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Giovedì, 06 Dicembre 2012 09:48

"Notizie Pro Vita", una nuova rivista per risvegliare le coscienze

"Notizie Pro Vita", una nuova rivista per risvegliare le coscienze

Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Una nuova iniziativa a favore della vita: si tratta di una rivista mensile, presentata di recente a Roma e in altre città italiane, dal titolo "Notizie Pro Vita". "Vogliamo informare e sensibilizzare l'opinione pubblica per risvegliare le coscienze, la gente spesso non comprende cosa sia effettivamente l'aborto perché è male informata", spiega l'editore, Antonio Brandi. Sul perché di questa nuova rivista, e del sito collegato www.prolifenews.it, Adriana Masotti ha intervistato la prof.ssa Francesca Romana Poleggi, della redazione di "Notizie Pro Vita": RealAudioMP3

R. - Noi siamo delle persone normali: io sono un'insegnante, Antonio Brandi è un imprenditore, c'è un ingegnere di Trento. Ci sono persone abbastanza semplici, se vogliamo, che però si rendono conto che c'è una certa cultura che con i suoi miasmi sta avvelenando le anime e i cervelli soprattutto dei nostri giovani, e che sta passando il messaggio che la vita umana è di proprietà dell'uomo stesso il quale può farne ciò che vuole, soprattutto nei momenti in cui questa vita è più debole, cioè all'inizio e alla fine. Io che insegno ormai da 25 anni nelle scuole, sento sempre più spesso ragazzi anche capaci dire, ad esempio, che fino a tre mesi il bambino non è formato e che quindi l'aborto non è un omicidio, non si uccide nessuno. Questa è la cultura che Giovanni Paolo II ha chiamato "cultura della morte", la quale ci ha convinto facendoci un lavaggio del cervello e alla quale noi in qualche modo vogliamo ribellarci. Purtroppo, il mondo "pro-life" è abbastanza diviso: ci sono quelli più intransigenti, quelli meno intransigenti... Ci sono parecchie rivalità interne, che secondo me non fanno bene. Tuttavia, è inutile stare a pensare di riformare, ritoccare, cambiare, abolire la Legge 194 se prima non si fa chiarezza su quello che è l'aborto, perché ormai la scienza ha dimostrato che quel "mucchietto" di cellule subito dopo il concepimento comincia immediatamente una vita autonoma in dialogo con la madre ed è programmato per crescere e diventare un bambino, una persona, un adulto come noi. Però, appunto ,sia che si tratti di aborto chirurgico, sia di quello farmacologico, si tratta pur sempre della soppressione di una vita umana.

D. – Sulla rivista, distribuita in abbonamento, trovano spazio articoli a carattere scientifico, notizie provenienti dal mondo, negative e positive sempre in riferimento al valore della vita, testimonianze di madri che hanno messo al primo posto il loro figlio rinunciando a sé...

R. – Testimonianze che il mondo deve conoscere. Tra l'altro, noi cerchiamo anche di parlare per le madri, perché in tutto questo contesto si pensa sempre al diritto della donna come se la donna che abortisce facesse il più grande atto di libertà. Poi, invece, viene assolutamente lasciata sola con i traumi post-aborto. Perché, anche quando ciò è deciso con la massima serenità, la natura poi però si ribella e i medici, gli psicologi, gli psichiatri sanno benissimo cosa sia il trauma post-aborto, sia per le madri che per i padri. Noi vogliamo anche dare spazio e voce alle testimonianze di chi vuole fare luce su questa realtà.

D. – La rivista si concentra soprattutto sulla vita nascente, quindi sull'aborto. Ma sappiamo che in tutte le sue fasi la vita è vita e quindi ha un valore immenso. La rivista avrà attenzione anche su altri aspetti?

R. – Noi vogliamo concentrarci per adesso principalmente sulla vita nascente: non solo sull'aborto, ma anche sulla questione degli embrioni congelati e sul fine vita. E poi sulla famiglia, su quello che serve per la vita, perché chiaramente l'aborto sarebbe un problema molto meno importante nella nostra società se la famiglia e le donne fossero sufficientemente sostenute dalle politiche sociali ed economiche dei governi. La maggior parte degli aborti avviene per problemi economici.

D. – Chiaramente, la rivista fa riferimento a un credo religioso. Può però rivolgersi in termini di confronto, di dialogo anche verso coloro che non hanno la fede?

R. – Sì. Prima di tutto, il problema della vita e della morte è un problema razionale e non è un problema di fede. Poi, siamo assolutamente alla ricerca del dialogo anche con le persone "pro-life" – e ce ne sono tantissime – che non sono cattoliche praticanti. Non solo: nei prossimi numeri, dovrebbe arrivare l'intervista di un esponente della cultura e della religione tibetana, che ci parlerà di come l'aborto venga considerato un crimine anche per i buddisti. Stiamo prendendo dei contatti con dei sikh e degli indù... Insomma, vorremmo far capire che non è un argomento che interessi solo i cattolici. Perché sembra che essere "pro-life" significhi essere cattolici, integralisti e quant'altro. No, vuol dire essere comunque per l'uomo, a prescindere.






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