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Roma (ANS) 150 religiosi e religiose, salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, si sono incontrati all'UPS venerdì 3 e sabato 4 maggio per la seconda edizione delle Giornate Salesiane di Comunicazione Socialeorganizzate dal Settore dei Salesiani di Don Bosco, dall'Ambito per la Comunicazione Sociale delle Figlie di Maria Ausiliatrice, dalla Facoltà di Scienze dell'Educazione Auxilium e dalla FSC.

I lavori, dedicati al Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (domenica 12 maggio) dal titolo Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione, si sono aperti con i saluti di sr. Giuseppina Teruggi (consigliera FMA per la Comunicazione Sociale), don Filiberto González (consigliere SDB per la Comunicazione Sociale), la prof.ssa Pina Del Core, Preside dell'Auxilium e il prof. Carlo Nanni (Rettore Magnifico dell'UPS).

Il pomeriggio di venerdì 3 maggio ha visto i due interventi fondamentali, rispettivamente del prof. Fabio Pasqualetti, docente per la cattedra di Società e comunicazione della FCS, e di mons. Domenico Pompili, Sottosegretario e Portavoce della Conferenza Episcopale Italiana e Direttore dell'Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali. Un'assai partecipata e animata serata di fraternità ha caratterizzato l'ultima parte del programma della prima giornata, conclusasi con la tradizionale "buonasera" da parte di sr. Maria Américo (Consigliera generale FMA per la Formazione).

Il sabato 4 maggio è stato dedicato soprattutto a due momenti di "laboratorio" offerti a ciascuno dei partecipanti, volti a presentare esperienze significative di presenza ed impegno educativo e pastorale all'interno dei social network e del continente digitale. Tenuti da alcuni docenti FSC e da esperti appositamente invitati, i laboratori sono stati dedicati a: "Vinonuovo", uno spazio di confronto (Paola Springhetti); C3dem, Costituzione, Concilio, Cittadinanza (Giampiero Forcesi); Young4young (Vittorio Sammarco); Il cortile digitale. Non solo immagini, avatar e fb (Lucia Caretti); Il cortile digitale. Non solo twitter e parole (Marco Mattio); La presenza del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali nelle Reti Sociali (don Ariel Beramendi); New media nuovi luoghi di evangelizzazione e di incontro testimoniale (don Paolo Padrini); Podcasting e "santificazione della mente" (sr. Pina Riccieri); Laboratorio web (Paolo Sparaci); Esperienze di pace, racconti di servizio (Francesco Spagnolo).

Il programma si è concluso con i saluti da parte di sr. Teruggi e don González che, quest'ultimo, commentando il Messaggio del Papa emerito Benedetto XVI per la Giornata Mondiale 2013, ha ribadito come esso stimoli a riflettere tutti i Salesiani «sia come religiosi e sia come educatori dei giovani. Siamo chiamati a verificare in prima persona gli atteggiamenti suggeriti dal Pontefice e, insieme ai giovani, educarci». In una prospettiva di valutazione positiva, anche se non ingenua, dei social media, don González ha sottolineato l'appello a saper vivere la nuova realtà dei social network con autenticità e maturità, con prudenza, non con paura, prevenendo più che reprimendo. «La nostra Congregazione – ha affermato – ha un grande passato di creatività evangelizzatrice attraverso i vecchi media; penso alle filmine, diapositive, pubblicazioni cartacee [...]. Non da meno deve esserlo per il futuro con i nuovi media. Già vedo molte e buone iniziative che, nelle varie Ispettorie, si stanno diffondendo: creazione di applicativi, corsi di formazione per giovani e salesiani in formazione iniziale, collaborazioni con altre realtà ecclesiali. Il nostro carisma ci indica un criterio chiaro: lì dove sono i giovani, siamo noi, evangelizzandoci, educandoci, santificandoci insieme».

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Lunedì, 11 Marzo 2013 00:00

ACLI. La Rete cambia l'azione sociale

Roma (Copercom) - La Rete cambia il modo di pensare e vivere l'associazionismo? E quindi, per le Acli, il modo di organizzare la cittadinanza attiva, la partecipazione politica e la solidarietà? Ormai la risposta – anche alla luce del messaggio del Santo Padre per la 47esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (12 maggio 2013), Reti sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione – è praticamente scontata: essere o non essere in Rete, piattaforme sociali incluse, anche per i soggetti ecclesiali e le organizzazioni sociali non è più una questione da dibattere.

La questione è da tempo spostata sul "come" più che sul "se". Ed è una questione impegnativa, sia in termini di risorse che di riflessione. Scrive appunto Benedetto XVI: "Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell'essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze".

Nella Rete non viaggiano solo futilità e superficialità, chiacchieroni da bar e narcisisti più o meno interessanti. In Rete ci sono anche persone che cercano aiuto e domande che richiedono almeno ascolto se non risposte definitive e immediate, perché "l'ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani", spiega Sua Santità.

L'ansia per il come, l'amnesia del dove

Anni fa, quando ci fu l'ingresso del marketing nel mondo delle associazioni e del terzo settore o, meglio, del terzo settore nel mercato (dei fondi pubblici e comunitari, degli sponsor, delle donazioni...) assistemmo, da un lato, all'irrigidimento di molti attivisti e volontari; dall'altro, a un'ansia un po' maldestra di pura applicazione delle tecniche mutuate dal mondo profit.

In troppi e per troppo tempo non ci siamo accorti che la novità non stava tanto o non solo nel "come", nell'imparare a padroneggiare con scioltezza espressioni di tendenza come target, stakeholder o nel sapere fare una "segmentazione di mercato".

La novità stava nel rendersi conto che anche "i buoni" si trovavano a vivere nei fatti in un "mercato", appunto, un luogo – come la Rete – con le sue regole e i suoi abitanti che per vari motivi vogliono sapere chi sei e valutano il tuo operato. E se non ci sei tu a spiegarlo, qualcun altro, bene o male, lo farà per te.

La sfida che oggi ci pone la nostra presenza in Rete, tanto più per chi è chiamato a testimoniare il Vangelo, è per certi versi simile.

"Fare le Acli" sul web e sui social

Le Acli sono una realtà associativa e di promozione dei diritti nata prima della fine dell'ultima guerra, in un preciso contesto storico e sociale, in determinate condizioni e con specifici gruppi di portatori d'interesse a cui dare ascolto e offrire sostegno. Oggi, come suggerisce all'inizio del messaggio Benedetto XVI, anche noi siamo dunque chiamati a soffermarci "a considerare lo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova 'agorà', una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità".

Credo che nel nostro specifico siamo chiamati ad abitare più e meglio questa piazza. E credo che il nostro specifico sia soprattutto migliorare la nostra capacità di ascolto, di "integrazione" e mediazioni di idee e iniziative sociali di chi ci segue e di chi ci ascolta. Che poi è proprio quello che noi abbiamo sempre chiamato "fare le Acli": nei circoli e nelle piazze di paese come nelle nuove piazze digitali ma non meno reali della Rete.

di Gianni Bottalico, Presidente delle Associazioni cristiane lavoratori italiani

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Città del Vaticano (RV) -  "Responsabilità e diritti nella rete": è il tema scelto per l'Internet Safer Day 2013, la Giornata dedicata alla sicurezza su Internet indetta dalla Commissione Europea. Nella sua prima edizione, nel 2004, la giornata ha coinvolto 14 nazioni, quest'anno viene celebrata in 90 Paesi. Diversi gli aspetti da considerare parlando di sicurezza e web. Innanzitutto ci sono da considerare i rischi della cyberwar. Fausta Speranza ne ha parlato con il prof. Marco Lombardi, docente di politiche della sicurezza all'Università Sacro Cuore di Milano: RealAudioMP3

R. – E' un rischio concretissimo, ormai, specialmente negli ultimi dieci anni. La prima conseguenza della globalizzazione, intesa come rete d'interdipendenze, è stata di spostare quella che possiamo ormai chiamare una vera e propria guerra nel mondo virtuale, quindi nel mondo della Rete. Siamo, infatti, in un contesto di guerra guerreggiata quotidiano. Quando parliamo di "cyber attack" vediamo la criminalità organizzata che ci attacca evidentemente su questo piano, vediamo che ci sono più o meno sconsiderati "lone worker", personaggi che lavorano da soli come gli hacker, e ormai - ed è anche di questi giorni – vediamo che ci sono Paesi, nazioni, che attaccano altre nazioni sul piano virtuale. Si parla ormai di "cyber warfare", strategie, comportamenti, tecnologie, che insieme lavorano per una nuova guerra, in un modo al quale ancora non siamo abituati.

D. – Possiamo dire che la dimensione virtuale del web stia cambiando anche gli equilibri geopolitici?

R. – Assolutamente sì e dobbiamo cominciare a pensare la geopolitica intesa come una politica correlata ad un altro spazio: ormai lo spazio non è più quello della geografia fisica, ma quello della geografia virtuale. Quindi, quando noi parliamo di geopolitica oggi, dobbiamo incorporare la nuova geografia, che è stata delineata dal web. In questo senso, allora, comprendiamo questo "cyber warfare", questa guerra che si sta sviluppando tra Paesi sulle corde della Rete.

D. – Sembra che l'Occidente, in qualche modo, possa essere più esposto, perché ha affidato nuclei nevralgici, come l'energia, la sicurezza e così via, alla digitalizzazione, mentre altri Paesi – per esempio l'Iran – sono esperti in materia, ma non hanno affidato così tanto i nuclei nevralgici al sistema digitale. E' vero?

R. – Non so se sia esattamente questo. Ormai, infatti, tutte le strutture critiche, necessariamente, in qualunque parte del mondo, più sono evolute, più devono affidarsi al controllo digitale e alla messa in rete delle medesime risorse. Secondo me, l'Occidente ha più un atteggiamento passivo nei confronti del "cyber warfare", nel senso che è poco attivo, o meglio poco proattivo. La guerra cyber non si può vincere semplicemente continuando a installare nuove forme di difesa passiva. Ogni volta che noi facciamo uno scudo, costruiamo un nuovo scudo, è solo questione di tempo, perché questo venga perforato. Secondo me, l'Occidente, l'Europa, sta pagando di più questa situazione difensiva nel "cyber warfare", mentre i Paesi che abbiamo citato - dalla Cina all'Iran ad altri Paesi del Medio Oriente – hanno un'attitudine molto più offensiva. Insomma, si è chiamati a fare la guerra digitale non soltanto aspettando di parare il colpo.

Save the children denuncia in particolare il cyberbullismo tra giovani. Fausta Speranza ne ha parlato con Raffaela Milano responsabile dei programmi per l'Italia dell'organizzazione: RealAudioMP3

R. – C'è un'altissima percentuale di ragazzi – l'83 per cento – giovanissimi e adolescenti, che valuta proprio il bullismo virtuale come un dolore, qualcosa che colpisce profondamente la loro crescita, molto di più rispetto a quello che può succedere nella vita reale. L'uso di Internet amplifica e rende ancora più duro un comportamento ostile o aggressivo da parte dei propri coetanei.

D. – Cosa emerge dalla ricerca? Questo avviene perché dietro all'online ci si trincera e quindi è più facile lanciare attacchi?

R. – Sì, fondamentalmente è questo: c'è sia più tempo – questi attacchi possono avvenire in qualsiasi ora del giorno e della notte - ma soprattutto il velo di Internet rende i rapporti tra ragazzi più opachi e quindi c'è più facilità di rendersi invisibili in qualche modo, rispetto all'esterno. E' da rilevare anche il fatto che questa minaccia riguarda tantissimi comportamenti. Un ragazzo può essere colpito per l'aspetto estetico, e questo lo notano soprattutto le ragazze - il 77 per cento di esse, infatti, tra i 12 e i 14 anni, è colpito da questo tipo di rischio - la timidezza, l'orientamento sessuale, il fatto di essere di origine straniera e così via. Ogni comportamento, che viene vissuto come diverso, può essere davvero oggetto di attacco da parte dei coetanei. Questo, tramite, Internet, diventa più facile.

D. – Emerge la consapevolezza ma non sembra che i ragazzi prendano tutele...

R. – No, dalla ricerca emerge in qualche caso, un rapporto importante con i genitori, però certamente percepiscono il rischio e dobbiamo fare in modo, noi tutti – la scuola, le famiglie, le organizzazioni come "Save the Children" ed altri – di rendere i ragazzi più accorti circa le tutele che possono essere assunte nella comunicazione via Internet. Al di là di altre forme di protezione, che ci possono essere da parte delle aziende, che noi sempre invochiamo, sappiamo però che la componente principale è rendere i ragazzi più forti nel loro rapporto con le nuove vie della comunicazione digitale. Essere, quindi, maturi nel rapporto con i nuovi media e soprattutto capire che quello che succede nel mondo virtuale ha delle conseguenze nel mondo reale e che non sono due mondi staccati, anzi si tratta di un modo più pervasivo e più invadente rispetto alla propria identità.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - RealAudioMP3Il Papa esordirà il prossimo 12 dicembre su Twitter, con l'account @pontifex, rispondendo alle domande che gli arriveranno con l'ahshtag #askpontifex.

"E' una scelta coraggiosa ma molto coerente con il suo più recente Messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali che era sul tema del silenzio" - spiega Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. "Il silenzio é infatti la condizione dell'ascolto e la scelta di ascoltare le domande ci ricorda che la comunicazione non é, prima di tutto, emissione di messaggi, ma è allestire lo spazio dell'incontro e dell'ascolto, che accade solo nello spazio del silenzio". "E' una scelta esemplare - aggiunge la Giaccardi - che ci dice come la Chiesa, che ha tante cose da dire, le può dire con il linguaggio giusto se prima sa ascoltare le domande".

"L'esordio del Papa su Twitter - aggiunge la studiosa -, com'é stato detto in Sala Stampa vaticana, è anche un modo per incoraggiare i blogger cattolici. Le barriere confessionali, infatti, sui social-media sono molto più permeabili che in altri contesti. E' uno spazio in cui è più facile attraversare i confini. Anche i non-cattolici rilanciano volentieri gli argomenti di personalità cattoliche quando li ritengono interessanti. Quindi, in questi territori smaterializzati (e non virtuali), c'é una possibilità molto più alta di incontrare i lontani".

La prof.ssa Giaccardi replica infine ad alcune diffuse, recenti, critiche alla rete come luogo del virtuale. "Considerare la rete il luogo della virtualità, dell'inganno, dell'inautenticità, è un luogo comune molto diffuso, ma anche un grosso errore. E' una conclusione a cui si arriva partendo da un determinismo tecnologico, attribuendo cioé alla rete il potere di creare qualcosa che ci condiziona e ci imprigiona. Invece la libertà dell'uomo è comunque sempre capace di far emergere i significati, nonostante l'ottusità del luogo. La rete non è mai in grado di condizionarci, di essere più forte della nostra libertà. E attribuire alla rete delle problematiche che appartengono alla vita umana e sociale - come quella della finzione, delle relazioni deboli - è scorretto. Ogni ambiente è potenzialmente pericoloso e ci costringe ad adattarci. Ma noi siamo capaci di trasformarlo iscrivendo in esso i nostri significati, i nostri valori. E l'invito del Papa è proprio questo, abitare il web. Cerchiamo di essere migliori e il web sarà migliore".

(Intervista a cura di Fabio Colagrande)

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Washington (Agenzia Fides) – Il 62 per cento degli adulti cattolici degli Stati Uniti, circa 36,2 milioni di persone, ha un profilo su Facebook; il 58 per cento dei cattolici di età inferiore ai 30 anni condivide sui social media contenuti come foto, articoli e commenti, almeno una volta alla settimana; quasi un terzo di tutti gli intervistati ha detto che vorrebbe dei blog curati dai loro pastori e Vescovi: questi alcuni risultati di uno studio appena pubblicato dal Centro per la Ricerca Applicata all'Apostolato (Center for Applied Research in the Apostolate, CARA) presso la Georgetown University.

Per la compilazione del rapporto, intitolato "L'uso cattolico dei New Media negli Stati Uniti, 2012", sono state intervistate 1.047 persone dichiaratesi cattoliche. Lo studio è stato pubblicato l'11 novembre durante un incontro sui social media promosso dal Dipartimento delle Comunicazioni della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB) in coordinamento con l'Assemblea Generale annuale d'autunno dei Vescovi degli Stati Uniti, tenutasi a Baltimora.

Il rapporto, inviato all'Agenzia Fides dalla USCCB, "suggerisce molte opportunità alla Chiesa di impegnarsi con chi vive nel continente digitale, come Papa Benedetto XVI descrive questa nuova cultura della comunicazione" ha detto il Vescovo di Salt Lake City, Sua Ecc. Mons. John Wester, Presidente della Commissione per le comunicazioni della USCCB. "Possiamo avvicinarli, come missionari, essendo desiderosi di trovare Dio già presente fra gli abitanti di questo mondo e coinvolgerli, soprattutto i giovani, in un dialogo significativo sulla morale e sui valori in questa nuova piazza pubblica." La popolazione cattolica adulta è quasi equamente divisa tra chi è consapevole della presenza online della Chiesa e quanti non lo sono.

Circa un quarto degli interpellati (24 per cento) ha indicato che la Chiesa è "abbastanza" o "molto" visibile, mentre un altro quarto ha detto che è "solo un po'" o "non molto" visibile (23 per cento). Più della metà (53 per cento) era a conoscenza di una sua presenza significativa. Il sito cattolico più spesso visitato regolarmente dagli adulti cattolici è il sito web della propria parrocchia: circa uno su 10 dice di visitare il sito una volta al mese o più spesso. Questo equivale a 5,3 milioni di individui. L'80 per cento dei partecipanti al sondaggio ha risposto in inglese, il 16 per cento in spagnolo.

(CE)

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E' tempo di affrontare senza timore e con spirito di curiosità il mondo del digitale e le reti sociali, del resto, definite dalla Chiesa, "porte" di verità e di fede, spazi di evangelizzazione.

Comprendere il linguaggio e la portata delle nuove tecnologie comunicative, diventa quindi un dovere anche per i non più giovani. Ecco perché, il Centro culturale e la Libreria San Paolo di Vicenza, insieme e al settimanale diocesano "La Voce dei Berici", organizzano un itinerario che faccia conoscere sempre meglio il mondo della comunicazione, ma a partire dalla Bibbia, maestra di vita e di comunicazione (tenendo anche in considerazione l'Anno della fede). Ogni lunedì, dal 22 ottobre sino al 12 novembre, a Vicenza (Viale Ferrarin 30) si approfondiranno i temi della cultura della comunicazione, l'web come provocazione- proposta e metodo, la pubblicità specchio del nostro tempo, educarsi all'uso dei mezzi vecchi e nuovi. Gli incontri, sono guidati dai proff. Alberto Bourlot, Marco Sanavio, Walter Lobina.

Maggiori informazioni sono reperibili nel sito: www.centroculturalesanpaolo.org

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(Radio Vaticana) - Si è conclusa la 64.ma edizione del Prix Italia, un concorso internazionale per programmi radio, tv e web, svoltosi a Torino dal 16 al 21 settembre. Luca Pasquali ha intervistato Luigi Picardi, collega della redazione che cura i Programmi musicali per la Radio Vaticana, presente a Torino in qualità di presidente di giuria per la categoria "Radio Musica":

R. - E' un premio che si svolge ogni anno a Torino e i premi riguardano sia la televisione che la radio. La radio ha tre categorie: musica, dramma e documentario. Altrettanto è per la televisione: tv performing arts - arti in generale - documentario e dramma. Io sono stato presidente di giuria per la sezione "Radio Musica".

D. - Quali sono stati i tratti caratterizzanti dell'edizione 2012?

R. - I tratti caratterizzanti dell'edizione odierna sono un po' lo specchio di quelli delle edizioni precedenti: ricerca dell'innovazione, della qualità e dell'eccellenza nella comunicazione.

D. - Chi sono i partecipanti?

R. - Le radio e le televisioni di tutti i Paesi.

D. - Notavamo, soprattutto tra i vincitori, che hanno fatto un po' da padroni i Paesi del nord Europa...

R. - Diciamo che molti premi sono stati dati alla Germania, all'Olanda, alla Norvegia e anche alla Francia. L'Italia ha avuto delle nomination, ma non ha vinto.

D. - Come mai questa ondata di premi più che altro al nord Europa, in cosa si distinguono?

R. - Forse per gli argomenti su cui hanno puntato, ad esempio c'è un documentario sul riciclo dei rifiuti e cosa viene sprecato a livello globale. Per quanto riguarda la nostra categoria - sezione "Radio Musica" - abbiamo dato una menzione d'onore ad un programma norvegese perché si trattava di un'opera a metà tra la composizione musicale ed il documentario. Era molto bella e accattivante, riguardava "Lettere dalla prigione" - questo il titolo - e il tema principale riguardava la realtà di isolamento di una prigione. Questo compositore, insieme a un giornalista, sono entrati in un carcere e hanno integrato la musica con le interviste ai detenuti, molto interessante, e tra l'altro la prigione in questione era la nota Ila, dove è stato rinchiuso l'assassino di Oslo dell'anno scorso.

D. - I partecipanti provenivano dai cinque continenti. Ci sono aspetti comuni riscontrati tra rappresentanti di realtà così distanti tra loro: sulla scelta dei programmi, sulla qualità dei programmi?

R. - No, ogni nazione ha la sua caratteristica. Posso citare, ad esempio, la Francia con "La notte allucinata" del compositore Sebastian Rivas, al quale abbiamo assegnato il primo premio. E' un programma prettamente francese, perché si basa sui poemi di Arthur Rimbaud: abbiamo apprezzato molto la qualità del suono. In Francia poi lavorano il suono in una maniera particolare, e quindi l'opera possedeva dei tratti distintivi che permettevano di apprezzare in particolar modo questo programma.

D. - Quali sono state le tematiche principali che hanno accompagnato questa edizione?

R. - Tematiche umanitarie. Ad esempio, per quanto riguarda noi abbiamo "Lettere dalla prigione" e "Madre una volta, madre per sempre". La terza nomination che non ha vinto niente, ma che era un tipo di composizione accattivante perché illustrava destini di madri infelici e disperate. In questa composizione, c'era anche un'integrazione ben fatta con la musica, poiché parallele al testo scorrevano appunto versi e musiche dell'epopea nazionale finlandese. Le tematiche umanitarie erano abbastanza presenti in un po' tutte le categorie.

D. - Qual è il ruolo della Radio Vaticana in questa manifestazione?

R. - E' importante, perché viene chiamata ogni anno in giuria ed è molto ben considerata e apprezzata per il lavoro che fa.

D. - Quando si parla di radio, televisione e web parliamo ovviamente di cultura, informazione, insomma, di società. Oggi, sembra sia il web lo strumento più adatto a raccontare la società contemporanea, con un'informazione sempre più veloce, sempre più diretta. In questo contesto, quale ruolo possono ritagliarsi gli altri media, soprattutto la radio?

R. - La radio ha il vantaggio che può essere anche trasmessa via web - con il web casting - e si stanno studiando le soluzioni per rendere il suono ancora più performante rispetto allo stereo attuale. Radio France ha presentato gli studi che sta facendo sul 5.1, la tecnologia che stiamo provando ad implementare anche noi di Radio Vaticana e su cui dovremmo lavorare per poter quanto prima teletrasmettere con un suono del genere, con il cosiddetto surround.

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(Radio Vaticana) All’indomani della Giornata europea sulla sicurezza in Rete, spunti di riflessione arrivano dallo studio “Eu Kids online”, finanziato dalla Commissione europea e coordinato dalla "London School of Economics and Political Science". L’indagine documenta il rapporto con Internet di oltre 25 mila ragazzi, tra i 9 e i 16 anni, in 25 Paesi. Tante le opportunità e tanti i rischi. Roberta Gisotti ha intervistato Giovanna Mascheroni, ricercatrice dell’Osservatorio della Comunicazione (OssCom) dell’Università Cattolica, referente per l’Italia del progetto:RealAudioMP3

R. – Il Rapporto mette in luce come l’esposizione ai rischi, sia un’esperienza abbastanza diffusa fra i giovani europei. Riguarda infatti il 41% dei ragazzi europei e il 34% dei ragazzi italiani. I rischi più diffusi riguardano contenuti generati da altri utenti, che incitano alla violenza e al razzismo, piuttosto che a comportamenti autolesionistici come l’anoressia. Seguono poi i rischi di carattere sessuale: da un lato contenuti pornografici, dall’altro il sexting, ovvero lo scambio di messaggi a contenuto sessualmente esplicito fra coetanei. E infine, meno diffusi, troviamo dei rischi che sono però più pericolosi, come il bullismo, che nei due terzi dei casi è un’esperienza percepita molto o abbastanza negativamente dai ragazzi, perché li fa soffrire.

D. – Riguardo all’Italia, come si rapportano i ragazzi alla rete, ma anche i genitori, le famiglie e lo Stato, poiché la formazione e la tutela dei giovani è nella stessa Costituzione della Repubblica..

R. – C’è una marcata privatizzazione nell’accesso alla rete. Rispetto alla media europea del 49%, in Italia il 62% dei ragazzi accede a Internet nella propria cameretta, da solo e senza la supervisione di un adulto. Senza tener conto, poi, della crescita dell’accesso alla rete da telefoni cellulari, smartphone innanzi tutto, ma anche dalle consolle per giochi e via dicendo, che rendono più difficile il compito di supervisione da parte dei genitori. In Italia si tende, molto spesso, a imporre delle regole, limitando ad esempio il tempo di utilizzo della rete, oppure inibendo alcune attività come la condivisione di foto e video, o soprattutto, nell’87% dei casi, la condivisione di informazioni personali on line. I genitori spiegano ai ragazzi e proibiscono ai ragazzi di fornire troppe informazioni personali, come il numero di telefono, il numero di casa, ecc.. Ma nonostante il 69% dei genitori italiani affermi di parlare con i propri figli riguardo ciò che fanno on line, molto spesso sono proprio i genitori a essere inconsapevoli di quello che succede.

D. – Si è celebrata ieri la Giornata europea della sicurezza in rete: che tipo di impatto ha avuto? Queste iniziative servono davvero a sensibilizzare l’opinione pubblica, o c’è bisogno di altro?

R. – Il “Safer Intenet Day” è giunto alla sua nona edizione. In Italia, ha avuto un significato particolare, perché in questa occasione è stato lanciato il Comitato consultivo del Centro giovani on line, che riunisce una serie stakeholder – soggetti interessati provenienti dal mondo dell’industria, dal mondo della ricerca accademica, dalle ong ed altre istituzioni – per sensibilizzare con un impatto maggiore su questi temi, dal momento che finora il nostro Paese è stato caratterizzato da una certa frammentarietà degli interventi.

D. – È importante che ci sia anche una promozione da parte dei media, della scuola, del Ministero dell’istruzione...

R. – Assolutamente. Il ruolo dei media è fondamentale, perché i genitori italiani dichiarano di informarsi sulla navigazione sicura e responsabile, principalmente da amici e conoscenti, e in secondo luogo dai media. Questo si riflette anche nella loro percezione dei rischi della rete: sono più portati a sovrastimare alcuni tipi di rischi, quelli che sono più presenti nell’agenda dei media, e a sottostimarne altri. Ad esempio, sono più sensibili ai rischi di carattere sessuale, legati ad esempio, alla pornografia o all’adescamento, ma sono meno consapevoli del bullismo, l’esperienza che più fa soffrire i loro figli.

D. – Sul tema dei filtri che cosa ha documentato la ricerca?

R. – Rispetto all’uso dei "parental control", che permettono di filtrare alcuni contenuti o di tenere traccia dei percorsi di navigazione dei figli, i genitori italiani hanno poca familiarità con questi strumenti. Solo il 21% dichiara di averli sperimentati, e questo da un lato si spiega con la scarsa alfabetizzazione tecnologica, dall’altro forse anche con una incomprensione dello scopo di questi strumenti che non vengono pensati come alternativa e sostituto del dialogo. É uno strumento in più per promuovere la sicurezza, sapendo però che la prassi più efficace per rendere i nostri figli responsabili e consapevoli, nel momento in cui utilizzano Internet, è proprio il dialogo, è proprio parlare con loro, fare cose on line con loro e condividere le loro esperienze in famiglia. (bi)

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 (Radio Vaticana) Connettere le generazioni, educandosi a vicenda”. Questo il titolo dell’odierna Giornata europea dedicata alla sicurezza in rete dei ragazzi, il Safer Internet Day 2012. L’appuntamento, istituito dalla Commissione europea e celebrato ogni anno, punta a promuovere l'uso sicuro e responsabile delle tecnologie on line e della telefonia mobile, specialmente tra i bambini e i giovani di tutto il mondo. Gli organizzatori, sul sito, incoraggiano gli utenti giovani e meno giovani a "scoprire il mondo digitale insieme, in sicurezza".

Nei giorni scorsi, il centro di ricerca "OssCom" dell’Università Cattolica di Milano ha reso nota un’indagine secondo la quale, “nei rapporti con Internet e gli smartphone - spiegano i ricercatori - possiamo riconoscere una superiorità di competenze tecnologiche proprie dei figli”, ma allo stesso tempo “una loro ridotta consapevolezza critica che li espone a rischi”. In Italia, Save the Children e Adiconsum costituiscono il polo di riferimento nazionale per la Commissione europea, nell’ambito del "Safer Internet Programme". Proprio le due organizzazioni hanno promosso per oggi a Roma la conferenza "L’agenda strategica del comitato Giovani on line" per i diritti dei minori sul web, insieme alla presidenza della Camera dei Deputati. A Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, Giada Aquilino ha chiesto quali siano i maggiori rischi per i minori che arrivano da Internet:RealAudioMP3 




R. - Sono tanti. Forse il pericolo più grave è quello di essere avvicinati da persone adulte che - magari in una prima fase - si fingono loro pari nei social network, per acquisire dai ragazzi quelle informazioni necessarie per adescarli sempre più profondamente, fino ad avere un contatto fisico reale. E da lì possono nascere tante situazioni gravissime. Ricordo che, meno di un mese fa, abbiamo avuto due casi di cronaca: due ragazzine di 12 e 13 anni sono state avvicinate da persone, evidentemente interessate a ben altro, e sono state poi rapite sostanzialmente da casa da quelle stesse persone che - a questo punto - definirei “pedofili”. Questo è il rischio numero uno. Rischio, tra l’altro, reso ancora più grave dal fatto che fino al 17% dei ragazzi intervistati sostiene - in ricerche condotte per due o tre anni di seguito e che ogni volta hanno portato gli stessi risultati - di avere facilità dopo aver "chattato" in questi social network a uscire dalla virtualità per avere incontri, arrivando addirittura a rapporti intimi, con le persone conosciute in rete. Di qui, il rischio per i ragazzi che sono in una fase adolescenziale, e che quindi hanno tutte le tipiche avventatezze di quell’età, è molto, molto alto.

D. - La Giornata 2012 dedica l’attenzione al rapporto tra generazioni. Secondo la ricerca di Save the Children, il 63% dei genitori suggerisce ai figli come comportarsi on line, ma il 39% dei ragazzi dichiara di ignorare “talvolta” i consigli dei genitori e addirittura l’8% di ignorarli “completamente”. Cosa indicano questi dati?

R. - Indicano una cosa bella e una cosa brutta. L’aspetto positivo è che la maggior parte dei genitori sembra essere consapevole del fatto che ci sono dei rischi e vuole stare vicino ai propri figli per aiutarli ad avere un rapporto cosciente con questi mezzi di tecnologia avanzata, molto utili e anche molto apprezzati dai ragazzi. L’aspetto negativo è ovviamente che i ragazzi, essendo in gran parte adolescenti, pensano che i consigli che provengono dai genitori sono sempre “noiosissime chiacchiere”. L’unico consiglio che i ragazzi ascoltano con grande attenzione è quello dei pari, degli altri loro amici. Questo, ovviamente, li espone a un rischio. Però, Save the Children ritiene sia fondamentale il rapporto con i genitori. È fondamentale che i genitori riescano a parlare di questi aspetti con i ragazzi, nei limiti delle loro capacità, perché poi l’altro grande problema è che spesso i ragazzi ne sanno cento volte di più dei genitori su questi argomenti riguardo l’uso delle tecnologie. Dall’altra parte, il genitore deve essere genitore. Quindi quello che conta è il rapporto di educazione, di amore, di affetto ma anche però di autorevolezza che il genitore deve continuare ad avere sempre con i figli.

D. – Allora: promuovere i diritti on line dei minori cosa significa nel 2012?

R. - Significa che se ne deve occupare la società nel suo insieme. Ad esempio le istituzioni, il governo, la parte legislativa del Paese cosa devono fare? Devono, per esempio, ratificare una Convenzione fondamentale, detta di Lanzarote, che per quanto ci riguarda renderebbe reato l’adescamento via Internet, ancora non ritenuto tale in Italia. Ed è gravissimo, perché sappiamo dai casi di cronaca che l’adescamento di adulti pedofili verso ragazzi via Internet e su tutti i social network è ormai pratica costante. Questa pratica va immediatamente resa reato in Italia. Inoltre, le aziende oggi producono server, computer, telefonini, servizi di alto valore aggiunto tecnologico. Benissimo: per favore facciano però molto di più per comunicare ai loro clienti i rischi per i più giovani circa l’uso delle loro stesse tecnologie. Le aziende hanno fatto qualcosa durante questi anni, ma possono fare tanto di più. E la parte legislativa deve anche aiutare la polizia postale - con più uomini e mezzi - a contrastare chi usa Internet in maniera lesiva per i ragazzi. Tutta la nostra società, compreso Save the Children, deve quindi alzare sempre di più l’attenzione verso questo mondo, che tanto affascina i giovani, come è giusto che sia, quanto però li espone a dei pericoli sempre maggiori. 

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Parole di S.E. Mons. Claudio  Maria Celli al Sinodo dei Viscovi del Medio Oriente 

Città del Vaticano 12 ottobre 2010 

Come opportunamente sottolineato dall’Instrumentum Laboris (n. 67) e dalla Relatio (p. 12) , i mezzi di comunicazione, quelli tradizionali e quelli nuovi, offrono una grande occasione per l’evangelizzazione e per la diffusione dei valori del Vangelo. Soprattutto tra i giovani, che forse non frequentano la Chiesa assiduamente, e invece usano sempre più questi mezzi e comunicano tra loro attraverso le reti. 

Desidero sottolineare, però, che stiamo parlando non solo di strumenti, ma di una vera e propria cultura creata da una complessità comunicativa mai vista finora nella storia.

Prendo spunto da un esempio. Le Chiese che vivono in oriente hanno una secolare tradizione iconica, un’ammirevole capacità di creare un linguaggio attraverso le immagini. Esse non sono solo il frutto di una spiritualità, ma la rinforzano, e generano anche una cultura, una scuola di vita e di pensiero che fa parte dell’identità comunitaria di tante Chiese locali e della società. 

La cultura odierna risulta e nutre nuovi linguaggi e percorsi di pensiero. Pervade le mentalità, il modo di capire, il modo di imparare, gli argomenti su cui dialogare. Non possiamo, dunque, rispondere alle sfide di oggi e di domani con le soluzioni di ieri. Non possiamo continuare a parlare nelle nostre categorie ad una popolazione sempre più lontana da esse. Per amore dei nostri popoli, dobbiamo fare una conversione pastorale, imparare di nuovo come ascoltare e comunicare, il che non vuol dire andare dietro all’ultima tecnologia, ma capire le categorie dell’altro e usarle. 

Questa cultura “digitale” è segnata dall’immediato, dalla veloce sequenza delle immagini, dalla musica, dal testo breve e conciso. Anche la forma orale è cambiata, e la sola parola non basta. Il libro, la stampa non scompariranno, e nemmeno il piccolo bollettino parrocchiale, ma non basta. 

La cultura digitale è presente anche nelle diverse nazioni del Medio Oriente e nelle Chiese locali attraverso le TV, le radio, il cinema, i siti web e le reti sociali. Tutto questo spazio mediatico incide sulla vita quotidiana; configura i valori, le scelte, le opinioni o le domande, l’agenda del pensiero delle persone, anche dei cristiani… a volte con una forza molto più incisiva di quella dei catechisti, del sacerdote nelle omelie, del Vescovo stesso. Non a caso il Santo Padre ci ha invitato ad essere presenti, ed esercitare una diakonia di questa cultura offrendole il messaggio di Cristo nei linguaggi di oggi, digitali e cartacei, presenziali e virtuali, annunciando la Misericordia di Dio, l’ascolto dell’altro, l’amore ai nemici, l’accoglienza ed il rispetto di ogni essere umano, in particolare dei deboli. Diakonia, servizio alle persone nella loro cultura. 

Questo è possibile anche nel dialogo con i non credenti, con tanti alla ricerca di Dio, aprendo – come ci ha invitato il Papa Benedetto - dei “cortili dei gentili”, cioè degli spazi di dialogo e di ascolto per coloro che hanno delle domande e sono alla ricerca. I media sorprendono il mondo con la quantità di libri, film, siti web eccetera, riguardanti la questione religiosa, la ricerca del trascendente e di una spiritualità, la ricerca della giustizia e della pace. La Chiesa deve ascoltare, camminare con questa umiltà e offrire il tesoro prezioso del Vangelo. Ma deve cercare di farlo nelle categorie usate oggi. 

Perciò, come indica la Relatio, è necessaria la formazione degli agenti di pastorale. Certo, dei laici e in particolare dei giornalisti, ma non solo. È urgente la formazione dei seminaristi, non tanto alla tecnologia, che sanno gestire molto meglio di noi, ma alla comunicazione, alla comunione in questa cultura in veloce sviluppo. Senza dei sacerdoti –e poi dei vescovi- che capiscano la cultura odierna, ci sarà ancora un divario comunicativo che non favorisce la trasmissione della fede ai giovani nella Chiesa. Non basta costruire dei siti web; ci vuole una presenza che riesca a creare vincoli di comunicazione autentica, che apra dei “luoghi” di aggregazione per la testimonianza della fede e del rispetto dell’altro. Ovviamente, ciò non significa trascurare l’incontro personale e la vita comunitaria presenziale; non si tratta di azioni alternative. Sono ormai, tutte e due, indispensabili per l’estensione del Regno di Dio.

 

 

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