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2011 Intervista per l'Osservatore Romano. Congresso "Chiesa e cultura digitale". (Cile)
INTERVISTA PER L'OSSERVATORE ROMANO
Congresso "Chiesa e cultura digitale" Cile 2011
S.E Mons. Claudio M. CELLI
Al Congresso su Chiesa e cultura digitale celebrato in Cile lei ha posto particolarmente l'accento sul ruolo della comunicazione nella nuova evangelizzazione, sottolineando il rapporto missione-comunicazione. Ci vuole specificare meglio come si può sviluppare questo rapporto?
La Chiesa, soprattutto a partire del Concilio Vaticano II, si è vista interpellata dai profondi cambiamenti culturali provocati dall'accelerazione comunicativa. I Pontefici -in particolare il Beato Papa Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI- hanno incoraggiato i fedeli ad avere un ruolo attivo nel campo della comunicazione, ponendo il Vangelo come centro del messaggio da diffondere e far conoscere nella realtà tutta nuova del <villaggio globale>. Sotto questa luce, la Chiesa sta rileggendo i diversi aspetti della propria natura e missione, che tuttavia ripropongono, in primo piano, la verità fondamentale della dinamica comunicativa di Dio: con sempre nuovo stupore scopriamo che l'essenza di ogni atto comunicativo della Chiesa non può che rivolgersi alla sua stessa natura, quella di una comunità fondata da un Dio fatto uomo e dalla sua Parola. La Chiesa è nata per comunicare la Buona Novella che Dio ha rivelato in Cristo.
Già a Santo Domingo, nel 1992, i Vescovi latinoamericani avevano affermato che la Chiesa comunica-per-la-comunione; questa è stata, da quel momento, una guida forte nell'agire quotidiano delle comunità. La comunicazione è veramente nel "DNA" della Chiesa, ed essa non può certo ignorare nessuna fase o nessun traguardo della comunicazione, tanto meno la "cultura digitale" originata dai nuovi media. Dobbiamo osservare, ascoltare, imparare e dialogare, ma non solo. La comunità dei credenti deve anche ravvivare la comunicazione al suo interno, e soprattutto deve avvertire il dovere di servire e illuminare la cultura digitale alla luce del Vangelo, agendo come fermento nella massa. Ecco, in poche parole, il perché del Congresso di Santiago del Cile. La Chiesa in America Latina, impegnata nella Missione continentale lanciata dai Vescovi ad Aparecida nel 2007, è molto vivace, intraprendente, e ha assunto con entusiasmo l'impegno della nuova evangelizzazione. Anche per questo l'esperienza che abbiamo vissuto a Santiago in Cile, accolti da S. E. mons. Ezzati, dalla conferenza episcopale e dall'Università Cattolica del Cile, è stata un momento di autentico incontro ecclesiale. Particolarmente significativa è stata la partecipazione: 15 vescovi continentali, duecento convegnisti e una <con-presenza> in rete di 15 mila contatti virtuali.
Lei ha parlato anche di Teologia della comunicazione.
Si, da tempo il Pontificio Consiglio incoraggia una riflessione che porti avanti questo aspetto della teologia. Si tratta di una chiara esigenza del nostro tempo, segnato dal comunicare. L'obiettivo è approfondire la conoscenza di Dio dal punto di vista della comunicazione. È stato S.E. Agustin Radrizzani, Arcivescovo di Mercedes-Lujan e Presidente della Commissione della comunicazione nella Conferenza Episcopale Argentina, ad affermare che "la trasformazione epocale che viviamo, con le sue virtù e le sue tentazioni, può scoprirsi ancorata in una nuova scoperta di Dio, del mondo e della realtà profondamente legati tra loro, intrecciati in una dinamica comunicativa che si realizza nella donazione di sé, e si risolve in un intimo essere-e-vivere-in-relazione verso la comunione". Mi piace sottolineare il fatto che, non potendo raggiungere Santiago a causa delle ceneri del vulcano che ostacolavono i voli da Buenos Aires, mons. Radrizzani ha partecipato al Congresso in videoconferenza, prendendo poi parte attiva alla discussione generale.
Il nostro Consiglio, che ha instaurato contatti a larga scala con teologi ed istituzioni di Chiesa impegnati ad approfondire il tema della teologia della comunicazione nei diversi continenti, aprirà quanto prima un apposito 'Forum' nel proprio sito.
Affascinante sembra l'idea del nuovo continente digitale, senza confini. Come identificarlo?
È stato Papa Benedetto XVI a far riferimento a questo nuovo continente (cf. Messaggio per la XLIIIa. Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2009) come una sfida per l'evangelizzazione. Gli abitanti di questo "continente" sono ormai più di due miliardi nel mondo, soprattutto attraverso i telefonini. Si tratta di una forma nuova di realtà, anche se non è percepibile a occhio nudo, perché vi partecipano delle vere persone. Un segno lo troviamo nei giovani, talvolta concentrati sui loro telefonini, computer ed iPod. Quando celebriamo la Messa, forse la metà più giovane dei nostri fedeli è abitante di quel territorio, e chissà se il nostro linguaggio, pensato per altri pubblici, riesce ad essere significativo per loro.
Pensiamo inoltre che la società digitale è formata da milioni di persone che non andranno in Chiesa la domenica e forse mai... Come si sentiranno interpellati dall'Amore di Dio se nessuno si fa loro prossimo nel nome di Cristo? Il ciberspazio va considerato, sempre più, come una grande opportunità di evangelizzazione.
Quale potrebbe essere il ruolo della Chiesa, in tutte le sue componenti, in questo nuovo continente?
A dire il vero, la Chiesa ha già aperto la strada. Ha di fatto un ruolo che progressivamente sta trovando nuove articolazioni per guadagnare peso specifico nell'insieme del ciberspazio. Le diverse forme di presenza vanno dai siti web alle newsletter, dai videogiochi alla musica sacra, dal sostegno on line per la preghiera e la <Lectio divina>, alle applicazioni per gli smart phones. La sfida è quella di avere una presenza più coesa, anche nella diversità dei componenti, come "corpo vivo nella società-rete",. La necessità è quella di articolarci molto di più tra noi. Perciò la RIIAL (Rete informatica della Chiesa in America Latina), che è l'ultima arrivata nel mondo della comunicazione cattolica, aiuta ad avere una visione di rete per non trascurare nessuno e per attivare i vincoli di collaborazione fra tutti. L'immagine della rete è molto forte e opportuna per il mondo di oggi. Tutti sono invitati a questo "tavolo di condivisione" in cui il 'vestito di festa' è la disponibilità ad offrire ciò che si possiede, e accettare umilmente ciò che si può ricevere dagli altri.
Credo che la Chiesa abbia ricevuto dal Signore una indicazione precisa per la sua presenza nel mondo: essere sale, luce, lievito. Modesta ma incisiva allo stesso tempo, come colei che accompagna, ascolta ed annuncia nei linguaggi propri dell'interlocutore.
2011 Intervista del quotidiano cattolico polacco Nasz Dziennik" a sua E. M. Claudio M. Celli
INTERVISTA
Quotidiano cattolico polacco Nasz Dziennik"
S.E. MONS. CLAUDIO MARIA CELLI
1) Nella professione giornalistica esistono principi-base del tutto indipendenti dalle diverse fasi che la comunicazione, o i suoi mezzi, può attraversare. L'onesta ricerca della verità, la lealtà nei confronti dei lettori e la competenza specifica - ovvero il saper fare il proprio lavoro - sono elementi che nessuna rivoluzione tecnologica potrà mai mettere da parte. Può cambiare il modo di affrontare il proprio lavoro, ma per un operatore dell'informazione il riferimento corre subito a una serie di valori <non negoziabili>, senza i quali non si può neppure parlare di professione giornalistica. Direi, anzi, che le nuove tecnologie, richiedendo una professionalità più completa, portano ancor più in primo piano l'esigenza di non arretrare sul piano dei principi-base che regolano la professione.
2) Il Pontificio Consiglio di cui sono alla guida, è il dicastero della Santa Sede che ha cura, insieme ad altri organismi, della promozione e dello sviluppo della comunicazione all'interno della chiesa cattolica. Operare all'interno, non significa, però, limitare il raggio della comunicazione in una sfera circoscritta, anche se straordinariamente estesa, come, in realtà, è la chiesa universale. Il nostro impegno è <ad intra> ma per fare in modo che all'esterno si recepisca sempre più a fondo il messaggio salvifico del Signore. In tutti i sensi, il nostro dicastero, al pari di tutti gli altri della Santa Sede, è impegnato primariamente nel campo dell'annuncio e, quindi, dell'evangelizzazione. Nostro <strumento> di lavoro è infatti la Parola che cerchiamo di declinare nella parola corrente che segna i nostri giorni e il nostro compito di comunicatori.
3) La vita dei media cattolici non è stata mai facile, e - credo - non lo sarà mai anche nel futuro. Ma prendere atto di questa realtà non significa affatto abbandonarsi a lamenti fuori luogo, o ridimensionare impegni e obiettivi. Per raccontare il mondo che viviamo - largamente influenzato e condizionati proprio dai media - gli strumenti della comunicazione cattolica non sempre risultano adeguati. E, aggiungerei, per fortuna. Perché il rischio dell'assuefazione e della banalizzazione è sempre dietro l'angolo. Ritengo necessario, proprio per questo, che i media cattolici si attrezzino per quella che può essere definita <controinformazione>: un modo non necessariamente polemico, ma sicuramente alternativo, di guardare alla realtà delle cose. E approfondirle alla luce del Messaggio evangelico.
4) In parte credo di aver già risposto a questa domanda. Si può aggiungere che si tratta di un compito sempre più importante e urgente. I tempi della comunicazione sono diventati non solo più veloci, ma ormai marciano verso il tempo reale. Dobbiamo prenderne atto e agire di conseguenza.
5) Quanto più i mezzi tecnici diventano raffinati e i tempi della comunicazione quasi si azzerano, tanto più si rende necessario - io credo - puntare sul versante della riflessione e dell'approfondimento. La comunicazione non può essere, e non è, solo tecnologia. C'è il valore del messaggio da rimettere al primo posto, soprattutto nel momento in cui viene messo in ombra proprio dalle sempre più sbalorditive conquiste tecnologiche. I mezzi servono, e sono indispensabili, quando si ha qualcosa da comunicare. Nessuno più dei cattolici può essere consapevole di una verità come questa.
6) Quando un mezzo di comunicazione arriva a festeggiare gli anniversari, si è di fronte, sempre, a un avvenimento importante. Venti anni, poi, nel mondo della comunicazione moderna, rappresentano un tratto di vita importante e significativo. E quando a festeggiare è uno strumento come la radio, la ricorrenza assume un valore ancora maggiore. La Radio sta vivendo davvero una sua seconda vita, e continua a imporsi come un <mezzo antico dall'anima moderna>. Proprio alla radio, e al suo futuro, il nostro dicastero ha dedicato un apposito congresso; uno dei più efficaci e riusciti tra i tanti che abbiamo organizzato. A <Radio Maria> che compie i suoi primi 20 di vita il nostro Pontificio Consiglio non può che augurare un lungo e proficuo servizio alla Parola e all'uomo e alla donna di oggi nella piena comunione ecclesiale.
















