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Mercoledì, 28 Novembre 2012 18:00

Il beato don Alberione. Una ricchezza per la Chiesa

Il beato don Alberione. Una ricchezza per la Chiesa

Roma - Il 26 novembre, la Chiesa celebra la memoria del Beato Giacomo Alberione, Fondatore della Famiglia Paolina. Per ricordare la straordinaria eredità che da questo maestro di fede e di comunicazione abbiamo ricevuto, proponiamo la testimonianza di Cristina, una suora Paolina.

Dare al mondo Gesù Cristo attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale

Il beato Giacomo Alberione è stato un Fondatore prolifico e l'insieme delle sue Fondazioni sono comunemente denominate Famiglia Paolina. L'opera è iniziata ad Alba, in Piemonte, nel 1914, quando don Alberione fondò la Soc. San Paolo, seguita nel 1915 dalle Figlie di San Paolo, completata poi, nel corso dei decenni, da successive fondazioni per un totale di 10 fra Istituti e aggregazioni (Pie discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore, Istituto Regina degli Apostoli, San Gabriele Arcangelo, Maria Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, Cooperatori Paolini).

Il beato Giacomo Alberione amava dire: «La nostra Famiglia è stata suscitata per continuare l'opera di san Paolo che ha comunicato Gesù Cristo. Noi dobbiamo essere Paolo oggi vivente». Con la sua intuizione, don Alberione, ha promosso nella Chiesa, la formazione di religiosi e religiose che si impegnano a diffondere il Vangelo fra la gente, utilizzando tutti i mezzi che il progresso tecnologico fornisce all'umanità. Quindi, il nostro Carisma è: «Vivere e dare al mondo Gesù Cristo Via Verità e Vita, attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale».

Organizzare il bene

Nei primi decenni del secolo scorso erano soprattutto la stampa, la radio e il cinema, ad essere valorizzati. Allora la cultura era in gran parte una cultura contadina, con un analfabetismo elevato. Quindi, la presenza nella società civile e nella Chiesa di una congregazione che diffondesse i valori cristiani con i mezzi del tempo, si caratterizzava nella diffusione di contenuti facilmente riconoscibili dalla cultura del tempo e riconducibili agli usi, costumi e tradizioni comuni alla maggioranza della popolazione.

Oggi è tutto cambiato. Nel mondo globalizzato, le nuove tecnologie hanno determinato rapidi mutamenti sociali e culturali, sino a produrre una cultura mediatica divenuta in pochi decenni, la cultura dominante. Oggi viviamo in una cultura permeata, plasmata, impastata e condizionata dalle nuove tecnologie. Spigolando tra gli scritti del fondatore, si coglie come lo stesso Alberione, alcuni decenni dopo l'inizio, affermava: «Oggi il mondo è cambiato e noi, per camminare col mondo, dobbiamo aggiornarci: tutti i mezzi, tutto ciò che serve per comunicare il Vangelo». E con sapiente lungimiranza, ci invitava a "Organizzare il bene". Lui aveva capito anzitempo che «Le organizzazioni hanno una grande forza. Ognuno può essere un santo ma da solo è un fuscello».

I nuovi pulpiti

Oggi, la comunicazione digitale immette nel tessuto sociale nuovi usi e nuovi linguaggi, nuovi criteri di valutazione, nuove abitudini. L'Alberione ci incalzava con questa domanda: «Quante volte vi ponete il problema: dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità, che si rinnova continuamente sulla faccia della terra? L'umanità è come un fiume che va a gettarsi nell'eternità». Ci incitava anche con parole che ancora oggi hanno una grande valenza comunicativa: «fate la carità della verità». E aggiungeva: «Tutto ciò che è bello, buono, vero sia oggetto della nostra editoria». E siccome «la gente si allontana dalle chiese, voi dovete incontrarla là dove essa si fa trovare. I vostri pulpiti sono le linotype, il bancone della libreria». Ai nostri giorni, aggiungerebbe sicuramente: I vostri pulpiti sono anche Internet e i social network, i vostri dispositivi sono anche gli smartphone e i Tablet.

La grande sfida

Per noi Paoline/i, la grande sfida non consiste tanto nell'uso dei media, quanto piuttosto, nel testimoniare i valori evangelici in un contesto sociale che ne suggerisce altri, nel far conoscere l'uomo all'uomo, nel difendere i valori propri della persona. Evangelizzare, quindi, non è solo immettere contenuti ispirati al Vangelo nelle nostre produzioni. Ciò non basterebbe senza la testimonianza dei valori propri del Vangelo, in una società ormai caratterizzata dalla cultura della comunicazione. Annunciare la Buona novella, per noi significa dunque esserci dentro pienamente in questa cultura della comunicazione; vivere fino in fondo le positività in essa presenti, accettando tutti i rischi che essa comporta, consapevoli delle opportunità che offre per la diffusione del Vangelo e dei valori della vita accolta, vissuta, difesa nella pienezza della sua dignità.

Noi viviamo il mondo della comunicazione sociale e le nuove tecnologie come se fossero parte integrante del nostro DNA carismatico. Dentro la cultura della comunicazione, noi troviamo il nostro habitat naturale, il "luogo" dove viviamo il ristoro e l'arricchimento del vivere in comune, l'alimento per la nostra preghiera e per il nostro essere consacrate a Dio per il Vangelo.

Una forte empatia

Ovviamente, guardiamo con empatia questo mondo e lasciamo fuori dal nostro contesto esistenziale (oserei dire, fuori dalla nostra casa interiore), le crociate contro i media, l'indistinta valutazione negativa e aggressiva verso gli strumenti che di per sé non sono l'origine del male.

L'empatia, a torto lungamente ignorata dalla storia, «È il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà», scrive Jeremy Rifkin, nel suo volume La civiltà dell'empatia (Mondadori 2010). Questo significa che l'empatia è come un collante sociale che consente di far nostre le esperienze altrui, rendendo possibile l'immedesimazione e la solidarietà reciproca. In nome di questa civiltà e di questa possibile solidarietà, noi viviamo una forte empatia verso le nuove tecnologie, adoperandoci affinché, da un lato non vengano demonizzate per il solo fatto di esistere e dall'altro, perché non si crei verso di loro una dipendenza irrazionale.

Noi viviamo "dentro" il mondo della comunicazione senza appartenere ad esso. Dentro questo mondo ci giochiamo la vita. La nostra spiritualità incentrata su Gesù Via, Verità e Vita non vive avulsa dal contesto umano e sociale dei nostri contemporanei. Noi vediamo molti di loro sciupare i giorni rincorrendo miraggi di ricchezza e di immagine, a danno della vita reale. Di fronte a ciò, non vogliamo restare passive. Non vogliamo farci fagocitare da queste tendenze culturali, e nemmeno accettiamo che altre persone ne restino schiacciate.

Le apparenze non sono sufficienti

Perciò, la vita che condividiamo con altre sorelle e fratelli, la nostra preghiera e la nostra dimensione spirituale, restano intrise anzitutto, come è ovvio, del buon "odore di Cristo", come diceva l'apostolo Paolo, ma anche del buon sapore dei valori umani: bellezza, arte, musica, ecologia come rispetto del creato, come educazione verso l'ambiente e verso le persone che ci circondano. Restano, altresì, intrise del dolore e dello smarrimento di molti nostri contemporanei. Dentro questo mondo della comunicazione sociale noi viviamo il nostro quotidiano, consapevoli che per il fatto stesso che esistiamo, come congregazione che ha questo Carisma, noi diciamo che le apparenze non sono sufficienti a dare sostanza alla vita. Diciamo che la vita sociale e civile esigono coraggio nel denunciare, quando è necessario, esigono coerenza evangelica, sempre.

Vigili abitanti di questa cultura

Noi non possiamo vivere ai margini di questa società della comunicazione. Non vogliamo restare sulla soglia a criticare. Viceversa, scegliamo di abitarla come fermento, essendo noi, vigili abitanti di questa cultura, pur conoscendo bene i limiti che la contraddistinguono. Conosciamo le energie, il positivo e il negativo che sprigiona il mondo della comunicazione sociale. Ma, senza nasconderci dietro fanatici atteggiamenti, stiamo dentro per dire con la vita che la giustizia, il bene comune, la pace, l'uguaglianza sociale sono valori della vita individuale e della convivenza sociale. E questi valori a volte passano con una forza dirompente attraverso i media.

Tornare indietro per ringraziare Dio

Mi colpisce sempre il racconto evangelico dei 10 lebbrosi guariti, dei quali, uno solo torna indietro a ringraziare Gesù (Lc 17, 11-19). Anche noi, come quel lebbroso, "torniamo indietro" a ringraziare Dio per quanto di bello il mondo digitale e informatico offrono all'umanità. Dopo che le ferite inferte dallo strapotere mediatico sono risanate, "torniamo indietro" a ringraziare Dio perché ci sentiamo riconciliate con la cultura della comunicazione, perché il bene e il buono che propongono i media, le reti sociali e il web, riconciliano la gente con il mondo della comunicazione. È possibile vivere da persone riconciliate con i media. «Con Internet ogni computer è una voce», affermava la scrittrice iraniana Marina Nemata in un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica (10/12/2010).

I nativi digitali

Per le giovani generazioni e i "nativi digitali", sono soprattutto le nuove tecnologie a caratterizzare la cultura di oggi. Il tablet, lo smartphone, il cellulare, Internet con i siti Web e i social network come Facebook, Myspace, Youtube, Twitter eliminano le distanze e aprono orizzonti comunicativi che sono sicuramente un bene per l'umanità, ma verso i quali urge educare all'uso per evitare l'abuso. La stessa Cei ha sentito l'urgenza di riflettere sul bene che deriva dal mondo digitale, intitolando il convegno del 2010 Testimoni digitali (Roma).

L'inganno degli stereotipi

Siamo circondati da media, anzi, siamo "immersi" in un mondo informatico e informatizzato che non può essere visto e vissuto come un nemico da combattere. L'approccio aggressivo verso questo mondo non produce benefici, mentre un approccio empatico, può indicare strade percorribili anche se in salita. I media, soprattutto la televisione, in ossequio all'esigenza della spettacolarizzazione insita nel piccolo schermo, sono ormai diventati un moderno campo di battaglia in cui si propinano diverse immagini o idee, ad esempio, di famiglia e di società. E così, spesso i telespettatori non si fidano più, perché i tradizionali mass media, soprattutto negli ultimi anni, si sono giocati gran parte della credibilità di cui godevano. Davanti alla TV, lo spettatore è vulnerabile perché la brevità dei messaggi pur sostenuti dalle immagini, non consente la comprensione dei fenomeni che stanno dietro a gravi fatti di cronaca. Si ricevono messaggi, slogan, informazioni incomplete basate sugli stereotipi che consentono facilmente di contenere la notizia nei classici 3 minuti. 

Quali responsabilità hanno gli operatori della comunicazione, davanti al dilagare di modelli di vita che, proposti dai media, diventavano essi stessi il modus vivendi della gente? Come valutare il contesto sociale mutuato dall'influsso mediatico e come essere segno di contraddizione, tanto caro al Vangelo e sempre valido? I non valori, i fragili legami familiari, i nuovi modelli familiari sono lì a denunciare come noi credenti, siamo deboli testimoni del bene. Senza accorgerci, ci occupiamo più facilmente della crisi della famiglia, ignorando chi, a volte con fatica, riesce a traghettare il rapporto coniugale e parentale, oltre le secche della difficoltà. Troppo facilmente siamo pronti a tranciare giudizi sui "diversi" e sulle crisi della famiglia, ma poco solerti nell'offrire una parola di conforto e di sostegno alle famiglie tradizionali! Abbiamo forse imparato dai media a trarre conclusioni prima di aver fatto le giuste valutazioni? 

Davanti a tutto questo e in aggiunta, con una pubblica opinione che sembra assopita e spenta, forse assuefatta al clima di sfiducia generalizzato, davanti a tutto questo, dicevo, sulla bilancia dei media e del loro strapotere, che via di uscita ci rimane? La Famiglia Paolina, pur presente in tutto il mondo, anche in Paesi islamici, resta una piccola realtà, nonostante Famiglia Cristiana, Telenova, le edizioni multimediali e via dicendo. Siamo una piccola realtà, almeno in Italia, se confrontata con altri editori. Ma se non possiamo competere con i grandi mezzi, restiamo tuttavia una significativa presenza sul territorio svolgendo, attraverso i nostri Centri culturali e quelli multimediali, micro attività comunicative. Non si tratta di un discorso consolatorio bensì di un credo esistenziale.

Alcune iniziative multimediali

Tra le varie iniziative della Famiglia Paolina, alcune si caratterizzano per la territorialità, altre per la massmedialità. Tutte comunque rientrano nella pastorale della comunicazione. Una di queste iniziative, evidenzia la nostra diretta collaborazione con le chiese locali. Ogni anno, Paoline e Paolini insieme, realizziamo la Settimana della comunicazione per dare rilievo alla Giornata mondiale della Comunicazione indetta dal Concilio Vaticano secondo.

Partita quasi in sordina anni fa, questa iniziativa è stata capace di catalizzare attorno al tema scelto ogni anno dal Papa e del relativo Messaggio, una fucina di iniziative e fermenti apostolici che hanno visto realizzare nelle nostre librerie e nelle sale cittadine, concerti, presentazioni di libri, dibattiti, convegni, spettacoli teatrali e musicali. In concomitanza con la Settimana, poi, organizziamo il Festival della comunicazione, già realizzato nelle diocesi di Salerno, Bari, Brescia, Alba, Caserta, Padova, Caltanissetta, Avezzano (2013). Per organizzare il Festival, ci mettiamo a fianco della diocesi prescelta e sul territorio, diamo concretezza a iniziative incentrate sulla Comunicazione sociale. Convegni, preghiere, incontri, dibattiti, concorsi, visite guidate nei luoghi della cultura locale, concerti. Questa è un'esperienza non facile perché ogni anno si ricomincia da zero. Infatti, il festival della comunicazione, per scelta, è itinerante e ci porta nelle diocesi dove siamo accolti perché "conosciuti" come coloro che lavorano per il Vangelo valorizzando i media. E ogni volta, scopriamo che le chiese locali sono ricche di esperienze, di tradizioni, di cultura e di iniziative che spesso non arrivano sui mezzi di informazione nazionali, ma esistono e operano fra la gente. Sia la Settimana che il Festival sono in rete tramite Facebook, Twitter, YouTube e dispongono di distinti siti web: www.settimanadellacomunicazione.it/ e www.festivaldellacomunicazione.org/

Accanto a questa attività di pastorale della comunicazione "porta a porta", ne svolgiamo altre, più innovative. Tra tutte, ricordo la nostra presenza nell'oggi digitale con il bolg http://cantalavita.com/ che propone la rinnovata scoperta del messaggio cristiano, soprattutto in questo Anno della fede. Ogni mese, seguendo un calendario prestabilito, vengono proposte online riflessioni, tracce di preghiera e adorazione che possono essere scaricate e valorizzate personalmente o con il gruppo in parrocchia. Questi incontri virtuali di catechesi, si propongono di aiutare le persone a comprendere che la fede deve diventare vita.

Fare la carità della verità

Questa è la nostra vocazione! La fede, la speranza, la carità si sostanziano di questa pastorale delle Comunicazioni. Nel complesso mondo della comunicazione, in questa società in continuo mutamento (tanto da essere definita dal pensatore Zygmunt Bauman, "società liquida"), ci sfuggono tante cose e anche noi, come il cieco di Gerico narrato in Marco (10, 46-52), vogliamo vedere Gesù e desideriamo vedere l'umanità e la società della comunicazione illuminate da bagliori che portano luce sul cammino di chi è in ricerca di senso. «Chiamarono il cieco dicendogli: coraggio! alzati, ti chiama. Egli gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Ecco,  quel "balzare in piedi", dopo la "chiamata" di Gesù, è l'atteggiamento pertinente alla nostra vocazione di "fare la carità della verità".

(Cristina Beffa, fsp)






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