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Martedì, 05 Febbraio 2013 16:06

L'Internet Safer Day: dai rischi di cyberwar ai danni del cyberbullismo

L'Internet Safer Day: dai rischi di cyberwar ai danni del cyberbullismo

Città del Vaticano (RV) -  "Responsabilità e diritti nella rete": è il tema scelto per l'Internet Safer Day 2013, la Giornata dedicata alla sicurezza su Internet indetta dalla Commissione Europea. Nella sua prima edizione, nel 2004, la giornata ha coinvolto 14 nazioni, quest'anno viene celebrata in 90 Paesi. Diversi gli aspetti da considerare parlando di sicurezza e web. Innanzitutto ci sono da considerare i rischi della cyberwar. Fausta Speranza ne ha parlato con il prof. Marco Lombardi, docente di politiche della sicurezza all'Università Sacro Cuore di Milano: RealAudioMP3

R. – E' un rischio concretissimo, ormai, specialmente negli ultimi dieci anni. La prima conseguenza della globalizzazione, intesa come rete d'interdipendenze, è stata di spostare quella che possiamo ormai chiamare una vera e propria guerra nel mondo virtuale, quindi nel mondo della Rete. Siamo, infatti, in un contesto di guerra guerreggiata quotidiano. Quando parliamo di "cyber attack" vediamo la criminalità organizzata che ci attacca evidentemente su questo piano, vediamo che ci sono più o meno sconsiderati "lone worker", personaggi che lavorano da soli come gli hacker, e ormai - ed è anche di questi giorni – vediamo che ci sono Paesi, nazioni, che attaccano altre nazioni sul piano virtuale. Si parla ormai di "cyber warfare", strategie, comportamenti, tecnologie, che insieme lavorano per una nuova guerra, in un modo al quale ancora non siamo abituati.

D. – Possiamo dire che la dimensione virtuale del web stia cambiando anche gli equilibri geopolitici?

R. – Assolutamente sì e dobbiamo cominciare a pensare la geopolitica intesa come una politica correlata ad un altro spazio: ormai lo spazio non è più quello della geografia fisica, ma quello della geografia virtuale. Quindi, quando noi parliamo di geopolitica oggi, dobbiamo incorporare la nuova geografia, che è stata delineata dal web. In questo senso, allora, comprendiamo questo "cyber warfare", questa guerra che si sta sviluppando tra Paesi sulle corde della Rete.

D. – Sembra che l'Occidente, in qualche modo, possa essere più esposto, perché ha affidato nuclei nevralgici, come l'energia, la sicurezza e così via, alla digitalizzazione, mentre altri Paesi – per esempio l'Iran – sono esperti in materia, ma non hanno affidato così tanto i nuclei nevralgici al sistema digitale. E' vero?

R. – Non so se sia esattamente questo. Ormai, infatti, tutte le strutture critiche, necessariamente, in qualunque parte del mondo, più sono evolute, più devono affidarsi al controllo digitale e alla messa in rete delle medesime risorse. Secondo me, l'Occidente ha più un atteggiamento passivo nei confronti del "cyber warfare", nel senso che è poco attivo, o meglio poco proattivo. La guerra cyber non si può vincere semplicemente continuando a installare nuove forme di difesa passiva. Ogni volta che noi facciamo uno scudo, costruiamo un nuovo scudo, è solo questione di tempo, perché questo venga perforato. Secondo me, l'Occidente, l'Europa, sta pagando di più questa situazione difensiva nel "cyber warfare", mentre i Paesi che abbiamo citato - dalla Cina all'Iran ad altri Paesi del Medio Oriente – hanno un'attitudine molto più offensiva. Insomma, si è chiamati a fare la guerra digitale non soltanto aspettando di parare il colpo.

Save the children denuncia in particolare il cyberbullismo tra giovani. Fausta Speranza ne ha parlato con Raffaela Milano responsabile dei programmi per l'Italia dell'organizzazione: RealAudioMP3

R. – C'è un'altissima percentuale di ragazzi – l'83 per cento – giovanissimi e adolescenti, che valuta proprio il bullismo virtuale come un dolore, qualcosa che colpisce profondamente la loro crescita, molto di più rispetto a quello che può succedere nella vita reale. L'uso di Internet amplifica e rende ancora più duro un comportamento ostile o aggressivo da parte dei propri coetanei.

D. – Cosa emerge dalla ricerca? Questo avviene perché dietro all'online ci si trincera e quindi è più facile lanciare attacchi?

R. – Sì, fondamentalmente è questo: c'è sia più tempo – questi attacchi possono avvenire in qualsiasi ora del giorno e della notte - ma soprattutto il velo di Internet rende i rapporti tra ragazzi più opachi e quindi c'è più facilità di rendersi invisibili in qualche modo, rispetto all'esterno. E' da rilevare anche il fatto che questa minaccia riguarda tantissimi comportamenti. Un ragazzo può essere colpito per l'aspetto estetico, e questo lo notano soprattutto le ragazze - il 77 per cento di esse, infatti, tra i 12 e i 14 anni, è colpito da questo tipo di rischio - la timidezza, l'orientamento sessuale, il fatto di essere di origine straniera e così via. Ogni comportamento, che viene vissuto come diverso, può essere davvero oggetto di attacco da parte dei coetanei. Questo, tramite, Internet, diventa più facile.

D. – Emerge la consapevolezza ma non sembra che i ragazzi prendano tutele...

R. – No, dalla ricerca emerge in qualche caso, un rapporto importante con i genitori, però certamente percepiscono il rischio e dobbiamo fare in modo, noi tutti – la scuola, le famiglie, le organizzazioni come "Save the Children" ed altri – di rendere i ragazzi più accorti circa le tutele che possono essere assunte nella comunicazione via Internet. Al di là di altre forme di protezione, che ci possono essere da parte delle aziende, che noi sempre invochiamo, sappiamo però che la componente principale è rendere i ragazzi più forti nel loro rapporto con le nuove vie della comunicazione digitale. Essere, quindi, maturi nel rapporto con i nuovi media e soprattutto capire che quello che succede nel mondo virtuale ha delle conseguenze nel mondo reale e che non sono due mondi staccati, anzi si tratta di un modo più pervasivo e più invadente rispetto alla propria identità.





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