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Fao, mons. Travaglino: sostegno all'agricoltura è volano di sviluppo nei Paesi poveri
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Il Papa: le divisioni danneggiano la Chiesa, superare i personalismi per ricevere il dono dell'unità
Al cinema "Bianca come il latte, rossa come il sangue". Intervista con Alessandro D'Avenia
Città del Vaticano (RV) - Si è svolta ieri a Roma la première del film di Giacomo Campiotti, tratto dal best seller "Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia. Sul grande schermo, la storia commovente di un adolescente che s'innamora dell'eterea rossa Beatrice, affetta da una letale malattia. Sulla trasposizione del romanzo nel linguaggio cinematografico ascoltiamo l'autore D'Avenia al microfono di Carla Ferraro: ![]()
R. – Il romanzo è l'assolo di un solista, che è il protagonista: un ragazzo di 16 anni, innamoratissimo, anche se solo idealmente, di una ragazza che cerca di conquistare, ma che poi deve scontrarsi con qualcosa di più grande di lui, perché lei ha una malattia che sembra volersela portare via. Volevo che il film rimanesse fedele a questo assolo, a questo canto solista. Per questo motivo, avevo paura che se fossero entrate altre voci, avrebbero rovinato la melodia di base. E' diventato invece una polifonia corale, che ha arricchito di timbri diversi la storia, che è uscita fuori dal romanzo.
D. – Padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia per il suo impegno evangelico e sociale, è stato suo docente di religione. Quanto ha inciso questa figura sulla sua crescita personale e professionale?
R. – Ha inciso moltissimo. Al mio quarto anno di liceo, lui non è tornato in classe perché gli avevano sparato a Brancaccio. Quello che ha aggiunto alla mia vocazione di insegnante, che già stava maturando in quegli anni, è che non basta voler raccontare storie belle agli altri, ma bisogna anche dare la vita per gli altri. Mi rendo conto che c'è una forma di donazione molto quotidiana ai propri studenti, alle famiglie dei propri studenti, che è un po' come dare la vita.
Il beato don Alberione. Una ricchezza per la Chiesa
Roma - Il 26 novembre, la Chiesa celebra la memoria del Beato Giacomo Alberione, Fondatore della Famiglia Paolina. Per ricordare la straordinaria eredità che da questo maestro di fede e di comunicazione abbiamo ricevuto, proponiamo la testimonianza di Cristina, una suora Paolina.
Dare al mondo Gesù Cristo attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale
Il beato Giacomo Alberione è stato un Fondatore prolifico e l'insieme delle sue Fondazioni sono comunemente denominate Famiglia Paolina. L'opera è iniziata ad Alba, in Piemonte, nel 1914, quando don Alberione fondò la Soc. San Paolo, seguita nel 1915 dalle Figlie di San Paolo, completata poi, nel corso dei decenni, da successive fondazioni per un totale di 10 fra Istituti e aggregazioni (Pie discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore, Istituto Regina degli Apostoli, San Gabriele Arcangelo, Maria Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, Cooperatori Paolini).
Il beato Giacomo Alberione amava dire: «La nostra Famiglia è stata suscitata per continuare l'opera di san Paolo che ha comunicato Gesù Cristo. Noi dobbiamo essere Paolo oggi vivente». Con la sua intuizione, don Alberione, ha promosso nella Chiesa, la formazione di religiosi e religiose che si impegnano a diffondere il Vangelo fra la gente, utilizzando tutti i mezzi che il progresso tecnologico fornisce all'umanità. Quindi, il nostro Carisma è: «Vivere e dare al mondo Gesù Cristo Via Verità e Vita, attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale».
Organizzare il bene
Nei primi decenni del secolo scorso erano soprattutto la stampa, la radio e il cinema, ad essere valorizzati. Allora la cultura era in gran parte una cultura contadina, con un analfabetismo elevato. Quindi, la presenza nella società civile e nella Chiesa di una congregazione che diffondesse i valori cristiani con i mezzi del tempo, si caratterizzava nella diffusione di contenuti facilmente riconoscibili dalla cultura del tempo e riconducibili agli usi, costumi e tradizioni comuni alla maggioranza della popolazione.
Oggi è tutto cambiato. Nel mondo globalizzato, le nuove tecnologie hanno determinato rapidi mutamenti sociali e culturali, sino a produrre una cultura mediatica divenuta in pochi decenni, la cultura dominante. Oggi viviamo in una cultura permeata, plasmata, impastata e condizionata dalle nuove tecnologie. Spigolando tra gli scritti del fondatore, si coglie come lo stesso Alberione, alcuni decenni dopo l'inizio, affermava: «Oggi il mondo è cambiato e noi, per camminare col mondo, dobbiamo aggiornarci: tutti i mezzi, tutto ciò che serve per comunicare il Vangelo». E con sapiente lungimiranza, ci invitava a "Organizzare il bene". Lui aveva capito anzitempo che «Le organizzazioni hanno una grande forza. Ognuno può essere un santo ma da solo è un fuscello».
I nuovi pulpiti
Oggi, la comunicazione digitale immette nel tessuto sociale nuovi usi e nuovi linguaggi, nuovi criteri di valutazione, nuove abitudini. L'Alberione ci incalzava con questa domanda: «Quante volte vi ponete il problema: dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità, che si rinnova continuamente sulla faccia della terra? L'umanità è come un fiume che va a gettarsi nell'eternità». Ci incitava anche con parole che ancora oggi hanno una grande valenza comunicativa: «fate la carità della verità». E aggiungeva: «Tutto ciò che è bello, buono, vero sia oggetto della nostra editoria». E siccome «la gente si allontana dalle chiese, voi dovete incontrarla là dove essa si fa trovare. I vostri pulpiti sono le linotype, il bancone della libreria». Ai nostri giorni, aggiungerebbe sicuramente: I vostri pulpiti sono anche Internet e i social network, i vostri dispositivi sono anche gli smartphone e i Tablet.
La grande sfida
Per noi Paoline/i, la grande sfida non consiste tanto nell'uso dei media, quanto piuttosto, nel testimoniare i valori evangelici in un contesto sociale che ne suggerisce altri, nel far conoscere l'uomo all'uomo, nel difendere i valori propri della persona. Evangelizzare, quindi, non è solo immettere contenuti ispirati al Vangelo nelle nostre produzioni. Ciò non basterebbe senza la testimonianza dei valori propri del Vangelo, in una società ormai caratterizzata dalla cultura della comunicazione. Annunciare la Buona novella, per noi significa dunque esserci dentro pienamente in questa cultura della comunicazione; vivere fino in fondo le positività in essa presenti, accettando tutti i rischi che essa comporta, consapevoli delle opportunità che offre per la diffusione del Vangelo e dei valori della vita accolta, vissuta, difesa nella pienezza della sua dignità.
Noi viviamo il mondo della comunicazione sociale e le nuove tecnologie come se fossero parte integrante del nostro DNA carismatico. Dentro la cultura della comunicazione, noi troviamo il nostro habitat naturale, il "luogo" dove viviamo il ristoro e l'arricchimento del vivere in comune, l'alimento per la nostra preghiera e per il nostro essere consacrate a Dio per il Vangelo.
Una forte empatia
Ovviamente, guardiamo con empatia questo mondo e lasciamo fuori dal nostro contesto esistenziale (oserei dire, fuori dalla nostra casa interiore), le crociate contro i media, l'indistinta valutazione negativa e aggressiva verso gli strumenti che di per sé non sono l'origine del male.
L'empatia, a torto lungamente ignorata dalla storia, «È il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà», scrive Jeremy Rifkin, nel suo volume La civiltà dell'empatia (Mondadori 2010). Questo significa che l'empatia è come un collante sociale che consente di far nostre le esperienze altrui, rendendo possibile l'immedesimazione e la solidarietà reciproca. In nome di questa civiltà e di questa possibile solidarietà, noi viviamo una forte empatia verso le nuove tecnologie, adoperandoci affinché, da un lato non vengano demonizzate per il solo fatto di esistere e dall'altro, perché non si crei verso di loro una dipendenza irrazionale.
Noi viviamo "dentro" il mondo della comunicazione senza appartenere ad esso. Dentro questo mondo ci giochiamo la vita. La nostra spiritualità incentrata su Gesù Via, Verità e Vita non vive avulsa dal contesto umano e sociale dei nostri contemporanei. Noi vediamo molti di loro sciupare i giorni rincorrendo miraggi di ricchezza e di immagine, a danno della vita reale. Di fronte a ciò, non vogliamo restare passive. Non vogliamo farci fagocitare da queste tendenze culturali, e nemmeno accettiamo che altre persone ne restino schiacciate.
Le apparenze non sono sufficienti
Perciò, la vita che condividiamo con altre sorelle e fratelli, la nostra preghiera e la nostra dimensione spirituale, restano intrise anzitutto, come è ovvio, del buon "odore di Cristo", come diceva l'apostolo Paolo, ma anche del buon sapore dei valori umani: bellezza, arte, musica, ecologia come rispetto del creato, come educazione verso l'ambiente e verso le persone che ci circondano. Restano, altresì, intrise del dolore e dello smarrimento di molti nostri contemporanei. Dentro questo mondo della comunicazione sociale noi viviamo il nostro quotidiano, consapevoli che per il fatto stesso che esistiamo, come congregazione che ha questo Carisma, noi diciamo che le apparenze non sono sufficienti a dare sostanza alla vita. Diciamo che la vita sociale e civile esigono coraggio nel denunciare, quando è necessario, esigono coerenza evangelica, sempre.
Vigili abitanti di questa cultura
Noi non possiamo vivere ai margini di questa società della comunicazione. Non vogliamo restare sulla soglia a criticare. Viceversa, scegliamo di abitarla come fermento, essendo noi, vigili abitanti di questa cultura, pur conoscendo bene i limiti che la contraddistinguono. Conosciamo le energie, il positivo e il negativo che sprigiona il mondo della comunicazione sociale. Ma, senza nasconderci dietro fanatici atteggiamenti, stiamo dentro per dire con la vita che la giustizia, il bene comune, la pace, l'uguaglianza sociale sono valori della vita individuale e della convivenza sociale. E questi valori a volte passano con una forza dirompente attraverso i media.
Tornare indietro per ringraziare Dio
Mi colpisce sempre il racconto evangelico dei 10 lebbrosi guariti, dei quali, uno solo torna indietro a ringraziare Gesù (Lc 17, 11-19). Anche noi, come quel lebbroso, "torniamo indietro" a ringraziare Dio per quanto di bello il mondo digitale e informatico offrono all'umanità. Dopo che le ferite inferte dallo strapotere mediatico sono risanate, "torniamo indietro" a ringraziare Dio perché ci sentiamo riconciliate con la cultura della comunicazione, perché il bene e il buono che propongono i media, le reti sociali e il web, riconciliano la gente con il mondo della comunicazione. È possibile vivere da persone riconciliate con i media. «Con Internet ogni computer è una voce», affermava la scrittrice iraniana Marina Nemata in un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica (10/12/2010).
I nativi digitali
Per le giovani generazioni e i "nativi digitali", sono soprattutto le nuove tecnologie a caratterizzare la cultura di oggi. Il tablet, lo smartphone, il cellulare, Internet con i siti Web e i social network come Facebook, Myspace, Youtube, Twitter eliminano le distanze e aprono orizzonti comunicativi che sono sicuramente un bene per l'umanità, ma verso i quali urge educare all'uso per evitare l'abuso. La stessa Cei ha sentito l'urgenza di riflettere sul bene che deriva dal mondo digitale, intitolando il convegno del 2010 Testimoni digitali (Roma).
L'inganno degli stereotipi
Siamo circondati da media, anzi, siamo "immersi" in un mondo informatico e informatizzato che non può essere visto e vissuto come un nemico da combattere. L'approccio aggressivo verso questo mondo non produce benefici, mentre un approccio empatico, può indicare strade percorribili anche se in salita. I media, soprattutto la televisione, in ossequio all'esigenza della spettacolarizzazione insita nel piccolo schermo, sono ormai diventati un moderno campo di battaglia in cui si propinano diverse immagini o idee, ad esempio, di famiglia e di società. E così, spesso i telespettatori non si fidano più, perché i tradizionali mass media, soprattutto negli ultimi anni, si sono giocati gran parte della credibilità di cui godevano. Davanti alla TV, lo spettatore è vulnerabile perché la brevità dei messaggi pur sostenuti dalle immagini, non consente la comprensione dei fenomeni che stanno dietro a gravi fatti di cronaca. Si ricevono messaggi, slogan, informazioni incomplete basate sugli stereotipi che consentono facilmente di contenere la notizia nei classici 3 minuti.
Quali responsabilità hanno gli operatori della comunicazione, davanti al dilagare di modelli di vita che, proposti dai media, diventavano essi stessi il modus vivendi della gente? Come valutare il contesto sociale mutuato dall'influsso mediatico e come essere segno di contraddizione, tanto caro al Vangelo e sempre valido? I non valori, i fragili legami familiari, i nuovi modelli familiari sono lì a denunciare come noi credenti, siamo deboli testimoni del bene. Senza accorgerci, ci occupiamo più facilmente della crisi della famiglia, ignorando chi, a volte con fatica, riesce a traghettare il rapporto coniugale e parentale, oltre le secche della difficoltà. Troppo facilmente siamo pronti a tranciare giudizi sui "diversi" e sulle crisi della famiglia, ma poco solerti nell'offrire una parola di conforto e di sostegno alle famiglie tradizionali! Abbiamo forse imparato dai media a trarre conclusioni prima di aver fatto le giuste valutazioni?
Davanti a tutto questo e in aggiunta, con una pubblica opinione che sembra assopita e spenta, forse assuefatta al clima di sfiducia generalizzato, davanti a tutto questo, dicevo, sulla bilancia dei media e del loro strapotere, che via di uscita ci rimane? La Famiglia Paolina, pur presente in tutto il mondo, anche in Paesi islamici, resta una piccola realtà, nonostante Famiglia Cristiana, Telenova, le edizioni multimediali e via dicendo. Siamo una piccola realtà, almeno in Italia, se confrontata con altri editori. Ma se non possiamo competere con i grandi mezzi, restiamo tuttavia una significativa presenza sul territorio svolgendo, attraverso i nostri Centri culturali e quelli multimediali, micro attività comunicative. Non si tratta di un discorso consolatorio bensì di un credo esistenziale.
Alcune iniziative multimediali
Tra le varie iniziative della Famiglia Paolina, alcune si caratterizzano per la territorialità, altre per la massmedialità. Tutte comunque rientrano nella pastorale della comunicazione. Una di queste iniziative, evidenzia la nostra diretta collaborazione con le chiese locali. Ogni anno, Paoline e Paolini insieme, realizziamo la Settimana della comunicazione per dare rilievo alla Giornata mondiale della Comunicazione indetta dal Concilio Vaticano secondo.
Partita quasi in sordina anni fa, questa iniziativa è stata capace di catalizzare attorno al tema scelto ogni anno dal Papa e del relativo Messaggio, una fucina di iniziative e fermenti apostolici che hanno visto realizzare nelle nostre librerie e nelle sale cittadine, concerti, presentazioni di libri, dibattiti, convegni, spettacoli teatrali e musicali. In concomitanza con la Settimana, poi, organizziamo il Festival della comunicazione, già realizzato nelle diocesi di Salerno, Bari, Brescia, Alba, Caserta, Padova, Caltanissetta, Avezzano (2013). Per organizzare il Festival, ci mettiamo a fianco della diocesi prescelta e sul territorio, diamo concretezza a iniziative incentrate sulla Comunicazione sociale. Convegni, preghiere, incontri, dibattiti, concorsi, visite guidate nei luoghi della cultura locale, concerti. Questa è un'esperienza non facile perché ogni anno si ricomincia da zero. Infatti, il festival della comunicazione, per scelta, è itinerante e ci porta nelle diocesi dove siamo accolti perché "conosciuti" come coloro che lavorano per il Vangelo valorizzando i media. E ogni volta, scopriamo che le chiese locali sono ricche di esperienze, di tradizioni, di cultura e di iniziative che spesso non arrivano sui mezzi di informazione nazionali, ma esistono e operano fra la gente. Sia la Settimana che il Festival sono in rete tramite Facebook, Twitter, YouTube e dispongono di distinti siti web: www.settimanadellacomunicazione.it/ e www.festivaldellacomunicazione.org/
Accanto a questa attività di pastorale della comunicazione "porta a porta", ne svolgiamo altre, più innovative. Tra tutte, ricordo la nostra presenza nell'oggi digitale con il bolg http://cantalavita.com/ che propone la rinnovata scoperta del messaggio cristiano, soprattutto in questo Anno della fede. Ogni mese, seguendo un calendario prestabilito, vengono proposte online riflessioni, tracce di preghiera e adorazione che possono essere scaricate e valorizzate personalmente o con il gruppo in parrocchia. Questi incontri virtuali di catechesi, si propongono di aiutare le persone a comprendere che la fede deve diventare vita.
Fare la carità della verità
Questa è la nostra vocazione! La fede, la speranza, la carità si sostanziano di questa pastorale delle Comunicazioni. Nel complesso mondo della comunicazione, in questa società in continuo mutamento (tanto da essere definita dal pensatore Zygmunt Bauman, "società liquida"), ci sfuggono tante cose e anche noi, come il cieco di Gerico narrato in Marco (10, 46-52), vogliamo vedere Gesù e desideriamo vedere l'umanità e la società della comunicazione illuminate da bagliori che portano luce sul cammino di chi è in ricerca di senso. «Chiamarono il cieco dicendogli: coraggio! alzati, ti chiama. Egli gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Ecco, quel "balzare in piedi", dopo la "chiamata" di Gesù, è l'atteggiamento pertinente alla nostra vocazione di "fare la carità della verità".
(Cristina Beffa, fsp)
007 licenza di piangere. Un Bond più tormentato con il passare degli anni
Città del Vaticano (www.osservatoreromano.va) - Per celebrare i cinquant'anni dell'agente segreto più famoso al mondo, omaggiato nientemeno che dalla regina Elisabetta all'olimpiade londinese, ci voleva un film all'altezza. 007 Skyfall non delude le attese: il 23° capitolo è uno dei meglio riusciti della più longeva saga cinematografica della storia. Il regista Sam Mendes, pur non rinunciando a una sua originale lettura del personaggio, ha infatti realizzato una pellicola in cui non manca nessuno degli ingredienti classici che hanno reso leggendario James Bond: l'accattivante canzone sui titoli di testa, azioni adrenaliniche e inseguimenti mozzafiato ben oltre il realismo, ambientazioni esotiche, bellissime bond girls, il cattivissimo di turno, ma anche l'immancabile Vodka Martini — shaken, not stirred — e neppure la vecchia, mitica e superaccessoriata Aston Martin DB5, richiamata in servizio (tra gli applausi in sala) al pari di miss Moneypenny, incomparabili trait d'union tra passato e futuro.
Grazie a un cast di sicuro spessore — su tutti uno strepitoso Javier Bardem, che dà vita a un cattivo all'altezza di Goldfinger, Dr. No e Rosa Klebbs — Mendes regala agli appassionati un film degno del mito di Bond, condendolo con ghiotte citazioni che dissemina qua e là in un tanto nostalgico e quanto doveroso omaggio al passato. Ma il suo merito più grande è quello di andare oltre il film di genere, soprattutto per l'originalità della lettura dei personaggi di 007 e di M. Il Bond di oggi risponde a meno cliché, è meno attratto dai piaceri della vita, molto più cupo e introspettivo, meno invulnerabile fisicamente e psicologicamente, e per questo più umano, capace persino di commuoversi e piangere: in una parola, più reale.
Ma assicura l'attore Daniel Craig che veste i panni di quest'ultimo 007: "Abbiamo reso più veri i personaggi, più drammatica e toccante la storia, rimosso molti luoghi tradizionali e shakerato quelli comuni. Ora inizia un nuovo Bond, sono state create tutte le premesse per le storie che verranno. Ma ne sono convinto: siamo rimasti molto fedeli a Bond e alla sua filosofia. Non lo abbiamo tradito".
Padre Antonio Spadaro è il nuovo direttore della «Civiltà Cattolica».

Messico: la diocesi di San Cristóbal lancia “Radio Tepeyac”, emittente su web
Radio Vaticana (San Critobal de las Casas).- Si chiama “Radio Tepeyac”, come il colle messicano sul quale, secondo la tradizione, nel 1531 apparve la Vergine di Guadalupe, Patrona dell’America Latina. È l’emittente radiofonica lanciata dalla diocesi di San Cristóbal de Las Casas ed ascoltabile in streaming sul sito Internet www.radiotepeyac.com.
Il cardinale Ratzinger sull'11 settembre: la religione è pace, non va politicizzata
Domani celebrazioni in tutti gli Stati Uniti per il decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelli di New York e al Pentagono di Washington, nei quali morirono quasi tremila persone. Il ricordo di quegli attacchi che hanno cambiato la storia del mondo avviene tra imponenti misure di sicurezza per un nuovo allarme attentati lanciato dall’intelligence americana.
E ascoltiamo che cosa nel 2001 l’allora card. Joseph Ratzinger disse a proposito degli attentati dell’11 settembre, nell’intervista che Antonella Palermo realizzò poche settimane dopo la tragedia:
Messaggio del Papa al Convegno a Monaco su Religioni e culture in dialogo: Saper vivere insieme
Messaggio di Papa Benedetto XVI al Cardinale Marx in occasione del Meeting
“Bound to Live Together” - Religions and Culture in Dialogue
Al mio venerabile fratello
Reinhard Cardinale MarxArcivescovo di Monaco e Frisinga
Tra poche settimane cadrà l’anniversario dei venticinque anni dall’invito rivolto dal beato Giovanni Paolo II ai rappresentanti delle diverse religioni del mondo a convergere ad Assisi per un incontro internazionale di preghiera per la pace. In seguito a questo memorabile evento, anno dopo anno la Comunità di Sant’Egidio realizza un incontro per la pace, per scendere più in profondità nello spirito di pace e di riconciliazione e perché Dio nella preghiera ci trasformi in uomini di pace. Sono lieto che l’incontro di quest’anno abbia luogo a Monaco, la città di cui sono stato vescovo, alla vigilia del mio viaggio in Germania e in preparazione alla cerimonia per la memoria del venticinquesimo anniversario della preghiera mondiale per la pace di Assisi, che avrà luogo nel prossimo mese di ottobre. Con piacere assicuro agli organizzatori e ai partecipanti dell’incontro di Monaco la mia vicinanza spirituale e rivolgo loro di cuore tutti i miei voti perché sia benedetto.
Il titolo dell’incontro per la pace “Bound to live together”/ “Convivere – il nostro destino” ci ricorda che noi esseri umani siamo legati gli uni agli altri. Questo vivere insieme è in fondo una semplice predisposizione, che deriva direttamente dalla nostra condizione umana. È dunque nostro compito darle un contenuto positivo. Il vivere insieme può trasformarsi in un vivere gli uni contro gli altri, può diventare un inferno, se non impariamo ad accoglierci gli uni gli altri, se ognuno non vuole essere altro che se stesso. Ma aprirsi agli altri, offrirsi agli altri può essere anche un dono. Così tutto dipende dall’intendere la predisposizione a vivere insieme come impegno e come dono, dal trovare la vera via del convivere. Tale vivere insieme, che un tempo poteva rimanere confinato ad una regione, oggi non può che essere vissuto a livello universale. Il soggetto del convivere è oggi l’umanità tutta intera. Incontri come quello che ebbe luogo ad Assisi e quello che si tiene oggi a Monaco rappresentano occasioni in cui le religioni possono interrogare se stesse e chiedersi come diventare forze del convivere. Quando ci riuniamo tra cristiani, facciamo memoria del fatto che per la fede biblica Dio è il creatore di tutti gli uomini, sì, Dio desidera che noi formiamo un’unica famiglia, in cui tutti siamo fratelli e sorelle. Facciamo memoria del fatto che Cristo ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (Ef 2,16 ss). Questo lo dobbiamo apprendere sempre di nuovo. Il senso fondamentale di tali incontri è che noi dobbiamo rivolgerci ai vicini e ai lontani nello stesso spirito di pace che Cristo ci ha mostrato. Dobbiamo imparare a vivere non gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli altri, cioè dobbiamo imparare ad aprire il cuore agli altri, a permettere che i nostri simili prendano parte alle nostre gioie, speranze e preoccupazioni. Il cuore è il luogo in cui il Signore ci si fa vicino. Per questo la religione, che è centrata sull’incontro dell’uomo con il ministero divino, è connessa in maniera essenziale con la questione della pace. Se la religione fallisce l’incontro con Dio, se abbassa Dio a sé, invece di elevare noi verso di lui, se ne fa in un certo senso una nostra proprietà, allora in tal modo può contribuire alla dissoluzione della pace. Se essa invece conduce al divino, al creatore e redentore di tutti gli uomini, allora diventa una forza di pace. Sappiamo che anche nel cristianesimo ci sono state distorsioni pratiche dell’immagine di Dio, che hanno portato alla distruzione della pace. Tanto più tutti noi siamo chiamati a lasciare che il Dio divino ci purifichi, per diventare uomini di pace.
Non dobbiamo mai venire meno ai nostri comuni sforzi per la pace. Per questo le molteplici iniziative in tutto il mondo, come l’incontro annuale di preghiera per la pace della Comunità di Sant’Egidio e altre simili iniziative, hanno un così grande valore. Il campo in cui deve prosperare il frutto della pace deve sempre essere coltivato. Spesso non possiamo fare altro che preparare incessantemente e con tanti piccoli passi il terreno per la pace in noi e intorno a noi, anche pensando alle grandi sfide con cui si confronta non il singolo, ma l’intera umanità, come le migrazioni, la globalizzazione, le crisi economiche e la salvaguardia del creato. In conclusione noi sappiamo però che la pace non può semplicemente essere “fatta”, ma che sempre è anche “donata”. “La pace è un dono di Dio e al tempo stesso un progetto da realizzare, mai totalmente compiuto” (Messaggio per la giornata mondiale della pace 2011, 15). Proprio per questo è necessaria la comune testimonianza di tutti coloro che cercano Dio con cuore puro, per realizzare sempre più la visione di un convivere pacifico tra tutti gli uomini. Dal primo incontro di Assisi 25 anni fa ci sono state e ci sono molte iniziative per la riconciliazione e la pace che riempiono di speranza, purtroppo però anche molte occasioni perdute, molti passi indietro. Terribili atti di violenza e terrorismo hanno ripetutamente soffocato la speranza della convivenza pacifica della famiglia umana agli albori del terzo millennio, vecchi conflitti covano sotto la cenere o scoppiano nuovamente, e ad essi si aggiungono nuovi scontri e nuovi problemi. Tutto ciò ci mostra chiaramente che la pace è un mandato permanente a noi affidato e contemporaneamente un dono da invocare. In tal senso possano l’incontro per la pace di Monaco e i colloqui che lì avranno luogo contribuire a promuovere la reciproca comprensione e il convivere, preparando così alla pace una via sempre nuova nel nostro tempo. Per questo invoco su tutti i partecipanti all’incontro per la pace di quest’anno a Monaco la benedizione di Dio onnipotente.
Da Castel Gandolfo, 1° settembre 2011
Benedetto XVI chiude ad Ancona il XXV Congresso Eucaristico Italiano e ribadisce: l’eucaristia è la via per costruire una società più equa e fraterna
La spiritualità eucaristica è la via per costruire una società più equa e fraterna, superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione. E’ il messaggio lanciato stamane da Benedetto XVI giunto in Ancona per chiudere il XXV Congresso Eucaristico nazionale italiano. Il Papa ha celebrato la Santa Messa e l’Angelus in riva al mare, nel cantiere navale del capoluogo marchigiano, di fronte a 85 mila fedeli. Nel pomeriggio il suo 24mo viaggio apostolico in Italia è proseguito nella città dorica con altri incontri di particolare rilievo ecclesiale e sociale. Il servizio del nostro inviato Fabio Colagrande:
Atteso con gioia fin dall’apertura del Congresso, il 3 settembre scorso, Benedetto XVI è giunto oggi nel capoluogo marchigiano e ha proposto una lineare catechesi sull’efficacia dell’Eucaristia nella vita quotidiana, tema al centro del raduno ecclesiale. L’uomo – ha ricordato - oggi rifiuta Dio e si illude di poter trovare pace, benessere e sviluppo con la forza del potere e dell’economia, ma viene smentito dalla storia. E’ dunque il ‘Primato di Dio’ che dobbiamo recuperare e possiamo farlo solo partendo dalla sorgente dell’Eucaristia dove Dio ci coinvolge nel mistero di amore della Croce:Chi sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo del Signore non può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare l’ammalato e il carcerato.
E’ dunque un’autentica ‘spiritualità eucaristica’ il vero antidoto all’individualismo, l’anima di una comunità ecclesiale che sa ‘superare le contrapposizioni’. E’ questa spiritualità che ci aiuta ‘ad accostare le diverse forme di fragilità umana’ - ha ricordato Benedetto XVI - e ad affrontare anche la crisi del mondo del lavoro:Una spiritualità eucaristica è via per restituire dignità ai giorni dell’uomo e quindi al suo lavoro, nella ricerca della sua conciliazione con i tempi della festa e della famiglia e nell’impegno a superare l’incertezza del precariato e il problema della disoccupazione.
Parole che acquistano significato perché pronunciate in un cantiere navale senza commesse, simbolo delle difficoltà dei lavoratori del mare. E si rafforzano nel gesto di condivisione che Benedetto XVI ha compiuto dividendo poi il pranzo con un gruppo di indigenti, ex-detenuti e cassintegrati in rappresentanza delle sofferenze di tutte le aziende della regione.Nel pomeriggio il Papa si è spostato sul Colle Guasco, nella cattedrale romanica di S. Ciriaco, per incontrare sacerdoti e famiglie delle 72 parrocchie della diocesi e proporre loro una riflessione intrecciata sulla necessità di riconciliare le due categorie e ricondurre Ordine sacro e Matrimonio all’unica sorgente eucaristica.
Benedetto XVI ha chiesto ai sacerdoti di incoraggiare i coniugi aiutandoli a rinnovare la grazia del loro matrimonio, invitandoli a essere misericordiosi, anche con quanti, purtroppo, sono venuti meno al vincolo matrimoniale. E poi si è rivolto alle coppie di sposi:Amate i vostri sacerdoti, esprimete loro l’apprezzamento per il generoso servizio che svolgono. Sappiate sopportarne anche i limiti, senza mai rinunciare a chiedere loro che siano fra voi ministri esemplari che vi parlano di Dio e che vi conducono a Dio.
Infine, nell’ultima tappa del suo 24mo viaggio in Italia, il Papa ha chiuso il Congresso di Ancona con un appuntamento inedito. Nella centrale Piazza del Plebiscito ha incontrato 500 coppie di giovani fidanzati invitandoli ad assumere l’Eucaristia come Sacramento modello della vocazione sponsale. Ha ricordato anche qui le difficoltà lavorative e descritto la cultura attuale dove ‘le scelte sono esposte ad una perenne revocabilità, spesso erroneamente ritenuta espressione di libertà’. Ma soprattutto ha voluto sottolineare come la convivenza prima del Matrimonio non sia affatto ‘garanzia per il futuro’. Bruciare le tappe finisce per “bruciare” l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile.
L’incontro ha chiuso la giornata anconetana del Papa, breve ma impregnata di cultura eucaristica e attenta alle difficoltà e alle fatiche dell’uomo di oggi.
2011 Intervista per l'Osservatore Romano. Convegno Film e Fede. Roma (Italila)
Intervista dell’Osservatore Romano. Convegno Film e Fede. Roma (Italia – 2011)
Sua E. Mons. Claudio Maria Celli
Una delle malattie più gravi del mondo contemporaneo è lo sfaldamento dell’identità personale; la grande arte, e in particolare il buon cinema, può aiutare a contrastare la “polverizzazione dell’io”?
Al di là del credo religioso e della cultura, la storia di ogni uomo, nei millenni, non può essere annullata, in un percorso che lega le generazioni tra loro, attraverso la tradizione e l’insegnamento.
L’arte è da sempre maestra nel trasmettere l’identità di ogni popolo ed epoca. Credo dunque che il senso di appartenenza sia fondamentale per l’identità personale e sia il fulcro del nostro esistere.
Il “buon” cinema, in quanto “somma” di tante arti, con il suo linguaggio suggestivo può veicolare immagini, idee e valori che riescono a far affiorare dall’intimo delle persone riflessioni fondamentali, suscitando interrogativi, dubbi, ma soprattutto spingendoci ad un cammino di ricerca più profonda del nostro “io”. Di lì il passo è breve, c’è l’altro e c’è Dio.
Non c’è solo banalità e volgarità sul grande schermo, c’è anche un cinema che affronta la crisi esistenziale e la conseguente ricerca di un’identità da parte dell’uomo contemporaneo. Cosa fare per favorire la diffusione di questo cinema “ad alto voltaggio morale”?
Credo che il cinema, proprio per il suo linguaggio, possa aiutare ogni uomo a rientrare in se stesso, pacificandolo con la propria interiorità e predisponendolo all’altro, nell’accettazione della diversità e nella condivisione della spiritualità.
Quando vediamo un film, un buon film, tutto non finisce con i titoli di coda, ma inizia, perché rielaboriamo le emozioni. Dunque, facciamo appello alla grande sensibilità degli artisti che ci illuminano con le loro opere, ma allo stesso tempo credo sia fondamentale una vera e propria educazione al linguaggio dell’immagine, un percorso formativo che porti gli spettatori, sin dalla più tenera età, a un’analisi consapevole dei contenuti cinematografici, sviluppando il loro senso critico.
Non bisogna demonizzare il film “diseducativo”, quanto piuttosto aprire spazi di dialogo, ribadendo che l’uomo, creato a immagine di Dio, ha una sua dignità che non può essere “oltraggiata”, ha una sua aspirazione ben più alta e soprattutto cerca la verità, quella verità che anche un film può contribuire a scoprire.
I “miracoli” sono spesso celati tra le piccole cose della nostra quotidianità; non dobbiamo andare lontano, perché lo spirito ci accompagna ogni giorno anche attraverso un’immagine, una nota musicale, una parola. Tutto questo fa un buon film!
Come è nato il festival “Tertio Millennio”?
Il Festival nasce da una sinergia di intenti, alla fine degli anni novanta. L’Ente dello Spettacolo, il Pontificio Consiglio della Cultura, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali hanno sentito che era il momento di aprire un dialogo costruttivo tra la Chiesa e il mondo del cinema, considerato un veicolo di cultura e proposta di valori. Questo poteva incoraggiare una produzione dalle grandi possibilità umanizzanti, evidenziando la dimensione spirituale che è in ogni essere umano e che il cinema in moltissimi casi ha dimostrato di saper bene esprimere.
In quali opere ha recentemente riscontrato un respiro più grande e un’utilità “educativa”, se così si può chiamare?
È sempre difficile rispondere a questa domanda, perché in tanti film ci sono passaggi a volte inattesi che imprimono la mia anima. È un insieme di sensazioni per cui la spiritualità emerge da una luce, da una musica ed è lì che il film acquista una bellezza difficile da descrivere. Indubbiamente Uomini di Dio, che senza artifici riesce a narrare una storia di fede e dolore, una vera e propria passione, oppure The Tree of Life di Terrence Malick, una vera e propria parabola visiva sulla creazione, il peccato, la redenzione e l’amore. Ma la lista potrebbe essere più lunga. Cito solo questi due esempi perché, pur non essendo film “facili”, hanno conquistato il pubblico. Come vede gli spettatori hanno bisogno che si torni a “narrare” lo spirito.
“L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone questioni non eludibili …” (Benedetto XVI); quali sono le occasioni di dialogo e riflessione che si sono rivelate più produttive e interessanti all’interno dell’attività del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali? Graditi (… molto graditi!) aneddoti personali, digressioni, commenti, suggerimenti ai giovani che vorrebbero lavorare nel mondo della settima arte.
Il nostro Dicastero ha sempre cercato di non “teorizzare” troppo sulla comunicazione, ma di agire, poiché siamo fermamente convinti che l’uomo contemporaneo “vive” letteralmente la sua vocazione di comunicatore e attraverso gli strumenti creati dal suo genio riesce ad ampliare le sue conoscenze e il suo raggio di azione.
Per questo siamo in perenne contatto sinergico con tutte le realtà mondiali che possano aiutarci a rispondere al bisogno di vera comunicazione che il mondo ha. Congressi, incontri, formazione … tutto questo è fondamentale. Quello che però vorrei dire ai giovani che si apprestano a lavorare nel mondo della settima arte è: “non tradite voi stessi, il vostro credo, le vostre aspirazioni. Siate veri, della stessa Verità del Vangelo. Ascoltate il mondo e i suoi bisogni, le sue ansie e le sue speranze, ricordandovi delle parole che Papa Benedetto XVI vi ha rivolto nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2009,
Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo…il dono più prezioso che …potete fare è di condividere …la "buona novella" di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.
Siate pronti ad accogliere questa sfida con i vostri film! Siate artisti appassionati della verità e della bellezza!
2010 INTERVENTO DI MONS. CELLI ALLA TAVOLA ROTONDA. TERTIO MILLENNIO FILM FEST (Italia)
Intervento di S.E. Mons. Claudio M. Celli al Tertio Millennio Film Fest
Tavola rotonda Padri e figli, scontri di civiltà tra passato e presente: verso quale futuro? La guerra: lo sguardo dei padri e dei figli
mercoledì 1° dicembre 2010
Penso che il cinema riproduca una realtà complessa e mutevole, all’interno della quale entrano in gioco molteplici elementi, come la creatività, l’arte, la sensibilità individuale, ma anche e soprattutto le esperienze che ognuno di noi fa nel suo percorso di essere umano.
Su tutto prevale il potere persuasivo dell’immagine, linguaggio caratteristico del cinema, che non solo crea lo spettacolo, ma offre tanti spunti per la conoscenza e la riflessione, perché in un certo senso ogni film è il testamento di una determinata cultura e di una determinata epoca, capace di parlare a ogni generazione, proprio attraverso una coinvolgente messa in scena di momenti mai conosciuti.
Pensiamo a quanti metri di pellicola sono stati girati nel mondo da quando il cinema è nato. In ben 115 anni, sulla pellicola si sono impressi tanti avvenimenti che hanno segnato la storia, i conflitti, le guerre e le conquiste che, in quanto passato, costituiscono il patrimonio culturale di tutti, anche delle nuove generazioni.
La guerra al cinema è stata ed è un vero e proprio genere che ha trovato sviluppi tematici e stilistici diversi nel tempo, ponendosi spesso come denuncia. Dalle guerre storiche dell’antichità a quelle fantascientifiche del futuro, quasi una costante dello strumento mediatico e divulgativo per eccellenza.
Dunque, il cinema per tutti, per chi ha vissuto quelle emozioni da protagonista e per chi le vive per la prima volta come spettatore. In questo modo esso riesce a creare un sottile filo che lega gli uomini nella diversità di cultura e, più specificatamente secondo il tema di questa tavola rotonda, nella diversità di generazione.
Mi piace l’idea di vedere il cinema come uno spazio nel quale tutti possono esprimersi e allo stesso tempo tutti possono condividere, perché lo schermo non è l’occasione per isolarsi, quanto piuttosto lo stimolo per confrontarsi. Ogni buon film non finisce, infatti, con i titoli di coda, anzi inizia a “vivere” davvero solo quando esce dallo schermo e si mescola alla vita di tutti i giorni.
Nell’incontro tra le diverse generazioni, anche un film contribuisce a farci aprire l’orecchio per ascoltare quello che un altro ha da dire e questa disposizione all’ascolto è un atto di maturità reciproca. Anziani e giovani hanno, infatti, lo stesso bisogno di raccontarsi e lo stesso desiderio, non sempre espresso, di conoscersi.
Tutti noi, infatti, arriviamo a un punto della nostra esistenza nel quale abbiamo bisogno di condividere la nostra realtà, le nostre esperienze, il nostro modo di vedere il mondo. In questo il cinema, che attraverso l’immagine parla il linguaggio più universale della terra, può diventare un vero e proprio strumento di comunione che ci conduce a diventare parte dell’altro.
Quando siamo davanti a un film, tutto quello che ci viene chiesto è di disporci ad ascoltare, ascoltare quello che qualcun altro ha da dirci. È anche questo un modo per crescere, un modo per abbattere le tante incomprensioni che si creano, non solo tra culture e religioni diverse, ma tra diverse generazioni, incomprensioni che a volte il linguaggio verbale non è in grado di risolvere.
Attraverso i film abbiamo conosciuto la guerra, abbiamo visto l’orrore, abbiamo sentito l’urlo di dolore di quanto hanno subito ingiustizie, in quella stessa lotta che si ripete da secoli, l’uomo contro l’uomo. Ogni generazione ha conosciuto le proprie guerre, guerre tra popoli, ideali, religioni. Ma la guerra può assumere molteplici facce, perché essa si annida nei luoghi più impensati, anche nelle famiglie, tra padre e figlio, laddove si alza il muro dell’incomprensione e del giudizio.
I conflitti sono inevitabili, perché in un certo senso appartengono al divenire umano, ma occorre un terreno per comunicare e dialogare, con la finalità comune del superamento.
Nel confronto generazionale, i giovani che oggi riempiono le sale possono imparare dai giovani del passato, rivivendo attraverso lo schermo gli errori fatti calpestando la dignità altrui; anche così si può ricostruire, dove tutto era distrutto, perché il ricordo permette che nulla scompaia.
Il cinema rafforza la memoria storica
E il cinema è uno strumento privilegiato per rafforzare la memoria storica, perché lo schermo si fa filo conduttore tra le diverse generazioni, legando passato, presente e futuro in una continuità che unisce padri e figli e contribuisce alla crescita di tutti, di fronte a quello che spesso non si vede.
Anche i padri imparano dai figli, perché uno dei modi migliori per conoscere oggi le molteplici dinamiche del mondo giovanile, le loro paure, i loro sogni, è proprio attraverso il cinema.
Guardando ai tanti titoli che fanno parte della storia della cinematografia, guardando a tante produzioni recenti che hanno espresso con rispetto e sensibilità temi talvolta delicati, credo che il film rimane nel tempo, perché è un’opera senza età, lo specchio di ogni generazione, e avrà sempre qualcosa da dire, anche ai giovani di domani.
Le storie e le mode che si sono viste sullo schermo, si sono diversificate in base agli anni e al cambiamento della società; ogni generazione ha avuto i suoi “miti”, i suoi percorsi, le sue guerre e, ancora oggi, l’incontro con la cultura contemporanea trova la sua realizzazione proprio attraverso i film.
Se consideriamo il cinema nella sua veste di strumento culturale, lo poniamo al servizio dell’intera umanità, di ogni generazione. I giovani hanno ancora molto da imparare; ma c’è ancora molto da dire anche agli adulti e ogni età rivive attraverso il cinema quelle gioie e quei dolori che l’accompagnano nel cammino della vita.
La mia ultima riflessione è sull’anelito spirituale del cinema, di tutto quel cinema al centro del quale c’è sempre l’uomo, con le domande eterne e universali sulla morte, la verità, il mistero, i rapporti umani, la guerra e la pace, questa paziente e lenta opera di costruzione che comincia dal basso, dai rapporti più stretti di ogni giorno, e soprattutto dall’accoglienza dell’altro, senza pregiudizi.
Continuando il dialogo tra padri e figli anche attraverso lo schermo.













