Chiesa e Comunicazione

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Città del Vaticano (ilsismografo.blogspot.it) "AbcNews" ("World News Tonight") manderà in onda il 4 settembre prossimo una videoconferenza di Papa Francesco con alcuni studenti di una scuola media dei gesuiti di Chicago, con fedeli di una comunità cattolica al confine con il Messico e con un gruppo di volontari che prestano la loro opera nelle strade di Los Angeles; conversazione della quale sono stati anticipati alcuni momenti, in particolari immagini del filmato.

Con il Santo Padre in Vaticano c'era David Muir, presentatore e moderatore dell'incontro, al quale il Santo Padre ha risposto a diverse domande. Muir ha affermato: "Il Papa mi ha detto che è pronto e mi ha consegnato un paio di messaggi per il popolo americano prima della sua storica visita". Francesco, ha precisato il presentatore, mi ha detto in concreto: "Per me è molto importante incontrare tutti voi, cittadini degli Stati Uniti; voi tutti con la vostra storia , la vostra cultura, le vostre virtù, le vostre gioie, la vostra tristezza, i vostri problemi, come tutte le altre persone del mondo. Ecco perché questo viaggio è importante per me: avvicinarmi a tutti voi seguendo il percorso della vostra storia". Infine. il Santo Padre ha detto a Muir: "Continuo a pregare per tutti voi e vi chiedo per favore di pregare per me".

Valerie Herrera, studente di 17 anni di Chicago ha pianto mentre raccontava al Papa di essere stata vittima di abusi e di aver trovato consolazione e sostegno rifugiandosi nella musica. A questo punto, il Santo Padre, molto commosso, in inglese ha chiesto a Valerie di cantare una canzone. Vedendo che la ragazza era titubante Francesco ha avuto parole di incoraggiamento: "Dai, coraggio", ha detto. Alla fine il Papa ha ringraziato Valerie per la bella canzone ("Por ti Maria").

Gli studenti appartengono alla scuola gesuita Cristo Re di Chicago, i fedeli cattolici sono membri della comunità McAllen di Texas e i volontari di Los Angeles lavorano in particolare con senzatetto e tossicodipendenti. L'intervista integrale, inglese-spagnolo, sarà trasmessa il 4 settembre e disponibile in seguito  sul sito web della Tv statunitense.

di Luis Badilla

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Qual è il contributo che Papa Francesco sta offrendo agli "abitanti" dei Social Network e quale sfida pone alla Chiesa la cultura digitale? Sono alcuni dei temi affrontati, nell’intervista di Alessandro Gisotti, da mons. Lucio Adrian Ruiz, capo ufficio del Servizio Internet Vaticano e segretario della Segreteria per la Comunicazione, istituita dal Pontefice a fine giugno. Mons. Ruiz inizia la sua riflessione soffermandosi sull’iscrizione di Papa Francesco alla Gmg di Cracovia, utilizzando un tablet, avvenuta all'Angelus del 26 luglio scorso:

R. – L’iscrizione del Santo Padre, col tablet, all’Angelus, penso che sia stato un momento molto, molto bello per tutti e penso che il valore - in un primo pensiero – sia doppio. Il primo è questo messaggio del Santo Padre di dire ai giovani del mondo: “Ragazzi, il cammino della Gmg è iniziato, quindi preparatevi e cominciamo a camminare assieme verso la Gmg”. Quindi la Gmg non è un qualcosa che sarà l’anno prossimo o che si terrà in un qualche momento del futuro: è un processo che ha bisogno di una preparazione  non solo organizzativa, ma pure del cuore. Quindi avviamoci verso Cracovia in maniera che non soltanto l’organizzazione sia pronta, ma che il cuore sia pronto a vivere un momento così importante. Questa è la prima valenza di un messaggio così forte, in cui il Papa si presenta e si iscrive per primo: invitare tutti i giovani ad iscriversi, ma ad iscriversi piuttosto con il cuore. L’altro è che ha parlato a loro nel loro linguaggio. Non lo ha detto soltanto a parole, ma ha fatto questa iscrizione col tablet, toccando il tablet e lanciando la procedura di iscrizione. Lui stesso ha concluso dicendo: “Ecco, mi sono iscritto!”. Ha parlato loro nel loro linguaggio e questo loro lo hanno capito e infatti le iscrizioni sono cominciate ad arrivare da subito: pochi minuti dopo l’iscrizione del Santo Padre ci sono state migliaia di iscrizioni da parte dei giovani. Quindi lui ha parlato nel loro linguaggio e loro lo hanno capito e hanno sentito questo invito del Santo Padre. E’ stato un dialogo tra il Santo Padre e i giovani del mondo: un dialogo fatto da un piccolo gesto, ma un dialogo che si è stabilito e che ha prodotto i frutti.

D. – Papa Francesco si è definito un “bisnonno” rispetto alla cultura digitale, eppure i suoi gesti e le sue parole hanno un grande seguito sui social network. Come spiega questo successo?

R. – Lui dice sempre che non sa usare la tecnologia e, infatti, lui non usa la tecnologia. In un certo modo, però, neanche i giovani supertecnologici “usano” la tecnologia. Perché? Perché la tecnologia serve loro per “comunicarsi”: se uno li guarda, li osserva nell’utilizzo dei dispositivi, i giovani non sono attaccati ad un pezzo di elettronica, quello che stanno cercando è una comunicazione, è condividere una foto, condividere un momento, raccontare di eventi e di momenti vissuti. Sono quindi in una dinamica di comunicazione che oltrepassa fortemente il dispositivo in se stesso. In qualche maniera neanche loro usano la tecnologia: usano uno strumento per comunicare. Per questo si realizzata questo dialogo, perché, in un modo o nell’altro, vanno oltre la tecnologia ed entrano in dialogo.

Questo è il punto importante e fondamentale: c’è un dialogo fra persone, che si vogliono parlare e che si vogliono ascoltare. Quindi il dialogo si stabilisce. Il Papa parla ad un uomo che conosce, ad un uomo contemporaneo; un uomo che è tecnologico, perché nella nostra vita di tutti i giorni – il telefono, il computer… - e nella nostra cultura c’è la digitalità e la tecnologia normalmente. E lui conosce questo uomo: non conosce la tecnologia, però conosce l’uomo e quindi amando e conoscendo questo uomo, gli parla e questo uomo recepisce il messaggio.

D. – L’account twitter del Papa @Pontifex oggi ha oltre 22 milioni di follower. Si vede come la scelta di Papa Benedetto sia stata lungimirante, anche se all’inizio non da tutti apprezzata. Secondo lei, c’è anche un invito ai fedeli, in queste scelte innovative, a volte anche controcorrente da parte dei Papi, a non avere paura delle nuove tecnologie e soprattutto delle tecnologie di comunicazione?

R. – Io penso che la questione sia un po’ più profonda, nel senso che il messaggio dell’Incarnazione – Cristo che si fa uomo e quindi Cristo che entra nella cultura dell’uomo – è stata la sfida per tutti i cristiani di tutte le epoche. Vivere la fede nella cultura di ognuno, in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo, è una sfida per tutti. Quindi l’invito a vivere veramente l’umanità, a vivere quindi una cultura come cristiani è qualcosa che sfida tutti noi, è qualcosa cui siamo stati invitati da tutti i Papi in tutta la storia: scappare dalla cultura e non vivere l’Incarnazione fino in fondo è una tentazione, è una realtà che ci tocca tutti quanti.

Questo, che è valido per tutta la cultura, per tutta la storia della Chiesa, si fa oggi nella cultura digitale. Quindi il non aver paura delle nuove tecnologie e il modo di dire lo stesso che si è detto nella storia lo viviamo nella nostra cultura e questa cultura è fortemente marcata, l’impronta di questa cultura è la digitalità, è la tecnologia. Da parte nostra, quindi, la sfida di poter cogliere questa realtà in maniera che non ci sia il digital divide, una divisione cioè fra coloro che usano la tecnologia – quindi vivono la propria cultura – e coloro che non vogliono saperne assolutamente niente: sono due culture parallele che non si parlano. Questo è l’invito: poter cogliere la sfida culturale e viverla.

D. – Spesso si sente dire che Internet ha bisogno di un’anima, che non è solo una rete di fili elettronici. Qual è il contributo che, secondo lei, Papa Francesco sta dando in questa direzione agli abitanti del cosiddetto “continente digitale”?

R. – Fondamentalmente il Papa ha riempito il network con la sua tenerezza, con la sua parola di misericordia, di amore, di incontro con un Gesù-Misericordia e che lui manifesta in tante realtà che la digitalità può trasportare immediatamente, come le sue carezze, il suo abbraccio, il suo sguardo, colti - per esempio - dalle foto. Le cose che si trasmettono digitalmente riescono a far arrivare questa tenerezza fino agli estremi confini del mondo. Possiamo vedere come la gente che può vedere solo a distanza – perché sono malati, perché sono poveri, perché non possono muoversi ed arrivare fino a Piazza San Pietro per conoscere Papa Francesco – dal proprio letto, dalla propria sedia a rotelle, dalla propria realtà lontana, dalla propria limitazione possono vivere e godere di una tenerezza, di una misericordia, di un messaggio così profondo come quello che trasmette Papa Francesco. E’ un utilizzo tecnologico la digitalità, però quello che sta generando in realtà è un incontro personale e profondissimo. Ricordo nel mio ultimo viaggio in Argentina, quando sono andato a visitare gli ammalati negli ospedali, portavo foto di Papa Francesco, che benediceva gli ammalati, li abbracciava.

Mi colpiva fortemente il fatto che i malati prendessero queste foto e le portassero subito al cuore; tanti piangevano perché sentivano probabilmente questa tenerezza che li abbracciava: il Papa abbraccia un malato in Piazza San Pietro, ma la foto era così coinvolgente, era un messaggio così forte che – senza dire niente – sentivano pure loro questo abbraccio, questa benedizione, questa tenerezza, questa misericordia… Qual è il contributo di Papa Francesco? La tenerezza e la misericordia, che nelle piccole frasi del tweet, del messaggio, del videomessaggio, della foto o di qualunque cosa sia riesce veramente a trasmettere in un mondo così solo, così sofferente il messaggio di amore di Gesù in gesti semplicissimi, che i mezzi digitali riescono a cogliere, riescono a trasmettere e dall’altra parte dell’universo la gente riesce a cogliere.

D. – Giusto 20 anni fa, nel 1995, Giovanni Paolo II faceva aprire il sito web del Vaticano: una scelta pioneristica all’epoca. Per esempio la Camera dei Deputati, in Italia, farà questa scelta solo alla fine degli anni Novanta. Qual è oggi, secondo lei, l’eredità che raccogliamo di quella scelta di Papa Wojtyla?

R. – Credo che questa scelta si inscriva in un contesto molto più grande, che è il contesto della Chiesa lungo tutti i sec

oli. La Chiesa ha sempre accompagnato la cultura e ha utilizzato i grandi fenomeni culturali per trasmettere il Vangelo, per trasmettere la persona di Gesù, per generare un incontro della persona con il Signore. Questo lo vediamo nella scrittura, nella pittura; lo vediamo nella musica, lo vediamo nella stampa, nella radio: la Chiesa ha sempre preso questi movimenti culturali profondi e li ha utilizzati sin da subito. Non è quindi un fenomeno estraneo alla vita della Chiesa. Nel ’95, l’anno più o meno della nascita del World Wide Web, stava nascendo un fenomeno culturale così importante di diffusione della realtà, di collegamento del mondo e del movimento culturale internazionale, se lì c’era l’uomo non poteva certo mancare la Chiesa. Quindi anche se con una pagina semplice - come nacque appunto nel 1995, il 25 dicembre - lì la Chiesa era presente! E’ stata una scelta che si inscrive nelle grandi scelte culturali della Chiesa lungo i secoli. Lì si fa presente nuovamente, in questo passo culturale del mondo, la Chiesa proprio aprendo questo sito, che oggi - celebreremo il prossimo dicembre 20 anni di vita – presenta una ricchezza per la Chiesa universale per tutto il Magistero sia del Papa attuale che, pian piano, cercando di collocarci dentro il Magistero di tutti i Papi, da Pietro fino ad oggi. Certo, sarà un lavoro di tutta una vita, ma pian pianino stiamo cercando di mettere un grande punto che offre a tutta la Chiesa universale il Magistero della Chiesa, in maniera che tutti possano conoscere che qui la Sede Apostolica offre alla Chiesa un punto dove vedere i diversi Papi, il Magistero; come si evolve, come cresce e come insegna la Chiesa lungo il passare dei secoli.

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Martedì, 21 Luglio 2015 06:29

Laudato si’, un’enciclica interattiva

Firenze (firenze2015.it) -  Era il 1995 e Giovanni Paolo II con lungimiranza faceva aprire il sito web vatican.va (la Camera dei Deputati, per esempio, adotterà questa scelta solo a fine anni ‘90) sancendo così l’ingresso della Santa Sede in Internet. Giusto vent’anni dopo, Papa Francesco ha avviato la riforma dei media vaticani mettendo nero su bianco, fin dall’incipit del motu proprio con il quale istituisce la Segreteria per la comunicazione, che questo processo di “ripensamento” e riorganizzazione è motivato innanzitutto “dalla presenza e dallo sviluppo dei media digitali”.

Un impegno che ha avuto nella pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’ quasi una “prova generale” soprattutto se puntiamo l’attenzione sui fattori della “convergenza” e dell’“interattività” che vengono indicati nel motu proprio. Come ha sottolineato il neoprefetto della segreteria per la Comunicazione, mons. Dario Edoardo Viganò, ci troviamo dinnanzi a un Papa “che non teme assolutamente di sottolineare la distanza tra la cultura nella quale è cresciuto, quella tipografica” e “la cultura cosiddetta digitale nella quale si trova a vivere il pontificato”.

Ma, al tempo stesso annota il direttore del Ctv sull’Osservatore Romano, “lo stile conversazionale e il dialogo” che Francesco “attiva si muovono” proprio grazie ai suoi giovani interlocutori “decisamente più figli della cultura digitale che non tipografica, in una comunità magmatica, fluida e dai contorni aperti”.

La stessa Laudato si’ sembra essere stata concepita da Papa Francesco come un “documento aperto”, che accoglie il contributo di più voci anche non ecclesiali. Già in Evangelii Gaudium erano numerose le citazioni di documenti delle Conferenze episcopali di diversi Paesi, ma Francesco nell’Enciclica sulla “cura della casa comune” cita anche il Patriarca ecumenico Bartolomeo I e addirittura un “mistico islamico”.

“Si potrebbe quasi dire – ha commentato padre Antonio Spadaro, ai microfoni di Radio Vaticana – che si tratta di un’Enciclica open source”. Effettivamente, sia il tema “trasversale” della difesa dell’ambiente che il linguaggio utilizzato fanno sì che un documento magisteriale sia “alla portata di tutti”. Non stupisce dunque se Laudato si’ è in vetta alla classifica dei libri di saggistica più venduti in Italia in questo periodo.

L’interattività è stata una dimensione particolarmente presente nella modalità in cui Laudato si’ è stata comunicata alla Chiesa e al mondo. Oltre alla tradizionale conferenza stampa, questa volta però avvenuta nell’Aula Nuova del Sinodo e non nella Sala Stampa della Santa Sede, l’Enciclica è stata rilanciata direttamente dall’Autore sul suo account Twitter. Per tutta la giornata, l’account @Pontifex – seguito da oltre 22 milioni di follower in 9 lingue – ha twittato passaggi della Laudato si’ che hanno così generato nella Rete un flusso di contenuti di “prima mano”, brevi ma incisivi.

L’esempio è stato prontamente ripreso anche dagli account di altre realtà ecclesiali come per esempio la Conferenza episcopale degli Stati Uniti (@USCCB) che ha alternato tweet con frasi riprese dall’Enciclica a commenti di vescovi statunitensi. Una campagna mediatica per riflettere su Laudato si’ è stata inoltre lanciata sui propri social network da “Chiesa in Expo” (@caritasinexpo e @expoholysee). Ogni giorno, su Twitter, Facebook e Instagram, vengono dunque proposte un’immagine e una frase per riflettere sui temi principali dell’Enciclica.

L’elemento convergenza si è invece visto soprattutto nel movimento di consenso che ha accompagnato la pubblicazione dell’Enciclica. Un convergere anche fisico di persone diverse, donne e uomini che si sono ritrovati compagni di strada nella comune difesa del Creato. E’ quanto si è sperimentato il 29 giugno in Piazza San Pietro quando ai partecipanti alla Marcia “Una terra, una famiglia umana”, promossa dalla Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontariato (FOCSIV) – quindi, un’associazione di ispirazione cristiana – si sono uniti rappresentanti di associazioni ambientaliste “laiche” come WWF e Legambiente. Un segno concreto di quella “cultura dell’incontro”, che Papa Francesco va ridicendo con gesti prima ancora che parole. Ma anche del “poliedro” come modello di globalizzazione che non annulla ma esalta le differenze (considerate ricchezze) in vista di un obiettivo comune.

Del resto, che questa Enciclica offra spunti preziosi per la riforma dei media (non solo vaticani) nell’era del Rapido Sviluppo lo conferma anche il paragrafo 47 del documento che offre un piccolo vademecum sulle “buone dinamiche” del mondo digitale. Una riflessione che, tra gli altri, ha trovato il plauso del blogger del New York Times, Andrew C. Revkin.

Francesco chiede che si agisca affinché i nuovi mezzi di comunicazione sociale “si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda”. E avverte che “i mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti” ma “a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza personale”. Parole che si ricollegano al primo messaggio di Francesco per la Giornata delle Comunicazioni Sociali dove, con originalità, il Pontefice indica il Buon Samaritano come modello per i giornalisti. Perché l’obiettivo di un buon comunicatore non è fare audience. È farsi prossimo.

di Alessandro Gisotti
vice-caporedattore alla Radio Vaticana

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Città del vaticano (Radio Vaticana) - L’enciclica di Papa Francesco sull’ecologia e sulla cura del creato è molto attesa dalla Chiesa filippina, che si sta preparando per darle il massimo risalto possibile. Diversi gruppi cattolici, soprattutto quelli impegnati nel settore - riferisce l'agenzia AsiaNews - hanno deciso una serie di iniziative per fare in modo che il testo firmato dal Pontefice sia compreso e diffuso il più possibile nel Paese.

L'esigenza di far conoscere a tutti l'enciclica
​Secondo il padre gesuita Michael Czerny, membro della Commissione episcopale di Giustizia e pace, l’enciclica “non otterrà il risultato sperato se i gruppi e i singoli cattolici non saranno pronti ad accoglierla e diffonderla”. Dello stesso avviso il missionario colombano padre John Leydon, che dice: “Le prime 72 ore dalla pubblicazione sono le più importanti. Se saremo in grado di tenere alta l’attenzione, allora la popolazione risponderà all’appello del Papa”.

Messaggi dell'enciclica sugli smathphone
In quest’ottica, il Global Catholic Climate Movement ha intenzione di incontrare e aggiornare gli operatori televisivi sui contenuti della “Laudato sì, sulla cura della casa comune” in modo da prepararli e far loro comprendere il messaggio profondo lanciato da Francesco. Allo stesso modo, i cattolici filippini intendono usare anche gli smartphone:”Abbiamo formato dei ‘gruppi’ – racconta l’attivista Lu Reyn – che manderanno brevi messaggi di testo sull’enciclica al maggior numero di persone possibili. Vogliamo proprio risvegliare l’interesse comune su questa emergenza”. (S.K.)

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Centro diocesano giovanile “Giovanni Paolo II”
Sabato, 6 giugno 2015

Questi vostri quattro compagni faranno delle domande. Io consegnerò il discorso preparato a Mons. Semren, che ve lo darà dopo. E adesso faccio domanda e risposta con voi.

DOMANDA: [avendo sentito che il Papa da 20 anni non guarda più la televisione, chiede il perché di questa scelta]

PAPA:

Sì, a metà degli anni ’90, ho sentito una notte che questo non mi faceva bene, mi alienava, mi portava fuori… e ho deciso di non guardarla.

Quando volevo guardare un bel film, andavo al centro televisivo dell’arcivescovado e lo guardavo lì; ma soltanto quel film… La televisione invece mi alienava e mi portava fuori da me, non mi aiutava… Certo, io sono dell’età della pietra, sono antico!

E noi adesso… io capisco che il tempo è cambiato: viviamo nel tempo dell’immagine. E questo è molto importante. E nel tempo dell’immagine si deve fare quello che si faceva nel tempo dei libri: scegliere le cose che mi fanno bene! Da qui derivano due cose. Prima: la responsabilità dei centri televisivi di fare programmi che fanno bene, che fanno bene ai valori, che costruiscano la società, che ci portino avanti, non che ci portino giù. E poi fare programmi che ci aiutino affinché i valori, i veri valori, diventino più forti e ci preparino per la vita. Questa è responsabilità dei centri televisivi. Secondo: sapere scegliere i programmi, e questa una responsabilità nostra. Se io vedo che un programma non mi fa bene, mi butta giù i valori, mi fa diventare volgare, anche nelle sporcizie, io devo cambiare canale.  Come si faceva nella mia età della pietra: quando un libro era buono, tu lo leggevi; quando un libro ti faceva male, lo buttavi. E poi c’è un terzo punto: il punto della cattiva fantasia, di quella fantasia che uccide l’anima. Se tu che sei giovane vivi attaccato al computer e diventi schiavo del computer, tu perdi la libertà! E se tu nel computer cerchi i programmi sporchi, tu perdi la dignità!

Vedere la televisione, usare il computer, ma per le cose belle, le cose grandi, le cose che ci fanno crescere. Questo è buono! Grazie.

 

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Volo Papale
Sabato, 6 giugno 2015

[...]

Padre Lombardi: Allora, la terza domanda a Katia Lopez del gruppo di lingua spagnola.

Katia Lopez: (domanda in spagnolo) Santo Padre, nel suo ultimo incontro con i giovani ha parlato dettagliatamente della necessità di fare molta attenzione a quello che leggono, a quello che vedono: non ha detto esattamene la parola “pornografia”, ma ha detto “fantasia cattiva”. Può approfondire un po’ questo concetto della perdita di tempo…

Papa Francesco: Ci sono due cose differenti: le modalità e i contenuti. Sulle modalità, ce n’è una che fa male all'anima ed è l'essere troppo attaccato al computer. Troppo attaccato al computer! Questo fa male all'anima e toglie la libertà: ti fa schiavo del computer. È curioso, in tante famiglie i papà e le mamme mi dicono: siamo a tavola con i figli e loro con il telefonino sono in un altro mondo. E’ vero che il linguaggio virtuale è una realtà che non possiamo negare: dobbiamo portarla sulla buona strada, perché è un progresso dell'umanità. Ma quando questo ci porta via dalla vita comune, dalla vita familiare, dalla vita sociale, ma anche dallo sport, dall'arte e rimaniamo attaccati al computer, questa  è una malattia psicologica. Sicuro! Secondo: i contenuti. Sì, ci sono cose sporche, che vanno dalla pornografia alla semi-pornografia, ai programmi vuoti, senza valori: per esempio programmi relativisti, edonisti, consumistici, che fomentano tutte queste cose. Noi sappiamo che il consumismo è un cancro della società, il relativismo è un cancro della società; di questo io parlerò nella prossima Enciclica, che uscirà entro questo mese. Non so se ho risposto. Ho detto la parola “sporcizia” per dire una cosa generale, ma tutti sappiamo questo. Ci sono genitori molto preoccupati che non permettono che ci siano i computer nelle stanze dei bambini; i computer devono essere in un posto comune della casa. Questi sono piccoli aiuti che i genitori trovano per evitare proprio questo.

Padre Lombardi: Santo Padre, grazie! L’organizzazione dice che bisogna fare le distribuzioni del cibo e queste altre cose… Tra mezz’ora siamo a terra…

 [...]

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Illuminate il futuro”. E’ il titolo di un volume curato da padre Antonio Spadaro che racconta la conversazione di Papa Francesco con i superiori generali degli Istituti religiosi maschili, avvenuta alla fine della loro 82.ma assemblea generale. Il libro, pubblicato da Ancora Editrice e nelle librerie dal 21 maggio, contiene anche una riflessione del direttore di “Civiltà Cattolica” su un intervento che l’allora vescovo Bergoglio tenne al Sinodo sulla Vita Consacrata, convocato da Giovanni Paolo II nel 1994. Alessandro Gisotti ha chiesto a padre Antonio Spadaro di soffermarsi sul libro e sul rapporto di Francesco con i religiosi, nel contesto dell’Anno della Vita Consacrata:

R. - Il Papa ha desiderato parlare apertamente, con grande franchezza e parresia - come lui ama dire - con i superiori generali degli ordini religiosi. Quindi, questo che viene pubblicato non è il testo di un discorso. Anzi, il Papa ha detto chiaramente che non aveva alcuna intenzione di fare discorsi o ascoltare discorsi. È il testo di una conversazione: quindi viva, vivace, non rigida. E allora, durante quest’anno, l’Anno della Vita Consacrata, abbiamo deciso di rendere pubblico questo testo in forma di libro, perché questo permette la meditazione attenta sul significato della vita religiosa nei nostri tempi.

D. – Quali sono i punti fondamentali che Papa Francesco mette a fuoco guardando alle sfide che oggi vivono i religiosi e le religiose?

R. – Direi innanzitutto un desiderio: il fatto di non rendere il carisma rigido e uniforme. Tutto il discorso del Papa è stato all’insegna della flessibilità, dell’attenzione, dell’ascolto: l’invito ai religiosi a sentirsi parte della Chiesa, di tutta la Chiesa, quindi del popolo fedele di Dio in cammino. Poi è stato un discorso di grandi sfide e quindi le enumero anche, nel saggio che scrivo, alla fine della conversazione. Un tema molto propositivo, in cui invita i religiosi non solo ad essere radicali – perché, dice il Papa, “tutti i cristiani devono essere radicali” – ma ad essere profeti; quindi – come dice il titolo – “a illuminare il futuro”. C’è un modello di Chiesa che viene fuori da questa conversazione: una Chiesa non chiusa in sé stessa, ma in profondo dialogo e ascolto delle esigenze reali, anche di quelle – come dice il Papa – “che noi non riusciamo neanche a comprendere”.

D. - Il volume propone anche una riflessione sull’intervento che l’allora vescovo Bergoglio pronunciò al Sinodo sulla Vita Consacrata del 1994: cosa si ritrova di quell’intervento in quello che vediamo oggi in Papa Francesco?

R. – Innanzitutto diciamo che è un intervento che nasce dall’esperienza, perché Papa Francesco è un religioso gesuita, quindi parla della vita religiosa per esperienza personale e diretta. Allora, nel 1994, parlava come vescovo ausiliare di Buenos Aires; e un tratto fondamentale di quel suo brevissimo discorso era proprio quello di considerare la vita religiosa all’interno della vita del popolo di Dio. Quindi non in maniera astratta, come una bolla isolata di devozione o come se il carisma fosse qualcosa di diverso e di separato rispetto alla vita ordinaria della Chiesa. Questi temi, in realtà, Papa Francesco li sta declinando adesso da Pontefice. Quindi, quel testo del 1994, che pubblichiamo nel volume, è un testo di riferimento che ci aiuta a comprendere anche come Papa Francesco intenda la vita religiosa, anche da Pontefice.

D. – Questo volume si rivolge naturalmente ai religiosi, alle religiose, peraltro appunto nell’anno della Vita Consacrata, ma non solo. Quali frutti si aspetta in chi leggerà, in chi si accosterà a queste pagine?

R. – Certamente la conversazione è stata fatta con delle persone precise: cioè i superiori generali degli ordini religiosi. E tuttavia, da questo discorso, emerge appunto una visione di Chiesa, non semplicemente una visione della vita religiosa. È un discorso di ampio respiro, molto attento alla realtà. Quindi, diciamo che è un discorso che si rivolge a tutti, non solo ai religiosi; i contenuti sono importanti per comprendere questa stagione della Chiesa, soprattutto in un momento in cui a volte sono difficili da comprendere perfino le sfide. Ecco, in questo il Papa Francesco è capace di dire con chiarezza qual è la direzione della Chiesa: che è una direzione di apertura  radicalmente missionaria, aperta alle grandi sfide.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Questa domenica si celebra la 49.ma Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema "Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro, nella gratuità dell’amore". Il servizio di Sergio Centofanti:

Famiglia, primo luogo dove impariamo a comunicare
Nel suo messaggio per la Giornata, diffuso il 23 gennaio scorso, Papa Francesco ricorda che la famiglia è il “primo luogo dove impariamo a comunicare”, sin dal grembo materno. L’incontro mamma-bambino è “la nostra prima esperienza di comunicazione” che accomuna tutti. “Non esiste la famiglia perfetta – osserva - ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”. Anzi, il perdono “è una dinamica di comunicazione” e la famiglia “diventa una scuola di perdono” perché è il luogo in cui ci si vuole bene oltre i limiti “propri e altrui”.

Guidare, non lasciarsi guidare dalle tecnologie
In questo contesto, i media, “ormai irrinunciabili” – dice Papa Francesco - possono ostacolare la comunicazione in famiglia se significano “sottrarsi all’ascolto, isolarsi dalla compresenza fisica” ma possono anche favorirla se “aiutano a raccontare e condividere, a restare in contatto con i lontani” e “a rendere sempre di nuovo possibile l’incontro”. Per questo è necessario guidare le tecnologie anziché farsi “guidare da esse”.

Famiglia non sia terreno di battaglie ideologiche
La famiglia – si legge ancora nel messaggio - “continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi”, aldilà di come tendono a volte a presentarla i media, quasi fosse un modello “astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato”. Non sia dunque terreno di "battaglie ideologiche". La famiglia più bella “è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli”. Promuovendo la famiglia - conclude il Papa -  “non lottiamo per difendere il passato ma lavoriamo con pazienza e fiducia, in tutti gli ambienti che quotidianamente abitiamo, per costruire il futuro”.

Ma qual è la particolarità del Messaggio del Papa per questa Giornata? Fabio Colagrande lo ha chiesto a don Enrico Cassanelli, docente di teoria e tecnica del linguaggio televisivo, e a Paola Springhetti, docente di giornalismo. Entrambi insegnano presso la Pontificia Università Salesiana:

R. - Quella di aver spostato nella Giornata mondiale della comunicazione il tema non tanto sui mezzi, sulle modalità, quanto piuttosto sui soggetti della comunicazione:  è una rivoluzione veramente interessante. Se chi comunica non è consapevole di questo suo potere, di questa sua possibilità, tutto il resto, le tecniche, gli ambiti, gli strumenti sono secondari.

D. - Come viene raccontata oggi la famiglia, secondo lei?

R. - Purtroppo non è un quadro consolante, perché normalmente si ricercano immagini di famiglia possibilmente trasgressive per incuriosire le persone o comunque irreali oppure modelli di famiglia utopici che servono alla pubblicità per vendere un prodotto e non per veicolare un modello relazionale possibile alle persone comuni.

D. - Paola Springhetti, qual è la chiave particolare del messaggio di quest’anno incentrato sulla famiglia?

R. - È un messaggio da una parte molto semplice, dall’altra molto intenso che arriva al cuore del problema. Oggi credo che la sfida sia davvero quella di riuscire a raccontare questa famiglia, a renderla un soggetto ancora desiderato - in realtà è molto desiderato, anche se spesso lo si nega - ma comunicarne tutta la bellezza e il fatto che vale anche la pena impegnarsi per costruirla anche se magari a volte può sembrare difficile.

D. - Nel messaggio del Papa leggiamo: “I media tendono a volte a rappresentare la famiglia come se fosse un modello astratto da accettare o rifiutare, da difendere o da attaccare invece che una realtà concreta da vivere”. Questo è un problema?

R. - Sì, credo che questo sia effettivamente un grosso problema. In realtà ognuno di noi ha sperimentato che la famiglia è una costruzione quotidiana che si mettendo un mattoncino dopo l’altro, facendo la manutenzione dei rapporti fra i membri della famiglia stessa, coltivando il dialogo, essendo disponibili all’ascolto degli altri, cercando di condividere davvero la vita e le esperienze. In questo senso, ogni famiglia è diversa dall’altra, però tutte le famiglie sono uguali perché sono il luogo dove le diversità si incontrano e si aiutano vicendevolmente a crescere.

D. - I mezzi di comunicazione aiutano la comunicazione in famiglia o interferiscono negativamente?

R. - Una volta l’immagine prevalente era questa: tutti i membri della famiglia seduti sul divano davanti alla televisione. Oggi l’immagine è quest’altra: ognuno nella propria stanza o magari anche davanti alla televisione, però con uno schermo in mano oltre a quello televisivo; che poi sia un cellulare, un tablet, un videogioco, però di fatto c’è questa estrema frammentazione. Allora si può vivere tutto questo valorizzando le potenzialità dei vari strumenti di comunicazione. Su WhatsApp i membri della famiglia scherzano, condividono le cose, si tengono in contatto anche quando non si è vicini fisicamente e questo è il lato positivo; però, se quando si è insieme ognuno sta su WhatsApp con altre persone, allora qualcosa non funziona. Oggi serve davvero una grossa informazione per i genitori e più in generale per gli educatori, perché ci aiutino ad usare gli strumenti di comunicazione per stare insieme e per comunicare fra di noi, oltre che per comunicare la famiglia al mondo. Bisogna saper scegliere e fare questa operazione che non è scontata. Qui però passa il crinale: da una parte c’è la capacità di usare gli istrumenti di comunicazione per i propri fini e dall’altra c’è il lasciarsi trascinare dagli strumenti di comunicazione in un isolamento che sicuramente porta la famiglia a disgregarsi.

D. - Don Enrico, come la televisione ha influito nelle relazioni famigliari?

R. - Mentre la televisione rappresentava una finestra sul mondo - anche se chi citava questa espressione la metteva tra virgolette perché non sempre era una vera e propria finestra – con la neotelevisione questa finestra si è opacizzata; è diventata uno specchio: le persone guardano la televisione non perché sono interessati agli altri come persone differenti da loro, ma quanto per specchiarsi - in qualche maniera - nelle altre persone, confrontarsi, rivaleggiare … Quindi, questo offuscamento è stato secondo me molto pericoloso. In una sua lettera del ’91 – la lettera pastorale molto famosa “Il lembo del mantello” di Martini – che in qualche modo è nella filigrana del discorso del Papa di quest’anno, c’è una terza metafora che a me sembra molto interessante che è far si che il mezzo di comunicazione sociale non sia la finestra, non sia assolutamente specchio, ma diventi una porta che apre al contatto con gli altri: l’informazione è sana, costruttiva, se fa sì che le relazioni si fortifichino all’interno – prima di tutto – del nucleo famigliare e poi sia anche uno stimolo a uscire a confrontarsi con gli altri, a dialogare e magari  - in qualche caso - ad impegnarsi concretamente per chi si trova in difficoltà. In questo senso allora la comunicazione sociale acquisisce il suo valore reale anche secondo le indicazioni del Papa.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - A Taiwan verrà prodotta in autunno una serie tv  di 13 puntate su Papa Francesco, che sarà messa in onda su uno dei canali televisivi nazionali: la raccolta fondi per finanziare il progetto  è già iniziata lo scorso gennaio. “Papa Francesco è talmente famoso e unico - spiega  Dean Ferng, segretario del team di raccolta fondi del Kuangchi Program Service che produrrà la serie - che l’idea ha subito generato un grande entusiasmo a cominciare dall’arcivescovo John Hung Shan-chuan e dai giovani di tutte le parrocchie”.

Questa serie tv potrà raggiungere tutti anche i più lontani
Proprio l’arcivescovo ha sottolineato il grande contributo di Papa Francesco in termini di missione verso i più emarginati e verso chi si ritiene distante dalla comunità cristiana. ”Questa iniziativa – ha sottolineato mons. Hung Shan-chuan - per noi è entusiasmante, perché ci permette di raggiungere un pubblico che sarebbe altrimenti fuori dal nostro raggio di contatti”.

Saranno i giovani a realizzare il programma
Il programma, come ha spiegato anche la presidente del Kuangchi Program Service, Jessica Chuang, sarà elaborato dai giovani e dagli adolescenti cattolici per raggiungere il più ampio numero di telespettatori tra i loro coetanei. “Ognuno merita di conoscere Papa Francesco in maniera più approfondita", ha commentato Ilary Wang, responsabile della pastorale giovanile cittadina. "Quando si parla di leader che riescono ad essere in contatto con la gente, Papa Francesco è un esempio tanto raro quanto formidabile. Non ci sorprende per nulla l’entusiasmo che riesce a suscitare!”.

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IL 6 MAGGIO L’INCONTRO PROMOSSO DALLA DIOCESI DI ROMA, DALLA ONLUS COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE PAOLINE E DALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ IN PREPARAZIONE ALLA 49ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI.
RIFLETTONO L’ARCIVESCOVO PAGLIA, I SOCIOLOGI MAGATTI E GIACCARDI E LA CONSULENTE FAMILIARE CICCARELLI.
ALLA FAMIGLIA PETRILLO-CORBELLAIL PREMIO “PAOLINE COMUNICAZIONE E CULTURA 2015”.

La Famiglia è un “un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una comunità comunicante”. È questo uno dei passaggi più significativi del Messaggio di Papa Francesco per la 49ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che sarà celebrata il prossimo 17 maggio, come da tradizione nella domenica che precede la Pentecoste. A questo Messaggio è dedicato l’incontro che l’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi di Roma, la Onlus Comunicazione e Cultura delle Paoline e la Pontificia Università Lateranense, (con la collaborazione del Forum Famiglie del Lazio) organizzano per il prossimo 6 maggio (ore 18.00) presso la Basilica di Santa Maria in Montesanto, la “Chiesa degli Artisti”in piazza del Popolo a Roma.

Introdotti dal portavoce della Diocesi di Roma, don Walter Insero, la riflessione sarà caratterizzata dagli interventi dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famigliae dei coniugi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, entrambi sociologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Prevista una testimonianza di Emma Ciccarelli, Presidente del Forum delle famiglie del Lazio. Modererà Massimiliano Padula, docente della Pontificia Università Lateranense.

Come da tradizione, l’appuntamento sarà caratterizzato dal conferimento del Premio "Paoline comunicazione e cultura 2015” che quest’anno cadrà nel Centenario di fondazione delle Figlie di San Paolo. Sarà la Superiora generale suor Anna Maria Parenzan a consegnare il premio alla famiglia Petrillo-Corbella.

«Abbiamo pensato questa iniziativa – spiega don Insero – come un’opportunità di testimonianza. Riflettere e raccontare la famiglia e le azioni comunicative che la contraddistinguono, significa “comprendere (come scrive Papa Francesco nel Messaggio) che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile”».

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