fuori, puoi fare grandi cose.

D. - Come ha affrontato questo periodo storico?

R. – To tell the truth…
Il mio approccio è stato quello di dire la verità, il meglio che potevamo, perché la verità di quello che è accaduto, le vere persone che hanno agito, sono molto più avvincenti di qualsiasi personaggio tu possa inventare. Tutti quelli che si vedono nel film sono davvero vissuti, hanno davvero lottato e hanno davvero fatto queste cose. Sono così affascinanti e così ricchi!

D. - Che cosa offre secondo lei il film al pubblico?

R. – We invite people to see a film…
Abbiamo invitato le persone a vedere un film sulla resistenza. C’è una sorta di bellezza nel resistere a quello che tu sai non essere vero. E la menzogna cui le persone in questo film, e le persone che hanno davvero vissuto, hanno resistito è rappresentata dal far  sentire qualcuno essere inferiore. Essere nero, nel 1965, in Alabama significava questo. Ma anche nel 2014-15, è sentito come qualcosa che non va bene. Nessuno è inferiore a qualcun altro e le barriere, le strutture, i sistemi collocati intorno a noi, che servono a far sentire questa inferiorità, non sono mai veri. Quindi, guardare svolgersi una storia in cui le persone hanno trionfato su quella menzogna è qualcosa di universale.

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Roma (PCCS)  – Tutta la verità su Pio XII in un film-inchiesta con un cast internazionale e una tesi di fondo: Papa Pacelli fu “lo Schindler del Vaticano”. È quanto dimostra Shades of Truth (Sfumature di verità), il film che indaga sulla grande figura di Pio XII, ingiustamente ritenuto il “Papa di Hitler”. Scritto e diretto dalla regista Liana Marabini, il film – che sarà presentato in anteprima mondiale il 2 marzo in Vaticano (Istituto Maria Santissima Bambina) – vede la partecipazione, tra gli altri, degli attori Christopher Lambert, Gedeon Burkhard, David Wall, Marie-Christine Barrault, Giancarlo Giannini e Remo Girone.

Prodotta da Condor Pictures, in associazione con Liamar Media World, la pellicola è basata sul contenuto di circa 100mila pagine di documenti e testimonianze poco note o inedite di ebrei sopravvissuti all’Olocausto, salvati dalla deportazione grazie all’intervento di Papa Pacelli, che la regista ha studiato per cinque anni. Un’attività diplomatica che permise di salvare la vita a 800.000 ebrei.

Le riprese sono state effettuate a Roma, Berlino, New York, Lisbona, in Vaticano e molti interni sono stati girati in provincia di Asti.
 
Protagonista del film è l’attore americano David Wall, nel ruolo di un giornalista italo-americano di origine ebraica, David Milano, cui viene commissionata un’inchiestasu Papa Pacelli. Mentre indaga sulla storia di Pio XII, il cronista vede crollare la sua convinzione che fosse il “Papa di Hitler”. Grazie all’aiuto dell’amico sacerdote Roberto Savinelli, interpretato dall’attore tedesco Gedeon Burkhard (diretto da Tarantino nel film Inglourious Basterds e protagonista delle fiction Il commissario Rex e Alerte Cobra), David riesce ad addentrarsi nei misteri dell’Archivio Segreto Vaticano, dove studia documenti e immagini del tempo e conosce il postulatore della causa di beatificazione di Pio XII. David incontra dei sopravvissuti della Shoah, che hanno avuto la vita salva grazie all’intervento di Pacelli. Apprende ad esempio la storia di Israel Zoll, rabbino-capo di Roma durante l’occupazione nazista, che alla fine della guerra si fa battezzare e prende il nome di Eugenio Zolli, in segno di riconoscenza verso il Papa, il cui nome era appuntoEugenio. David subisce una crisi personale, scoprendo alla fine che i suoi stessi genitori, morti in un incidente quando lui era un neonato, erano stati salvati dalla deportazione quando erano bambini proprio grazie al Papa che lui aveva fino ad allora stigmatizzato.

Nel cast di Shades of Truth figurano anche Christopher Lambert, nel ruolo del cardinale Salvemini, coinvolto nella causa di beatificazione di Pio XII, Giancarlo Giannini, che interpreta l’agente del Mossad (i servizi segreti israeliani) Aaron Azulai, Remo Girone nel ruolo del novantenne Soares, ex impiegato addetto ai visti dell’ambasciata portoghese di Roma, l’attrice francese Marie-Christine Barrault, vedova di Roger Vadim, nel ruolo di madre Maria Angelica, che da hippy degli anni Settanta diventa superiora di un monastero di clausura.

Shades of Truth sarà proiettato in anteprima mondiale in Vaticano (Istituto Maria Santissima Bambina), il prossimo 2 marzo, anniversario della nascita di Eugenio Pacelli (1876) e della sua elezione al soglio di Pietro con il nome di Pio XII (1939). (L'entrata è su invito, da esibire all'ingresso). A maggio sarà presentato fuori concorso a Cannes e a settembre negli Stati Uniti durante l’Incontro mondiale delle Famiglie a Philadelphia, al quale interverrà anche Papa Francesco.

Il film uscirà in 335 sale cinematografiche italiane, in 280 sale francesi, in Belgio, Germania, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Australia, Spagna e Portogallo, per poi approdare in televisione

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