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Martedì, 26 Novembre 2013 14:22

Mons. Celli presenta Evangelii Guadium, Esortazione Apostolica di Papa Francesco

Mons. Celli presenta Evangelii Guadium, Esortazione Apostolica di Papa Francesco

Presentazione dell’Esortazione ApostolicaEvangelii gaudium

del Santo Padre Francesco sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale

martedì 26 novembre 2013

S.E. Mons. Claudio Maria Celli

Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali

Mi è stato chiesto di presentare questo Documento Pontificio per quanto riguarda la sua dimensione comunicativa e per quanto la comunicazione entra nella tematica della nuova evangelizzazione. Il mio intervento vuole prendere in considerazione due punti fondamentali.

I Stile del documento

Si tratta di una Esortazione Apostolica e come tale ha un suo stile e un suo linguaggio proprio. Mi piace sottolineare che il tono è quasi colloquiale con la caratteristica propria di un profondo afflato pastorale. Come dice il Papa Francesco: “desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice”. Si percepisce, leggendo il testo, che ci troviamo di fronte ad un pastore che è a colloquio meditativo con i fedeli.

Emerge una caratteristica propria: il Papa utilizza un linguaggio sereno, cordiale, diretto in sintonia con lo stile manifestato in questi mesi di pontificato.

II Come emerge il ruolo della comunicazione in questa nuova tappa evangelizzatrice, anche perché il Papa vuole “indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni

Emerge, innanzitutto, la consapevolezza del Papa di quanto sta avvenendo nel mondi di oggi, specialmente nel campo della salute, educazione, comunicazione. il Papa è consapevole dei progressi/successi ottenuti dall’uomo in questi tre campi (n. 52) e fa riferimento alle evidenti innovazioni tecnologiche: “Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo”. (n. 52).

Senza dubbio si tratta di progresso e di successi, ma il Papa, è pienamente consapevole che l’attuale società dell’informazione, è satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello e che finisce per portarci ad una tremenda superficialità al momento di impostare le questioni morali. Per questo motivo, il Papa, sottolinea che è necessaria una vera educazione che insegni a pensare criticamente ed offra un appropriato percorso di maturazione dei valori. (n. 64).

Il documento riconosce altresì che le attuali maggiori possibilità di comunicazione possono tradursi in più ampie possibilità di incontro tra tutti. Di qui l’esigenza di scoprire e trasmettere la mistica del vivere insieme, di mescolarsi, di incontrarsi. (n. 87).

Emerge anche la consapevolezza che “Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù.” Il Papa sottolinea addirittura che una “cultura inedita palpita e si progetta nella città”. (n. 73)

Non manca anche un rilievo circa l’atteggiamento della cultura mediatica nei confronti del messaggio della Chiesa. Al numero 79 il Papa sottolinea che “La cultura mediatica e qualche ambiente intellettuale a volte trasmettono una marcata sfiducia nei confronti del messaggio della Chiesa, e un certo disincanto”.

Un ampio settore, come era prevedibile, è dedicato ad analizzare come il messaggio è comunicato. Non mancano alcuni rilievi su questo fatto. Il Papa è consapevole della velocità della comunicazione odierna e di come a volte i media operano una selezione interessata dei vari contenuti. Ecco perché c’è il rischio che il messaggio possa apparire mutilato e ridotto ad aspetti secondari. C’è il rischio che alcune questioni dell’insegnamento morale della Chiesa rimangano fuori del contesto che dà loro senso o che a volte il messaggio sembri identificarsi con quegli aspetti secondari che non manifestano il cuore autentico del messaggio di Gesù Cristo.

Di fronte a questi rischi il Papa ritiene che si debba essere realisti, vale a dire non  dare per scontato che gli interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che diciamo o che possano collegare il nostro discorso con il nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva. (n. 34)

Per questo motivo, il Papa sottolinea che “Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere”. (n. 35)

L’annuncio deve concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta quindi deve semplificarsi senza perdere per questo profondità  e verità e diventare così più convincente e radiosa. (n. 35)

Ampi spazi sono poi destinati a riflettere su un tema che mi è particolarmente caro, vale a dire il tema del linguaggio. Il Papa, facendo riferimento agli attuali e rapidi enormi cambiamenti culturali, ricorda che si deve prestare “una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di riconoscere la sua permanente novità”. (n. 41)

A questo proposito il Papa ricorda che “A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo” e in questa linea il Papa insiste sottolineando come “Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, in alcune occasioni diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano. In tal modo, siamo fedeli ad una formulazione ma non trasmettiamo la sostanza”. (n. 41)

Il tema del linguaggio è certamente una grande sfida per la Chiesa oggi. Una sfida che deve essere accolta consapevolmente e con decisione, con audacia e saggezza come ricordava Paolo VI in Evangelii Nuntiandi.

Papa Francesco fa rilevare nel contempo: “non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione” (n. 42) e ricorda a tutti noi che “vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possono cogliere le ragioni e gli argomenti”. (n. 42)

Alla luce di quanto sopra emerge che l’impegno evangelizzatore “si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze” (n. 45). Si dovrà annunciare al “meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile”. (n. 45)

E il Papa continua: un cuore missionario “Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva”. (n. 45) A lui spetta crescere nella comprensione del Vangelo, nel discernimento dei sentieri dello spirito, non rinunciare al bene possibile “benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”. (45)

In questo contesto il Papa pone – era da prevedersi – una particolare attenzione alla omelia e, alla luce di quanto sopra, riconosce che il problema non è solamente sapere ciò che si deve dire, ma non trascurare il “come”, il modo concreto di sviluppare una predicazione. (n. 157)

Conoscendo lo stile comunicativo di Papa Francesco non sorprende che, in questo contesto, sottolinei il fatto che uno degli sforzi più necessari è quello di imparare ad usare immagini nella predicazione, “vale a dire a parlare con immagini” (n. 157) e qui proprio in questa esortazione scopriamo che all’origine del Suo stile comunicativo c’è l’ insegnamento che un Suo vecchio maestro aveva dato al giovane Bergoglio: “una buona omelia deve contenere un’idea, un sentimento, un’immagine”.

Sempre affrontando il tema del linguaggio il Papa ricorda che la semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. Deve essere il linguaggio che i destinatari comprendono, per non correre il rischio di parlare a vuoto. (n. 158)

A questo proposito il Papa sottolinea pastoralmente che “Il rischio maggiore per un predicatore è abituarsi al proprio linguaggio e pensare che tutti gli altri lo usino e lo comprendano spontaneamente”. (n.158)

Pertanto, potremmo dire che il cammino è quello di una semplicità, di una chiarezza e di una dimensione positiva. (n. 159) Infatti “una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri della negatività”.

Vorrei dedicare l’ultima sottolineatura di questo mio intervento al tema della via della bellezza, “via pulchritudinis” (propositio 20, n. 167) “Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda”. (n. 167)

Tutte le espressioni, dice il Papa, di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù e ricorda a tutti noi che la stima della bellezza è necessaria per poter giungere al cuore umano e fare risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto. Si ricorda pertanto l’uso dell’arte nell’opera evangelizzatrice della Chiesa e il Papa non esita a parlare di un nuovo “linguaggio parabolico” .

Termino questo mio intervento con una ulteriore citazione prospettica di Papa Francesco che dà senso alla nostra attività comunicativa nella Chiesa “Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali”. (n. 167)

Questa è la sfida che Papa Francesco pone a tutti noi e, per quanto mi concerne, sfida che il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali vuole assumere in pienezza e rispondervi positivamente.





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