Chiesa e Comunicazione

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  S. E. Mons. Claudio M. Celli 

Sala Stampa della Santa Sede

24 gennaio 2013

 

1) Desidero dare inizio a questo nostro incontro sottoponendo alla vostra considerazione vari dati statistici riguardanti la frequentazione delle reti sociali. Alcuni di questi dati sono legati alla realtà americana ed emergono da una indagine condotta dalla Georgetown University di Washington nel 2012; gli altri, come avrò l’opportunità di sottolineare, sono forniti da una società internazionale e riguardano i dati relativi a 21 Paesi dei 5 Continenti. 

2) Il secondo punto di riferimento è dato da una linea di pensiero tendente a sottolineare gli effetti negativi che l’uso di Internet causa nello sviluppo della nostra persona. Faccio riferimento agli articoli e ai libri di un autore americano, il quale, senza mezzi termini, si domanda se la rete non ci renda stupidi, affermando come la rete, se da un lato rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, dall’altra parte favorisce la riduzione delle nostre capacità di pensare in modo approfondito. La rete ci renderebbe superficiali, dato che ci porta a scorrere in forma frenetica fonti disparate per ricavarne dei dati. L’autore si domanda, inoltre, se la rete non stia modificando anche il nostro cervello. 

3) In questo contesto, si situa il Messaggio di questa Giornata Mondiale che presenta una valutazione positiva dei social media, anche se non ingenua. Essi sono visti come opportunità di dialogo e di dibattito e con la riconosciuta capacità di rafforzare i legami di unità tra le persone e di promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Questa positività esige però che si agisca nel rispetto della privacy con responsabilità e dedizione alla verità , e con autenticità dato che non si condividono solo informazioni e conoscenze ma in sostanza si comunica una parte di noi stessi. 

4) La dinamica dei social media – è opportuno sottolinearlo – è inserita in quella ancor più ricca e profonda della ricerca esistenziale del cuore umano. C’è un intrecciarsi di domande e di risposte che dà un senso al cammino dell’uomo. 

5) In questo contesto Papa Benedetto XVI tocca un aspetto delicato della vicenda, quando cioè il mare delle eccessive informazioni sovrasta “la voce discreta della ragione”. 

6) Il tema dell’attuale Giornata parla di nuovi spazi di evangelizzazione, evangelizzazione che è annuncio della Parola, che è annuncio di Gesù Cristo. Occorre però ricordare, a questo proposito, quanto già Papa Benedetto XVI scriveva nel Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2011, quando sottolineava che non si tratta solo di una espressione esplicita della Fede ma sostanzialmente di una efficace testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita”. Nel contesto delle reti sociali e delle varie esigenze esistenziali di coloro che le “abitano” ha particolare valore l’indicazione data da Papa Benedetto: “Donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”. 

7) Nell’attuale contesto multiculturale e multireligioso della nostra società chi vuole coinvolgersi nel dialogo e nel dibattito anche nell’agorà originata dalle reti sociali trova nel magistero di Papa Benedetto due fondamentali punti di riferimento: 

      a.“La convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre “verità”, o con la verità degli altri, è un’ apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo. In questo rispetto dialogante si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità”.

       b.Costatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello”.  (Centro Cultural de Belém – Lisboa – 12 maggio 2010) 

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47ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI 
Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione

12 Maggio 2013

Messaggio del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle,

in prossimità della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2013, desidero proporvi alcune riflessioni su una realtà sempre più importante che riguarda il modo in cui le persone oggi comunicano tra di loro. Vorrei soffermarmi a considerare lo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova «agorà», una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità.

Questi spazi, quando sono valorizzati bene e con equilibrio, contribuiscono a favorire forme di dialogo e di dibattito che, se realizzate con rispetto, attenzione per la privacy, responsabilità e dedizione alla verità, possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Lo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione. Se i network sono chiamati a mettere in atto questa grande potenzialità, le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche, perché in questi spazi non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi.

Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre di più, parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo.

La cultura dei social network e i cambiamenti nelle forme e negli stili della comunicazione, pongono sfide impegnative a coloro che vogliono parlare di verità e di valori. Spesso, come avviene anche per altri mezzi di comunicazione sociale, il significato e l’efficacia delle differenti forme di espressione sembrano determinati più dalla loro popolarità che dalla loro intrinseca importanza e validità. La popolarità è poi frequentemente connessa alla celebrità o a strategie persuasive piuttosto che alla logica dell’argomentazione. A volte, la voce discreta della ragione può essere sovrastata dal rumore delle eccessive informazioni, e non riesce a destare l’attenzione, che invece viene riservata a quanti si esprimono in maniera più suadente. I social media hanno bisogno, quindi, dell’impegno di tutti coloro che sono consapevoli del valore del dialogo, del dibattito ragionato, dell’argomentazione logica; di persone che cercano di coltivare forme di discorso e di espressione che fanno appello alle più nobili aspirazioni di chi è coinvolto nel processo comunicativo. Dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre. “Costatata la diversità culturale, bisogna fa sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello” (Discorso nell’Incontro con il mondo della cultura, Belém, Lisbona, 12 maggio 2010).

La sfida che i network sociali devono affrontare è quella di essere davvero inclusivi: allora essi beneficeranno della piena partecipazione dei credenti che desiderano condividere il Messaggio di Gesù e i valori della dignità umana, che il suo insegnamento promuove. I credenti, infatti, avvertono sempre più che se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante. L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. I network sociali sono il frutto dell’interazione umana, ma essi, a loro volta, danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.

La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti. Nell’ambiente digitale la parola scritta si trova spesso accompagnata da immagini e suoni. Una comunicazione efficace, come le parabole di Gesù, richiede il coinvolgimento dell’immaginazione e della sensibilità affettiva di coloro che vogliamo invitare a un incontro col mistero dell’amore di Dio. Del resto sappiamo che la tradizione cristiana è da sempre ricca di segni e simboli: penso, ad esempio, alla croce, alle icone, alle immagini della Vergine Maria, al presepe, alle vetrate e ai dipinti delle chiese. Una parte consistente del patrimonio artistico dell’umanità è stato realizzato da artisti e musicisti che hanno cercato di esprimere le verità della fede.

L’autenticità dei credenti nei network sociali è messa in evidenza dalla condivisione della sorgente profonda della loro speranza e della loro gioia: la fede nel Dio ricco di misericordia e di amore rivelato in Cristo Gesù. Tale condivisione consiste non soltanto nell’esplicita espressione di fede, ma anche nella testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2011). Un modo particolarmente significativo di rendere testimonianza sarà la volontà di donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana. L’emergere nelle reti sociali del dialogo circa la fede e il credere conferma l’importanza e la rilevanza della religione nel dibattito pubblico e sociale.

Per coloro che hanno accolto con cuore aperto il dono della fede, la risposta più radicale alle domande dell’uomo circa l’amore, la verità e il significato della vita – questioni che non sono affatto assenti nei social network – si trova nella persona di Gesù Cristo. E’ naturale che chi ha la fede desideri, con rispetto e sensibilità, condividerla con coloro che incontra nell’ambiente digitale. In definitiva, però, se la nostra condivisione del Vangelo è capace di dare buoni frutti, è sempre grazie alla forza propria della Parola di Dio di toccare i cuori, prima ancora di ogni nostro sforzo. La fiducia nella potenza dell’azione di Dio deve superare sempre ogni sicurezza posta sull’utilizzo dei mezzi umani. Anche nell’ambiente digitale, dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali, e dove a volte il sensazionalismo rischia di prevalere, siamo chiamati a un attento discernimento. E ricordiamo, a questo proposito, che Elia riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo, né nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,11-12). Dobbiamo confidare nel fatto che i fondamentali desideri dell’uomo di amare e di essere amato, di trovare significato e verità - che Dio stesso ha messo nel cuore dell’essere umano - mantengono anche le donne e gli uomini del nostro tempo sempre e comunque aperti a ciò che il beato Cardinale Newman chiamava la “luce gentile” della fede.

I social network, oltre che strumento di evangelizzazione, possono essere un fattore di sviluppo umano. Ad esempio, in alcuni contesti geografici e culturali dove i cristiani si sentono isolati, le reti sociali possono rafforzare il senso della loro effettiva unità con la comunità universale dei credenti. Le reti facilitano la condivisione delle risorse spirituali e liturgiche, rendendo le persone in grado di pregare con un rinvigorito senso di prossimità a coloro che professano la loro stessa fede. Il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa: “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1 Cor 13,1).

Esistono reti sociali che nell’ambiente digitale offrono all’uomo di oggi occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Ma queste reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone stanno, infatti, scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmente on line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle. Non ci dovrebbe essere mancanza di coerenza o di unità nell’espressione della nostra fede e nella nostra testimonianza del Vangelo nella realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale. Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra.

Prego che lo Spirito di Dio vi accompagni e vi illumini sempre, mentre benedico di cuore tutti voi, così che possiate essere davvero araldi e testimoni del Vangelo. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).

 

Dal Vaticano, 24 gennaio 2013, Festa di san Francesco di Sales

 

BENEDICTUS XVI

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 Sessione di studio su “Media, verità e sviluppo”. Intervento di mons. Gisueppe A. Scotti.

Bydgoszcz, 11 maggio 2011

Eccellenze,

Illustri Rettori,

Autorità,

Signore e Signori,

Vi ringrazio per l'invito che avete volto nuovamente rivolgermi per partecipare a questa ulteriore sessione di studio su "Media, verità e sviluppo" che si apre con una particolare attenzione al messaggio che il Santo Padre ha proposto alla riflessione dei credenti e degli operatori dei media per la 45ª giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Il titolo è significativo. Ma lo è ancora di più per questa Università, perché richiama quanto qui si era deciso di esaminare fin dallo scorso anno. Questo dato è segno eloquente che quando le Università hanno il coraggio di farsi domande vere sulla vita e sul senso delle cose si incontrano, inevitabilmente, con i credenti perché loro, guidati dal Risorto, sono fra gli uomini e le donne fra le più esigenti nel porsi domande di senso.

Il Papa, dunque, ci invita a considerare i media in una prospettiva molto simile al titolo che si era scelto per questo Convegno di studio, infatti il titolo del messaggio di Benedetto XVI è "Verità, annuncio e autenticità di vita nell'era digitale".

Ma, se mi permettete, per affrontare questo aspetto, vorrei partire da alcune considerazioni sulla nuova realtà mediatica in cui ci troviamo a vivere. Giovanni Paolo II nella sua ultima lettera apostolica sui mass media già ricordava che "la nostra è un'epoca di comunicazione globale, dove tanti momenti dell'esistenza umana si snodano attraverso processi mediatici, o per lo meno con essi devono confrontarsi"[1]. E un famoso storico italiano del cristianesimo, Aberto Melloni, recentemente sul più diffuso quotidiano italiano, il Corriere della Sera, ha scritto che "Capire le cose è un modo di farle accadere". Del resto noi tutti sappiamo, più per esperienza personale che non per una elaborazione scientifica dei dati, che la comunicazione sta cambiando non solo in modo veloce, ma che si fa sempre più coinvolgente. Anche la recente beatificazione di Giovanni Paolo II, cui tutti abbiamo assistito, o direttamente a Roma, o attraverso i mass media - radio, televisione, internet, telefoni cellulari - ci ha dimostrato in modo eloquente questa realtà di una comunicazione globale. E per renderci conto di che cosa voglia dire questo vorrei offrirvi i dati che ci sono giunti all'indomani della beatificazione: oltre 80 Paesi collegati in mondovisione con Roma che, attraverso la televisione o il satellite, hanno coinvolto nella cerimonia almeno 2 miliardi di persone. Africa, Europa, Americhe, Australia e Asia hanno vissuto la beatificazione di Giovanni Paolo II come se fossero tutti a Roma. La piazza San Pietro è diventata, grazie ai media, la piazza di tutti coloro che hanno amato e continuano ad amare e stimare Giovanni Paolo II. Si è sperimentato e toccato con mano che "le nuove tecnologie permettono alle persone di incontrarsi oltre i confini dello spazio e delle stesse culture"[2].

La breve serie di slide che ora esaminiamo ci mostra in modo ancor più dettagliato cosa sta avvenendo nel mondo della comunicazione e come cambia lo stesso modo di comunicare.

 "Che cosa farà dunque il padrone della vigna?" (Mc 12,9)...Il Signore parla sempre nel presente e in vista del futuro. Sta parlando proprio anche con noi e di noi. Se apriamo gli occhi – quanto viene detto non è, in effetti, una descrizione del nostro presente? Non è forse proprio questa la logica dell'epoca moderna, della nostra epoca? Dichiariamo Dio morto, così saremo noi stessi dio! Finalmente non siamo più proprietà di un altro, bensì i soli padroni di noi stessi e proprietari del mondo. Ora possiamo fare finalmente ciò che ci piace. Ci sbarazziamo di Dio; non esiste alcun criterio sopra di noi, siamo noi stessi la nostra misura. La 'vigna' è nostra. Cominciamo ora a vedere che cosa ne sta derivando per l'uomo e per il mondo..."[3]

Dice il filosofo Petrosino in un'intervista ad Avvenire del 29 marzo: "E' un'ubriacatura...le vertigini le provi nei confronti dell'uomo, ancor prima che nei confronti di Dio. Allora ti diventa insopportabile l'altro e quindi lo distruggi"[4].

"Credo che noi non ci stiamo dirigendo verso un mondo religioso o laico, ma verso un individualismo che condurrà progressivamente a ciò che chiamerei la 'religione Lego', o la 'religione dell'ego', in cui ognuno prenderà qualcosa dal Cristianesimo, dall'Islam, dal Buddhismo, e questo gli permetterà di costruirsi un suo credo"... "Così potremmo tendere verso una religione individualista in cui ognuno userebbe il proprio rapporto con il mondo, la natura e quello che egli chiama – o non chiama - Dio come fattore esplicativo del mondo. E' la religione Lego, dal nome del gioco di costruzioni".[5]  

Eredità del Concilio e impegno per i credenti oggi. "Nei diversi spazi dell'esistenza umana dobbiamo imparare a dire la Parola cristiana, dentro le situazioni antropologiche. Dobbiamo essere capaci di dire quella speranza trascendente e tentare di anticiparla nelle esperienze frammentarie di prossimità, vicinanza, passione educativa, carità, cura dell'uomo, servizio al povero".[6]

[1] Cf. Giovanni Paolo II, Il rapido sviluppo, n.3, 24 gennaio 2004

[2] Cf. Benedetto XVI, Verità, annuncio e autenticità di vita nell'era digitale, 24 gennaio 2011

[3] Cf. Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret/1, RCS, Milano 2007, pp.299-300

[4] Cf  Silvano Petrosino, L'eros della distruzione, Il Melangolo, 2011, pag. 142

[5] Cf Prof. Iaques Attali, La nuova religione sarà come il "Lego", Il Corriere della Sera, 28 marzo 2011, p. 35

[6] Cf Franco G. Brambilla, Il Vaticano II, 'bussola' per la Chiesa, La rivista del Clero italiano, 6/2010, pp. 417-425

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UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO NAZIONALE "TESTIMONI DIGITALI. VOLTI E LINGUAGGI NELL’ERA CROSSMEDIALE", PROMOSSO DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Convegno nazionale "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale", promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

  DISCORSO DEL SANTO PADRE 

Eminenza, Venerati Confratelli nell’episcopato,

cari amici,

sono lieto di questa occasione per incontrarvi e concludere il vostro convegno, dal titolo quanto mai evocativo: "Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale". Ringrazio il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali parole di benvenuto, con le quali, ancora una volta, ha voluto esprimere l’affetto e la vicinanza della Chiesa che è in Italia al mio servizio apostolico. Nelle sue parole, Signor Cardinale, si rispecchia la fedele adesione a Pietro di tutti i cattolici di questa amata Nazione e la stima di tanti uomini e donne animati dal desiderio di cercare la verità.

Il tempo che viviamo conosce un enorme allargamento delle frontiere della comunicazione, realizza un’inedita convergenza tra i diversi media e rende possibile l’interattività. La rete manifesta, dunque, una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona. Si assiste allora a un "inquinamento dello spirito, quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia…" (Discorso in Piazza di Spagna, 8 Dicembre 2009). Questo Convegno, invece, punta proprio a riconoscere i volti, quindi a superare quelle dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo.

Come è possibile, oggi, tornare ai volti? Ho cercato di indicarne la strada anche nella mia terza Enciclica. Essa passa per quella caritas in veritate, che rifulge nel volto di Cristo. L’amore nella verità costituisce "una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione" (n. 9). I media possono diventare fattori di umanizzazione "non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispetti le valenze universali" (n. 73). Ciò richiede che "essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale" (ibid.). Solamente a tali condizioni il passaggio epocale che stiamo attraversando può rivelarsi ricco e fecondo di nuove opportunità. Senza timori vogliamo prendere il largo nel mare digitale, affrontando la navigazione aperta con la stessa passione che da duemila anni governa la barca della Chiesa. Più che per le risorse tecniche, pur necessarie, vogliamo qualificarci abitando anche questo universo con un cuore credente, che contribuisca a dare un’anima all’ininterrotto flusso comunicativo della rete.

È questa la nostra missione, la missione irrinunciabile della Chiesa: il compito di ogni credente che opera nei media è quello di "spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo tempo «digitale» i segni necessari per riconoscere il Signore" (Messaggio per la 44a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 16 maggio 2010). Cari amici, anche nella rete siete chiamati acollocarvi come "animatori di comunità", attenti a "preparare cammini che conducano alla Parola di Dio", e ad esprimere una particolare sensibilità per quanti "sono sfiduciati ed hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche" (ibid.). La rete potrà così diventare una sorta di "portico dei gentili", dove "fare spazio anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto" (ibid.).

Quali animatori della cultura e della comunicazione, voi siete segno vivo di quanto "i moderni mezzi di comunicazione siano entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio" (ibid.). Le voci, in questo campo, in Italia non mancano: basti qui ricordare il quotidiano Avvenire, l’emittente televisiva TV2000, il circuito radiofonico inBlu e l’agenzia di stampa SIR, accanto ai periodici cattolici, alla rete capillare dei settimanali diocesani e agli ormai numerosi siti internet di ispirazione cattolica. Esorto tutti i professionisti della comunicazione a non stancarsi di nutrire nel proprio cuore quella sana passione per l’uomo che diventa tensione ad avvicinarsi sempre più ai suoi linguaggi e al suo vero volto. Vi aiuterà in questo una solida preparazione teologica e soprattutto una profonda e gioiosa passione per Dio, alimentata nel continuo dialogo con il Signore. Le Chiese particolari e gli istituti religiosi, dal canto loro, non esitino a valorizzare i percorsi formativi proposti dalle Università Pontificie, dall’Università Cattolica del Sacro Cuore e dalle altre Università cattoliche ed ecclesiastiche, destinandovi con lungimiranza persone e risorse. Il mondo della comunicazione sociale entri a pieno titolo nella programmazione pastorale.

Mentre vi ringrazio del servizio che rendete alla Chiesa e quindi alla causa dell’uomo, vi esorto a percorrere, animati dal coraggio dello Spirito Santo, le strade del continente digitale. La nostra fiducia non è acriticamente riposta in alcuno strumento della tecnica. La nostra forza sta nell’essere Chiesa, comunità credente, capace di testimoniare a tutti la perenne novità del Risorto, con una vita che fiorisce in pienezza nella misura in cui si apre, entra in relazione, si dona con gratuità.

Vi affido alla protezione di Maria Santissima e dei grandi Santi della comunicazione e di cuore tutti vi benedico.

Pubblicato in Magisterio

CONGRESSO MONDIALE DELLA STAMPA CATTOLICA di S.E. Mons. Claudio M. Celli 

Giovedì 7 ottobre 2010 

Conclusioni 

Al termine di questi quattro giorni di lavoro molto intenso, la prima cosa che dovremmo fare è ringraziare il Signore per questa opportunità che ci ha dato e per i doni con cui ha riempito la nostra mente e il nostro cuore. 

Quando abbiamo dato inizio al nostro incontro, ci siamo detti che eravamo qui per ascoltare e certamente il Pontificio Consiglio vi aveva invitato per ascoltarvi.

Però, è innegabile, c’è stata un’altra esperienza, vi siete ascoltati.  Qualcuno di voi, commentando i nostri incontri, mi diceva che era stato molto importante avere ascoltato gli altri. Aver ascoltato quali sono le inquietudini, le prospettive, le speranze, le difficoltà. Credo che questo sia uno dei frutti positivi di questo nostro congresso mondiale: l’esserci ascoltati. L’esserci guardati negli occhi, e aver riscoperto, poco a poco, come il nostro cammino, la nostra missione, anche se difficile, è affascinante, ma nello stesso tempo è una missione che richiede impegno, richiede sforzo.

Per me non è facile fare una sintesi di tutto il lavoro di questi quattro giorni. Direi che lo dovremmo assimilare pian piano e riscoprire certi elementi che mi sembrano fondamentali. Alla conclusione del nostro incontro vorrei fare delle sottolineature che ritengo necessarie, procedendo sulla falsariga di una riflessione di Papa Benedetto XVI. 

La prima è questa: è necessario uno sforzo di apprendimento circa la forma in cui la Chiesa si situa nel mondo. Si dovrà aiutare la società a capire che l’annuncio della verità è un servizio che la Chiesa offre alla società aprendo nuovi orizzonti di futuro, di grandezza e di dignità. Si tratta di uno vero sforzo. 

Questi giorni abbiamo parlato di professionalità, di alta professionalità, di competenze. Credo però, amici miei, che è qui il significato del nostro congresso: abbiamo bisogno di interrogarci continuamente -  è un apprendimento -  come la Chiesa si situa nel mondo. Credo che questa sia una delle domande fondamentali: che visione abbiamo della Chiesa? Da questa visione deriva come la Chiesa comunica nel mondo. Non è una Chiesa monolitica, chiusa in se stessa, dedicata a difendere se stessa, ma una Chiesa che, come il suo Signore, ama l’uomo; una Chiesa che si situa nel cammino dell’uomo, per comprendere, per accompagnare. Io ritengo che è qui dove noi ci giochiamo veramente quello che siamo e pertanto l’invito è proprio qui: riscoprire che Chiesa siamo e chi è il Signore in cui noi crediamo. 

Questa domanda è interessante perché coinvolge la stessa immagine di Dio. Sarebbe interessante se ci domandassimo che immagine abbiamo di Dio. Porto, veramente nel mio cuore l’immagine di un Padre? 

Se mi permettete utilizzare il pensiero di una mistica spagnola moderna, ritengo che è  un padre che è felice quando i suoi figli sono felici e sono felici insieme? Da questa immagine di Dio deriva l’immagine della Chiesa. Di una Chiesa che cammina nel mondo non per condannare, ma una Chiesa che cammina nel mondo per essere al servizio dell’uomo, perché l’uomo sia felice. 

La Chiesa, e qui mi riferisco alla “Caritas in Veritate”, (N. 9), “ha una missione di verità da compiere, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità e della sua vocazione”. 

Ieri, Mons. Lalanne auspicava una doppia fedeltà per la stampa cattolica. C’è una fedeltà all’uomo, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità e della sua vocazione, ma “la fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità, che, sola,  è garanzia di libertà e della possibilità di uno sviluppo umano integrale”. È qui direi, la lotta, il coinvolgimento della Chiesa nei suoi mezzi di comunicazione a servizio della verità. Ed è interessante perché il Papa, sempre in “Caritas in Veritate”, ci dice che la missione di verità è “irrinunciabile”per la Chiesa. Tale affermazione è un frutto di riferimento forte per noi, perché ci obbliga a riflettere su cosa significa questo nostro servizio, questa missione di verità. 

Tale missione di verità è fondamentale. Però, come poco fa anche don Sciortino ce lo ricordava ma è stato ciò che emergeva con chiarezza dagli interventi dei vari gruppi occorre sottolineare la convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre verità, o con la verità degli altri. È un apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo. Ecco perché - lo ricordo sempre a me stesso -  dobbiamo vivere con questo rispetto dialogante. È in questo rispetto dialogante con la verità degli altri, che si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità. Ed io credo che sia una tappa fondamentale della nostra riflessione. Permettetemi ripeterlo con profonda convinzione: un rispetto dialogante con la verità degli altri. 

Una citazione mi è molto cara; si tratta di una citazione di Paolo VI, in Ecclesiam Suam, “la Chiesa deve venire a dialogo con il mondo, con il mondo in cui si trova  a vivere, la Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa dialogo”. Questa è la Chiesa in cui crediamo e che amiamo.

È una Chiesa che si fa parola, si fa messaggio, che si fa dialogo. Questa è la nostra Chiesa, la Chiesa alla quale noi apparteniamo. E ci sentiamo felici e orgogliosi di appartenere a una Chiesa che sa dialogare con il mondo. È qui che nasce la nostra comunicazione. 

Ciò che abbiamo visto in questi giorni ci fa riscoprire che tale dimensione  richiede il meglio delle nostre forze, ed una audacia profetica.

Qui tocco tematiche delicate. Forse siamo abituati ad aver perduto detta dimensione profetica, ma credo che la nostra comunicazione debba ricuperarla. Proprio il Papa in uno dei suoi ultimi discorsi parlava di “audacia profetica”,  il che vuol dire anche che è necessario guardare avanti. 

È innegabile - lo avete notato anche voi -  la Chiesa nel campo della comunicazione si muove con diverse velocità. Abbiamo comunità cattoliche che possono produrre, come poco fa ce lo diceva don Giorgio Zucchelli, centinaia di settimanali cattolici,  e abbiamo Chiese, invece, che fanno fatica a pubblicare mensilmente un piccolo foglietto di notizie. Don Sciortino ci parlava invece di Famiglia Cristiana accessibile ai lettori in Internet - anche per questo lo abbiamo invitato -  e sentivamo durante il Congresso come ci siano delle Chiese che fanno fatica a accedere ad Internet perché mancano di provider. 

È interessantissimo per noi del Consiglio ascoltare i vescovi in Visita ad Limina. Io ricordo ancora qualche vescovo che mi diceva: “da noi non abbiamo neanche l’elettricità, non abbiamo l’ accesso ad Internet e Lei ci parla di queste nuove tecnologie”.

È  vero che oggi in certi Paesi non è facile l’accesso ad Internet, ma le statistiche ci parlano di un rapido progresso, di un cammino velocissimo in questo campo.

La Chiesa non può essere in ritardo. Alle volte, il rischio è che camminiamo dietro il progresso tecnologico. Abbiamo bisogno di prenderlo in mano e di rischiare. Però, è innegabile, alle volte ci vuole una voce e una “audacia profetica” che non è facile. Credo che in questo cammino entri in gioco la grande coscienza degli episcopati e delle chiese locali, che riflettono profondamente su cosa è opportuno, come è opportuno essere presenti. 

Voi siete creatori di pensiero, e di opinione. Avete la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, e di toccare la sensibilità individuale collettiva, di suscitare sogni e speranze. Quando guardo alla Chiesa rimango stupito pensando a questa possibilità grande di sapere parlare al cuore dell’uomo. 

Abbiamo fatto cenno al tema dei linguaggi. Questa sarà una delle tematiche sulle quali il Consiglio porrà la sua attenzione. Pensiamo addirittura che la nostra Plenaria del prossimo anno toccherà il tema del linguaggio. Perché è innegabile, è uno degli aspetti più delicati di questo nostro parlare con l’uomo e con la donna di oggi.  

Però è anche vero che abbiamo bisogno di un altro background, che forse è mancato anche in questo nostro Congresso. Per parlare devo conoscere, comprendere anche ciò che c’è nel cuore dell’uomo oggi. E credo che sia qui proprio uno degli aspetti delicati della nostra conoscenza dell’uomo, di ciò che gli uomini oggi portano nel proprio cuore. Se mi permettete, ecco qui la percezione e la conoscenza di una Chiesa che cammina accanto all’uomo e che ascolta. Che sa ascoltare ciò che l’uomo porta nel proprio cuore. Ecco perché non poche volte mi avrete sentito parlare di questa tensione, di una nostalgia di Dio che è presente nel cuore dell’uomo. 

È vero, voi avete la possibilità di parlare al cuore dell’uomo, di suscitare sogni e speranze. Mi è piaciuto molto quando, l’altro giorno, Mons. Lalanne ci diceva che cosa desiderava per la stampa cattolica; sottolineava proprio questo aspetto: la nostra stampa dovrebbe suscitare speranza. Questo è uno dei temi forti per la nostra riflessione. Credo che se c’è una grave malattia di cui tutti noi oggi soffriamo è che non sappiamo più sperare, facciamo fatica a sperare. La Chiesa, in questo suo camminare con l’uomo, deve aiutarlo a sperare.

Noi dobbiamo aiutare a tenere viva la ricerca della verità, e conseguentemente di Dio. 

Nel mio discorso di apertura dicevo che dovevamo cercare di riscoprire, il senso delle cose, della vita, e mantenere viva questa ricerca di infinito.

Io credo che sia uno dei grandi impegni della stampa cattolica: tenere sveglia la ricerca della verità, anche perché oggi la nostra società tende a presentare come evento cose che non contano nulla. E la nostra gente non sa più dove porre gli accenti veri della vita. Ecco perché dovremmo aiutare le persone a guardare oltre le cose penultime, come dice Papa Benedetto, e mettersi alla ricerca delle cose ultime. Non siamo una Chiesa che cerca nicchie riservate e sofisticate, siamo una Chiesa che desidera dialogare con il mondo, dialogare con ogni uomo: una Chiesa che è consapevole di ciò che ha nel suo cuore, una Chiesa che attraverso i suoi mezzi di comunicazione si apre, si pone in sintonia con ogni uomo. Mi sembra che questo aspetto sia emerso fortemente durante i colloqui. La nostra stampa non è solamente per la comunità cattolica, ma è e nasce da cuori cattolici che sanno dialogare con ogni uomo. 

Il tema di questo Congresso è la stampa nell’era digitale. Non sono profeta; penso,  però, che andremo verso una sempre maggiore complementarietà tra i due momenti e l’uno non eliminerà l’altro. Senza dubbio la dimensione digitale crescerà ancora di più ma le nuove tecnologie non elimineranno la carta stampata. Dovremo vedere come si potranno evitare tensioni e in che misura si arricchirà una complementarietà tra i due aspetti. 

Desidero terminare con due o tre punti semplicissimi.

Il primo: per me è importante l’attenzione al bambino.

Ne parlavo con alcuni delegati e ricordavo quale è la nostra missione. Quando parliamo di nuove tecnologie non diciamo che tutto è valido. Tutti siamo consapevoli delle grandi opportunità offerte da Internet ma tutti siamo consapevoli, nello stesso tempo, dei limiti di Internet. Una cosa è certa, anche il Consiglio d’Europa ha dedicato una seduta speciale - io vi partecipai - al tema della protezione dei minori in Internet. È un dato di fatto, almeno nei nostri paesi occidentali più del 70 per cento dei bambini naviga da solo in Internet, i genitori sono assenti e in Internet c’è di tutto. 

Io credo che come Chiesa dovremmo essere molto attenti alla protezione del minore in Internet. È  vero che specialmente in determinati paesi c’è tutto un recupero della terza età ad Internet. I nostri nonni stanno entrando in Internet proprio perché vogliono parlare con i nipoti e sono i nipoti ad insegnare ai nonni come si entra e si opera in Internet.

Ma, innegabilmente, un tema di fondo per la nostra Chiesa sono i giovani.

Non possiamo assolutamente dimenticare questa realtà pastorale. 

Tutti sappiamo che oggi un giovane, fino ai 40 anni per capirci, passa più tempo di fronte a un computer che alla televisione. Il problema non è solamente che si devono produrre programmi. Il problema è che dobbiamo produrre qualche cosa che arriva al cuore dei giovani. 

Terminando questo mio intervento, desidero lasciarvi due riflessioni di Papa Benedetto XVI. 

Il primo riferimento è a una “diaconia della cultura”. Dobbiamo riprendere questo spazio, ma non per desiderio di prevalere. La parola diaconia significa servizio.

Non cerchiamo di prevalere; non cerchiamo posizioni di potere. Siamo una Chiesa che ama e che si pone a servizio;  si pone a servizio in questa contestualità nuova che è la cultura digitale. Dobbiamo prenderne consapevolezza. 

Visitando vari Paesi per partecipare a congressi mi sto accorgendo che lo stesso Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali non è molto conosciuto dai giornalisti cattolici. Il che vuol dire che le chiese locali fanno ancora troppo poco per far conoscere il Messaggio del Papa. L’ho toccato con mano recentemente, la gente reagiva con stupore quando presentavo certi temi e si trattava semplicemente del Messaggio del Papa. Era completamente sconosciuto. Noi nella Chiesa abbiamo questa terribile sfida, abbiamo in mano dei tesori sconosciuti. 

L’altro tema che affido alla vostra riflessione è ancora un invito del Papa: creare un “cortile dei gentili” nelle ampie dimensioni di Internet.

Il “cortile dei gentili” dove gli uomini si ritrovano e possono parlare fra di loro.

Il Papa auspica che le nuove tecnologie possano essere il luogo adatto per far si che gli uomini si incontrino nel cammino della ricerca della verità. Noi dobbiamo essere presenti in questo speciale ambiente. Non per imporre una lettura, una visione della vita, ma dando testimonianza, con la nostra autenticità personale, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo. 

Affido a voi queste due ultime riflessioni, perché credo che saranno i due temi di un nostro cammino di riflessione e di operatività. 

Termino queste mie brevi parole ringraziandovi. Ci avete arricchito con la vostra presenza, e ci avete fatto capire che ciò che abbiamo tra mano vale ancora la pena di essere vissuto intensamente. Ci avete fatto comprendere che è bello essere insieme e sapere che insieme stiamo camminando in questo servizio della Chiesa all’uomo.

E questa missione è una sfida affascinante; siamo felici di esservi coinvolti, di esservi coinvolti totalmente. 

Termino con un ricordo che mi ha emozionato particolarmente. Si tratta di Lolo, un giornalista cattolico spagnolo recentemente beatificato dal Papa.

Quando celebravano la Messa nella sua casa era già cieco. Lui non apparteneva all’era digitale; usava ancora la macchina da scrivere e desiderava che essa fosse posta sotto l’altare perché le radici della croce entrassero nella macchina da scrivere e la trasformassero. Credo che emerga ancora una volta la nostra vera dimensione. Non si tratta, allora, di tecnica né di tecnologia; il problema è comprendere quanto io sono innamorato di Gesù Cristo. Questo è il  tema di fondo: quanto io sono innamorato di Gesù Cristo. Solo così la mia comunicazione, ciò che pubblico,  ciò che scrivo, avrà un significato profondo! 

Adesso ci rechiamo nel Palazzo Vaticano per videre Petrum ed ascoltarlo,  per noi è importante!

Grazie e buon cammino a tutti voi!

 

 

Pubblicato in Discorsi




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