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Martedì, 11 Giugno 2013 16:03

Se don Bosco abita il continente digitale

Se don Bosco abita il continente digitale

(chiesacattolica.it) - È possibile catechizzare tramite una minuscola chat i giovani 'connessi', o condividere con loro pensieri cristiani così da rendere i più famosi social network un vero e proprio catechismo virtuale? San Giovanni Bosco educava e catechizzava i suoi giovani in oratorio, con ogni mezzo a sua disposizione, ma la sua pastorale non si esauriva lì. Oggi, più di ieri, i luoghi in cui incontrare i ragazzi per condurli a Cristo si sono moltiplicati. Si sono aggiunti gli spazi, i cosiddetti 'non-luoghi' del continente digitale, Internet.

«Non so cosa farebbe oggi don Bosco – spiega il rettor maggiore dei Salesiani, don Pascual Chávez Villanueva –, ma so molto bene che cosa ha sempre fatto: servirsi di tutti i mezzi possibili per comunicare ad altri la fede, il suo senso di Chiesa, la sua passione per la salvezza dei giovani, la sua scommessa sulla loro educazione, la sua capacità di coinvolgere ogni tipo di persone nella sua missione. Perciò creò oratori, scuole, centri di formazione professionale, costruì chiese, divenne scrittore, mise in piedi tipografie ed editrici, fondò Congregazioni, inviò spedizioni missionarie».

Nella riflessione di don Chávez Villanueva l'importanza della presenza salesiana nel mondo digitale: «Ho scritto recentemente che, oltre ai cinque continenti dove ci troviamo ad operare per i giovani, è assolutamente necessario abitare il nuovo continente, il 'continente digitale', dove i giovani sono nativi e noi adulti siamo migranti. Ciò vuol dire che se siamo su Facebook e Twitter non è per 'snobismo', ma per ragioni di missione: andare incontro ai giovani lì dove loro abitano e ci attendono».

A tal proposito, è possibile comunicare virtualmente la fede ai giovani o è soltanto un'illusione? «Penso che si possa entrare in comunicazione virtuale con tantissime persone e con loro parlare di Dio, di religione, di etica, di spiritualità, di teologia, e dare la propria testimonianza – conclude il rettor maggiore –. Se questa comunicazione diventa sempre più personale, meno accademica e meno virtuale, allora è possibile comunicare la fede, che è la gioia di aver incontrato Cristo e scoperto la sua Chiesa e il suo meraviglioso Vangelo e il Regno.

(da Avvenire del 3 febbraio 2012)






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