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47ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI 
Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione

12 Maggio 2013

Messaggio del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle,

in prossimità della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2013, desidero proporvi alcune riflessioni su una realtà sempre più importante che riguarda il modo in cui le persone oggi comunicano tra di loro. Vorrei soffermarmi a considerare lo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova «agorà», una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità.

Questi spazi, quando sono valorizzati bene e con equilibrio, contribuiscono a favorire forme di dialogo e di dibattito che, se realizzate con rispetto, attenzione per la privacy, responsabilità e dedizione alla verità, possono rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Lo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione. Se i network sono chiamati a mettere in atto questa grande potenzialità, le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche, perché in questi spazi non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi.

Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell’essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze. I network diventano così, sempre di più, parte del tessuto stesso della società in quanto uniscono le persone sulla base di questi bisogni fondamentali. Le reti sociali sono dunque alimentate da aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo.

La cultura dei social network e i cambiamenti nelle forme e negli stili della comunicazione, pongono sfide impegnative a coloro che vogliono parlare di verità e di valori. Spesso, come avviene anche per altri mezzi di comunicazione sociale, il significato e l’efficacia delle differenti forme di espressione sembrano determinati più dalla loro popolarità che dalla loro intrinseca importanza e validità. La popolarità è poi frequentemente connessa alla celebrità o a strategie persuasive piuttosto che alla logica dell’argomentazione. A volte, la voce discreta della ragione può essere sovrastata dal rumore delle eccessive informazioni, e non riesce a destare l’attenzione, che invece viene riservata a quanti si esprimono in maniera più suadente. I social media hanno bisogno, quindi, dell’impegno di tutti coloro che sono consapevoli del valore del dialogo, del dibattito ragionato, dell’argomentazione logica; di persone che cercano di coltivare forme di discorso e di espressione che fanno appello alle più nobili aspirazioni di chi è coinvolto nel processo comunicativo. Dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre. “Costatata la diversità culturale, bisogna fa sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello” (Discorso nell’Incontro con il mondo della cultura, Belém, Lisbona, 12 maggio 2010).

La sfida che i network sociali devono affrontare è quella di essere davvero inclusivi: allora essi beneficeranno della piena partecipazione dei credenti che desiderano condividere il Messaggio di Gesù e i valori della dignità umana, che il suo insegnamento promuove. I credenti, infatti, avvertono sempre più che se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell’ambiente digitale, potrebbe essere assente nell’esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante. L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. I network sociali sono il frutto dell’interazione umana, ma essi, a loro volta, danno forme nuove alle dinamiche della comunicazione che crea rapporti: una comprensione attenta di questo ambiente è dunque il prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso.

La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti. Nell’ambiente digitale la parola scritta si trova spesso accompagnata da immagini e suoni. Una comunicazione efficace, come le parabole di Gesù, richiede il coinvolgimento dell’immaginazione e della sensibilità affettiva di coloro che vogliamo invitare a un incontro col mistero dell’amore di Dio. Del resto sappiamo che la tradizione cristiana è da sempre ricca di segni e simboli: penso, ad esempio, alla croce, alle icone, alle immagini della Vergine Maria, al presepe, alle vetrate e ai dipinti delle chiese. Una parte consistente del patrimonio artistico dell’umanità è stato realizzato da artisti e musicisti che hanno cercato di esprimere le verità della fede.

L’autenticità dei credenti nei network sociali è messa in evidenza dalla condivisione della sorgente profonda della loro speranza e della loro gioia: la fede nel Dio ricco di misericordia e di amore rivelato in Cristo Gesù. Tale condivisione consiste non soltanto nell’esplicita espressione di fede, ma anche nella testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2011). Un modo particolarmente significativo di rendere testimonianza sarà la volontà di donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana. L’emergere nelle reti sociali del dialogo circa la fede e il credere conferma l’importanza e la rilevanza della religione nel dibattito pubblico e sociale.

Per coloro che hanno accolto con cuore aperto il dono della fede, la risposta più radicale alle domande dell’uomo circa l’amore, la verità e il significato della vita – questioni che non sono affatto assenti nei social network – si trova nella persona di Gesù Cristo. E’ naturale che chi ha la fede desideri, con rispetto e sensibilità, condividerla con coloro che incontra nell’ambiente digitale. In definitiva, però, se la nostra condivisione del Vangelo è capace di dare buoni frutti, è sempre grazie alla forza propria della Parola di Dio di toccare i cuori, prima ancora di ogni nostro sforzo. La fiducia nella potenza dell’azione di Dio deve superare sempre ogni sicurezza posta sull’utilizzo dei mezzi umani. Anche nell’ambiente digitale, dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali, e dove a volte il sensazionalismo rischia di prevalere, siamo chiamati a un attento discernimento. E ricordiamo, a questo proposito, che Elia riconobbe la voce di Dio non nel vento impetuoso e gagliardo, né nel terremoto o nel fuoco, ma nel «sussurro di una brezza leggera» (1 Re 19,11-12). Dobbiamo confidare nel fatto che i fondamentali desideri dell’uomo di amare e di essere amato, di trovare significato e verità - che Dio stesso ha messo nel cuore dell’essere umano - mantengono anche le donne e gli uomini del nostro tempo sempre e comunque aperti a ciò che il beato Cardinale Newman chiamava la “luce gentile” della fede.

I social network, oltre che strumento di evangelizzazione, possono essere un fattore di sviluppo umano. Ad esempio, in alcuni contesti geografici e culturali dove i cristiani si sentono isolati, le reti sociali possono rafforzare il senso della loro effettiva unità con la comunità universale dei credenti. Le reti facilitano la condivisione delle risorse spirituali e liturgiche, rendendo le persone in grado di pregare con un rinvigorito senso di prossimità a coloro che professano la loro stessa fede. Il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede, ci deve far sentire la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio, come pure la nostra carità operosa: “se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1 Cor 13,1).

Esistono reti sociali che nell’ambiente digitale offrono all’uomo di oggi occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Ma queste reti possono anche aprire le porte ad altre dimensioni della fede. Molte persone stanno, infatti, scoprendo, proprio grazie a un contatto avvenuto inizialmente on line, l’importanza dell’incontro diretto, di esperienze di comunità o anche di pellegrinaggio, elementi sempre importanti nel cammino di fede. Cercando di rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale, noi possiamo invitare le persone a vivere incontri di preghiera o celebrazioni liturgiche in luoghi concreti quali chiese o cappelle. Non ci dovrebbe essere mancanza di coerenza o di unità nell’espressione della nostra fede e nella nostra testimonianza del Vangelo nella realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale. Quando siamo presenti agli altri, in qualunque modo, noi siamo chiamati a far conoscere l’amore di Dio sino agli estremi confini della terra.

Prego che lo Spirito di Dio vi accompagni e vi illumini sempre, mentre benedico di cuore tutti voi, così che possiate essere davvero araldi e testimoni del Vangelo. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15).

 

Dal Vaticano, 24 gennaio 2013, Festa di san Francesco di Sales

 

BENEDICTUS XVI

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Città del Vaticano (RV) - Centoquaranta caratteri che rimarranno nella storia. Il Papa ha lanciato oggi il suo primo tweet al termine dell'udienza generale in Aula Paolo VI. Quindi, poco dopo le 12, ha risposto via Twitter ad una prima domanda sul tema dell'Anno della Fede e, intorno alle 15, ad un'ulteriore domanda. Sempre stamani, l'account @Pontifex ha raggiunto e ampiamente superato il milione di follower. Il servizio di Alessandro Gisotti RealAudioMP3

"Cari amici, è con gioia che mi unisco a voi via twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico tutti di cuore". Questo il primo tweet del Papa sul suo account @Pontifex, lanciato oggi al termine dell'udienza generale: 140 caratteri che rimarranno nella storia. Proprio nei momenti in cui Benedetto XVI compiva questo gesto, il suo account, in 8 lingue, @Pontifex raggiungeva e superava di slancio il milione di follower. Il primo tweet del Papa è stato ritwittato migliaia di volte già nei primissimi minuti dopo il lancio, mentre la notizia ha fatto il giro del mondo con breaking news dei principali media internazionali.

Poco dopo le 12, dunque, il Papa ha risposto alla prima domanda su come vivere l'Anno della fede nel nostro quotidiano. Quesito che gli era stato rivolto su Twitter attraverso #askpontifex. "Dialoga con Gesù nella preghiera – ha risposto il Papa - ascolta Gesù che ti parla nel Vangelo, incontra Gesù presente in chi ha bisogno". Anche in questo caso, sono migliaia le persone che stanno riprendendo ed esprimendo il loro apprezzamento per il tweet del Papa. Quindi, intorno alle 15 ha risposto alla domanda: "Come vivere la fede in Gesù Cristo in un mondo senza speranza?". Nel tweet del Papa si legge: "Con la certezza che chi crede non è mai solo. Dio è la roccia sicura su cui costruire la vita e il suo amore è sempre fedele". Significativamente, proprio a simboleggiare l'universalità dell'iniziativa, durante il lancio del primo tweet del Pontefice erano accanto a lui, tra gli altri, 5 ragazzi a rappresentanza dei 5 continenti.

Nella giornata di oggi, seguirà un altro e ultimo tweet su @Pontifex che risponderà sempre a una domanda rivolta al Papa attraverso #askpontifex. L'account del Papa era stato aperto lo scorso lunedì 3 dicembre, durante una conferenza nella Sala Stampa vaticana, alla presenza di giornalisti di tutto il mondo. Annunciando l'iniziativa, il presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, mons. Claudio Maria Celli, aveva commentato: ancora una volta emerge "forte il desiderio di questo Papa di entrare in colloquio, in dialogo con l'uomo e la donna di oggi, e di incontrarli lì dove gli uomini e le donne di oggi si trovano".

In occasione del primo tweet del Papa, abbiamo intervistato padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica:RealAudioMP3

R. – Intenderei questa presenza come una presenza "normale": oggi è chiaro che la comunicazione non coincide più con la semplice trasmissione di un messaggio, ma con la condivisione di questo all'interno di reti sociali. E nel Magistero di Benedetto XVI sulle comunicazioni questo elemento è un elemento chiave, da leggere molto bene. La Chiesa sa che oggi i messaggi di senso passano attraverso i network sociali, che sono dei veri e propri "luoghi di senso", dove la gente condivide la vita, i desideri, le impressioni, le domande, le risposte... Quindi, la presenza del Papa su Twitter è una presenza che sostanzialmente vedrei come in continuità con la presenza del Papa in strumenti come la radio, quindi alla decisione di Pio XI di trasmettere il messaggio del Vangelo attraverso la Radio Vaticana. Direi che la Chiesa è sempre stata molto attenta all'avanguardia comunicativa, proprio perché il Vangelo va incarnato nel tessuto comunicativo della storia.

D. – Qualcuno, riferendosi al fatto che c'è chi sta usando Twitter per offendere il Papa, per offendere la fede cristiana, sostiene che questa iniziativa è troppo rischiosa. Cosa ne pensa?

R. – Certamente è rischioso, perché significa comunque esporre il messaggio del Vangelo. In ogni caso, questo è essenziale. Chi commenta negativamente il fatto che ci siano vari messaggi polemici nei confronti del Papa, probabilmente non si è accorto che in realtà questi sono ovunque nella Rete, ma direi anche nei giornali, in tante altre forme di espressione... E direi che questi commenti fanno parte della comunicazione ordinaria: certamente verranno meno. Ci sono anche domande molto interessanti che vengono poste al Pontefice. Quindi, direi che è una tappa in un cammino di crescita, ma non le vedrei come problematiche.

D. – La presenza del Papa su Twitter dovrebbe suscitare un rinnovato impegno dei cristiani sulle reti sociali – sui social network – specie dei giovani, dei cosiddetti "nativi digitali"?

R. – Io penso che la presenza del Papa su Twitter incoraggi i cattolici a essere presenti nell'ambiente digitale e questo per me è un elemento di riflessione assolutamente fondamentale. Cioè, l'uomo oggi vive anche in Rete: si può essere d'accordo o meno, si può essere contenti o meno di questo fatto, però di fatto la Chiesa è chiamata a essere presente lì dove sono gli uomini. E oggi gli uomini sono anche in Rete, perché una parte della loro vita di comunicazione è lì, in questo ambiente digitale. Quindi: la vita è una sola, sia che essa sia nell'ambiente fisico, sia che sia nell'ambiente digitale. La realtà della Rete non è una realtà parallela, rispetto all'esistenza. E quindi, i cattolici sono chiamati a essere nell'ambiente digitale così come nell'ambiente fisico. Il Papa, sostanzialmente, incoraggia questa presenza.

D. – Come raccogliere, soprattutto da parte dei pastori e dei sacerdoti, delle persone più impegnate nella vita della Chiesa, la sfida lanciata dal Papa affinché soprattutto questa, come altre iniziative, non restino delle "cattedrali nel deserto"?

R. – Direi che una sfida molto interessante riguarda il rapporto tra la Parola annunciata e il contesto culturale attuale. Noi sappiamo che il contesto ordinario delle persone, dell'uomo di oggi, è un contesto frammentato, frazionato e proprio all'interno di questo contesto si avverte la necessità di messaggi di senso, di sapienza, anche profondi, ma brevi, appuntiti. E il Papa stesso, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni del 2012, ha affermato che in Rete – proprio in Rete – è possibile trovare spazi di silenzio. Quindi, vedrei come la comunicazione in Rete non sia, non debba essere, contrapposta a una comunicazione silenziosa. Il tweet del Papa è un messaggio molto breve che può aiutare le persone a riflettere, quindi a porsi domande importanti, anche a dialogare grazie all'hashtag #askpontifex con il Papa.

D. – Come uomo di fede e di comunicazione, impegnato proprio sulla frontiera delle nuove tecnologie, cosa le dice personalmente, cosa la colpisce di questa presenza di Benedetto XVI su Twitter?

R. – Mi colpisce la disponibilità: la disponibilità del Papa a mettersi in gioco su un terreno su cui anche altri leader religiosi, come sappiamo, si sono messi in gioco. Quindi, la disponibilità a entrare con coraggio e con semplicità anche all'interno di questo mondo comunicativo. In fondo, ciò che caratterizza la Chiesa è la passione per l'umanità. Chiaramente, i rischi sono tanti, ci sono sempre e ovunque. Penso che la strada migliore sia affrontare le sfide con coraggio ed essere presenti: comprendere le sfide ed i problemi dall'interno, non trincerarsi all'interno di una situazione comoda o già nota. Quindi, questa disponibilità, questa flessibilità mi colpisce e credo sia una spinta molto interessante per i cristiani a vivere con coraggio il contesto delle sfide attuali.

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Città del Vaticano (RV)- Benedetto XVI approda su Twitter con lo stesso spirito che animò Pio XI nel dar vita alla Radio Vaticana: utilizzare le nuove tecnologie per incontrare gli uomini e annunciare il Vangelo. E' la continuità che vede padre Antonio Spadaro, direttore de "La Civiltà Cattolica", alla vigilia del primo tweet che il Papa lancerà, domani, nell'udienza generale sul suo account @Pontifex. Sul significato di questa presenza del Papa su Twitter, Alessandro Gisotti ha intervistato proprio padre Spadaro: RealAudioMP3

R. – Intenderei questa presenza come una presenza "normale": oggi è chiaro che la comunicazione non coincide più con la semplice trasmissione di un messaggio, ma con la condivisione di questo all'interno di reti sociali. E nel Magistero di Benedetto XVI sulle comunicazioni questo elemento è un elemento chiave, da leggere molto bene. La Chiesa sa che oggi i messaggi di senso passano attraverso i network sociali, che sono dei veri e propri "luoghi di senso", dove la gente condivide la vita, i desideri, le impressioni, le domande, le risposte... Quindi, la presenza del Papa su Twitter è una presenza che sostanzialmente vedrei come in continuità con la presenza del Papa in strumenti come la radio, quindi alla decisione di Pio XI di trasmettere il messaggio del Vangelo attraverso la Radio Vaticana. Direi che la Chiesa è sempre stata molto attenta all'avanguardia comunicativa, proprio perché il Vangelo va incarnato nel tessuto comunicativo della storia.

D. – Qualcuno, riferendosi al fatto che c'è chi sta usando Twitter per offendere il Papa, per offendere la fede cristiana, sostiene che questa iniziativa è troppo rischiosa. Cosa ne pensa?

R. – Certamente è rischioso, perché significa comunque esporre il messaggio del Vangelo. In ogni caso, questo è essenziale. Chi commenta negativamente il fatto che ci siano vari messaggi polemici nei confronti del Papa, probabilmente non si è accorto che in realtà questi sono ovunque nella Rete, ma direi anche nei giornali, in tante altre forme di espressione... E direi che questi commenti fanno parte della comunicazione ordinaria: certamente verranno meno. Ci sono anche domande molto interessanti che vengono poste al Pontefice. Quindi, direi che è una tappa in un cammino di crescita, ma non le vedrei come problematiche.

D. – La presenza del Papa su Twitter dovrebbe suscitare un rinnovato impegno dei cristiani sulle reti sociali – sui social network – specie dei giovani, dei cosiddetti "nativi digitali"?

R. – Io penso che la presenza del Papa su Twitter incoraggi i cattolici a essere presenti nell'ambiente digitale e questo per me è un elemento di riflessione assolutamente fondamentale. Cioè, l'uomo oggi vive anche in Rete: si può essere d'accordo o meno, si può essere contenti o meno di questo fatto, però di fatto la Chiesa è chiamata a essere presente lì dove sono gli uomini. E oggi gli uomini sono anche in Rete, perché una parte della loro vita di comunicazione è lì, in questo ambiente digitale. Quindi: la vita è una sola, sia che essa sia nell'ambiente fisico, sia che sia nell'ambiente digitale. La realtà della Rete non è una realtà parallela, rispetto all'esistenza. E quindi, i cattolici sono chiamati a essere nell'ambiente digitale così come nell'ambiente fisico. Il Papa, sostanzialmente, incoraggia questa presenza.

D. – Come raccogliere, soprattutto da parte dei pastori e dei sacerdoti, delle persone più impegnate nella vita della Chiesa, la sfida lanciata dal Papa affinché soprattutto questa, come altre iniziative, non restino delle "cattedrali nel deserto"?

R. – Direi che una sfida molto interessante riguarda il rapporto tra la Parola annunciata e il contesto culturale attuale. Noi sappiamo che il contesto ordinario delle persone, dell'uomo di oggi, è un contesto frammentato, frazionato e proprio all'interno di questo contesto si avverte la necessità di messaggi di senso, di sapienza, anche profondi, ma brevi, appuntiti. E il Papa stesso, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni del 2012, ha affermato che in Rete – proprio in Rete – è possibile trovare spazi di silenzio. Quindi, vedrei come la comunicazione in Rete non sia, non debba essere, contrapposta a una comunicazione silenziosa. Il tweet del Papa è un messaggio molto breve che può aiutare le persone a riflettere, quindi a porsi domande importanti, anche a dialogare grazie all'hashtag #askpontifex con il Papa.

D. – Come uomo di fede e di comunicazione, impegnato proprio sulla frontiera delle nuove tecnologie, cosa le dice personalmente, cosa la colpisce di questa presenza di Benedetto XVI su Twitter?

R. – Mi colpisce la disponibilità: la disponibilità del Papa a mettersi in gioco su un terreno su cui anche altri leader religiosi, come sappiamo, si sono messi in gioco. Quindi, la disponibilità a entrare con coraggio e con semplicità anche all'interno di questo mondo comunicativo. In fondo, ciò che caratterizza la Chiesa è la passione per l'umanità. Chiaramente, i rischi sono tanti, ci sono sempre e ovunque. Penso che la strada migliore sia affrontare le sfide con coraggio ed essere presenti: comprendere le sfide ed i problemi dall'interno, non trincerarsi all'interno di una situazione comoda o già nota. Quindi, questa disponibilità, questa flessibilità mi colpisce e credo sia una spinta molto interessante per i cristiani a vivere con coraggio il contesto delle sfide attuali.

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Friburgo - Quale segno di riconoscenza e stima per un lavoro responsabile con i media i Vescovi svizzeri conferiranno anche nel 2013 il Premio cattolico dei media, dotato di CHF 4'000.-. Con questo premio essi si prefiggono di distinguere quell'attività giornalistica che esprima in modo emblematico, a livello dei media, il messaggio del Vangelo.

La Chiesa cattolica, in quanto comunità di comunicazione a raggio mondiale, presta da sempre grande attenzione ai media. Nel suo impegno per un mondo migliore, essa promuove nella società la qualità comunicativa, facendo essa stessa uso dei media per favorire il suo annuncio. Inoltre non cessa di essere oggetto dell'attività giornalistica. La Chiesa riconosce il valore di un correttivo critico ed apprezza i media come strumento dello scambio pubblico di idee, interessi ed ideali.

Le proposte possono essere inoltrate fino al 18 gennaio. Le opere proposte devono avere un legame con la Svizzera (per es. autore, luogo di pubblicazione, tema o altro).

Per le condizioni di partecipazione ed il formulario di proposta/e cliccare qui . http://www.commissione-media.ivescovi.ch/premio-cattolico-dei-media/premio-dei-media-201

Nel 2012 il Premio cattolico dei media è stato conferito al documentarista svizzero David Syz per il suo film "Hunger – genug ist nicht genug" ["Fame e abbondanza"].

Ulteriori informazioni presso Simon Spengler , Segretario della Commissione per la comunicazione ed i media della Conferenza dei vescovi svizzeri:

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ; 079 667 27 75

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Malindi (Radio Vaticana) - Evangelizzare anche attraverso i nuovi media: è questa l'esortazione che mons. Emmanuel Barbara, vescovo di Malindi, in Kenya, ha lanciato ai comunicatori sociali. Nei giorni scorsi, il presule è intervenuto al primo seminario sulla comunicazione svoltosi nella diocesi e che ha visto la presenza di operatori del settore provenienti da Malindi e Mombasa.

"I mass media hanno trasformato il mondo in un villaggio globale – ha detto mons. Barbara – Ciò ha dato vita ad uno stare insieme che è in qualche modo reale e questo può essere molto utile per la diffusione della Parola di Dio". Di qui, l'invito del presule ad "usare tutte le risorse possibili offerte dai mezzi di comunicazione sociale per promuovere il Vangelo", poiché "ogni mass media può contribuire a raggiungere le famiglie senza spostarsi fisicamente e ciò rendere molto più facile l'evangelizzazione".

Il vescovo di Malindi ha quindi ricordato che "la sfida principale, per i comunicatori, è quella di essere presenti nei nuovi media, e di riuscire a creare un dialogo di pace gli uni con gli altri, in nome della verità". Infine, mons. Barbara ha concluso il suo intervento sottolineando che "anche il Santo Padre è presente sui social network", il che indica "la necessità di abbracciare nuove piattaforme della comunicazione". Presente su Facebook dal maggio 2009 con l'account Pope2you, gestito dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali, prossimamente Benedetto XVI entrerà anche nel mondo di Twitter. L'evento sarà presentato lunedì prossimo nella Sala Stampa vaticana. (I.P.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Tra pochi giorni Benedetto XVI sarà presente su Twitter, uno dei social-network più utilizzati al mondo. Il nuovo account del Papa verrà presentato ufficialmente lunedì prossimo, 3 dicembre, nella Sala Stampa vaticana. Sul significato di questa iniziativa, Fabio Colagrande ha intervistato il direttore della rivista dei Gesuiti La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, esperto di nuove tecnologie e comunicazione digitale:RealAudioMP3

R. - Direi che oggi, secondo la logica della comunicazione, i messaggi di senso, e conseguentemente i messaggi religiosi, non possono essere semplicemente trasmessi, ma devono essere condivisi. Dunque, i messaggi di senso passano anche attraverso i social-network, quali Facebook, Twitter e tanti altri, che ormai stanno diventando dei veri e propri luoghi di senso. Cioè luoghi di riflessione, considerazione e condivisione di valori, idee, momenti di vita. Infatti nei social-network le persone condividono la vita, i desideri migliori, e anche quelli peggiori, le domande, le risposte. E tanti leader religiosi sono già su Twitter. Quindi, direi che è normale che il Papa abbia un "account" che faccia riferimento a lui. Direi quasi che, in fondo, il 3 dicembre 2012, si connette idealmente al 12 febbraio 1931, quando Pio XI lanciava il suo primo messaggio via radio, attraverso la Radio Vaticana. Quindi ritengo che la presenza del Papa su Twitter sia una presenza normale: cioè corretta, adeguata al modo in cui oggi l'uomo comunica.

D. - Quali sono i vantaggi della presenza di Benedetto XVI, e della sua parola, in questo luogo di comunicazione?

R. - Già Pio XI parlava di una tecnologia messa al servizio delle relazioni e non della mera propaganda. E, di fatto, i social-network vivono di una logica di condivisione, di una diffusione del messaggio all'interno di relazioni. Infatti, sappiamo bene come un messaggio presente su Twitter possa essere, come si dice, "ritwittato", cioè comunicato ad altri amici o possa essere anche commentato. Quindi, direi che questo è il vantaggio della presenza di Benedetto XVI su Twitter: la possibilità di condividere, più a largo raggio, il messaggio evangelico.

D. - Non c'è il rischio di un'adesione fatta da parte della Chiesa solo per essere 'presenti', quasi per adeguarsi a una moda?

R. - Direi di no e anzi questo è l'approccio più sbagliato alla comprensione della presenza del Papa su Twitter. Non è l'adeguarsi all'ultima novità del momento. E', al contrario, una delle conseguenze ovvie del modo in cui la Chiesa negli ultimi decenni, almeno da Pio XI, ha inteso il suo rapporto con la comunicazione. Bisogna anche ricordare che, nel suo Messaggio per la 46.ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa notava che sono da considerare con interesse le varie forme di siti e applicazioni – parlava proprio di "reti sociali" – che possono aiutare l'uomo di oggi a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, di meditazione, di condivisione della Parola di Dio. E' chiaro che questo significa una presenza del cristiano su internet assolutamente specifica, quindi non "per moda" o per il fatto che l'uomo oggi vive anche in rete.

D. - 140 caratteri non sono pochi per esprimere un'idea o una riflessione spirituale? Non c'è il rischio di ridurre la fede in slogan?

R. - Proprio nel Messaggio che citavo prima, scritto dal Papa per la Giornata delle Comunicazioni sociali, la più recente, Benedetto XVI, pur senza citare Twitter, scrive che nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico - e qui il riferimento mi sembra evidente - si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità. Questa, quindi, è la chiave giusta di lettura, di interpretazione: coltivare la propria interiorità. Grazie a questo è possibile esprimere dei messaggi essenziali, detti con parole precise, che richiedono un certo lavoro sul linguaggio, direi quasi un lavoro poetico, per coniugare sapienza e precisione. Questa è la strada maestra per cui l'espressione sintetica non va a detrimento della profondità o della lentezza dell'assimilazione. Ma, direi, quasi al contrario favorisce l'aggancio per una meditazione più affilata e densa. Lo dimostra il grande successo dei versi, della poesia su Twitter. Nella nostra vita frenetica si avverte l'esigenza di avere qualcosa di affilato e di sapiente che sia in grado di spaccare la quotidianità frenetica e mettere un piccolo seme, un elemento di riflessione e meditazione.

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Roma - Il 26 novembre, la Chiesa celebra la memoria del Beato Giacomo Alberione, Fondatore della Famiglia Paolina. Per ricordare la straordinaria eredità che da questo maestro di fede e di comunicazione abbiamo ricevuto, proponiamo la testimonianza di Cristina, una suora Paolina.

Dare al mondo Gesù Cristo attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale

Il beato Giacomo Alberione è stato un Fondatore prolifico e l'insieme delle sue Fondazioni sono comunemente denominate Famiglia Paolina. L'opera è iniziata ad Alba, in Piemonte, nel 1914, quando don Alberione fondò la Soc. San Paolo, seguita nel 1915 dalle Figlie di San Paolo, completata poi, nel corso dei decenni, da successive fondazioni per un totale di 10 fra Istituti e aggregazioni (Pie discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore, Istituto Regina degli Apostoli, San Gabriele Arcangelo, Maria Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, Cooperatori Paolini).

Il beato Giacomo Alberione amava dire: «La nostra Famiglia è stata suscitata per continuare l'opera di san Paolo che ha comunicato Gesù Cristo. Noi dobbiamo essere Paolo oggi vivente». Con la sua intuizione, don Alberione, ha promosso nella Chiesa, la formazione di religiosi e religiose che si impegnano a diffondere il Vangelo fra la gente, utilizzando tutti i mezzi che il progresso tecnologico fornisce all'umanità. Quindi, il nostro Carisma è: «Vivere e dare al mondo Gesù Cristo Via Verità e Vita, attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale».

Organizzare il bene

Nei primi decenni del secolo scorso erano soprattutto la stampa, la radio e il cinema, ad essere valorizzati. Allora la cultura era in gran parte una cultura contadina, con un analfabetismo elevato. Quindi, la presenza nella società civile e nella Chiesa di una congregazione che diffondesse i valori cristiani con i mezzi del tempo, si caratterizzava nella diffusione di contenuti facilmente riconoscibili dalla cultura del tempo e riconducibili agli usi, costumi e tradizioni comuni alla maggioranza della popolazione.

Oggi è tutto cambiato. Nel mondo globalizzato, le nuove tecnologie hanno determinato rapidi mutamenti sociali e culturali, sino a produrre una cultura mediatica divenuta in pochi decenni, la cultura dominante. Oggi viviamo in una cultura permeata, plasmata, impastata e condizionata dalle nuove tecnologie. Spigolando tra gli scritti del fondatore, si coglie come lo stesso Alberione, alcuni decenni dopo l'inizio, affermava: «Oggi il mondo è cambiato e noi, per camminare col mondo, dobbiamo aggiornarci: tutti i mezzi, tutto ciò che serve per comunicare il Vangelo». E con sapiente lungimiranza, ci invitava a "Organizzare il bene". Lui aveva capito anzitempo che «Le organizzazioni hanno una grande forza. Ognuno può essere un santo ma da solo è un fuscello».

I nuovi pulpiti

Oggi, la comunicazione digitale immette nel tessuto sociale nuovi usi e nuovi linguaggi, nuovi criteri di valutazione, nuove abitudini. L'Alberione ci incalzava con questa domanda: «Quante volte vi ponete il problema: dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità, che si rinnova continuamente sulla faccia della terra? L'umanità è come un fiume che va a gettarsi nell'eternità». Ci incitava anche con parole che ancora oggi hanno una grande valenza comunicativa: «fate la carità della verità». E aggiungeva: «Tutto ciò che è bello, buono, vero sia oggetto della nostra editoria». E siccome «la gente si allontana dalle chiese, voi dovete incontrarla là dove essa si fa trovare. I vostri pulpiti sono le linotype, il bancone della libreria». Ai nostri giorni, aggiungerebbe sicuramente: I vostri pulpiti sono anche Internet e i social network, i vostri dispositivi sono anche gli smartphone e i Tablet.

La grande sfida

Per noi Paoline/i, la grande sfida non consiste tanto nell'uso dei media, quanto piuttosto, nel testimoniare i valori evangelici in un contesto sociale che ne suggerisce altri, nel far conoscere l'uomo all'uomo, nel difendere i valori propri della persona. Evangelizzare, quindi, non è solo immettere contenuti ispirati al Vangelo nelle nostre produzioni. Ciò non basterebbe senza la testimonianza dei valori propri del Vangelo, in una società ormai caratterizzata dalla cultura della comunicazione. Annunciare la Buona novella, per noi significa dunque esserci dentro pienamente in questa cultura della comunicazione; vivere fino in fondo le positività in essa presenti, accettando tutti i rischi che essa comporta, consapevoli delle opportunità che offre per la diffusione del Vangelo e dei valori della vita accolta, vissuta, difesa nella pienezza della sua dignità.

Noi viviamo il mondo della comunicazione sociale e le nuove tecnologie come se fossero parte integrante del nostro DNA carismatico. Dentro la cultura della comunicazione, noi troviamo il nostro habitat naturale, il "luogo" dove viviamo il ristoro e l'arricchimento del vivere in comune, l'alimento per la nostra preghiera e per il nostro essere consacrate a Dio per il Vangelo.

Una forte empatia

Ovviamente, guardiamo con empatia questo mondo e lasciamo fuori dal nostro contesto esistenziale (oserei dire, fuori dalla nostra casa interiore), le crociate contro i media, l'indistinta valutazione negativa e aggressiva verso gli strumenti che di per sé non sono l'origine del male.

L'empatia, a torto lungamente ignorata dalla storia, «È il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà», scrive Jeremy Rifkin, nel suo volume La civiltà dell'empatia (Mondadori 2010). Questo significa che l'empatia è come un collante sociale che consente di far nostre le esperienze altrui, rendendo possibile l'immedesimazione e la solidarietà reciproca. In nome di questa civiltà e di questa possibile solidarietà, noi viviamo una forte empatia verso le nuove tecnologie, adoperandoci affinché, da un lato non vengano demonizzate per il solo fatto di esistere e dall'altro, perché non si crei verso di loro una dipendenza irrazionale.

Noi viviamo "dentro" il mondo della comunicazione senza appartenere ad esso. Dentro questo mondo ci giochiamo la vita. La nostra spiritualità incentrata su Gesù Via, Verità e Vita non vive avulsa dal contesto umano e sociale dei nostri contemporanei. Noi vediamo molti di loro sciupare i giorni rincorrendo miraggi di ricchezza e di immagine, a danno della vita reale. Di fronte a ciò, non vogliamo restare passive. Non vogliamo farci fagocitare da queste tendenze culturali, e nemmeno accettiamo che altre persone ne restino schiacciate.

Le apparenze non sono sufficienti

Perciò, la vita che condividiamo con altre sorelle e fratelli, la nostra preghiera e la nostra dimensione spirituale, restano intrise anzitutto, come è ovvio, del buon "odore di Cristo", come diceva l'apostolo Paolo, ma anche del buon sapore dei valori umani: bellezza, arte, musica, ecologia come rispetto del creato, come educazione verso l'ambiente e verso le persone che ci circondano. Restano, altresì, intrise del dolore e dello smarrimento di molti nostri contemporanei. Dentro questo mondo della comunicazione sociale noi viviamo il nostro quotidiano, consapevoli che per il fatto stesso che esistiamo, come congregazione che ha questo Carisma, noi diciamo che le apparenze non sono sufficienti a dare sostanza alla vita. Diciamo che la vita sociale e civile esigono coraggio nel denunciare, quando è necessario, esigono coerenza evangelica, sempre.

Vigili abitanti di questa cultura

Noi non possiamo vivere ai margini di questa società della comunicazione. Non vogliamo restare sulla soglia a criticare. Viceversa, scegliamo di abitarla come fermento, essendo noi, vigili abitanti di questa cultura, pur conoscendo bene i limiti che la contraddistinguono. Conosciamo le energie, il positivo e il negativo che sprigiona il mondo della comunicazione sociale. Ma, senza nasconderci dietro fanatici atteggiamenti, stiamo dentro per dire con la vita che la giustizia, il bene comune, la pace, l'uguaglianza sociale sono valori della vita individuale e della convivenza sociale. E questi valori a volte passano con una forza dirompente attraverso i media.

Tornare indietro per ringraziare Dio

Mi colpisce sempre il racconto evangelico dei 10 lebbrosi guariti, dei quali, uno solo torna indietro a ringraziare Gesù (Lc 17, 11-19). Anche noi, come quel lebbroso, "torniamo indietro" a ringraziare Dio per quanto di bello il mondo digitale e informatico offrono all'umanità. Dopo che le ferite inferte dallo strapotere mediatico sono risanate, "torniamo indietro" a ringraziare Dio perché ci sentiamo riconciliate con la cultura della comunicazione, perché il bene e il buono che propongono i media, le reti sociali e il web, riconciliano la gente con il mondo della comunicazione. È possibile vivere da persone riconciliate con i media. «Con Internet ogni computer è una voce», affermava la scrittrice iraniana Marina Nemata in un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica (10/12/2010).

I nativi digitali

Per le giovani generazioni e i "nativi digitali", sono soprattutto le nuove tecnologie a caratterizzare la cultura di oggi. Il tablet, lo smartphone, il cellulare, Internet con i siti Web e i social network come Facebook, Myspace, Youtube, Twitter eliminano le distanze e aprono orizzonti comunicativi che sono sicuramente un bene per l'umanità, ma verso i quali urge educare all'uso per evitare l'abuso. La stessa Cei ha sentito l'urgenza di riflettere sul bene che deriva dal mondo digitale, intitolando il convegno del 2010 Testimoni digitali (Roma).

L'inganno degli stereotipi

Siamo circondati da media, anzi, siamo "immersi" in un mondo informatico e informatizzato che non può essere visto e vissuto come un nemico da combattere. L'approccio aggressivo verso questo mondo non produce benefici, mentre un approccio empatico, può indicare strade percorribili anche se in salita. I media, soprattutto la televisione, in ossequio all'esigenza della spettacolarizzazione insita nel piccolo schermo, sono ormai diventati un moderno campo di battaglia in cui si propinano diverse immagini o idee, ad esempio, di famiglia e di società. E così, spesso i telespettatori non si fidano più, perché i tradizionali mass media, soprattutto negli ultimi anni, si sono giocati gran parte della credibilità di cui godevano. Davanti alla TV, lo spettatore è vulnerabile perché la brevità dei messaggi pur sostenuti dalle immagini, non consente la comprensione dei fenomeni che stanno dietro a gravi fatti di cronaca. Si ricevono messaggi, slogan, informazioni incomplete basate sugli stereotipi che consentono facilmente di contenere la notizia nei classici 3 minuti. 

Quali responsabilità hanno gli operatori della comunicazione, davanti al dilagare di modelli di vita che, proposti dai media, diventavano essi stessi il modus vivendi della gente? Come valutare il contesto sociale mutuato dall'influsso mediatico e come essere segno di contraddizione, tanto caro al Vangelo e sempre valido? I non valori, i fragili legami familiari, i nuovi modelli familiari sono lì a denunciare come noi credenti, siamo deboli testimoni del bene. Senza accorgerci, ci occupiamo più facilmente della crisi della famiglia, ignorando chi, a volte con fatica, riesce a traghettare il rapporto coniugale e parentale, oltre le secche della difficoltà. Troppo facilmente siamo pronti a tranciare giudizi sui "diversi" e sulle crisi della famiglia, ma poco solerti nell'offrire una parola di conforto e di sostegno alle famiglie tradizionali! Abbiamo forse imparato dai media a trarre conclusioni prima di aver fatto le giuste valutazioni? 

Davanti a tutto questo e in aggiunta, con una pubblica opinione che sembra assopita e spenta, forse assuefatta al clima di sfiducia generalizzato, davanti a tutto questo, dicevo, sulla bilancia dei media e del loro strapotere, che via di uscita ci rimane? La Famiglia Paolina, pur presente in tutto il mondo, anche in Paesi islamici, resta una piccola realtà, nonostante Famiglia Cristiana, Telenova, le edizioni multimediali e via dicendo. Siamo una piccola realtà, almeno in Italia, se confrontata con altri editori. Ma se non possiamo competere con i grandi mezzi, restiamo tuttavia una significativa presenza sul territorio svolgendo, attraverso i nostri Centri culturali e quelli multimediali, micro attività comunicative. Non si tratta di un discorso consolatorio bensì di un credo esistenziale.

Alcune iniziative multimediali

Tra le varie iniziative della Famiglia Paolina, alcune si caratterizzano per la territorialità, altre per la massmedialità. Tutte comunque rientrano nella pastorale della comunicazione. Una di queste iniziative, evidenzia la nostra diretta collaborazione con le chiese locali. Ogni anno, Paoline e Paolini insieme, realizziamo la Settimana della comunicazione per dare rilievo alla Giornata mondiale della Comunicazione indetta dal Concilio Vaticano secondo.

Partita quasi in sordina anni fa, questa iniziativa è stata capace di catalizzare attorno al tema scelto ogni anno dal Papa e del relativo Messaggio, una fucina di iniziative e fermenti apostolici che hanno visto realizzare nelle nostre librerie e nelle sale cittadine, concerti, presentazioni di libri, dibattiti, convegni, spettacoli teatrali e musicali. In concomitanza con la Settimana, poi, organizziamo il Festival della comunicazione, già realizzato nelle diocesi di Salerno, Bari, Brescia, Alba, Caserta, Padova, Caltanissetta, Avezzano (2013). Per organizzare il Festival, ci mettiamo a fianco della diocesi prescelta e sul territorio, diamo concretezza a iniziative incentrate sulla Comunicazione sociale. Convegni, preghiere, incontri, dibattiti, concorsi, visite guidate nei luoghi della cultura locale, concerti. Questa è un'esperienza non facile perché ogni anno si ricomincia da zero. Infatti, il festival della comunicazione, per scelta, è itinerante e ci porta nelle diocesi dove siamo accolti perché "conosciuti" come coloro che lavorano per il Vangelo valorizzando i media. E ogni volta, scopriamo che le chiese locali sono ricche di esperienze, di tradizioni, di cultura e di iniziative che spesso non arrivano sui mezzi di informazione nazionali, ma esistono e operano fra la gente. Sia la Settimana che il Festival sono in rete tramite Facebook, Twitter, YouTube e dispongono di distinti siti web: www.settimanadellacomunicazione.it/ e www.festivaldellacomunicazione.org/

Accanto a questa attività di pastorale della comunicazione "porta a porta", ne svolgiamo altre, più innovative. Tra tutte, ricordo la nostra presenza nell'oggi digitale con il bolg http://cantalavita.com/ che propone la rinnovata scoperta del messaggio cristiano, soprattutto in questo Anno della fede. Ogni mese, seguendo un calendario prestabilito, vengono proposte online riflessioni, tracce di preghiera e adorazione che possono essere scaricate e valorizzate personalmente o con il gruppo in parrocchia. Questi incontri virtuali di catechesi, si propongono di aiutare le persone a comprendere che la fede deve diventare vita.

Fare la carità della verità

Questa è la nostra vocazione! La fede, la speranza, la carità si sostanziano di questa pastorale delle Comunicazioni. Nel complesso mondo della comunicazione, in questa società in continuo mutamento (tanto da essere definita dal pensatore Zygmunt Bauman, "società liquida"), ci sfuggono tante cose e anche noi, come il cieco di Gerico narrato in Marco (10, 46-52), vogliamo vedere Gesù e desideriamo vedere l'umanità e la società della comunicazione illuminate da bagliori che portano luce sul cammino di chi è in ricerca di senso. «Chiamarono il cieco dicendogli: coraggio! alzati, ti chiama. Egli gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Ecco,  quel "balzare in piedi", dopo la "chiamata" di Gesù, è l'atteggiamento pertinente alla nostra vocazione di "fare la carità della verità".

(Cristina Beffa, fsp)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Lunedì sera, dopo la sessione sinodale, è stato presentato a un certo numero di Padri sinodali il film "Bells of Europe – Campane d'Europa" sul tema dei rapporti fra il cristianesimo, la cultura europea e il futuro del Continente. Il film presenta estratti di una serie di eccezionali interviste originali con le maggiori personalità religiose cristiane, il Papa Benedetto XVI, il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, il Patriarca di Mosca Kirill, l'Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, l'ex presidente della federazione delle Chiese Evangeliche in Germania Huber e altre personalità della politica e della cultura. Il filo unificante del film è dato dal suono delle campane dei diversi angoli del Continente e dalla fusione di una campana nell'antica fonderia di Agnone. La colonna sonora è realizzata anche con musiche del famoso compositore estone Arvo Pärt. Anche Arvo Pärt è intervistato, e spiega come sia stato appunto ispirato dal tintinnio delle campane. Realizzato dal Centro Televisivo Vaticano in base a un'idea del Padre Germano Marani, con il supporto di diverse altre istituzioni, fra cui la Fondazione La Gregoriana, il film è ora a disposizione di RAI Cinema, che ne detiene i diritti per la diffusione televisiva e home video. Un fascicolo con i testi integrali delle interviste realizzate in occasione del film, in versione italiana e inglese, è stato distribuito a tutti i partecipanti al Sinodo. Da segnalare naturalmente anzitutto il testo dell'ampia intervista del Santo Padre Benedetto XVI, che riportiamo qui di seguito:

D. – Santità, nelle sue Encicliche Lei sta proponendo un'antropologia forte, un uomo abitato dalla carità di Dio, un uomo dalla razionalità allargata dall'esperienza di fede, un uomo che ha una responsabilità sociale grazie alla dinamica della carità, ricevuta e donata nella verità. Santità, proprio in questo orizzonte antropologico in cui il messaggio evangelico esalta tutti gli elementi degni della persona umana, purificando le scorie che offuscano l'autentico volto dell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio, Lei ha più volte ribadito che questa riscoperta del volto umano, dei valori evangelici, delle profonde radici dell'Europa è motivo di grande speranza per il continente europeo e non solo. Può spiegarci le ragioni della sua speranza?

R. – Il primo motivo della mia speranza consiste nel fatto che il desiderio di Dio, la ricerca di Dio è profondamente scritta in ogni anima umana e non può scomparire. Certamente, per un certo tempo, si può dimenticare Dio, accantonarlo, occuparsi di altre cose, ma Dio non scompare mai. E' semplicemente vero quanto dice sant'Agostino, che noi uomini siamo inquieti finché non abbiamo trovato Dio. Questa inquietudine anche oggi esiste. E' la speranza che l'uomo sempre di nuovo, anche oggi, si ponga in cammino verso questo Dio. Il secondo motivo della mia speranza consiste nel fatto che il Vangelo di Gesù Cristo, la fede in Cristo è semplicemente vera. E la verità non invecchia. Anch'essa si può dimenticare per un certo tempo, si possono trovare altre cose, la si può accantonare, ma la verità come tale non scompare. Le ideologie hanno un tempo contato. Sembrano forti, irresistibili, ma dopo un certo periodo si consumano, non hanno più la forza in loro, perché manca loro una verità profonda. Sono particelle di verità, ma alla fine si sono consumate. Invece il Vangelo è vero, e perciò non si consuma mai. In tutti i periodi della storia appaiono sue nuove dimensioni, appare tutta la sua novità nel rispondere alle esigenze del cuore e della ragione umana, che può camminare in questa verità e trovarvisi. E perciò, proprio per questo motivo, sono convinto che ci sia anche una nuova primavera del cristianesimo. Un terzo motivo empirico lo vediamo nel fatto che questa inquietudine oggi lavora nella gioventù. I giovani hanno visto tante cose – le offerte delle ideologie e del consumismo – ma colgono il vuoto in tutto questo, la sua insufficienza. L'uomo è creato per l'infinito. Tutto il finito è troppo poco. E perciò vediamo come, proprio nelle nuove generazioni, questa inquietudine si risveglia di nuovo ed essi si mettono in cammino, e così ci sono nuove scoperte della bellezza del cristianesimo. Un cristianesimo non a prezzo moderato, non ridotto, ma nella sua radicalità e profondità. Quindi, mi sembra che l'antropologia come tale ci indichi che ci saranno sempre nuovi risvegli del cristianesimo e i fatti lo confermano con una parola: fondamento profondo. E' il cristianesimo. E' vero, e la verità ha sempre un futuro.

D. – Santità, Lei ha più volte ribadito che l'Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale su tutto il genere umano e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile, non solo del proprio futuro, ma anche di quello dell'umanità intera. Guardando avanti, è possibile tratteggiare i contorni della testimonianza visibile dei cattolici e dei cristiani appartenenti alle Chiese ortodosse e protestanti, nell'Europa dall'Atlantico agli Urali, che, vivendo i valori evangelici in cui credono contribuiscano alla costruzione di un'Europa più fedele a Cristo, più accogliente, solidale, non solo custodendo l'eredità culturale e spirituale che li contraddistingue, ma anche nell'impegno a cercare vie nuove per affrontare le grandi sfide comuni che contrassegnano l'epoca post-moderna e multiculturale?

R. – Si tratta della grande questione. E' evidente che l'Europa ha anche oggi nel mondo un grande peso sia economico, sia culturale e intellettuale. E, in corrispondenza a questo peso, ha una grande responsabilità. Ma l'Europa deve, come Lei ha accennato, trovare ancora la sua piena identità per poter parlare e agire secondo la sua responsabilità. Il problema oggi non sono più, secondo me, le differenze nazionali. Si tratta di diversità che non sono più divisioni, grazie a Dio. Le nazioni rimangono e nella loro diversità culturale, umana, temperamentale, sono una ricchezza che si completa e dà nascita ad una grande sinfonia di culture. Sono fondamentalmente una cultura comune. Il problema dell'Europa di trovare la sua identità mi sembra consistere nel fatto che in Europa oggi abbiamo due anime: un'anima è una ragione astratta, anti-storica, che intende dominare tutto perché si sente sopra tutte le culture. Una ragione finalmente arrivata a se stessa che intende emanciparsi da tutte le tradizioni e i valori culturali in favore di un'astratta razionalità. La prima sentenza di Strasburgo sul Crocifisso era un esempio di questa ragione astratta che vuole emanciparsi da tutte le tradizioni, dalla storia stessa. Ma così non si può vivere. Per di più, anche la "ragione pura" è condizionata da una determinata situazione storica, e solo in questo senso può esistere. L'altra anima è quella che possiamo chiamare cristiana, che si apre a tutto quello che è ragionevole, che ha essa stessa creato l'audacia della ragione e la libertà di una ragione critica, ma rimane ancorata alle radici che hanno dato origine a questa Europa, che l'hanno costruita nei grandi valori, nelle grandi intuizioni, nella visione della fede cristiana. Come Lei ha accennato, soprattutto nel dialogo ecumenico tra Chiesa cattolica, ortodossa, protestante, quest'anima deve trovare una comune espressione e deve poi incontrarsi con questa ragione astratta, cioè accettare e conservare la libertà critica della ragione rispetto a tutto quello che può fare e ha fatto, ma praticarla, concretizzarla nel fondamento, nella coesione con i grandi valori che ci ha dato il cristianesimo. Solo in questa sintesi l'Europa può avere il suo peso nel dialogo interculturale dell'umanità di oggi e di domani, perché una ragione che si è emancipata da tutte le culture non può entrare in un dialogo interculturale. Solo una ragione che ha un'identità storica e morale può anche parlare con gli altri, cercare una interculturalità nella quale tutti possono entrare e trovare una unità fondamentale dei valori che possono aprire le strade al futuro, a un nuovo umanesimo, che deve essere il nostro scopo. E per noi questo umanesimo cresce proprio dalla grande idea dell'uomo a immagine e somiglianza di Dio.

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