Chiesa e Comunicazione

8marzo

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Essere “agenti di pace” anche sul web, coltivando “una cultura della positività”: questo l’appello della Commissione episcopale per i giovani (Ecy) della Chiesa filippina, contenuto in un’intervista rilasciata a “Radio Veritas” da padre Conegundo Garganta, segretario generale dell’Ecy. “I giovani fedeli – ha detto il sacerdote – devono fare la loro parte nel tracciare la strada per un ambiente sociale che tenda di più alla pace ed all’armonia, senza lasciare spazi alle ideologie estremiste”.

Social media per solidarietà
In quest’ottica, padre Garganta ha sottolineato il ruolo dei social media, definendoli “strumenti che tutti possono usare per promuovere iniziative in favore della vita e della solidarietà”. Nell’intervista, il sacerdote ha messo in guardia dall’uso che il sedicente “Stato Islamico” fa dei social network, attraverso i quali recluta giovani tra i suoi miliziani, utilizzando una sorta di “propaganda hi-tech”. Di qui, l’appello dell’Ecy anche agli adulti “affinché si schierino in favore della famiglia e della vita, attraverso la promozione di programmi a tutela dei valori cristiani e in difesa dell’unità e della pace nel mondo”.

(I.P.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - La famiglia come centro dell’evangelizzazione, il crescente razzismo e la sfida dell’accoglienza, l’uso delle nuove tecnologie della comunicazione della nuova comunicazione e dei social network nella Chiesa: sono stati questi i principali temi in discussione all’Assemblea plenaria della Conferenza episcopale tedesca (Dbk), svoltasi ad Hildesheim.Alla conferenza stampa conclusiva — della quale l’agenzia Sir ha diffuso un’ampia sintesi ripresa dall’Osservatore Romano — il presidente della conferenza episcopale, cardinale Reinhard Marx, ha ripercorso i lavori ricordando anche l’analisi effettuata sulle situazioni di crisi mondiale, con riferimento particolare alle minacce provenienti dal cosiddetto Stato islamico e alla guerra in Ucraina.

In primo piano la famiglia in vista del prossimo Sinodo dei vescovi
Si è partiti dalla riflessione sulla famiglia, in vista del Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre, prendendo spunto dal nuovo questionario sottoposto ai fedeli di tutto il mondo. “Abbiamo inizialmente rivolto uno sguardo all’Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi dell’ottobre scorso. Dai risultati, divenuti lineamenta per il nuovo confronto, e dai quali si è generato il nuovo questionario, risulta fondamentale che la famiglia ritorni a essere il soggetto vitale dell’evangelizzazione”, ha detto l’arcivescovo di Monaco-Frisinga.

Il tema dell’immigrazione
Altro tema importante affrontato dalla plenaria quello dell’approccio all’immigrazione e della formazione sacerdotale per l’accoglienza di profughi e richiedenti asilo, anche in considerazione di fenomeni xenofobi come Pegida, movimento di piazza contro l'islamizzazione nato a Dresda. Mons. Koch, come vescovo della città tedesca ha lamentato il crescente razzismo in Germania: “Chi incita contro i rifugiati, gli stranieri, gli immigrati e le persone di colore, ha la Chiesa contro”, ha detto. E riferendosi alle sue manifestazioni razziste, ha riferito che Pegida, pur tra problemi organizzativi, prosegue nel suo “radicalismo di destra in parole e stile”. Secondo il presule, la rielezione del suo fondatore Lutz Bachmann, dopo le dimissioni per una foto con baffi e acconciatura in stile Adolf Hitler, “fa temere che la democrazia rappresentativa sia in crisi di legittimità».

Il diritto-dovere della Chiesa di assistere i richiedenti asilo
Sulla questione del diritto all’azione caritativa e di protezione da parte delle comunità ecclesiali locali, i vescovi hanno preso una posizione molto chiara: la Chiesa non rivendica alcun diritto speciale per se stessa, ma se le comunità cristiane ospitano i richiedenti asilo, questo accade in casi specifici, e le discrezionalità di legge e regolamentari debbono essere vagliate per evitare disagio umanitario o addirittura il rischio di violazioni dei diritti umani dopo le fughe dai Paesi di origine. Resta ineludibile — è stato sottolineato — la ricerca della soluzione in collaborazione con le autorità statali. La Chiesa tedesca ha poi varato il primo “Premio cattolico contro la xenofobia e il razzismo», occasione per illustrare l’azione ecclesiale in Germania su questa materia”.

La sfida digitale
Nella sua sintesi dei lavori il cardinal Marx ha più volte sottolineato l'importanza per la Chiesa, non solo quella tedesca, di accogliere la sfida della nuova comunicazione, che attraverso l'uso dei social network può aprire nuove strade di evangelizzazione. La giornata di studio che i vescovi hanno dedicato ad approfondire i temi della pastorale, della teologia e dell'approccio coi fedeli attraverso i media sul web ha dato due indicazioni: da un lato, la Chiesa tedesca vuole stare al passo coi tempi e studia i mezzi migliori per riuscirci. Di qui l’esigenza che la Chiesa “si metta senza indugi a usare i social media e non abbia paura della comunicazione digitale".

(L.Z.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “I giovani e la Radio”: questo il tema della Giornata mondiale della Radio (World Radio Day) 2015, che ricorre il 13 febbraio. Promossa dall’Unesco, l’iniziativa è giunta alla quarta edizione, sempre con l’obiettivo di “ricordare il ruolo unico della radio nel raggiungere le persone in ogni angolo del mondo”. “Grazie a notizie, dibattiti pubblici, musica ed intrattenimento – si legge in una nota di Signis, l’Associazione cattolica mondiale per la comunicazione – la radio continua ad informare, attrarre ed ispirare le persone in un modo unico, rispetto agli altri mass-media”.

La radio, ponte di comunicazione in tutto il mondo
Non solo: Signis sottolinea che “la radio raggiunge molte più persone e molti più luoghi rispetto ad ogni altro mezzo di informazione, perché essa crea ponti di comunicazione tra comunità lontane, portando lo sviluppo nelle regioni remote e tra le popolazioni più vulnerabili, che talvolta non hanno altri contatti con il resto del mondo. In questo senso, forse, nessun altro mezzo ha la capacità di raggiungere, in tempo reale, popoli e culture diverse”.

Duttilità di fronte alle nuove tecnologie
La radio, inoltre, ricorda Signis, è “il mass-media che si adatta meglio di ogni altro alle nuove frontiere digitali”. Tecnologie come Internet o l’uso di supporti mobili (smartphone o Android, con le relative app) “hanno superato la dinamica tradizionale con cui operano i media, mentre i giovani sono in prima linea nel seguire le nuove tendenze”. La giornata del 13 febbraio, dunque, conclude Signis, deve essere un modo “per celebrare l’importanza della radio nelle nostre vite oggi, ma anche per assicurare la sopravvivenza del suo enorme potenziale nel futuro”.

Incrementare l’inclusione sociale dei giovani
Dal suo canto, la direttrice generale dell’Unesco, Irina Bukova, in un messaggio per la ricorrenza, esorta ad incrementare l’inclusione sociale dei giovani al di sotto dei trent’anni, i quali rappresentano più della metà della popolazione mondiale, ricordando che la radio ha la possibilità di contribuire al raggiungimento di tale obiettivo. “I giovani sono poco rappresentati nei media – scrive la Bukova – e questa esclusione è, troppo spesso, un riflesso della loro esclusione sociale, economica e democratica”.

La radio, vettore di coesione e di lotta alla discriminazione
Ed è in quest’ambito che la radio rappresenta “un mezzo per il cambiamento”, poiché “è un vettore di coesione, istruzione e cultura, una piattaforma di condivisione in cui i giovani devono trovare il loro posto per potersi esprimere”. Il messaggio ricorda, poi, i tanti giovani che hanno perso la vita in nome dell’informazione e la necessità, quindi, di dare loro sostegno, così da moltiplicare “i punti di vista e le energie collettive”, “in linea con la lotta dell'Unesco contro ogni forma di discriminazione”.

Strumento a servizio delle popolazioni in difficoltà
Anche perché, ricorda la direttrice generale dell’Unesco, “la radio crea un senso di appartenenza, aiuta le comunità a rompere il loro isolamento in situazioni di conflitto armato, di tensione politica o di dramma umanitario”: ad esempio, la radio viene utilizzata dall’Unesco per diffondere messaggi di emergenza sanitaria riguardo all’Ebola. Lo stesso dicasi per il settore dei rifugiati, poiché la radio è capace di “ricreare i legami sociali” tra loro, diffondendo “l’istruzione, la cultura e le informazioni”.

Un premio per la Radio Vaticana
“Esorto tutti gli Stati membri ed in particolare il mondo della radio – conclude la Bokova – a mobilitarsi attorno a questo mass-media, rendendolo una forza di inclusione, di dialogo tra le generazioni e di cambiamento sociale”. Da segnalare, infine, che in occasione della Giornata, la Radio Vaticana verrà insignita, a Madrid, del “Premio Internazionale dell’Accademia Spagnola della Radio”.

(I.P.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “La protezione dei dati personali è la chiave per raggiungere il punto di equilibrio tra l’uomo e la tecnica”. Così Antonello Soro, Garante dei dati personali, intervenendo questa mattina a un convegno, a Roma, in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali. Tra gli ospiti, anche il direttore di “Civiltà cattolica”, padre Antonio Spadaro, che al microfono di Elvira Ragosta ha ricordato l’importanza della privacy in un ambiente in continua evoluzione tecnologica:

R. – Il cambio fondamentale che è avvenuto negli ultimi anni è che la Rete è sempre meno considerata uno strumento, ma sempre di più come un ambiente di vita ordinaria in cui si esprimono i propri desideri, i propri bisogni le proprie domande le proprie capacità di ricerca. Quindi, nel momento in cui tutto questo avviene, il quantitativo di contenuti umani, anche sensibili, l’espressione di sé, ma anche di immagine aumenta sempre di più. Dunque, la questione della privacy diventa importante proprio perché la Rete ha cambiato volto e da strumento è diventata ambiente di vita.

D. – A proposito degli strumenti giuridici, il diritto all’oblio sancito dalla Corte di giustizia europea è stato un passo in avanti. Ma cosa c’è ancora da fare?

R. – C’è da ricomprendere il concetto di privacy in un contesto in evoluzione. Dovremmo dimenticarci di definire una volta per tutte le questioni: il mondo della Rete è un mondo in evoluzione che pone sempre di più nuove sfide, quindi anche legislazione deve essere dinamica, cioè non può ancorarsi concetti del passato o a forme che ormai sono obsolete. Quindi, ci vuole un’attenzione una sorveglianza. E da qui anche la decisione di organizzare una giornata dedicata a questi temi – la Giornata europea della protezione dei dati personali – perché grazie a una giornata è possibile continuare a riflettere. Una riflessione che non riguarda solo gli esperti, ma tutti i cittadini.

D. – Assistiamo anche a un ulteriore passaggio. Oggi, le informazioni circolano sul web tramite computer, ma anche le cosiddette “tecnologie indossabili”, ad esempio gli orologi intelligenti. Questa è una cosa positiva o potrebbe nascondere delle insidie?

R. – Direi che in generale queste questioni non vanno affrontate sulla base di insidie o vantaggi. Io direi che l’approccio deve essere più globale, più integrale. Anche la vita, vivere, significa correre dei rischi. Allora, evidentemente, la tecnologia ci sta ponendo in maniera sorprendente delle questioni nuove ed interessanti. La queittone da affrontare in maniera corretta è l’approccio umano: l’ambiente digitale non è qualcosa di tecnologico, riguarda l’esperienza dell’uomo. Quindi, questa è la chiave di approccio. Le sfide sono tante, i problemi sono tanti, i rischi sono tanti, ma le opportunità, soprattutto quelle di condivisione, aumentano esponenzialmente.

D. – Il fatto, per esempio, che il profilo Facebook di una persona deceduta mantenga i suoi dati quanto intacca il diritto alla privacy delle persone e delle loro famiglie?

R. – Questo va regolato. La quesitone dei diritti non è astratta, va assolutamente regolata così come vengono regolati i diritti nella vita dell’ambiente fisico. Quindi, è chiaro che questa è una questione importante. Ci sono già, in realtà, delle regole. C’è anche la quesitone dell’eredità digitale, se vogliamo, dei contenuti: va regolata come va regolata la vita fisica.

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Roma (www.avvenire.it) - Il ruolo dell'umanista cattolico consiste nel coltivare una riverenza non ordinaria verso il passato e la tradizione mentre esplora ogni sviluppo a lui contemporaneo cercando le cose dell'uomo, che il passato non ha ancora rivelato” (M. McLuhan, La luce e il mezzo, p. 168). Questa citazione di un McLuhan meno noto mi pare estremamente appropriata per introdurre una riflessione tesa a rilanciare e attualizzare il Direttorio sulle Comunicazioni Sociali, a dieci anni dalla sua pubblicazione.

Un testo dove le comunicazioni sociali sono un crocevia di cambiamento e dove si auspica per i cattolici un passaggio 'Da spettatori a protagonisti della nuova cultura mediale' come titola uno dei paragrafi iniziali. In realtà, molte trasformazioni sono avvenute dal 2004 e nuovi modi di essere protagonisti sono oggi possibili e diffusi. Per certi versi, dunque, il Direttorio parla di un contesto ormai in parte superato, per la velocità dei mutamenti tecnologici e culturali di questi dieci anni. Ma, per altri versi, è ancora estremamente attuale e molte delle indicazioni metodologiche in esso contenute, proprio alla luce del nuovo contesto, possono essere ulteriormente riprese e sviluppate. È forse venuto il momento di una integrazione che aggiorni questo strumento, per renderlo operativamente ancora più utile oggi.

Esplorare gli sviluppi della contemporaneità significa, prima di tutto, prendere atto che il contesto della comunicazione è profondamente cambiato tra il 2004 e oggi.

La digitalizzazione dei media, sempre più convergenti tra loro, perennemente attivi e sempre più pervasivi e integrati nei nostri ambienti quotidiani, rende oggi forse superata l'idea, presente nel Direttorio, di 'cultura mediatica' o di 'comunicazioni sociali che plasmano una nuova cultura' (cap, I) o di 'societa mediatica' (cap. IV). Non perché i media non siano importanti: al contrario, perché sono diventati una componente imprescindibile del nostro ambiente, indipendentemente dal fatto che li usiamo o no. Società mediatica è quasi una tautologia. I media sono ormai parte costitutiva dell'ambiente, non sono isolabili come variabile a se stante. Anzi ogni tentativo di enuclearli come variabile autonoma non fa che fa favorire interpretazioni deterministiche del loro funzionamento, sia nella variante euforica (ci rendono socievoli e liberi) sia in quella disforica (ci rendono soli e manipolabili). Sarebbe come voler immaginare una società senza strade, o senza elettricità. Ne esistono, ma non è così quella in cui viviamo. Dove ci sono luoghi che siano 'immuni' dai media, a cominciare da quel 'medium senza contenuto' che - secondo McLuhan - è la luce elettrica, che così radicalmente ci ha consentito di prescindere dai ritmi naturali del giorno e della notte? Un contesto, quello di oggi, dove i dispositivi non si attivano solo quando li facciamo funzionare, ma interagiscono tra loro in un sistema sempre più integrato: è il cosiddetto internet of things, dove tutti gli oggetti possono acquisire un ruolo attivo e 'dialogare' tra loro grazie al collegamento alla Rete. Sempre meno strumenti e sempre più ambiente.

Se questo è il dato di partenza, a noi decidere se adattarci semplicemente a questo ambiente, o abitarlo e renderlo abitabile, dandogli una forma dove la nostra umanità possa esprimersi e fiorire. È questa direzione dell'abitare, formulata già a partire dal convegno Testimoni Digitali del 2010 (22-24 aprile) e ora divenuta espressione di uso comune, che si sta cercando sempre più di esplorare e sviluppare in tutte le sue implicazioni.

In questo mutato contesto, assume una nuova centralità la relazione, che è l'elemento veramente qualificante il passaggio da un ambiente web 1.0 a uno 2.0. La rivoluzione dei media personali, degli smartphone che consentono di emanciparsi dal personal computer e poter essere sempre connessi, in mobilità, ha reso possibile una nuova centralità dell'interazione. Rispetto alla fase precedente, dell'accessibilità a ogni tipo di contenuto, ora - come sostengono autori come Manuel Castells e Henry Jenkins, è il pubblico stesso a diventare il contenuto. Oggi il web, con l'enorme diffusione dei social media (ancora totalmente assenti nel 2004) è il regno della conversazione e della condivisione. Diventano sempre più importanti le storie individuali, le esperienze, l’implicazione, il coinvolgimento. Che li si chiami grassroots media, citizen media, media partecipativi, essi sono sempre facilitatori di uno scambio continuo tra chi produce un messaggio e chi lo riceve e rielabora. Come scrive Pierre Lévy, le comunità oggi sono sempre più cementate dalla mutua produzione di conoscenza e dal suo reciproco scambio. In altre parole, si è passati dal computer come medium interattivo al web come spazio partecipativo.

Sono proprio questa partecipazione, il coinvolgimento, la centralità della relazione e della condivisione (tra le persone) che tessono un continuo legame tra territori materiali e digitali (tra i mondi), rendendo la contrapposizione online/offline non solo poco vicina alle pratiche e ai vissuti, soprattutto dei giovani, ma origine di un dualismo che ostacola comprensione e azione responsabile nel nuovo ambiente 'misto'. Il problema non è dover scegliere tra vita on-line o vita off-line, come fossero antagoniste; la vita è una, e siamo sempre noi a navigare tra i diversi ambienti: on-life.

Un aspetto del Direttorio più che mai attuale e meritevole ulteriore sviluppo è proprio la centralità del 'fattore umano' rispetto alla dimensione tecnologica e l'idea di 'responsabilità diffusa e condivisa' (anche dagli utenti); o, detto con un linguaggio diverso, dei media come sistemi multi-agente, in cui a ciascuno è chiesto di fare la sua parte. Questo passaggio ė fondamentale, perché solo a partire da una prospettiva antropologica si possono scongiurare dualismi e determinismi, discernere le insidie del nuovo ambiente e valorizzare le nuove opportunità a favore dell'umano.

Il passaggio decisivo da una prospettiva orientata all'umano ma focalizzata sui media a una pienamente centrata sull'umano, e sui media solo in seconda battuta è tracciabile, a posteriori, leggendo in successione i titoli degli ultimi due messaggi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (l’ultima di Benedetto XVI e la prima di Francesco), che sono sempre le 'bussole' che orientano il cammino dei nostri uffici e dei nostri media: dalle 'reti sociali' del 47esimo alla 'cultura dell'incontro' del 48esimo. I media hanno senso e segno positivo laddove contribuiscono, si pongono al servizio di questa cultura. Essi sono quella strada da Gerusalemme a Gerico, quei grandi connettori e moltiplicatori di mobilità che oggi costituiscono il nostro ambiente. Di per sé ci offrono più possibilità di muoverci e di incontrare i lontani: ma non è la strada che ha impedito al sacerdote e al levita di fermarsi, né costretto il samaritano a interrompere il suo cammino. È la responsabilità che ci prendiamo: se esistere per noi stessi o fare spazio all'altro, prendendocene cura.

Questa postura esistenziale, che i media in sé né abilitano né disabilitano, offre poi uno sguardo di libertà su tutto questo mondo ipermediale che altrimenti tenderebbe a sedurci e a risucchiarci nelle sue logiche: come il Samaritano che, in quanto straniero, è più libero dalle categorizzazioni e dalle convenzioni sociali, e sa cogliere l'unità della famiglia umana al di là delle differenze apparenti. Abbatte i muri che ci dividono, invece che darli per scontati.

Il fattore umano si esprime dunque nell'essere-in-relazione: non una relazione qualunque, ma una relazione di ascolto e sollecitudine premurosa, come l'icona del comunicatore scelta da Papa Francesco ci suggerisce.

Paradossalmente, l'era ipertecnologica è l'era della scommessa sull'umano: o abitiamo questo tempo e questi nuovi spazi con attenzione e premura per l'umano, o saremo assorbiti da un modello tecnico che ci sfuggirà di mano, perché va molto più veloce della nostra capacità di elaborarne i significati. Una terza via non c'è.

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Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:42

La comunicazione autentica secondo Papa Francesco

Roma (formiche.net) - Il 2 dicembre 2014 si è tenuto a Roma il dibattito su “Informazione religiosa – Le nuove frontiere della formazione giornalistica”, promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana in occasione della presentazione del volume del giornalista Massimo Enrico Milone “Pronto? Sono Francesco. Il Papa e la rivoluzione comunicativa un anno dopo”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Come riportato anche da Vatican Insider in un recente articolo, Milone analizza il linguaggio diretto e colloquiale di Papa Francesco, i suoi discorsi ai comunicatori e i contenuti di un rapporto mediatico che segna decisamente un cambio d’epoca.

PAPA FRANCESCO E LA COMUNICAZIONE SOCIALE

La riflessione del Papa riguarda da un lato, la comunicazione sociale come missione di evangelizzazione e dall’altro, il contesto dei media come luogo di un nuovo “abitare” umano, fatto di incontro e dialogo ma anche di esclusione e isolamento, ovvero di “periferie esistenziali”, che si snodano attraverso internet. Il Papa esorta ad essere presenti nelle reti digitalitenendo presenti due obiettivi: il primo è la ricerca di un incontro autentico con l’altro; il secondoè la ricerca della verità attraverso le domande sul senso autentico della vita.

INTERNET E CONOSCENZA: UN NUOVO CONTESTO

Nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2014, intitolato “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, Papa Francesco indica “il rischio di un uso distraente dei media”, di un accesso disordinato all’informazione, che offre alle persone un eccesso di risposte a domande non richieste, mentre si indebolisce la capacità di porre domande sul significato autentico dell’agire e del vivere. Scrive infatti il Papa che “la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. […] L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci”. E ancora, nel discorso ai ministranti di lingua tedesca, il Papa afferma che “Internet e i telefonini, i prodotti del progresso tecnologico, che dovrebbero semplificare e migliorare la qualità della vita, e talvolta distolgono l’attenzione da quello che è realmente importante.

CONTRO IL DETERMINISMO TECNOLOGICO

Uno snodo cruciale della riflessione di Papa Francesco riguarda il rapporto tra comunicazione e tecnologia. Non è rispettosa della verità dell’uomo la convinzione secondo cuii media siano in grado di predeterminarele relazioni personali. Al contrario, secondo Papa Francesco “la comunicazione èuna conquista più umana che tecnologica”, e l’uomo deve orientare i media al perseguimento della verità.Anche Papa Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali del 2011, afferma che “se usate saggiamente, le nuove tecnologie “possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano”.

INTERNET, NUOVA “PERIFERIA ESISTENZIALE”

Come ha notato padre Antonio Spadaro nel suo blog Cyberteologia, il significato di “prossimo” cambia a causa della rete che relativizza lo spazio e il tempo: nasce il concetto di “reti di prossimità”. La Chiesa di Papa Francesco è “una Chiesa accidentata che esce per strada”, e “le strade sono quelle del mondo dove la gente vive [tra cui] anche quelle digitali”. Ulteriore senso della missione è quello di impegnarsi a dare voce a chi non ce l’ha, di “rendere visibili volti altrimenti invisibili”.“Se la comunicazione non ci rende più “prossimi”, scrive il Papa, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana. “La rete è una nuova periferia esistenziale, affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza”.

INTERNET E MISSIONE

Secondo Papa Francesco, “internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti [...] è un dono di Dio”. Sembrano risuonare le parole contenute nell’esortazione apostoliica Elangelii Gaudium (n.87): “la sfida di scoprire e trasmettere la mistica di vivere insieme [...] che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”.Infatti, lo spazio mediale negli ultimi dieci anni è passato da una logica trasmissiva a una logica di condivisione. Papa Francesco, citando Benedetto XVI nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2013, ricorda che la testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di incontrare gli altri “con rispetto nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”.

PAPA FRANCESCO, IL PIU’ CLICCATO SUL WEB

Papa Francesco ha dimostrato di saper interpretare appieno la logica di condivisione tipica dei media digitali. Secondo una ricerca condotta da 3rdPlace, nel 2013 il Papa è stato il personaggio con maggiore visibilità su internet, se confrontato con altri leader mondiali, con un volume di oltre 49 milioni di menzioni in internet. Grazie alla sua comunicazione dialogica, Papa Francesco non solo è estremamente popolare in rete, ma risulta più efficace di molti noti personaggi che fondano la propria comunicazione sul web, vantando un seguito che esprime un altissimo livello d’interazione con i suoi messaggi. Il successo di papa Papa Francesco sui media digitali non è casuale, ma discende da una profonda coscienza della natura di questi strumenti. Papa Francesco fa un uso meno “trasmissivo” e più “partecipativo” dei mezzi, facendo del contesto mediale un luogo di autentico incontro personale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - L’85% degli adolescenti che sono vittime di cyber-bullismo non denunciano. E’ quanto emerge dai dati presentati dalla Società Italiana di Pediatria e dalla Polizia di Stato in occasione della giornata mondiale del Bambino e dell’Adolescente dedicata al tema “Bambini sicuri dalla strada alla rete”. La prima regola per contrastare gli atti di violenza on line è non lasciare soli i minori davanti al computer, come afferma Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria, al microfono di Maria Gabriella Lanza:

"Il 30 per cento degli adolescenti e il 35 degli adolescenti di sesso femminile ha dichiarato di aver avuto un’esperienza di cyber-bullismo attraverso il web, attraverso la chat. E’ una percentuale che ci preoccupa perché questo testimonia che gli adolescenti sono sempre più spesso soli di fronte ai social network e quindi sono impreparati e indifesi e sono a rischio di subire contatti che possono essere fonte di problemi di disagio o altro".

L’80 per cento degli adolescenti non denunciano quando è vittima di cyber-bullismo, come spiega Roberto Sgalla, direttore centrale della polizia di Stato:

"Dal 2013 al 2014 abbiamo avuto un incremento di oltre il 25 per cento di denunce e ci siamo resi conto che il cyber-bullismo è più pericoloso degli atti di bullismo offline, quelli diretti. Abbiamo avuto suicidi. Qual è la soluzione? Sicuramente non la repressione. Solo la formazione, l’educazione: occorre far capire ai ragazzi che possono trovare in noi le persone che li possono aiutare. Qui veramente il poliziotto è un amico in più. E chiedere ai genitori e agli insegnanti, a tutti quelli che stanno vicino ai ragazzi di avere le antenne molto dritte per capire i momenti di disagio”.

Imparare ad usare in modo consapevole internet è il modo migliore per difendere i minori sul web, secondo don Fortunato Di Noto, fondatore dell’associazione Meter:

“Il rischio più grande dei ragazzi è la loro solitudine, perché attraverso la loro solitudine, utilizzando il web, magari con identità false - immagino i social network, dove loro si iscrivono con un’età che non è la loro e quindi di conseguenza falsa - possono cadere nel rischio del grooming. Grooming è una parola anche dolce che significa curare: cioè, adulti che vedendo che sono minori riempiono la loro solitudine, cercano di ottenere anche il loro consenso, se per consenso si intende la possibilità di poter mandare foto anche compromettenti oppure appuntamenti. Allora, i bambini, i ragazzi i minori devono essere aiutati a utilizzare bene la rete”.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Otto giovani su dieci utilizzano lo smartphone per collegarsi ad Internet anche nelle ore notturne. E’ quello che emerge dall’indagine nazionale condotta dalla Società Italiana di Pediatria. La maggior parte dei ragazzi tra i 13 e i 14 anni ha un profilo sui social network e resta connesso senza alcun controllo da parte dei genitori. Maria Gabriella Lanza ha intervistato Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria:

R. - Questi dati sono il frutto di un’indagine che la Società italiana di pediatria porta avanti ormai da 16 anni. Abbiamo verificato alcuni dati che ci hanno un po’ sorpreso: intanto una "migrazione", che si è già realizzata per gli adolescenti, dal computer verso lo smartphone, verso il telefonino. Questo da un certo punto di vista è un potenziale fattore di rischio perché aumenta il tempo di connessione e favorisce anche la connessione nelle ore notturne con la possibilità che si riscontrino anche delle conseguenze cliniche. Noi vediamo negli adolescenti un aumento di alcuni disturbi come l’insonnia, cefalea, lo scarso rendimento nelle ore mattutine.

D. - Che effetti può avere l’utilizzo di Internet senza controlli su ragazzi di 13 e 14 anni?

R. - Il problema infatti non è l’uso, ma è l’abuso. Lo strumento in sé non solo non va demonizzato, ma può essere anche uno strumento utile per interagire anche con i coetanei. Il problema è che non si può lasciare all’assoluto arbitrio dell’adolescente. Gli adulti devono intervenire, cercare di conoscere quella che è la realtà virtuale dei loro figli.

D. - Aumenta sempre di più l’utilizzo dei social network, soprattutto Whatsapp e Facebook. Che consigli pratici può dare ai genitori dei ragazzi che utilizzano questi mezzi di comunicazione?

R. - I consigli pratici sono essenzialmente questi. Intanto non trascorrere troppe ore sui social network, ma utilizzare Internet in tutte le sue potenzialità; non inviare delle immagini che possono essere considerati in qualche modo provocanti. Un altro consiglio pratico è quello di astenersi dal cosiddetto "gambling", un fenomeno che si sta diffondendo, cioè il gioco d’azzardo via Internet. Dall’indagine emerge che circa il 15 percento degli adolescenti ha fatto questa esperienza, contravvenendo ad una norma di legge che vieta il gioco d’azzardo ai minori di 18 anni. Questo è sicuramente un elemento che costituisce un pericolo per gli adolescenti, perché innesca una tendenza ad utilizzare questo gioco d’azzardo sempre più spesso e anche con altri adolescenti, attivando quindi una realtà di gruppo che può essere sicuramente pericoloso non solo per le somme che potenzialmente possono spendere, ma perché – appunto - può diventare poi un habitus che persiste nell’età adulta.

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Città del Vaticani (Radio Vaticana) - “Andiamo a Messa”: si chiama così la app, scaricabile sul telefono cellulare, che permette di trovare, in modo veloce ed automatico, le Parrocchie e altri luoghi di culto nelle vicinanze dell’utente, così che possa partecipare alla Santa Messa. Due giovani cattolici uruguaiani, Rodrigo Pérez e Pablo Sánchez, hanno ideato questa applicazione proprio per facilitare la diffusione di informazioni utili ai credenti. “Tante volte - hanno spiegato nella presentazione - si perde la occasione di vivere l’Eucaristica perché si è lontani dai luoghi conosciuti o frequentati, ma anche perché non si hanno a disposizione gli orari o i calendari aggiornati delle celebrazioni”.

Andiamo a Messa” – disponibile per i tradizionali sistemi operativi - iOS, Android, Windows Phone e BlackBerry - oltre agli orari delle Messe, preghiere e altri riti o celebrazioni, offre ai fedeli anche nuove alternative ai luoghi di culto solitamente frequentati – ad esempio in caso di ritardo o variazione degli impegni personali - senza mai perdere l’opportunità di avvicinarsi al Signore, attraverso i sacramenti e la preghiera comunitaria. L’informazione sulle parrocchie e altri luoghi di culto è realizzata e aggiornata dalla stessa comunità di utenti che devono disporre di un “account” Google o Facebook, per essere abilitati ad offrire suggerimenti e consigli anche su feste, processioni, attività parrocchiali e riti propri della religiosità popolare locale, nazionale e, in futuro, anche mondiale.

Infatti, i giovani ingegneri, insieme a una decina di amici, hanno iniziato a fare la lista delle parrocchie di Montevideo, ma l’idea è esten

dere la app a tutto il territorio nazionale e internazionale. “Abbiamo pensato a questa idea – ha spiegato Sánchez – l’estate scorsa, durante le ferie: ci trovavamo in un luogo a noi sconosciuto e non sapevamo dove poter celebrare l’Eucaristia”. E così, questi giovani hanno messo le nuove tecnologie al servizio di Dio, della Chiesa e dell’evangelizzazione ed hanno messo in pratica l’invito del Papa a portare Dio nelle strade. “Se manca la comunicazione – concludono i due ragazzi - allora bisogna portare direttamente la Parola di Dio alla gente sulle strade, come dice Papa Francesco”.

La app si può scaricare dal link http://www.vamosamisa.com

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(Osservatore Romano) -  Nonostante i grandi progressi della comunicazione digitale «la Chiesa in questo momento non può certo privarsi dei tradizionali media, cioè della radio, del giornale e della televisione». Ne è convinto l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali. La Santa Sede, ha spiegato all’Osservatore Romano, «non può chiudere questo percorso comunicativo. Ciò non significa però che non avverta forte l’esigenza, direi quasi il dovere, di essere presente anche nel contesto delle nuove tecnologie».


E stando ai numeri è innegabile il successo della strategia adottata in questo senso. Papa Francesco spopola nei diversi social network: occupa i primi posti in tutte le classifiche di contatti. «E sono numeri destinati a crescere — dice ancora il presule — perché continuiamo a cercare sempre nuove strade per portare il Pontefice in ogni piazza virtuale nelle quali l’uomo si incontra». E proprio lunedì mattina l’arcivescovo Celli, accompagnato da Thaddeus Jones, officiale del dicastero conosciuto nell’ambiente come «TJ», ha presentato a Papa Francesco la nuova edizione di The Pope app, applicazione disponibile per le principali piattaforme. Si tratta di «uno strumento efficace e più ricco rispetto ai precedenti — ha spiegato — che dà la possibilità di accedere con più semplicità e più rapidità a tutte le omelie del Papa, a tutti i suoi messaggi, e anche ai video che lo riguardano.

Nello stesso tempo consente di seguire in streaming le cerimonie papali e tutte le udienze pubbliche, compresa naturalmente l’udienza generale del mercoledì». L’obiettivo è quello di rendere il Papa e la sua parola alla portata di tutti. La nuova app infatti consente ora di raggiungerlo anche attraverso lo smartphone e il tablet. Anche questo nuovo servizio «segue la logica di Papa Francesco e del suo andare incontro a tutte le persone, ovunque esse si trovino». C’è da credere dunque che abbia accolto con entusiasmo questa ulteriore opportunità. «Io — ha assicurato l’arcivescovo — l’ho visto molto contento. Ci ha ringraziati e ha espresso il suo apprezzamento per questo tentativo anche tecnologico di far sì che anche la sua parola vada all’incontro dell’uomo e della donna di oggi».

E questo nonostante Papa Bergoglio continui a mostrarsi molto legato al sistema tradizionale di comunicazione. Ama parlare di persona con la gente; il cellulare forse lo usa molto più per chiamare direttamente piuttosto che per seguire i virtuosismi della rete; e non ha mai smesso di scrivere lettere di proprio pugno. In molti hanno orgogliosamente mostrato buste sulle quali il loro indirizzo era scritto a penna, personalmente da Papa Francesco. E quando deve rivolgersi a gruppi di persone, se non può farlo di persona, invia un videomessaggio perché tutti possano vedere attraverso i suoi occhi i sentimenti di cui trattano le sue parole. E non disdegna di colloquiare con i giornalisti, della carta stampata o di reti televisive non fa differenza, anche accettando interviste a tutto campo. «Questo — ha detto l’arcivescovo Celli — risponde pienamente alla sua indole.

Non si rifiuta mai a nessuno. Ha un parlare che incide profondamente, un parlare immediato. Le sue parole sono trasparenti, autentiche, dirette. Non usa mezzi termini. E il fatto che concede interviste, secondo me sottolinea ancor di più la sua completa disponibilità a comunicare con tutti e attraverso qualsiasi mezzo abbia a disposizione. E poi mostra ancora una volta di avere tanto rispetto per quella vasta fascia di popolazione anziana, che magari è poco incline ad accogliere le novità tecnologiche o semplicemente meno dotata di quella gestualità di quei linguaggi telematici che sono necessari a entrare nel mondo dei social network. E fanno riferimento al giornale stampato, alla radio, alla televisione. Quindi la Chiesa non può chiudere questi canali di informazione tradizionali. E Papa Francesco lo sa bene».

di Mario Ponzi

    
   

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