Chiesa e Comunicazione

8marzo

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Presentato oggi al Festival Internazionale del Cinema di Berlino “Vergine Giurata”, unico film italiano in concorso, opera prima della giovane regista Laura Bispuri, un film che esplora la dura condizione della donna nelle zone montagnose dell’Albania, sottoposta a leggi arcaiche e disumane. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

In un territorio brullo, roccioso, duro e inospitale come quello che circonda il Nord dell'Albania, dove il tempo sembra essersi fermato, ancorato a leggi e tradizioni arcaiche, la vita delle donne è al contrario fragile, precaria, drammaticamente sottoposta e condizionata dalla figura maschile. Non c'è posto per loro, costrette unicamente al duro lavoro e ai soprusi familiari. Stride così la civiltà che è alle porte, oltre la striscia del Mediterraneo, verso la quale spesso si migra. Oppure, se si decide di restare, come nei secoli passati, ci si sottopone a un’antica legge delle montagne albanesi, il Kanun, riflesso di una cultura maschilista basata sull’onore, che consente alle donne che giurano la loro verginità per sempre di vivere e agire liberamente come un uomo, nascondendo tutto della propria femminilità e privandosi della possibile maternità. L'accetta Hana Doda, interpretata da una bravissima e algida Alba Rohrwacher, che così diventa per tutti Mark e questa scelta diventa la sua prigione. Fino a quando, fuggita in Italia, recuperando i rapporti con parte della sua famiglia, sarà capace di recuperare anche quello col suo corpo e con il suo essere donna e in futuro madre. Quello girato da Laura Bispuri, la sua opera prima, è un film concentrato su questo personaggio duro, che non concede nulla se non all'umanità che lentamente lo pervade e lo reinserisce in una società. Un film che, come avvenuto ultimamente con altri titoli, esplora la condizione femminile. Come spiega la regista ai nostri microfoni:

R. – Assolutamente, assolutamente! E’ una riflessione proprio sulla condizione femminile in rapporto alla libertà. Una cosa cui tenevo era non far vedere l’Albania solo come qualcosa di negativo e, invece, il Paese occidentale – in questo caso l’Italia – come qualcosa di assolutamente positivo: non volevo creare un bianco e nero. Per cui sicuramente c’è una grande riflessione su quel tipo di cultura, che è poi riferita all’ambiente delle montagne del Nord dell’Albania, ma c’è anche una riflessione più ampia anche sulla nostra società più moderna.

D. - Mark-Hana alla fine, dopo essere entrata in contatto con la società occidentale, con non poche disillusioni, riconquista la sua femminilità, con un atto di riappacificazione con il proprio passato e la propria famiglia…

R. – Diciamo che riesce a far sì che il suo corpo, che era un corpo assolutamente imprigionato, congelato, piano piano riesca ad avere una sua autonomia, una sua accettazione. Quindi Hana-Mark fa tutta una serie di percorsi, perché comunque ha voglia, curiosità, ma anche paura, per arrivare ad avere una sua tranquillità e una sua accettazione come essere femminile.

D. - La sua curiosità, come regista, è prima di tutto antropologica…

R. – Femminile, sì. Molto… Diciamo che è un tema ricorrente, appunto, avere questi personaggi femminili che cercano un modello in cui identificarsi, un modello a cui sentire di appartenere. Quindi fanno viaggi dentro la complessità, che è la femminilità.

D. - La situazione della donna oggi nel mondo?

R. – Ci sono dei Paesi in cui è veramente allucinante, perché la violenza è molto forte. Però anche da noi, dove i Paesi sembrano essere molto più liberi e molto più evoluti – e certamente lo sono… - rimangono delle tracce di difficoltà per le donne: il percorso femminile è molto faticoso, molto!

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da oggi con il "Biagio day" l'Associazione Cattolica Esercenti Cinema inaugura una nuova modalità distributiva a sostegno di un cinema di qualità e ispirato ai valori cristiani. Il film, che viene aiutato nella distribuzione, è “Biagio” di Pasquale Scimeca sulla figura del missionario laico della carità che opera a Palermo. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

Radicale e rivoluzionario nella carità, Biagio, missionario laico nella sua Sicilia, è vicino tutti i giorni ai poveri e agli abbandonati, porzione d'umanità che la società rifiuta e nasconde, ma che è carissima agli occhi della Chiesa. Nutrendo una devozione profonda per San Francesco, Pasquale Scimeca ha cercato per anni un personaggio che potesse ispirargli il soggetto di un film. Per caso si è imbattuto nel fondatore della Missione di Speranza e Carità di Palermo, ma non per caso ha dedicato molte delle sue forze e del suo entusiasmo per portare a termine il suo lavoro, Biagio, protagonista Marcello Mazzarella. Abbiamo chiesto al regista siciliano perché un film su questo personaggio.

R. - Il mio film su Biagio in realtà racconta una storia che nasce da un ragazzo che entra in crisi perché non si riconosce più nei valori della civiltà del consumismo - quindi nell’arricchimento, nella ricerca spasmodica del denaro - e si mette in cammino, prima di tutto, alla ricerca di sé stesso, quindi di un’unità dell’essere umano che comprenda anche Dio che si fa uomo; sente il bisogno di conoscere profondamente l’animo degli uomini. Alla fine, troverà questa fede, troverà Dio. La conquista della fede da parte di Biagio non è il frutto di paure o di dogmi; in queste libertà lui trova Dio e lo trova - così come san Francesco ci insegna - guardando in faccia i propri fratelli, i poveri, gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, i barboni, i migranti … E quindi, dedicando la sua esistenza ai propri fratelli, trova questa fede che lo rende libero, sereno, che poi credo sia la cosa più importante.

D. - Che cosa può insegnare la figura di Biagio ai giovani?

R. - Io sono convinto che l’arte debba essere anche riempita di contenuti. Vorrei che un ragazzo, un giovane che vede questo film possa capire questo: bisogna avere un pensiero diverso; c’è una strada che si può seguire nel proprio stare al mondo che non è quella che la nostra società ci impone o cerca di imporci. Quindi vorrei che la figura di Biagio, la sua presenza e la sua testimonianza, possano servire come esempio e un tentativo di indicare una strada possibile nel nostro stare al mondo e nel costruire il nostro stare al mondo sia per quanto riguarda il rapporto con sé stessi, quindi la ricerca di una serenità nell’affrontare le cose, sia nel rapporto con gli altri, nel rapporto con la comunità degli uomini nella quale viviamo.

Un film con queste caratteristiche ha faticato non poco a trovare spazio nelle sale. Con il “Biagio day” l’Acec inaugura una distribuzione innovativa. Il segretario generale dell'Associazione, Francesco Giraldo, spiega di cosa si tratta.

R. – “Biagio day” è un’iniziativa innovativa che vede più di 150 sale coinvolte - non solo sale della comunità, ma anche sale commerciali dal Nord al Sud Italia per promuovere il film Biagio "scavalcando" gli agenti locali che sono un po’ lo snodo critico in questo momento nella filiera cinematografica e non permettono che tutti quei film di qualità, che ci conducono all’interno di un problema fondamentale che è quello della trasmissione della fede nel mondo contemporaneo, possano arrivare alle sale.

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Roma (aleteia.org) - Anteprima mondiale in Vaticano per il film-inchiesta "Shades of Truth" con testimonianze inedite di ebrei salvati dall’intervento di papa Pacelli.

Pio XII e la Shoah: fiumi d’inchiostro sono scorsi in merito all’accusa rivolta al pontefice di essere stato troppo “tiepido” di fronte all’orrendo e sistematico sterminio degli ebrei che si stava consumando prima e durante la seconda guerra mondiale. Nemmeno l’opera dispiegata da conventi e istituti religiosi cattolici per nascondere e proteggere migliaia di ebrei e perseguitati è servita a convincere dell’impegno di Pio XII contro il nazismo. Sebbene sia noto il sostegno che a questa rete di protezione attivata dai conventi venisse dall’allora sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Montini (futuro Paolo VI), uno dei diretti collaboratori di Pio XII, l’ombra del sospetto continua a gravare su Eugenio Pacelli, per alcuni il “Papa di Hitler”.
 
Oggi prova a ristabilire la verità su quel periodo e la figura del pontefice il film-inchiesta “Shades of Truth” (“Sfumature di verità”) che sarà presentato in anteprima mondiale in Vaticano il prossimo 2 marzo, anniversario della nascita e dell’elezione di Pio XII (Panorama 27 gennaio).
 
Scritto e diretto dalla regista Liana Marabini, il film prodotto da Condor Pictures in associazione con Liamar Media World, sarà presentato a maggio al festival di Cannes e a settembre a Philadelphia in occasione dell’ottavo incontro mondiale delle famiglie a cui parteciperà papa Francesco.
 
Per la regista, che ha lavorato per cinque anni su circa 100 mila pagine di documenti e testimonianze inedite di ebrei salvati dalla deportazione grazie all’intervento di papa Pacelli, questi fu in realtà lo “Schindler del Vaticano”.
 
“Ne ha salvati dalla deportazione e dalla morte più di 800 mila – ha raccontato Liana Marabini a ilfattoquotidiano.it (27 gennaio) –: è un numero impressionante. Questa azione è stata compiuta in vari modi: dalle lettere e disposizioni che impartiva ai vescovi del mondo intero, nelle quali raccomandava l’assistenza a 360 gradi agli ebrei in pericolo, alle case e strutture della Chiesa, perfino all’interno delle mura vaticane, in particolare nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo, dove li nascondeva”. Un aiuto, “non solo spirituale, ma anche materiale. Un autentico esempio di coraggio e per questo il film vuole fargli giustizia”.
 
Anche il protagonista del film, il giornalista italo-americano di origine ebraica David Milano (impersonato dall’attore David Wall) svolge un’inchiesta su papa Pacelli del quale è in corso il processo di beatificazione, addentrandosi nello studio di documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, che lo porteranno a ribaltare la tesi del “Papa di Hitler” in un epilogo che coinvolge anche la sua storia personale.
 
Girato tra Roma, Asti, Berlino, New York, Lisbona e – ovviamente - nel territorio della Santa Sede, il film vede la partecipazione degli attori Christopher Lambert, Gedeon Burkhard, Marie-Christine Barrault e degli italiani Giancarlo Giannini e Remo Girone. Dopo l’anteprima mondiale in Vaticano, uscirà in 335 sale cinematografiche italiane, in 280 sale francesi, in Belgio, Germania, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Australia, Spagna e Portogallo, per poi approdare in televisione.
 
La pellicola è destinata a lasciare il segno anche grazie alle testimonianze inedite che contiene: “Ho studiato e letto tutto quello che era possibile e perfino inimmaginabile – ha raccontato Marabini -. Ho consultato centinaia di fonti storiche, in Vaticano e in altri luoghi. Ho incontrato persone, ho ascoltato e registrato le loro testimonianze, le ho filmate mentre evocano Pio XII con le lacrime agli occhi: sono tutti ebrei. Qualcuno ha più di novant’anni, altri sono discendenti, per lo più figli e nipoti, di ebrei salvati dal grande Pontefice, altri ancora esistono grazie a lui”.

Di Chiara Santomiero

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Oggi e domani, in occasione della Giornata della Memoria, è nelle sale italiane il film "Corri ragazzo corri" che il regista Pepe Danquart ha tratto dall’omonimo romanzo di Uri Orlev, il più importante scrittore israeliano per ragazzi: la Shoah realmente vissuta da un bambino alle prese con l'orrore della storia e la tenacia per la sopravvivenza. Il servizio di Luca Pellegrini:

"Il papà di Yurek: 'Figliolo, ascoltami, devi sopravvivere! Non mollare mai! Devi dimenticare il tuo cognome, potrai dimenticare tutto: il tuo nome, e tua madre e me! Però non devi mai dimenticare che sei ebreo, mi hai capito bene?'
Yurek: 'Va bene, papà, lo prometto'”.

Deve nascondere a tutti chi è veramente, ma non dimenticare mai la propria origine, la propria discendenza, radicati in una fede e in una tradizione. I tempi terribili che il popolo ebraico sta vivendo, i più orribili di tutta la sua storia, dettano, scaturito dal cuore di un padre, quest'ordine al figlioletto Jurek: nascondersi, privarsi dell'identità senza mai perderla, per tentare di sopravvivere all'immane persecuzione nazista.

Corsa per la vita
E' il gelido inverno del 1943 e dopo quelle parole, quelle lacrime e il sacrificio del padre, per Jurek, di appena otto anni, fuggito dal ghetto di Varsavia, inizierà la vera corsa per la vita, tra boschi e villaggi, campi e acquitrini, rifugiandosi sotto un ponte, in un fienile, tra le sterpaglie, incontrando il meglio e il peggio dell'umanità: chi gli offre un pezzo di pane e un tetto, chi lo disprezza con indifferenza, violenza e tradimenti. Il regista tedesco Pepe Danquart ha cercato a lungo una storia che fosse emotivamente potente e ricca di significato, straordinaria e commovente, raccontata da un punto di vista inedito, quello di un bambino. E, soprattutto, realmente accaduta. L'ha trovata.

Una storia vera
Jurek che sporco e impaurito, coraggioso e indomito, corre e corre e si nasconde e subisce il peggio che l'umanità sa esprimere quando la ragione, il cuore e l'amore collassano dinanzi al male, è Yoram Fridman: oggi vive in Israele con figli e nipoti e i ricordi di quella sua tragica odissea impressi nell’anima e sulla carne. Il film, nel finale, ce lo fa vedere sulla spiaggia di Tel Aviv come se tutto ciò che ha vissuto e che è stato così ben romanzato fosse stato soltanto un ricordo lontano nel tempo. E' bello che nel film anche il cristianesimo, adottato da Jurek per passare indenne tra l'orrore e la morte, non sia mai strumentalizzato: una donna cattolica, come hanno fatto tante famiglie polacche, lo aiuta consegnandogli un rosario e spiegandogli che cosa dire, lei mostrando il segno della sua carità e insegnando a lui quello della Croce, cuore del dolore del mondo. cgNel momento della scelta, Jurek semplicemente prenderà la strada che lo riconduce a casa e in seno al suo popolo.

Oltre l'orrore della guerra
Il film, come scrive il regista, "è la storia dell'impietosa brutalità di qualsiasi guerra, ma anche quella di quanti riuscirono a elevarsi al di sopra dei suoi orrori e aiutarono coloro che altrimenti non sarebbero sopravvissuti. Volevo raccontare una storia senza pessimismo, vera, fatta di forza, di speranza e di coraggio". Jurek corre: nel suo affanno e nel suo tremore vediamo tutti i bambini che oggi nel mondo combattono per restare vivi, come se la storia non avesse insegnato, la violenza non fosse scemata e il peccato fosse rimasto impunito.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Arriva giovedì prossimo sugli schermi italiani "Exodus - Dei e Re", il film che Ridley Scott dedica al fratello Tony scomparso due anni fa. Ispirato al libro dell'Esodo, il regista racconta in modo epico e spettacolare la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto e fa di Mosè un guerriero audace, un eroe coraggioso e un uomo tormentato nel rispondere alla chiamata di Dio. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il faraone Seti: "Mosè, Ramses: voi siete cresciuti insieme come fratelli, abbiate cura l'uno dell'altro".
Mosè: "Sempre"

Una spada d'oro forgiata per un dio di carne e un cuore umano che non sa di doverLo incontrare. Il faraone Ramses attende di essere adorato dal suo popolo mentre è servito dagli Israeliti sottomessi in schiavitù; Mosè sente l'inquietudine scorrergli nel sangue perché sa di dover affrontare prima o poi la sua origine, adorando e servendo l'unico vero Dio. L'uno e l'altro si fronteggiano, perche saranno le loro ragioni opposte a crearli nemici, dopo che un destino li aveva resi fratelli. Tanti episodi della Bibbia sono rafforzati da un flusso narrativo epico punteggiato di forti emozioni e proporzioni che il cinema molte volte ha ceduto alla tentazione di raccontare, enfatizzando l'aspetto mitico e manipolando quello teologico e scritturistico. Se Ridley Scott, come altri registi, non è esente nel suo "Exodus - Dei e Re" - sette anni di gestazione, 140 milioni di dollari d’investimento, suggestivo 3D - da errori storici, omissioni bibliche e una calcolata, parziale infedeltà ai testi sacri, va detto che nulla lascia di intentato nel rendere visivamente avvincenti alcune delle pagine più famose dell'Esodo. E pur concedendosi le libertà che inevitabilmente un regista avoca a sé, dirige un film che ha il pregio di concentrarsi tutto sulla personalità difficile e tormentata di Mosè, rendendolo un comprensibile eroe moderno, dando giustamente spazio alla rivalità familiare con Ramses e ciò che la sua figura di egiziano, diametralmente opposta, rappresenta. Ma non è lo scontro immediato tra il politeismo e il monoteismo quello che potrebbe emergere da una lettura facile e strumentale, così come sono del tutto marginali e pretestuose le critiche che si sono addossate sul film, come se fosse in grado di avvalorare e corroborare le attuali piaghe che affliggono il mondo contemporaneo. Se gli attori hanno un certo colore della pelle, se i monumenti e i loro tempi di realizzazione non sono corretti, se alcune immagini possono essere di fantasia e la rappresentazione della personalità di un grande patriarca non accontenta tutte le interpretazioni che sono nate in seno alle diverse tradizioni religiose, questo non è motivo sufficiente - e non lo sarà mai nella storia del cinema - per disprezzare un film, che tale rimane.

Scott si concentra su un Mosè guerriero, dilaniato dall'identità che lo affligge, spaventato dal compito immane e doloroso che il Signore, che è il "Dio degli eserciti", gli vuole affidare. E' una figura epica, senz'altro, che convive con quella religiosa, nell'alveo - delicato e terribile insieme - della storia della salvezza. E il film regge la spettacolarizzazione dell'Egitto e dei popoli in guerra, accreditando a Scott anche il coraggio, inusitato oggi in tempi di scontri e intolleranze fratricide, di riproporre la Bibbia e una delle figure più amate e conosciute raccontata nelle sue pagine. Alcuni personaggi - scelta necessaria - rimangono seminascosti (Aronne, Miriam e la moglie Zippora), alcuni segmenti e oggetti del racconto vengono messi in ombra o del tutto omessi, alcuni dialoghi giustamente attualizzati, ma il Mosè di Christian Bale, così inserito in un dramma prima di tutto familiare, che esplode poi in quello di una civiltà e due popoli, è frutto di un importante lavoro d'attore. Fin da quando è costretto ad ascoltare la voce del Signore - rappresentato, con una scelta pur discutibile ma efficace, nelle vesti di un bambino né tenero né accondiscendente ma radicalmente determinato - che lo interpella mentre lui è bloccato in una morsa di fango, quello da cui Adamo il peccatore era stato forgiato e lui, il liberatore, riemerge spaventato.

Ci sono momenti bellissimi nel film: le piaghe, appunto, che scaturiscono l'una dall'altra come da una natura impazzita e terribile, fino al buio della notte e della morte; le frastagliate personalità di israeliti e egiziani, che difendono le loro ragioni; la riflessione sul potere, messa in bocca al vecchio faraone Seti morente; la forgiatura delle Tavole della Legge, nelle quali l'uomo Mosè è coinvolto perché saranno Comandamenti ai quali da quel momento tutta l'umanità, e non solo Israele, sarà chiamata all'osservanza. Magniloquente e intimo, "Exodus" arriva teso alla resa dei conti finale tra fratelli e popoli, con il Mar Rosso che si placa e furioso si richiude, segno anche della divisione che da quelle acque scaturisce. E poi ecco Mosè, canuto, affaticato e indebolito, che protegge con piccoli gesti l'Arca dell'Alleanza, accarezzandola: segno di riverenza e affetto per la presenza del Signore tra il suo popolo e, da allora, anche nella nostra storia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - È sugli schermi italiani “The Imitation Game” di Morten Tyldum, “biopic” avvincente dedicato alla figura del matematico inglese, Alan Turing, negletto dalla storia, vessato dalle leggi, tragicamente scomparso e recentemente riabilitato. Fu lui, infatti, a decrittare il codice nazista “Enigma” durante le fasi cruciali della Seconda Guerra Mondiale e a permettere così di salvare milioni di persone. Il servizio di Luca Pellegrini:

- A quanto pare la sua costosissima macchina non funziona...

- E invece sì...

- Ah, splendido! Ha decifrato Enigma, allora...

- La macchina stava elaborando... Non potete mai capire l'importanza di quello che io sto creando qui!..." (clip dal film)

La storia lo capirà da lì a poco. Alan sta tentando di difendere Christopher, che gli sta davanti, con le sue piccole ruote colorate, mentre ticchettano rumorose girando senza sosta e una miriade di cavi entrano ed escono da questo cuore pulsante come fossero le vene di una strana creatura. Christopher è una macchina con la quale il matematico Alan Turing, che l'ha creata, fa i conti da parecchi mesi. Tempi cruciali, perché sono quelli della Seconda Guerra Mondiale, che dalla luce sinistra dei bombardamenti londinesi dell'aviazione tedesca si riflettono orrendamente sul continente europeo e nel mondo intero. E cruciali i risultati cui la sua invenzione può approdare, perché dovrebbe servire a decrittare i messaggi in codice che i nazisti creano con un sistema chiamato “Enigma”.

L’uomo, la macchina e l’intolleranza

Il  film di Morten Tyldum racconta una serie molteplice di scontri, generati in quell'epoca tragica e arroventati dal conflitto bellico, dalla paura, dall'ansia, dall'odio: tra gli uomini, con al centro la figura di Turing, ben poco studiata dalla storia e dalla scienza; tra l'uomo e la macchina; tra la libertà e l'intolleranza; tra la coscienza e il dovere; tra l'amore e l'invidia. Turing e quel suo scatolone di cavi e rotelle, che aprì la strada allo studio degli attuali computer, fu determinante per la vittoria degli Alleati riuscendo a carpire le comunicazioni belliche che i nazisti si scambiavano utilizzando quella scrittura indecifrabile, e gli storici oggi stimano che la decrittazione del codice “Enigma” abbia abbreviato la guerra di oltre due anni salvando più di 14 milioni di persone.

Eroe misconosciuto e riabilitato

Ma la ragion di stato, la chiusa mentalità e l'assurdità delle leggi anglosassoni determinarono il tragico oblio del genio, oltre che la sua tragica fine: omosessuale tormentato, venne bandito dagli annali degli eroi, gettato nella dimenticanza e nella povertà, condannato nel 1952 all'obbligo di terapia ormonale per la castrazione chimica, fino al suo suicidio, che avvenne a soli 41 anni, il 7 giugno 1954. Non serviva questo film alla sua riabilitazione umana e storica – avendo già il governo del Regno Unito formalizzato le sue scuse nel 2009 e la regina Elisabetta II concesso nel 2013 a Turing la grazia postuma onorando le sue straordinarie scoperte scientifiche – ma a squarciare un velo su un capitolo decisamente dimenticato del XX secolo, che riguarda tutte le famiglie colpite dalla guerra. Scavando nella complessità e vulnerabilità del carattere del protagonista, attraverso l'intersezione di tre distinti anni della sua vita: quelli della scuola, sottoposto a dolorosi atti di bullismo, nel 1927; della guerra, quando lavora con grandi tensioni insieme a un gruppo di giovani coetanei per portare a termine il suo progetto segretissimo; nei '50, quando a Manchester esplode la sua agonia, il suo tormento, dopo l'incriminazione per atti osceni.

A difesa della libertà

Interpretato con un algido rigore da Benedict Cumberbatch, che con la sua impeccabile, scostante, commovente recitazione, non ci mette a fianco di Turing, ma giustamente ci spinge lontano, così come lui fece nella vita creando il vuoto attorno a sé, anziché colmarlo. Ma altrettanto ci avvicina emotivamente alla sua strenua lotta a difesa delle sue intuizioni, della sua mente, della sua libertà, più che della sua natura.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ stata presentata la 32.ma edizione del Torino Film Festival, che si svolgerà nel capoluogo piemontese dal 21 al 29 novembre, diretto per la prima volta da Emanuela Martini. Si aprirà con “Gemma Bovery”, una bella commedia di Anne Fontaine, e proseguirà poi con tanti titoli e tanti nomi capaci di incuriosire il pubblico degli appassionati e soprattutto quello entusiasta dei giovani. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il Torino Film Festival prosegue la sua storia di manifestazione dai molti sguardi e dai contenuti d’autore, senza abdicare alla curiosità dei nomi e dei titoli scelti, al suo gusto cinefilo, all'attenzione principalmente rivolta ai giovani, che affollano sempre numerosissimi le sale. Una vera kermesse: 65 lungometraggi opere prime e seconde, molte anteprime, sezioni dai titoli accattivanti come "Festa mobile", "Diritti e rovesci", “After hours", "Onde, onde", che si affiancano al tradizionale Concorso in cui emergeranno sicuramente sorprese e passioni. Emanuela Martini da quest'anno dirige il Festival torinese, che custodisce le caratteristiche dei precedenti direttori con i quali ha avuto la fortuna di collaborare. Le ricorda così:

R. – Di Nanni Moretti, sicuramente il rigore e l’ostinazione con cui ha deciso che il Torino Film Festival dovesse restare un Festival con una grossa identità, restare cioè un Festival diretto alla scoperta, all’invenzione, ai nuovi talenti. Di Gianni Amelio, la passione cinefila, ovviamente, che non si rivolge soltanto al cinema del passato, ma si rivolge anche al cinema del futuro: la maniera cioè di guardare con grande entusiasmo cinefilo. Di Paolo Virzì, l’intelligenza con cui ha sottolineato che il Torino Film Festival ha anche una anima pop, pop alto, pop positivo, cultura popolare alta.

D. – Mentre la sua caratteristica di direttore?

R. – Condivido anche alcune delle caratteristiche dei tre direttori precedenti e sicuramente la curiosità che, grazie al cielo, continuo ad avere, nonostante siano molti anni che faccio il critico e la voglia di scoprire ancora qualcosa.

D. –  Un Festival sempre amato dai giovani. Perché?

R. – Non lo so… Probabilmente, proprio perché c’è veramente il miscuglio giusto di cose. Per esempio, la cosa che appassiona i giovani a Torino – una cosa che a me personalmente fa molto piacere – sono le retrospettive. Poi, i giovani vanno a vedere i film di giovani volentieri, ovviamente, e secondo me hanno capito che se perdono un film grosso, perché non riescono a entrare, si buttano nella sala di fianco dove c’è un film del quale non hanno mai sentito parlare e magari scoprono qualcosa…

D. –  Paolo Virzì ha scelto i film della sua sezione dedicandola alle problematiche del mondo del lavoro, mentre Massimo Causo ha collezionato una serie di opere e documentari che affrontano le prospettive della democrazia oggi. Il Festival è legato alla realtà del mondo?

R. – Ha sempre guardato al reale e al sociale e infatti ha una grossa parte che è esplicitamente dedicata al documentario. Poi, lo sappiamo che ormai le sovrapposizioni e gli sconfinamenti tra documentario e finzione sono all’ordine del giorno, ovunque. Addirittura, in Italia è già da alcuni anni che si dice che è dal documentario che stanno venendo fuori le forze più giovani e più interessanti anche per il cinema di finzione. La democrazia è sicuramente nell’aria: il lavoro non c’è ed è perciò nell’aria. Quindi, vuol dire che a Torino c’è sempre stata molto questa valenza sul reale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da ieri sugli schermi italiani e da oggi su quelli americani l’atteso “Interstellar” di Christopher Nolan, un importante e bellissimo film di fantascienza in cui la terra, diventato un pianeta senza cibo, costringe l’umanità a cercare nuovi mondi, con imprevedibili conseguenze e la conferma del primato dell’amore. Il servizio di Luca Pellegrini.

"Spinti dalla fede incrollabile che la terra sia nostra", come dice l'austero professor Brad, gli uomini non si sono accorti che non è più così. La terra ci respinge, la sabbia ci invade. Scompare il cibo. “Interstellar” non è un film apocalittico come i tanti che si sono succeduti al passaggio del Millennio. Trascende la visione semplicistica del dualismo inizio-fine della vita e va assai oltre il racconto di fantascienza. Ambizioso, complesso, diventa un grandioso viaggio interstellare guidato da Cooper, interpretato da Matthew McConaughey, padre vedovo e tormentato, che ricorda sull'uscio di casa come "un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia, ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere". E' in questa contrapposizione tra il grigio, l'aridità del fango e lo splendore, il mistero della galassia che Nolan inserisce nozioni scientifiche e immagini fantastiche, una fantascienza che diventa "densa" e si gioca tutta sull'emozione, lasciando la responsabilità del passato e del futuro nelle mani dell’uomo, escludendo per questo un "loro" extraterrestre. Dunque un "noi" in cui siamo liberi, prima di tutto di amare. Un atto di grande fiducia nella nostra capacità di scegliere e di rischiare, che porta l’umanità a un nuovo modo di sopravvivere, in cui le nozioni del tempo e dello spazio cambiano radicalmente. Abbiamo chiesto a McConaughey lo spirito del suo personaggio.

R. – I’m a father of three…
Ho tre figli, ho doveri e responsabilità come padre e questo mi piace. Ho anche dei sogni personali e cerco di realizzarli, quando recito. Fortunatamente, la mia famiglia mi segue quando lavoro. Non ho la stessa situazione di conflitto che ha Cooper con i suoi figli, ma a volte è necessario prendere una decisione riguardo a una cosa o l'altra. Cooper letteralmente è messo con le spalle al muro, non ha scelta: è un padre vedovo, il suo dovere è prendersi cura dei figli. Era un pilota della Nasa che ha lasciato, è un agricoltore, ma il suo sogno è volare, sa che la sua casa è la cabina di pilotaggio e vorrebbe essere lassù. Quando lo vediamo all'inizio del film sa che forse non potrà mai più realizzare questo suo sogno e questo non lo rende felice, questo lo rende ansioso, non si sente a suo agio sulla Terra.

D. - L’estinzione dell’umanità è la conseguenza dei disastri ambientali...

R. – I think that the Earth...
Penso che la Terra starebbe bene, siamo noi che siamo terribili. Di questo dovremmo preoccuparci. Siamo noi che possiamo distruggere madre natura, lei non ha proprio nulla di che ringraziarci, l'abbiamo maltrattata per troppo tempo. In questo film il cuore del problema è che la natura si è infastidita con noi ed ha introdotto un virus che consuma il nostro cibo, che così finisce. Nolan è molto coinvolto da questi disastri creati dall'uomo. Però, non vuole essere didattico e nemmeno dirti che questo accadrà o metterti in guardia, anche se poi il pubblico prende il film proprio così.

D. – Nel film “Contact” lei era un integerrimo uomo di fede, qui un pilota che ha dinanzi a sé soltanto l’orizzonte della scienza. Due posizioni inconciliabili?

R. – I didn’t see them as counter...
Non vedo contrapposizione nel loro modo di agire. Cooper non è uno scienziato, è un ingegnere e un pilota, è un po' superstizioso, ha paura, è costretto a usare il suo istinto, ma è il pilota giusto per quella missione. Credo davvero dentro di me che se una persona è un uomo di fede e crede in Dio per lui la scienza non può che essere la ricerca pratica di Dio, e questo lo si intuisce chiaramente nel film. Quando si dice che “solo l'amore trascende il tempo” è andare oltre la scienza, è entrare nella sfera intima dei sentimenti, che non sono mai misurabili. Non tutto può essere scientificamente provato. Gli scienziati dicono: cerca la risposta in fondo fino al suo mistero. Ma non troveranno mai la risposta, per questo continuano a cercare.

D. - Come descriverebbe allora Interstellar?  

R. – Look, you gonna get a huge science-fiction...
Una grande avventura di fantascienza che ha a che fare con i nostri errori. All'inizio, quello che sta laggiù nello spazio lo consideriamo pericoloso, ma questo è un film incredibilmente ottimista e alla fine ci fa cambiare opinione, ci fa capire che possono esserci per l'umanità altri modi per continuare a vivere ed evolverci. In un certo senso, va oltre la fantascienza. Ma è anche una storia d'amore molto semplice e comprensibile tra un padre e una figlia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Sarà presentato in anteprima questa sera a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, l’ultimo film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, in sala poi da giovedì prossimo. Una nuova meditazione sul dolore e la memoria del grande maestro bergamasco, che ambienta questa sua ultima opera in una trincea della Prima Guerra Mondiale con un bravissimo Claudio Santamaria nei panni di un tormentato ufficiale. Il servizio di Luca Pellegrini.

“Siamo sepolti sotto la neve, anche stanotte ne è venuta tanta, che adesso ha uno spessore di quattro metri e mezzo… E ancora non ha smesso di nevicare!”.

Ce n’è tanta di neve su quelle Alpi in cui si compie l’inutile strage, neve che diventa sangue, neve che racchiude i corpi dei soldati mandati al macello. Ermanno Olmi scrive e dirige un film bellissimo sul dolore della guerra, sul dovere della memoria, sul bisogno di chiedere scusa a quelle vittime innocenti che combatterono per un’idea di Patria che poi scoprirono essere una grande bugia. Ambientato in una trincea e in una notte del 1917 carica di attesa e disperazione, ricordi e paura, il film che addensa sentimenti e poesia, fotografato con dolente bellezza dal figlio del regista Fabio, è un continuo scorre sui volti anonimi dei ragazzi italiani che credevano di essere eroi, un incrocio di sguardi che attestano l’essere ancora in vita e per questo sperare, mentre la morte può arrivare in un soffio. E’ lo stesso regista bergamasco che ricorda l’origine del suo film.

R. – Facendo questo film, mi sono accorto che, in maniera molto rimarcata ma fuori dalla consapevolezza degli interpreti e dei soldati di allora, c’era - come dire - un galleggiare di sentimenti che nelle guerre recenti, nelle guerre attuali, sono assolutamente scomparsi. Ebbene, forse perché io da bambino ricordo che mio padre mi raccontava spesso della Prima Guerra Mondiale, cui aveva partecipato come bersagliere e avendo vissuto tutte quelle azioni belliche di estrema tragicità e rischio, la cosa che mi colpì allora fu che in certi momenti lo vedovo commosso, sul punto di piangere… Allora io bambino, piccolo, capii che dietro quella memoria c’era qualcosa di straordinariamente carico appunto di sentimenti. Da lì ho cominciato a pensare: può esserci una guerra che uccide gli uomini, ma non i sentimenti?

D. – Ha deciso di tornare a 83 anni dietro la macchina da presa proprio con un film sulla Grande Guerra. Perché?

R. – Noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di tutti quei giovani, anche civili. Milioni di persone che sono morte in quella guerra… Non abbiamo spiegato loro perché sono morti: perché non lo abbiamo spiegato? Con i morti e con i bambini non si può barare. Noi, questi giovani morti, li abbiamo traditi. Adesso celebriamo il centenario: fanfare, bandiere, discorsi… Ma se prima non sciogliamo questo nodo dell’ipocrisia e direi della vigliaccheria - uso parole forti, lo so - resteremo sempre in quella fascia neutrale che è già tradimento. Allora, cosa fare? Mi auguro che questa celebrazione del centenario, con alcune riflessioni a proposito di questo tradimento, trovi in noi un motivo per quantomeno chiedere scusa.

D. – Maestro, ci spiega il titolo del film, “Torneranno i prati”?

R. – Perché qualsiasi tragedia umana, qualsiasi stravolgimento epocale, dove alla fine rimangono ceneri e fiamme, qualsiasi di queste occasioni ha sempre un epilogo e che tutto poi tornerà normale, come i prati appunto.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Presentata a Roma la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma all’Auditorium Parco della Musica dal 16 al 25 ottobre. Un programma che segna il ritorno all’anima popolare della manifestazione e il recupero di un’identità artistica. Il servizio di Luca Pellegrini:

Un ritorno alle origini, da festival a festa. Perché il cinema è cambiato, l’Italia è cambiata e pure gli spettatori. Per crisi d’identità e per le tensioni che ne hanno segnato la breve esistenza, la manifestazione cinematografica romana tenta di rinnovarsi, guardando al suo passato. Forse la IX edizione, non corrisponde più né all’idea primigenia né alla visione che il suo attuale direttore, Marco Müller, ha di un vero festival di cinema. Che così commenta questa conversione, o quella che lui stesso ha chiamato, una “sterzata”:

“L’idea era 'in nuce' naturalmente giù nelle scelte di programma dello scorso anno, a noi premeva in qualche modo radicarci bene in tutti i gruppi di spettatori che la nostra città può regalare a un evento di grandi dimensioni. Quindi, c’è la possibilità, con i film giusti, di avere quel tipo di risposta. E’ questa un po’ la scommessa”.

La giuria è formata esclusivamente dal pubblico. Il programma è composito. Pur con budget assai ridotto e meno trionfalismi da parte di tutti, sono 51 i lungometraggi presentati nelle 5 rinnovate sezioni, con 24 prime mondiali provenienti da 21 Paesi. Commedie e soap opera non mancano, per rendere omaggio a un genere popolare e non dimenticare le contaminazioni tra grande schermo e televisione. Tra i protagonisti, per le sempre assai seguite lezioni di cinema, Kevin Kostner e Wim Wenders. Dunque, si torna anche a un’anima popolare.

“Questa era - secondo me - l’idea  di festa che andava suscitata, che andava rivivificata. 2006-2014: sono passati otto anni, anche il cinema è molto cambiato. Credo che la cosa più importante sia riuscire a camminare davvero, da una parte, mano nella mano con registi, produttori, esportatori e, dall’altra, non correre troppo, non distanziarsi troppo dagli spettatori, cercando di dare loro il tempo di raggiungerti, riaprenderti e, a questo punto, cominciare a costruire insieme”.

Per la prima volta, verrà anche attribuito il premio d’ispirazione cattolica Signis – Fondazione Ente dello Spettacolo – mentre il giorno di apertura del Festival, il 16 ottobre, sarà proiettato fuori concorso “27 aprile 2014 – Racconto di un evento”, un docufilm in 3D prodotto dal Centro Televisivo Vaticano e Sky (messo poi in onda la sera successiva alle ore 21 da SKY 3D) nel quale la giornata della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII è rivissuta, in modo intimo ed emozionale, attraverso immagini inedite e la voce narrante di Giancarlo Giannini.

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