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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Arriva giovedì prossimo sugli schermi italiani "Exodus - Dei e Re", il film che Ridley Scott dedica al fratello Tony scomparso due anni fa. Ispirato al libro dell'Esodo, il regista racconta in modo epico e spettacolare la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto e fa di Mosè un guerriero audace, un eroe coraggioso e un uomo tormentato nel rispondere alla chiamata di Dio. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il faraone Seti: "Mosè, Ramses: voi siete cresciuti insieme come fratelli, abbiate cura l'uno dell'altro".
Mosè: "Sempre"

Una spada d'oro forgiata per un dio di carne e un cuore umano che non sa di doverLo incontrare. Il faraone Ramses attende di essere adorato dal suo popolo mentre è servito dagli Israeliti sottomessi in schiavitù; Mosè sente l'inquietudine scorrergli nel sangue perché sa di dover affrontare prima o poi la sua origine, adorando e servendo l'unico vero Dio. L'uno e l'altro si fronteggiano, perche saranno le loro ragioni opposte a crearli nemici, dopo che un destino li aveva resi fratelli. Tanti episodi della Bibbia sono rafforzati da un flusso narrativo epico punteggiato di forti emozioni e proporzioni che il cinema molte volte ha ceduto alla tentazione di raccontare, enfatizzando l'aspetto mitico e manipolando quello teologico e scritturistico. Se Ridley Scott, come altri registi, non è esente nel suo "Exodus - Dei e Re" - sette anni di gestazione, 140 milioni di dollari d’investimento, suggestivo 3D - da errori storici, omissioni bibliche e una calcolata, parziale infedeltà ai testi sacri, va detto che nulla lascia di intentato nel rendere visivamente avvincenti alcune delle pagine più famose dell'Esodo. E pur concedendosi le libertà che inevitabilmente un regista avoca a sé, dirige un film che ha il pregio di concentrarsi tutto sulla personalità difficile e tormentata di Mosè, rendendolo un comprensibile eroe moderno, dando giustamente spazio alla rivalità familiare con Ramses e ciò che la sua figura di egiziano, diametralmente opposta, rappresenta. Ma non è lo scontro immediato tra il politeismo e il monoteismo quello che potrebbe emergere da una lettura facile e strumentale, così come sono del tutto marginali e pretestuose le critiche che si sono addossate sul film, come se fosse in grado di avvalorare e corroborare le attuali piaghe che affliggono il mondo contemporaneo. Se gli attori hanno un certo colore della pelle, se i monumenti e i loro tempi di realizzazione non sono corretti, se alcune immagini possono essere di fantasia e la rappresentazione della personalità di un grande patriarca non accontenta tutte le interpretazioni che sono nate in seno alle diverse tradizioni religiose, questo non è motivo sufficiente - e non lo sarà mai nella storia del cinema - per disprezzare un film, che tale rimane.

Scott si concentra su un Mosè guerriero, dilaniato dall'identità che lo affligge, spaventato dal compito immane e doloroso che il Signore, che è il "Dio degli eserciti", gli vuole affidare. E' una figura epica, senz'altro, che convive con quella religiosa, nell'alveo - delicato e terribile insieme - della storia della salvezza. E il film regge la spettacolarizzazione dell'Egitto e dei popoli in guerra, accreditando a Scott anche il coraggio, inusitato oggi in tempi di scontri e intolleranze fratricide, di riproporre la Bibbia e una delle figure più amate e conosciute raccontata nelle sue pagine. Alcuni personaggi - scelta necessaria - rimangono seminascosti (Aronne, Miriam e la moglie Zippora), alcuni segmenti e oggetti del racconto vengono messi in ombra o del tutto omessi, alcuni dialoghi giustamente attualizzati, ma il Mosè di Christian Bale, così inserito in un dramma prima di tutto familiare, che esplode poi in quello di una civiltà e due popoli, è frutto di un importante lavoro d'attore. Fin da quando è costretto ad ascoltare la voce del Signore - rappresentato, con una scelta pur discutibile ma efficace, nelle vesti di un bambino né tenero né accondiscendente ma radicalmente determinato - che lo interpella mentre lui è bloccato in una morsa di fango, quello da cui Adamo il peccatore era stato forgiato e lui, il liberatore, riemerge spaventato.

Ci sono momenti bellissimi nel film: le piaghe, appunto, che scaturiscono l'una dall'altra come da una natura impazzita e terribile, fino al buio della notte e della morte; le frastagliate personalità di israeliti e egiziani, che difendono le loro ragioni; la riflessione sul potere, messa in bocca al vecchio faraone Seti morente; la forgiatura delle Tavole della Legge, nelle quali l'uomo Mosè è coinvolto perché saranno Comandamenti ai quali da quel momento tutta l'umanità, e non solo Israele, sarà chiamata all'osservanza. Magniloquente e intimo, "Exodus" arriva teso alla resa dei conti finale tra fratelli e popoli, con il Mar Rosso che si placa e furioso si richiude, segno anche della divisione che da quelle acque scaturisce. E poi ecco Mosè, canuto, affaticato e indebolito, che protegge con piccoli gesti l'Arca dell'Alleanza, accarezzandola: segno di riverenza e affetto per la presenza del Signore tra il suo popolo e, da allora, anche nella nostra storia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - È sugli schermi italiani “The Imitation Game” di Morten Tyldum, “biopic” avvincente dedicato alla figura del matematico inglese, Alan Turing, negletto dalla storia, vessato dalle leggi, tragicamente scomparso e recentemente riabilitato. Fu lui, infatti, a decrittare il codice nazista “Enigma” durante le fasi cruciali della Seconda Guerra Mondiale e a permettere così di salvare milioni di persone. Il servizio di Luca Pellegrini:

- A quanto pare la sua costosissima macchina non funziona...

- E invece sì...

- Ah, splendido! Ha decifrato Enigma, allora...

- La macchina stava elaborando... Non potete mai capire l'importanza di quello che io sto creando qui!..." (clip dal film)

La storia lo capirà da lì a poco. Alan sta tentando di difendere Christopher, che gli sta davanti, con le sue piccole ruote colorate, mentre ticchettano rumorose girando senza sosta e una miriade di cavi entrano ed escono da questo cuore pulsante come fossero le vene di una strana creatura. Christopher è una macchina con la quale il matematico Alan Turing, che l'ha creata, fa i conti da parecchi mesi. Tempi cruciali, perché sono quelli della Seconda Guerra Mondiale, che dalla luce sinistra dei bombardamenti londinesi dell'aviazione tedesca si riflettono orrendamente sul continente europeo e nel mondo intero. E cruciali i risultati cui la sua invenzione può approdare, perché dovrebbe servire a decrittare i messaggi in codice che i nazisti creano con un sistema chiamato “Enigma”.

L’uomo, la macchina e l’intolleranza

Il  film di Morten Tyldum racconta una serie molteplice di scontri, generati in quell'epoca tragica e arroventati dal conflitto bellico, dalla paura, dall'ansia, dall'odio: tra gli uomini, con al centro la figura di Turing, ben poco studiata dalla storia e dalla scienza; tra l'uomo e la macchina; tra la libertà e l'intolleranza; tra la coscienza e il dovere; tra l'amore e l'invidia. Turing e quel suo scatolone di cavi e rotelle, che aprì la strada allo studio degli attuali computer, fu determinante per la vittoria degli Alleati riuscendo a carpire le comunicazioni belliche che i nazisti si scambiavano utilizzando quella scrittura indecifrabile, e gli storici oggi stimano che la decrittazione del codice “Enigma” abbia abbreviato la guerra di oltre due anni salvando più di 14 milioni di persone.

Eroe misconosciuto e riabilitato

Ma la ragion di stato, la chiusa mentalità e l'assurdità delle leggi anglosassoni determinarono il tragico oblio del genio, oltre che la sua tragica fine: omosessuale tormentato, venne bandito dagli annali degli eroi, gettato nella dimenticanza e nella povertà, condannato nel 1952 all'obbligo di terapia ormonale per la castrazione chimica, fino al suo suicidio, che avvenne a soli 41 anni, il 7 giugno 1954. Non serviva questo film alla sua riabilitazione umana e storica – avendo già il governo del Regno Unito formalizzato le sue scuse nel 2009 e la regina Elisabetta II concesso nel 2013 a Turing la grazia postuma onorando le sue straordinarie scoperte scientifiche – ma a squarciare un velo su un capitolo decisamente dimenticato del XX secolo, che riguarda tutte le famiglie colpite dalla guerra. Scavando nella complessità e vulnerabilità del carattere del protagonista, attraverso l'intersezione di tre distinti anni della sua vita: quelli della scuola, sottoposto a dolorosi atti di bullismo, nel 1927; della guerra, quando lavora con grandi tensioni insieme a un gruppo di giovani coetanei per portare a termine il suo progetto segretissimo; nei '50, quando a Manchester esplode la sua agonia, il suo tormento, dopo l'incriminazione per atti osceni.

A difesa della libertà

Interpretato con un algido rigore da Benedict Cumberbatch, che con la sua impeccabile, scostante, commovente recitazione, non ci mette a fianco di Turing, ma giustamente ci spinge lontano, così come lui fece nella vita creando il vuoto attorno a sé, anziché colmarlo. Ma altrettanto ci avvicina emotivamente alla sua strenua lotta a difesa delle sue intuizioni, della sua mente, della sua libertà, più che della sua natura.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ stata presentata la 32.ma edizione del Torino Film Festival, che si svolgerà nel capoluogo piemontese dal 21 al 29 novembre, diretto per la prima volta da Emanuela Martini. Si aprirà con “Gemma Bovery”, una bella commedia di Anne Fontaine, e proseguirà poi con tanti titoli e tanti nomi capaci di incuriosire il pubblico degli appassionati e soprattutto quello entusiasta dei giovani. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il Torino Film Festival prosegue la sua storia di manifestazione dai molti sguardi e dai contenuti d’autore, senza abdicare alla curiosità dei nomi e dei titoli scelti, al suo gusto cinefilo, all'attenzione principalmente rivolta ai giovani, che affollano sempre numerosissimi le sale. Una vera kermesse: 65 lungometraggi opere prime e seconde, molte anteprime, sezioni dai titoli accattivanti come "Festa mobile", "Diritti e rovesci", “After hours", "Onde, onde", che si affiancano al tradizionale Concorso in cui emergeranno sicuramente sorprese e passioni. Emanuela Martini da quest'anno dirige il Festival torinese, che custodisce le caratteristiche dei precedenti direttori con i quali ha avuto la fortuna di collaborare. Le ricorda così:

R. – Di Nanni Moretti, sicuramente il rigore e l’ostinazione con cui ha deciso che il Torino Film Festival dovesse restare un Festival con una grossa identità, restare cioè un Festival diretto alla scoperta, all’invenzione, ai nuovi talenti. Di Gianni Amelio, la passione cinefila, ovviamente, che non si rivolge soltanto al cinema del passato, ma si rivolge anche al cinema del futuro: la maniera cioè di guardare con grande entusiasmo cinefilo. Di Paolo Virzì, l’intelligenza con cui ha sottolineato che il Torino Film Festival ha anche una anima pop, pop alto, pop positivo, cultura popolare alta.

D. – Mentre la sua caratteristica di direttore?

R. – Condivido anche alcune delle caratteristiche dei tre direttori precedenti e sicuramente la curiosità che, grazie al cielo, continuo ad avere, nonostante siano molti anni che faccio il critico e la voglia di scoprire ancora qualcosa.

D. –  Un Festival sempre amato dai giovani. Perché?

R. – Non lo so… Probabilmente, proprio perché c’è veramente il miscuglio giusto di cose. Per esempio, la cosa che appassiona i giovani a Torino – una cosa che a me personalmente fa molto piacere – sono le retrospettive. Poi, i giovani vanno a vedere i film di giovani volentieri, ovviamente, e secondo me hanno capito che se perdono un film grosso, perché non riescono a entrare, si buttano nella sala di fianco dove c’è un film del quale non hanno mai sentito parlare e magari scoprono qualcosa…

D. –  Paolo Virzì ha scelto i film della sua sezione dedicandola alle problematiche del mondo del lavoro, mentre Massimo Causo ha collezionato una serie di opere e documentari che affrontano le prospettive della democrazia oggi. Il Festival è legato alla realtà del mondo?

R. – Ha sempre guardato al reale e al sociale e infatti ha una grossa parte che è esplicitamente dedicata al documentario. Poi, lo sappiamo che ormai le sovrapposizioni e gli sconfinamenti tra documentario e finzione sono all’ordine del giorno, ovunque. Addirittura, in Italia è già da alcuni anni che si dice che è dal documentario che stanno venendo fuori le forze più giovani e più interessanti anche per il cinema di finzione. La democrazia è sicuramente nell’aria: il lavoro non c’è ed è perciò nell’aria. Quindi, vuol dire che a Torino c’è sempre stata molto questa valenza sul reale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da ieri sugli schermi italiani e da oggi su quelli americani l’atteso “Interstellar” di Christopher Nolan, un importante e bellissimo film di fantascienza in cui la terra, diventato un pianeta senza cibo, costringe l’umanità a cercare nuovi mondi, con imprevedibili conseguenze e la conferma del primato dell’amore. Il servizio di Luca Pellegrini.

"Spinti dalla fede incrollabile che la terra sia nostra", come dice l'austero professor Brad, gli uomini non si sono accorti che non è più così. La terra ci respinge, la sabbia ci invade. Scompare il cibo. “Interstellar” non è un film apocalittico come i tanti che si sono succeduti al passaggio del Millennio. Trascende la visione semplicistica del dualismo inizio-fine della vita e va assai oltre il racconto di fantascienza. Ambizioso, complesso, diventa un grandioso viaggio interstellare guidato da Cooper, interpretato da Matthew McConaughey, padre vedovo e tormentato, che ricorda sull'uscio di casa come "un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia, ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere". E' in questa contrapposizione tra il grigio, l'aridità del fango e lo splendore, il mistero della galassia che Nolan inserisce nozioni scientifiche e immagini fantastiche, una fantascienza che diventa "densa" e si gioca tutta sull'emozione, lasciando la responsabilità del passato e del futuro nelle mani dell’uomo, escludendo per questo un "loro" extraterrestre. Dunque un "noi" in cui siamo liberi, prima di tutto di amare. Un atto di grande fiducia nella nostra capacità di scegliere e di rischiare, che porta l’umanità a un nuovo modo di sopravvivere, in cui le nozioni del tempo e dello spazio cambiano radicalmente. Abbiamo chiesto a McConaughey lo spirito del suo personaggio.

R. – I’m a father of three…
Ho tre figli, ho doveri e responsabilità come padre e questo mi piace. Ho anche dei sogni personali e cerco di realizzarli, quando recito. Fortunatamente, la mia famiglia mi segue quando lavoro. Non ho la stessa situazione di conflitto che ha Cooper con i suoi figli, ma a volte è necessario prendere una decisione riguardo a una cosa o l'altra. Cooper letteralmente è messo con le spalle al muro, non ha scelta: è un padre vedovo, il suo dovere è prendersi cura dei figli. Era un pilota della Nasa che ha lasciato, è un agricoltore, ma il suo sogno è volare, sa che la sua casa è la cabina di pilotaggio e vorrebbe essere lassù. Quando lo vediamo all'inizio del film sa che forse non potrà mai più realizzare questo suo sogno e questo non lo rende felice, questo lo rende ansioso, non si sente a suo agio sulla Terra.

D. - L’estinzione dell’umanità è la conseguenza dei disastri ambientali...

R. – I think that the Earth...
Penso che la Terra starebbe bene, siamo noi che siamo terribili. Di questo dovremmo preoccuparci. Siamo noi che possiamo distruggere madre natura, lei non ha proprio nulla di che ringraziarci, l'abbiamo maltrattata per troppo tempo. In questo film il cuore del problema è che la natura si è infastidita con noi ed ha introdotto un virus che consuma il nostro cibo, che così finisce. Nolan è molto coinvolto da questi disastri creati dall'uomo. Però, non vuole essere didattico e nemmeno dirti che questo accadrà o metterti in guardia, anche se poi il pubblico prende il film proprio così.

D. – Nel film “Contact” lei era un integerrimo uomo di fede, qui un pilota che ha dinanzi a sé soltanto l’orizzonte della scienza. Due posizioni inconciliabili?

R. – I didn’t see them as counter...
Non vedo contrapposizione nel loro modo di agire. Cooper non è uno scienziato, è un ingegnere e un pilota, è un po' superstizioso, ha paura, è costretto a usare il suo istinto, ma è il pilota giusto per quella missione. Credo davvero dentro di me che se una persona è un uomo di fede e crede in Dio per lui la scienza non può che essere la ricerca pratica di Dio, e questo lo si intuisce chiaramente nel film. Quando si dice che “solo l'amore trascende il tempo” è andare oltre la scienza, è entrare nella sfera intima dei sentimenti, che non sono mai misurabili. Non tutto può essere scientificamente provato. Gli scienziati dicono: cerca la risposta in fondo fino al suo mistero. Ma non troveranno mai la risposta, per questo continuano a cercare.

D. - Come descriverebbe allora Interstellar?  

R. – Look, you gonna get a huge science-fiction...
Una grande avventura di fantascienza che ha a che fare con i nostri errori. All'inizio, quello che sta laggiù nello spazio lo consideriamo pericoloso, ma questo è un film incredibilmente ottimista e alla fine ci fa cambiare opinione, ci fa capire che possono esserci per l'umanità altri modi per continuare a vivere ed evolverci. In un certo senso, va oltre la fantascienza. Ma è anche una storia d'amore molto semplice e comprensibile tra un padre e una figlia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Sarà presentato in anteprima questa sera a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, l’ultimo film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, in sala poi da giovedì prossimo. Una nuova meditazione sul dolore e la memoria del grande maestro bergamasco, che ambienta questa sua ultima opera in una trincea della Prima Guerra Mondiale con un bravissimo Claudio Santamaria nei panni di un tormentato ufficiale. Il servizio di Luca Pellegrini.

“Siamo sepolti sotto la neve, anche stanotte ne è venuta tanta, che adesso ha uno spessore di quattro metri e mezzo… E ancora non ha smesso di nevicare!”.

Ce n’è tanta di neve su quelle Alpi in cui si compie l’inutile strage, neve che diventa sangue, neve che racchiude i corpi dei soldati mandati al macello. Ermanno Olmi scrive e dirige un film bellissimo sul dolore della guerra, sul dovere della memoria, sul bisogno di chiedere scusa a quelle vittime innocenti che combatterono per un’idea di Patria che poi scoprirono essere una grande bugia. Ambientato in una trincea e in una notte del 1917 carica di attesa e disperazione, ricordi e paura, il film che addensa sentimenti e poesia, fotografato con dolente bellezza dal figlio del regista Fabio, è un continuo scorre sui volti anonimi dei ragazzi italiani che credevano di essere eroi, un incrocio di sguardi che attestano l’essere ancora in vita e per questo sperare, mentre la morte può arrivare in un soffio. E’ lo stesso regista bergamasco che ricorda l’origine del suo film.

R. – Facendo questo film, mi sono accorto che, in maniera molto rimarcata ma fuori dalla consapevolezza degli interpreti e dei soldati di allora, c’era - come dire - un galleggiare di sentimenti che nelle guerre recenti, nelle guerre attuali, sono assolutamente scomparsi. Ebbene, forse perché io da bambino ricordo che mio padre mi raccontava spesso della Prima Guerra Mondiale, cui aveva partecipato come bersagliere e avendo vissuto tutte quelle azioni belliche di estrema tragicità e rischio, la cosa che mi colpì allora fu che in certi momenti lo vedovo commosso, sul punto di piangere… Allora io bambino, piccolo, capii che dietro quella memoria c’era qualcosa di straordinariamente carico appunto di sentimenti. Da lì ho cominciato a pensare: può esserci una guerra che uccide gli uomini, ma non i sentimenti?

D. – Ha deciso di tornare a 83 anni dietro la macchina da presa proprio con un film sulla Grande Guerra. Perché?

R. – Noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di tutti quei giovani, anche civili. Milioni di persone che sono morte in quella guerra… Non abbiamo spiegato loro perché sono morti: perché non lo abbiamo spiegato? Con i morti e con i bambini non si può barare. Noi, questi giovani morti, li abbiamo traditi. Adesso celebriamo il centenario: fanfare, bandiere, discorsi… Ma se prima non sciogliamo questo nodo dell’ipocrisia e direi della vigliaccheria - uso parole forti, lo so - resteremo sempre in quella fascia neutrale che è già tradimento. Allora, cosa fare? Mi auguro che questa celebrazione del centenario, con alcune riflessioni a proposito di questo tradimento, trovi in noi un motivo per quantomeno chiedere scusa.

D. – Maestro, ci spiega il titolo del film, “Torneranno i prati”?

R. – Perché qualsiasi tragedia umana, qualsiasi stravolgimento epocale, dove alla fine rimangono ceneri e fiamme, qualsiasi di queste occasioni ha sempre un epilogo e che tutto poi tornerà normale, come i prati appunto.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Presentata a Roma la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma all’Auditorium Parco della Musica dal 16 al 25 ottobre. Un programma che segna il ritorno all’anima popolare della manifestazione e il recupero di un’identità artistica. Il servizio di Luca Pellegrini:

Un ritorno alle origini, da festival a festa. Perché il cinema è cambiato, l’Italia è cambiata e pure gli spettatori. Per crisi d’identità e per le tensioni che ne hanno segnato la breve esistenza, la manifestazione cinematografica romana tenta di rinnovarsi, guardando al suo passato. Forse la IX edizione, non corrisponde più né all’idea primigenia né alla visione che il suo attuale direttore, Marco Müller, ha di un vero festival di cinema. Che così commenta questa conversione, o quella che lui stesso ha chiamato, una “sterzata”:

“L’idea era 'in nuce' naturalmente giù nelle scelte di programma dello scorso anno, a noi premeva in qualche modo radicarci bene in tutti i gruppi di spettatori che la nostra città può regalare a un evento di grandi dimensioni. Quindi, c’è la possibilità, con i film giusti, di avere quel tipo di risposta. E’ questa un po’ la scommessa”.

La giuria è formata esclusivamente dal pubblico. Il programma è composito. Pur con budget assai ridotto e meno trionfalismi da parte di tutti, sono 51 i lungometraggi presentati nelle 5 rinnovate sezioni, con 24 prime mondiali provenienti da 21 Paesi. Commedie e soap opera non mancano, per rendere omaggio a un genere popolare e non dimenticare le contaminazioni tra grande schermo e televisione. Tra i protagonisti, per le sempre assai seguite lezioni di cinema, Kevin Kostner e Wim Wenders. Dunque, si torna anche a un’anima popolare.

“Questa era - secondo me - l’idea  di festa che andava suscitata, che andava rivivificata. 2006-2014: sono passati otto anni, anche il cinema è molto cambiato. Credo che la cosa più importante sia riuscire a camminare davvero, da una parte, mano nella mano con registi, produttori, esportatori e, dall’altra, non correre troppo, non distanziarsi troppo dagli spettatori, cercando di dare loro il tempo di raggiungerti, riaprenderti e, a questo punto, cominciare a costruire insieme”.

Per la prima volta, verrà anche attribuito il premio d’ispirazione cattolica Signis – Fondazione Ente dello Spettacolo – mentre il giorno di apertura del Festival, il 16 ottobre, sarà proiettato fuori concorso “27 aprile 2014 – Racconto di un evento”, un docufilm in 3D prodotto dal Centro Televisivo Vaticano e Sky (messo poi in onda la sera successiva alle ore 21 da SKY 3D) nel quale la giornata della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII è rivissuta, in modo intimo ed emozionale, attraverso immagini inedite e la voce narrante di Giancarlo Giannini.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Consegnati, ieri sera, durante la cerimonia di chiusura in Sala Grande i Leoni della 71.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che hanno confermato le qualità artistiche e narrative di film dal forte spessore umano, scelte confermate da un Festival che ha ritrovato la sua identità. Il servizio di Luca Pellegrini:

L’affermazione importante, in sede di premiazione, di film che sono unanimemente riconosciuti come validissime riflessioni sull’uomo, la storia, la vita, il dolore, hanno convalidato la linea artistica che Alberto Barbera ha impresso alla Mostra in questi suoi anni di dolce e ferrea direzione: è l’arte cinematografica che deve approdare al Lido, il mercato è legato a vecchie logiche trionfalistiche, i film belli ci sono, bisogna cercarli. E possono essere di richiamo anche quelli che non sono illuminati da nomi roboanti ed etichette pubblicitarie. Per questo si esce compiaciuti e soddisfatti dal verdetto della Giuria presieduta dal compositore francese Alexandre Desplat: Leone d’Oro al filosofico, ironico e visionario “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” dello svedese Roy Andersson; Leone d’Argento al film di Andrej Konchalovskij “Le notti bianche del postino”, contemplazioni lacustri e naturali di un uomo solo nella Russia geograficamente e umanamente sperduta e sconosciuta; Gran Premio della Giuria al più applaudito di tutti, “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer, documentario che non rimuove l’orrendo, spietato massacro avvenuto in Indonesia negli anni ’60, descritto attraverso pure confessioni verbali in cui latita il pentimento.

Le parole del grande regista ieri sera da Chicago: “Ora anche l’Occidente dovrebbe trovare il coraggio di riconoscere il ruolo che ha svolto in quel genocidio”. Speriamo di vederli presto in sala, questi film. Mentre arriverà nel 2015 “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo, la cui protagonista Alba Rohrwacher, nei panni di una madre nevrotica e fragile che mette a repentaglio la vita del suo bambino, vince la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, e il suo collega Adam Driver quella maschile. La sola scelta, quest’ultima, a creare dissenso e imbarazzo, poiché la Giuria si è dimenticata dell’immensa interpretazione di "Leopardi" che ne ha fatto Elio Germano, e in fondo anche del grande film di Mario Martone dedicato al poeta di Recanati.

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(RV) - Presentata a Roma la 29.ma Settimana internazionale della critica, che mostrerà i suoi film, selezionati con grande rigore e passione, nell’ambito del prossimo Festival del Cinema di Venezia. Sono opere prime provenienti da tutto il mondo di giovani registi e registe che sicuramente appassioneranno il pubblico, riservando commozione e sorprese. 

Lo sguardo della Settimana della Critica non è soltanto quello dei critici che scelgono i film da tutto il mondo – soltanto opere prime – per portarli alla Mostra veneziana. Quest'anno è anche lo sguardo di quel cinema che si fa critico nei confronti della realtà che ci circonda, dei sentimenti che esplora, storie che sono per lo più drammatiche, noir, ma caratterizzate da una forte dimensione autoriale e da uno stile assolutamente originale. Dall'Iran alla Serbia, dalla Francia alla sorprendente opera di un giovane tedesco ventinovenne, la Settimana non delude mai chi cerca nel cinema le ragioni stesse della sua esistenza, del suo fascino e anche del suo successo. Nel film della selezione la figura della donna – madri, vedove, ragazze – è la protagonista principale, cosi come lo sono i bambini, purtroppo nelle situazioni più estreme. Anna Maria Pasetti, che fa parte del gruppo dei cinque selezionatori, racconta questa esperienza:

R. – É stata una bella sorpresa trovare e poter scegliere delle pellicole che no solo abbiano come protagoniste delle donne ma che siano donne che esprimano un certo tipo di coraggio, che fanno delle scelte forti, importanti, che spesso si trovano in condizioni di gravidanza che le porta poi verso dei territori, percorsi di vita, che non avrebbero mai immaginato. Queste condizioni coinvolgono anche le persone che si trovano con loro. Poi si sono trovati dei film che guardano, anzi adottano lo sguardo del bambino. Nei nostri nove film presi in selezione, sette dei quali in concorso e due come eventi speciali fuori concorso, abbiamo due bambini protagonisti. Diversi hanno delle coppie, quindi la donna è in ogni caso presente e due film sono diretti da registe donne: uno viene dal Vietnam e l'altro dalla Palestina, quindi due territori forse non così tanto conosciuti dal punto di vista cinematografico. Ricordiamo che sono tutte opere prime".

D. – Vi ha sorpreso l'unico film italiano in concorso, ma ambientato a Buenos Aires, dedicato a una figura straordinaria e leggendaria della danza argentina, Maria Fux...

R. – Si intitola "Dancing with Maria" ("Ballando con Maria"). Maria è una donna straordinaria di 93 anni, russa, emigrata in Argentina ma considerata ormai argentina, vive a Buenos Aires. È una danzatrice che fin dall'inizio della sua carriera ha adottato una etica e un'estetica della danza totalmente diverse da quelle che erano in vigore all'epoca. Maria nella sua libertà assoluta ha anche dato via a quella che possiamo considerare la "danzaterapia". Nel documentario, molto bello, girato dal friulano Ivan Gergolet, la vediamo che impartisce lezioni con una grazia, una determinazione, una lungimiranza a persone che vengono da tutto il mondo, di tutte le età e soprattutto in qualunque tipo di situazione psicofisica immaginabile. Questo è un film di cui ci siamo letteralmente innamorati e ci auguriamo possa arrivare nelle sale perché non è il classico documentario informativo, ma è qualcosa che ha a che fare con il cinema nel migliore senso del termine.

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Roma (PCCS) – 1600 film candidati, da 120 Paesi. Sette premi: miglior film, miglior documentario, miglior cortometraggio, migliore attrice/attore protagonista, migliore regista, e due Premi speciali (Capax Dei Foundation Award e Associazione “Friends of the Festival” Award). Sono questi i numeri della quinta edizione dell’International Catholic Film Festival, le cui terne finaliste sono state annunciate questa mattina a Roma, nel corso di una conferenza stampa che ha avuto luogo sulla terrazza dell’Istituto Maria Bambina, con la splendida cornice di Piazza San Pietro a fare da sfondo. Il Festival, che si svolgerà dal 20 al 26 giugno, presenta quest’anno delle importanti novità: la neonata Associazione internazionale “Friends of the Festival”, che si prefigge lo scopo di diffondere i valori della kermesse nelle scuole e nelle università, accorderà un premio al film più educativo tra i titoli finalisti. È stato inoltre annunciato che dal 2015 verrà istituito un Premio della stampa cattolica, attribuito ogni anno dai giornalisti ad un film arrivato in competizione finale.

La manifestazione, ideata dalla cineasta Liana Marabini per dare spazio ai produttori e ai registi di film, documentari, docu-fiction, serie tv, cortometraggi e programmi che promuovono valori morali universali e modelli positivi, è nata nel 2010 sotto l’Alto Patronato del Pontificio Consiglio della Cultura, e il suo premio, il Pesce d’Argento, è ispirato al primo simbolo cristiano.

“Grazie anche al nostro Festival – ha dichiarato la presidente Liana Marabini – moltissimi film che altrimenti non avrebbero un distributore, hanno trovato distribuzione e reti televisive che li trasmettono. Questo ci riempie di gioia, perché lo scopo principale del Festival è quello di evangelizzare attraverso il cinema, ma per raggiungerlo i film devono arrivare al largo pubblico”.

 

“Papa Francesco – ha notato monsignor Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura e membro della Giuria – insiste che tra l’interno del tempio e la piazza non ci devono essere ostacoli, ma libera circolazione. È allora importante che anche il nostro Festival entri in questa logica di comunicazione, che non pone ostacoli, ma anzi facilita l’accesso, perché anche chi abitualmente non frequenta il tempio, ma si incontra più facilmente nella piazza, abbia la possibilità di gettare un occhio dentro il tempio, magari solo per vedere o curiosare. Ma è proprio dalla curiosità che poi nascono le svolte nella vita e anche nella storia. E allora io faccio un augurio a questo Festival: che diventi davvero un punto nodale di quella nuova modalità comunicativa che facilita questo interscambio tra chi frequenta il tempio e chi invece è più abituato a stare nella piazza, in maniera tale che si scopra che i problemi, le attese, le paure, ma anche le speranze degli uni e degli altri sono le stesse. E ci si può quindi confrontare per trovare delle soluzioni”.

Queste le terne finaliste in concorso nelle diverse categorie:

·  Miglior cortometraggio: Cercavo qualcos’altro (di Alessio Rupalti, Italia); Sain Dee Dee (di Helen Baldwin Kingkade, Usa); The passion of Veronica (di James Day, Usa).

·  Miglior documentario: Voyage au coeur du Vatican (di Stéphane Ghez, Francia); Nolite timere (di Giuseppe Tandoi, Italia); Untameable Cardinal (di Mirela Cigic e Ivan Cigic, Croazia).

·  Miglior attrice/attore protagonista: Doris Guillén (Ana de Los Angeles in Love and Faith di Miguel Barreda Delgado, Perù); Juliet Stevenson (Madre Teresa in The letters, Usa); Iñigo Etayo (Ramón Illa in Un Dios prohibido, Spagna).

·  Miglior regista: William Riead (The letters, Usa); Stéphane Ghez (Voyage au coeur du Vatican, Francia); Cheyenne-Marie Carron (L’Apôtre, Francia).

·  Miglior film: The letters (di William Riead, Usa); Un Dios prohibido (di Pablo Moreno, Spagna); L’Apôtre (di Cheyenne-Marie Carron, Francia).

La Giuria è presieduta quest’anno dal produttore austriaco Norbert Blecha.

Sarà inoltre assegnato il Premio speciale della Capax Dei Foundation al film, anche fuori concorso, che ha inciso maggiormente come strumento per la diffusione dell’arte sacra.

* Nei giorni 25 e 26 giugno sono previste delle proiezioni dei film finalisti riservate alla stampa. È possibile consultare in allegato il calendario. È richiesto l’accredito.

Per  informazioni: www.mirabiledictu-icff.com

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Roma.- Il film "E FU SERA E FU MATTINA", prende spunto dalla GENESI.

E' stato girato in Piemonte tra le Langhe e il Roero da un gruppo di giovani (età media 27 anni) nell'estate del 2012, il regista è Emanuele Caruso (28 anni di ALBA) alla sua opera prima.
E' ambientato in un piccolo paese piemontese e parla del valore del tempo e della quotidianità dell'essere umano.

Il protagonista del film è il parroco Francesco e la storia propone allo spettatore spunti di riflessione cristiani, interrogandoci sui valori davvero importanti della nostra vita .

Le varie diocesi ci stanno supportando in ogni città dove il film viene proiettato. In particolare la Diocesi di Torino e in tutto il Piemonte si sono mobilitati per questo film, portando molti sacerdoti e persone a vederlo.

Tra poco il film arriverà a Roma, sarà in programmazione al Multisala Lux dal 15 al 21 maggio.

Vorremmo chiedervi come Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, di aiutarci con il passaparola su Roma, attraverso le vostre pubblicazioni, le vostre mailing list e contatti in Diocesi.

Stiamo distribuendo da soli questo film, tra mille difficoltà.

E FU SERA E FU MATTINA vive di passaparola e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per sostenere un cinema indipendente di qualità fatto da giovani che provano a "dire qualcosa".

A questo link potete visionare una parte della rassegna stampa, troverete alcuni dei molti articoli usciti ad oggi sul film:

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.709678569053010.1073741828.213408228680049&type=3

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