Chiesa e Comunicazione

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Sala Clementina

Sabato, 22 marzo 2014

 Ringrazio tanto per quello che Lei ha detto, e ringrazio voi per il lavoro che fate. Quella verità… cercare la verità con i media. Ma non solo la verità! Verità, bontà e bellezza, le tre cose insieme. Il vostro lavoro deve svolgersi su queste tre strade: la strada della verità, la strada della bontà e la strada della bellezza. Ma quelle verità, bontà e bellezze che sono consistenti!, che vengono da dentro, che sono umane. E, nel cammino della verità, nelle tre strade possiamo trovare sbagli, anche trappole. “Io penso, cerco la verità…”: stai attento a non diventare un intellettuale senza intelligenza. “Io vado, cerco la bontà…”: stai attento a non diventare un eticista senza bontà. “A me piace la bellezza…”: sì, ma stai attento a non fare quello che si fa spesso, “truccare” la bellezza, cercare i cosmetici per fare una bellezza artificiale che non esiste. La verità, la bontà e la bellezza come vengono da Dio e sono nell’uomo. E questo è il lavoro dei media, il vostro.

Lei ha accennato a due cose, e io vorrei riprenderle. Prima di tutto, l’unità armonica del vostro lavoro. Ci sono i media grandi, quelli più piccoli… Ma se noi leggiamo il capitolo XII della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, vediamo che nella Chiesa non c’è né grande né piccolo: ognuno ha la sua funzione, il suo aiuto all’altro, la mano non può esistere senza la testa, e così via. Tutti siamo membri, e anche i vostri media, che siano più grandi o più piccoli, sono membri, e armonizzati per la vocazione di servizio nella Chiesa. Nessuno deve sentirsi piccolo, troppo piccolo rispetto ad un altro troppo grande. Tutti piccoli davanti a Dio, nell’umiltà cristiana, ma tutti abbiamo una funzione. Tutti! Come nella Chiesa… Io farei questa domanda: chi è più importante nella Chiesa? Il Papa o quella vecchietta che tutti i giorni prega il Rosario per la Chiesa? Che lo dica Dio: io non posso dirlo. Ma l’importanza è di ognuno in questa armonia, perché la Chiesa è l’armonia della diversità. Il corpo di Cristo è questa armonia della diversità, e Colui che fa l’armonia è lo Spirito Santo: Lui è il più importante di tutti. Questo è quello che Lei ha detto, e io voglio sottolinearlo. E’ importante: cercare l’unità, e non andare per la logica che il pesce grande ingoia il piccolo.

Lei ha detto un’altra cosa, che anch’io menziono nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Ha parlato del clericalismo. E’ uno dei mali, è uno dei mali della Chiesa. Ma è un male “complice”, perché ai preti piace la tentazione di clericalizzare i laici, ma tanti laici, in ginocchio, chiedono di essere clericalizzati, perché è più comodo, è più comodo! E questo è un peccato a due mani! Dobbiamo vincere questa tentazione. Il laico dev’essere laico, battezzato, ha la forza che viene dal suo Battesimo. Servitore, ma con la sua vocazione laicale, e questo non si vende, non si negozia, non si è complice con l’altro… No. Io sono così! Perché ne va dell’identità, lì. Tante volte ho sentito questo, nella mia terra: “Io nella mia parrocchia, sa? ho un laico bravissimo: quest’uomo sa organizzare… Eminenza, perché non lo facciamo diacono?”. E’ la proposta del prete, subito: clericalizzare. Questo laico facciamolo… E perché? Perché è più importante il diacono, il prete, del laico? No! E’ questo lo sbaglio! E’ un buon laico? Che continui così e che cresca così. Perché ne va dell’identità dell’appartenenza cristiana, lì. Per me, il clericalismo impedisce la crescita del laico. Ma tenete presente quello che ho detto: è una tentazione complice fra i due. Perché non ci sarebbe il clericalismo se non ci fossero laici che vogliono essere clericalizzati. E’ chiaro, questo? Per questo ringrazio per quello che fate. Armonia: anche questa è un’altra armonia, perché la funzione del laico non può farla il prete, e lo Spirito Santo è libero: alcune volte ispira il prete a fare una cosa, altre volte ispira il laico. Si parla, nel Consiglio pastorale. Tanto importanti sono i Consigli pastorali: una parrocchia – e in questo cito il Codice di Diritto Canonico – una parrocchia che non abbia Consiglio pastorale e Consiglio degli affari economici, non è una buona parrocchia: manca vita.

Poi, sono tante le virtù. Ho accennato all’inizio: andare per la strada della bontà, della verità e della bellezza, e tante virtù su queste strade. Ma ci sono anche i peccati dei media! Mi permetto di parlare un po’ di questo. Per me, i peccati dei media, i più grossi, sono quelli che vanno sulla strada della bugia, della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Queste due ultime sono gravi!, ma non tanto pericolose come la prima. Perché? Vi spiego. La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita. Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno. Da questi tre peccati, per favore, fuggite. Disinformazione, calunnia e diffamazione.
Vi ringrazio per quello che fate. Ho detto a Mons. Sanchirico di consegnare a voi il discorso che avevo scritto: ma le sue parole [del Presidente] mi hanno ispirato a dirvi questo spontaneamente, e l’ho detto con un linguaggio del cuore: sentitelo così. Non con il linguaggio italiano, perché io non parlo con lo stile di Dante!... Vi ringrazio tanto, e adesso vi invito a pregare un’Ave Maria alla Madonna per darvi la benedizione. Ave Maria…

                                                                                                              PAPA FRANCESCO

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Città del Vaticano (L'Osservatore Romano) - Il Pontefice ai membri dell’associazione Corallo che riunisce le emittenti radio televisive cattoliche italiane Disinformazione, calunnia e diffamazione sono i peccati dei media.

Lo ha detto Papa Francesco questa mattina, sabato 22 marzo, nel discorso rivolto a braccio ai membri dell’associazione Corallo, nella quale sono riunite le emittenti radiotelevisive cattoliche italiane, ricevuti nella Sala Clementina. Dal primo, in particolare, il Pontefice ha messo in guardia, perché – ha spiegato – “la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno”. Il testo del discorso preparato per l’occasione è stato poi consegnato al presidente dell’associazione.

Leggi qui: DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MEMBRI DELL'ASSOCIAZIONE "CORALLO"

 

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Città del Vaticano (L'Osservatore Romano) - «Pregate per me»: è il tweet lanciato da Papa Francesco nella mattina di giovedì 13 marzo, primo anniversario del pontificato. Al vescovo di Roma, che trascorre questa giornata in preghiera proseguendo gli esercizi spirituali ad Ariccia, giungono messaggi di augurio da tutto il mondo.

Particolarmente caloroso quello del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, mentre il patriarca di Mosca, Cirillo, esprime apprezzamento per «l’alto livello di comprensione» e l’impegno «nel rafforzamento della collaborazione» che in questo anno «segnato da grandi speranze» hanno caratterizzato i rapporti tra cattolici e ortodossi.

Riconoscenza per un magistero ricco di parole e di segni, disponibilità piena e coinvolgimento in un cammino di conversione pastorale e missionaria, sostegno affettuoso nutrito di preghiera e di comunione fraterna: sono i sentimenti con i quali la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei), a nome di tutta la Chiesa in Italia, si stringe attorno a Papa Francesco. In particolare, in una lettera a firma della presidenza della Cei indirizzata al Papa, si sottolinea come la «gioia del Vangelo» con la sua capacità di riempire «il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» sia la «verità che durante questo primo anno del Suo pontificato ci ha testimoniato con parole e gesti che hanno toccato il cuore di tutti».

Sentimenti di gratitudine, insieme all’invito alla preghiera per il Papa, sono stati espressi anche dai vescovi argentini. In un comunicato della Commissione permanente, si sottolinea come l’elezione di Papa Bergoglio, unita al «gesto umile e audace della rinuncia di Benedetto XVI», costituisca «un evento assai provvidenziale del quale vogliamo ringraziare il Signore». Infatti, «questo nuovo dono di Dio alla Chiesa e al mondo ci riempie di gioia, e ci spinge a rispondere in maniera generosa e perseverante». Soprattutto nella preghiera per Papa Francesco, secondo la sua stessa «costante richiesta».

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Roma (Vatican Insider) - Il primo anno di pontificato del "Papa comunicatore" secondo il ministro vaticano
"C'è una profonda sintonia tra l’immagine della Chiesa, così come il Papa la sta tratteggiando, e il mondo della comunicazione". Riguardo alla dimensione di comunicatore di Bergoglio, l'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali, evidenzia a Vatican Insider che "comunicare è una componente essenziale del suo essere e lo sperimentiamo ogni giorno, a cominciare dai tanti piccoli gesti con i quali ormai parla al mondo intero". Il contatto diretto con le persone, sottolinea il ministro vaticano della comunicazione, è per Francesco "il cardine su cui si posa l’essere cristiano e, al centro di questa comunicazione-incontro, ci sono gli uomini e le donne che vivono il mondo di oggi".

Francesco è attivo su Twitter e si sono studiate le modalità di una sua presenza su Facebook. Nei social network sono più le opportunità o i rischi?

"Le reti sociali possono essere nuovi spazi di evangelizzazione. Già Benedetto XVI ha evidenziato come l’ambiente digitale non sia un mondo parallelo o puramente virtuale, bensì parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. I social network sono il frutto dell’interazione e possono essere un fattore di sviluppo umano. Esistono reti sociali che offrono occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Perciò anche il Pontefice in prima persona è impegnato nel rendere il Vangelo presente nell’ambiente digitale in forme sempre più adeguate ai tempi. Questa lettura positiva dei valori della rete, espressa specialmente da Benedetto XVI e Papa Francesco, non è una valutazione ingenua. C’è piena consapevolezza dei limiti e dei pericoli della rete ma anche della sua positività, dato che offre agli uomini e alle donne di oggi enormi possibilità di conoscenza e di relazione. Per questo motivo papa Francesco ha chiesto ai cattolici di farne parte, di essere presenti nella rete. Il problema è in che forma essere presenti. È in questa prospettiva che il Santo Padre invita a non proporre una superficiale propaganda ai valori religiosi, ma a essere testimoni dei valori umani e cristiani che portiamo in cuore. Ancora una volta, il Papa ci aiuta a comprendere che ciò che conta è la testimonianza personale e che le reti sociali possono essere un luogo propizio dove condividere la propria testimonianza”.

Qual è il bilancio del primo anno di pontificato di Francesco sotto il profilo della comunicazione?

"Francesco ha abituato tutti al suo stile, rendendo quanto mai ‘vivo’ il suo concetto di comunicazione. È consapevole che il rischio maggiore per un predicatore è abituarsi al proprio linguaggio e pensare che tutti gli altri lo usino e lo comprendano spontaneamente. La semplicità ha a che vedere con il linguaggio utilizzato. Deve essere il linguaggio che i destinatari comprendono, per non correre il rischio di parlare a vuoto. La Chiesa è immersa nella realtà del nostro tempo, nella cultura digitale, la tecnologia è parte delle nostre esistenze, del nostro quotidiano e ci permette di essere in una situazione di immediatezza, contatto, vicinanza, anche se in maniera non propriamente fisica. La comunicazione è, dunque, quanto mai amplificata, continua e questo favorisce la possibilità di entrare in contatto con mondi e persone lontanissimi da noi. All’interno di questa nuova realtà, Francesco ci guida con il suo stile colloquiale, ci fa riflettere sulla dimensione dialogica e interpersonale nell’utilizzo degli strumenti della comunicazione. Il Papa ci indica come in ogni situazione, al di là delle tecnologie, l’obiettivo sia quello di sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze".

Che stile di comunicazione ha Francesco?

"Francesco è aperto alle opportunità offerte dal nuovo mondo tecnologico, ma considera anche alcuni limiti reali dell’attuale cultura digitale che richiedono una particolare attenzione da parte di tutti coloro che seguono da vicino la crescita della comunità in cui viviamo. Tali limiti però non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. La cultura dell’incontro è prima di tutto attenzione e prossimità all’uomo e alla donna nel loro cammino quotidiano, per instaurare con loro un dialogo rispettoso, che li conduca anche  all’incontro con Cristo. Ma per fare questo occorre lasciarsi coinvolgere in un profondo rapporto umano, nel quale ciascuno di noi porta la propria vita, il proprio stile comunicativo e la propria attenzione all’altro. La Chiesa di Francesco ha le porte spalancate, è estroversa, scende nella strada, per farsi più prossima, più vicina a quell’umanità che lui stesso cerca di raggiungere ogni giorno. Energie fresche e immaginazione nuova ci chiede il Papa: una sfida per tutti noi chiamati a camminare per portare avanti la nostra missione e soccorrere il nostro prossimo, arrestandoci sulla via".

Qual è lo stile comunicativo di Francesco?

"Il Papa utilizza un linguaggio sereno, cordiale, diretto in sintonia con lo stile manifestato in questi mesi di pontificato. Francesco è consapevole che l’attuale società dell’informazione, è satura indiscriminatamente di dati, tutti allo stesso livello e che finisce per portarci a una superficialità al momento di impostare le questioni di fondo. Per questo motivo, il Papa sostiene che sia necessaria una vera educazione che insegni a pensare criticamente e offra un appropriato percorso di maturazione dei valori. E ci insegna che una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere”.

C’è un’immagine che racchiude la visione di Bergoglio “comunicatore”?

“Quando Francesco a novembre ha incontrato i giovani universitari a Roma, ha detto loro ‘non guardare la vita dal balcone! Mischiatevi lì dove ci sono le sfide, che vi chiedono aiuto per portare avanti la vita, lo sviluppo, la lotta per la dignità delle persone, la lotta contro la povertà, la lotta per i valori, e tante lotte che troviamo ogni giorno”. La cronaca ci riporta ogni giorno storie di sofferenza, in ogni parte del mondo, storie di guerre, divisioni, intolleranza, sfruttamento, e tutto questo ci appare come un enorme rifiuto dell’altro, del prossimo, lontano o vicino che sia. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. Le parole di Francesco sono un faro. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. Una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio".

Quale visione ha il Papa della Chiesa in dialogo con il mondo?

"Ogni giorno il Pontefice ci regala delle frasi che diventano un faro per il nostro cammino di missione nell’immenso oceano della vita. Il Papa condivide con noi la sua lucida analisi di questo panorama tecnologico in veloce evoluzione, fonte di opportunità, nel quale però l’elemento umano è fondamentale, e ce lo ripete spesso. È evidente a tutti l'ecclesiologia che Francesco sta proponendo sin dai primi giorni del suo pontificato. La Chiesa immaginata da Francesco vuole comunicare, vuole dialogare con l’uomo e la donna di oggi, quindi si sente chiamata a confrontarsi con alcune dimensioni ed esigenze proprie della cultura dell’incontro. Viviamo immersi nella cultura dell’immagine, produciamo continuamente immagini, con strumenti di ogni tipo, le utilizziamo per le nostre conversazioni, per condividere pensieri ed emozioni. L’annuncio deve concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta quindi deve semplificarsi senza perdere per questo profondità e verità e diventare così più convincente e radiosa".

di Giacomo Galeazzi

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Papa Francesco ha inviato la sua benedizione al Congresso Mondiale del Signis, che si apre domani a Roma sul tema “I media per una cultura della pace: creare immagini con le nuove generazioni”. In un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il Papa Francesco si è detto contento che il Congresso proponga "una riflessione sul potere comunicativo delle immagini che, attraverso i mass media, esprimono e formano le esperienze, le speranze e i dubbi delle nuove generazioni".

"In un mondo globalizzato in cui nuove culture, con i loro nuovi linguaggi e simboli, nascono continuamente, e appare un nuovo immaginario comune" - continua il Papa, "i comunicatori cattolici devono affrontare la sfida sempre più grande di presentare la sapienza, la verità e la bellezza del Vangelo in un linguaggio capace di toccare i cuori e le menti di innumerevoli persone alla ricerca di senso e della direzione della loro vita, come individui e membri della società". Il Papa si dice sicuro che "questi giorni di discussione forniranno ai partecipanti al Congresso un'ispirazione, un incoraggiamento e un rinnovato senso dei loro sforzi per realizzare questo compito impegnativo e appassionante”.



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Città del Vaticano (Radio vaticana) - Qualche migliaio a settimana. È la quantità di lettere, pacchi, disegni e oggetti che vengono recapitati in Vaticano a nome di Papa Francesco. Missive che arrivano da tutto il mondo e che vengono gestite dall'Ufficio di Corrispondenza del Papa, situato nel Palazzo Apostolico. In questo servizio, Alessandro De Carolis riprende l'intervista rilasciata dal responsabile dell'Ufficio, mons. Giuliano Gallorini, al settimanale d'informazione "Vatican Magazine" prodotto dal Centro Televisivo Vaticano RealAudioMP3

Il racconto di una vita arrivata a un bivio, per chiedergli un consiglio su come proseguire. La confidenza di un dramma personale, che sta uccidendo l'ultima speranza e che cerca nella sua saggezza un appiglio per non lasciarsi andare del tutto. Oppure una poesia, per dirgli in rima alternata o baciata che gli si vuole bene come e forse più che a un padre. O magari una sciarpa, confezionata apposta e spedita a casa sua, a quell'indirizzo che oggi tutti conoscono come fosse quello del vicino: Casa S. Marta, Città del Vaticano. Perché così oggi moltissimi sentono Papa Francesco: vicino. E per questo a migliaia dai quattro angoli del pianeta gli scrivono. Una trentina di sacchi a settimana – buste e pacchi di ogni forma e dimensioni – tutti diretti verso il corridoio ubicato nella Terza Loggia del Palazzo Apostolico, sul quale si aprono le stanze dell'Ufficio di Corrispondenza del Papa, diretto da mons. Giuliano Gallorini:

"Le richieste sono soprattutto di conforto e di preghiera. Moltissime riguardano - sarà anche il momento che viviamo - le difficoltà, soprattutto le malattie... Chiedono preghiere per i bambini, descrivono anche situazioni di difficoltà economiche. Si cerca di far sentire la vicinanza del Papa che coglie la loro sofferenza, il loro disagio, che è loro vicino nella preghiera. Poi, per quello che è possibile, ci aiutiamo indirizzando le richieste agli uffici specifici, per esempio le richieste di aiuti economici vengono trasmesse alle Caritas diocesane perché possano sia verificare, sia essere immediatamente più operativi".

Mons. Gallorini, suor Anna e altre due signore: una piccola squadra per una montagna di corrispondenza, in dozzine di lingue. Ed è proprio la selezione per idioma il primo passo del lavoro che il gruppo affronta quotidianamente. Poi, le lettere vengono aperte e lette. Papa Francesco, da solo, non potrebbe farcela mai a sbrigare tutta la corrispondenza, quindi spetta al suo Ufficio aiutarlo a distinguere la richiesta di chi vuole dare un semplice saluto al Papa da quella di chi in Papa Francesco cerca conforto, un sostegno spirituale, una mano tesa per una necessità urgente. Sono queste le lettere che arrivano sulla sua scrivania:

"Sono i casi un po' più delicati come i casi di coscienza. In questo caso, viene fatto un appunto e passato ai segretari perché il Papa prenda visione direttamente: senz'altro li legge, mette la sigla e ci indirizza su come dobbiamo rispondere".

Dunque, non a tutte le lettere può rispondere Papa Francesco, ma tutte le lettere a Papa Francesco ricevono una risposta. Ma anche solo esprimere la gratitudine a suo nome, per un dono ricevuto o un saluto affettuoso, è compito che richiede una sintonia particolare con il suo stile:

"Leggere queste lettere più che con la mente con il cuore; condividere la sofferenza e cercare di trovare le parole adatte per esprimere quello che il Papa vuole veramente che si esprima: la vicinanza, la condivisione... È veramente nello stile del condividere. Del resto il Papa l'ha sempre detto che il pastore deve vivere con il gregge, con le pecore. Sentire e vivere l'esperienza con loro".

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Roma (Agensir) - Un documento profondamente 'francescano'", nel quale "emerge senza dubbio una profonda sintonia tra l'immagine della Chiesa" come il Papa "la sta tratteggiando e il mondo della comunicazione".

Così monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali (PCCS), ha presentato in sala stampa vaticana il messaggio di Papa Francesco per la 48ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (1 giugno 2014). "Già il 21 settembre 2013, rivolgendo la sua Parola ai partecipanti all'Assemblea plenaria di questo Pontificio Consiglio – ha ricordato -, il Papa aveva toccato alcuni aspetti della tematica dell'incontro", ponendo come obiettivo "sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi... per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze".

In altri termini, ha sottolineato Celli, "ci troviamo di fronte linee significative di un'ecclesiologia che Papa Francesco sta proponendo fin dai primi giorni del suo Pontificato e che ha trovato ampia espressione nei due discorsi che il Papa ha tenuto in Brasile rivolgendosi ai vescovi brasiliani e a quelli del Celam". Nel messaggio "emerge a tutto tondo l'immagine di una Chiesa che vuole comunicare, che vuole dialogare con l'uomo e la donna di oggi nella consapevolezza del ruolo che le è stato affidato in questo contesto".

Ad avviso del presidente del Pontificio Consiglio "emergono vistosamente" nel messaggio "due ampie tensioni". La prima parte "si rivolge al mondo 'laico' della comunicazione, vale a dire che il Papa offre delle riflessioni valide anche per coloro che non hanno fatto un'opzione religiosa nella propria vita, ma che ugualmente sono chiamati a percepire o già sentono la profonda valenza umana del mondo della comunicazione". Così è quando il Pontefice ricorda che "comunicare bene ci aiuta a essere più vicini e a conoscerci meglio", come pure che "i muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e a imparare gli uni dagli altri". Ma vi sono pure indicazioni specifiche per i credenti. È "rivolgendosi ai discepoli del Signore – ha proseguito Celli – che il messaggio acquista particolari colorazioni e frequenze profonde". A tal riguardo ha giudicato "altamente suggestivo il riferimento alla parabola del buon samaritano per aiutarci a capire la comunicazione in termini di prossimità".

"È in questa prospettiva – ha quindi ribadito – che emerge una sfida per tutti noi che cerchiamo di essere discepoli del Signore", ovvero che "la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane".

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Il vero potere della comunicazione è la "prossimità". E' quanto sottolinea Papa Francesco nel suo Messaggio per la 48.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - che si celebra il prossimo primo giugno - e pubblicato ieri. Nel Messaggio incentrato sul tema "comunicazione al servizio di un'autentica cultura dell'incontro", il Papa paragona il comunicatore al Buon Samaritano che si fa prossimo agli altri. Ampio spazio viene dato nel documento all'ambiente digitale: anche qui, esorta il Papa, il cristiano è chiamato ad offrire la sua testimonianza e a raggiungere le "periferie esistenziali". 

In un mondo che diventa "sempre più piccolo", ma dove permangono divisioni ed esclusioni, i media "possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni gli altri". Papa Francesco muove da qui per sviluppare la riflessione del suo primo Messaggio per le comunicazioni sociali. La cultura dell'incontro, osserva, "richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri". In questo, prosegue, i media ed Internet in particolare possono aiutarci, offrendoci "maggiori possibilità di incontro e di solidarietà fra tutti". Tuttavia, avverte il Papa, ci sono degli "aspetti problematici", innanzitutto la "velocità dell'informazione" che "supera la nostra capacità di riflessione e giudizio". "L'ambiente comunicativo – prosegue – può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci". Del resto, "il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo", senza dimenticare poi chi, "per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali" e "rischia di essere escluso".

Questi limiti reali, precisa il Papa, non giustificano però "un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica". E invita, anche nell'ambiente digitale, a "recuperare un certo senso di lentezza e di calma". Abbiamo bisogno di "essere pazienti", ribadisce il Papa, "se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta". Ecco perché bisogna "apprezzare l'esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni". E così "sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo", come la visione dell'uomo, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica.

"Come allora – si interroga Papa Francesco – la comunicazione può essere a servizio di un'autentica cultura dell'incontro?". E per i cristiani, rimarca, "che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo?" A queste domande, Papa Francesco risponde prendendo spunto dalla Parabola del Buon Samaritano e sottolineando la dimensione della "prossimità". "Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano – soggiunge – non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell'uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada". Gesù, sottolinea il messaggio, "inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l'altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all'altro". "Mi piace – annota il Papa – definire questo potere della comunicazione come "prossimità".

Continuando ad intrecciare la riflessione con la Parabola del Buon Samaritano, il Papa avverte dunque che quando "la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un'aggressione violenta come quella subita dall'uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada". Oggi, è il suo monito, "noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale". Non basta "semplicemente essere connessi – aggiunge – occorre che la connessione sia accompagnata dall'incontro vero", perché "non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi". E rileva che "non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione" e, ancora, "la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane". Il Papa ribadisce che "la neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento". "Il coinvolgimento personale – soggiunge – è la radice stessa dell'affidabilità di un comunicatore". E "proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali".

Il Papa si sofferma sulle strade digitali, "affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza". "Aprire le porte delle chiese – afferma – significa anche aprirle nell'ambiente digitale, sia perché la gente entri", sia "perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti". Il Papa si chiede se oggi siamo capaci di "testimoniare una Chiesa che sia "casa di tutti". La comunicazione, evidenzia, "concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa" e ribadisce che "anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore". "La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi – è l'avvertimento del Papa – ma con la volontà di donare se stessi agli altri". Cita dunque l'episodio dei discepoli di Emmaus e spiega che "occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo". Il Messaggio mette quindi l'accento sulla dimensione del dialogo. "Dialogare – scrive il Papa – significa essere convinti che l'altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte". Dialogare, prosegue, "non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute".

L'icona del Buon Samaritano, è l'augurio del Papa, "ci sia di guida", "la nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l'allegria". "La nostra luminosità – afferma ancora – non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo" lungo il cammino. "Non abbiate timore di farvi cittadini dell'ambiente digitale – esorta ancora – è importante l'attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l'uomo d'oggi e portarlo all'incontro con Cristo". In questo contesto, conclude il Papa, "la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell'informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un'immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio".

di Alessandro Gisotti


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Citta' del Vaticano (Radio Vaticana) - Tenete sempre alto il "livello etico della comunicazione". E' quanto affermato da Papa Francesco nell'udienza di sabato mattina ai dirigenti e dipendenti della Rai, ricevuti in Aula Paolo VI, in occasione del 90.mo di inizio delle trasmissioni radiofoniche e del 60.mo di quelle televisive. Il Pontefice ha messo l'accento sulla collaborazione tra la Rai, la Radio Vaticana e il Ctv. Quindi, ha sottolineato che chi è "titolare del servizio pubblico" non può "per nessun motivo" abdicare a questa responsabilità. Prima dell'udienza, i dipendenti della Rai hanno partecipato ad una Messa, sempre in Aula Paolo VI, presieduta dal cardinale Angelo Comastri. L'indirizzo d'omaggio al Papa è stato indirizzato dal presidente della Rai, Anna Maria Tarantola, che ha messo in luce la necessità di ''rilanciare la Rai come vero servizio pubblico, fornendo informazioni corrette e variegate e programmi piacevoli, capaci di divertire in modo sobrio e equilibrato''. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Collaborazione. Papa Francesco è partito da qui per riflettere sullo straordinario rapporto che, nei decenni, si è andato costruendo tra la Rai e la Santa Sede. Il Papa ha rammentato eventi straordinari che la Rai ha offerto agli utenti dal Concilio Vaticano II alle elezioni dei Pontefici, dai funerali del Beato Wojtyla al Giubileo del 2000:

"Sia sul versante della radio, sia su quello della televisione, il popolo italiano ha sempre potuto accedere alle parole e, successivamente, alle immagini del Papa e degli eventi della Chiesa, in Italia, mediante il servizio pubblico della Rai. Questa collaborazione si realizza con i due enti vaticani: la Radio Vaticana e il Centro Televisivo Vaticano".

Il Papa ha, anche, ricordato alcune produzioni di carattere religioso e in particolare i film Francesco di Liliana Cavani e Atti degli Apostoli di Roberto Rossellini. La Rai, ha poi osservato, "è stata testimone dei processi di cambiamento della società italiana nelle sue rapide trasformazioni, e ha contribuito in maniera speciale al processo di unificazione linguistico-culturale dell'Italia". "Ringraziamo il Signore per tutto questo - ha proseguito - e portiamo avanti lo stile della collaborazione". Quindi, ha sviluppato una riflessione "sul valore e le esigenze del servizio pubblico" e in particolare sulle "responsabilità per l'oggi e per il domani".

"A tutti voi che siete qui presenti, e a coloro che per diversi motivi non hanno potuto prendere parte a questo nostro incontro, ricordo che la vostra professione, oltre che informativa, è formativa, è un servizio pubblico, cioè un servizio al bene comune: un servizio alla verità, un servizio alla bontà e un servizio alla bellezza".

Tutte le professionalità che fanno parte della Rai, ha soggiunto, "sanno di appartenere ad un'azienda che produce cultura ed educazione, che offre informazione e spettacolo, raggiungendo in ogni momento della giornata una gran parte di italiani":

"È una responsabilità a cui chi è titolare del servizio pubblico non può per nessun motivo abdicare. La qualità etica della comunicazione è frutto, in ultima analisi, di coscienze attente, non superficiali, sempre rispettose delle persone, sia di quelle che sono oggetto di informazione, sia dei destinatari del messaggio".

"Ciascuno, nel proprio ruolo e con la propria responsabilità – ha poi avvertito - è chiamato a vigilare per tenere alto il livello etico della comunicazione ed evitare" comportamenti "che fanno tanto male, la disinformazione, la diffamazione e la calunnia":

"Vi auguro di lavorare bene, e di mettere fiducia e speranza nel vostro lavoro, per poterla anche trasmettere: ce n'è tanto bisogno!"

di Alessandro Gisotti


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Milano (Tracce.it) - Un anno fa il primo messaggio di un Papa su Twitter. Ora l'ipotesi di Facebook. Perché «la Buona Notizia arrivi anche in questo nuovo spazio esistenziale». L'intervista a monsignor Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali

.Meraviglia. È questa l'espressione che descrive l'atteggiamento della Chiesa nei confronti dei mezzi di comunicazione. Uno stupore che ricorre nei diversi documenti della sua storia, dalla Miranda Prorsus ("La meravigliosa invenzione"), la seconda enciclica di Pio XII del 1957 dedicata a cinema, radio e televisione; all'Inter Mirifica ("Tra le meraviglie"), il decreto promulgato da Paolo VI durante il Concilio Vaticano II, di cui ricorre in questi giorni il 50° anniversario. Ma se nel 1963 le "meraviglie" erano sostanzialmente quattro (stampa, radio, televisione, cinema) oggi la rete è aperta a tutti, macina numeri da capogiro e rappresenta una nuova frontiera anche per il Vaticano. Non a caso il primo tweet di @Pontifex, il profilo Twitter del Papa inaugurato con coraggio da Benedetto XVI e portato avanti da Papa Francesco, sta per compiere un anno. «La nostra missione è la medesima», ci dice monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali: «Siamo chiamati ad annunciare il Vangelo innanzitutto con la testimonianza personale, come ci insegna Papa Francesco, e poi con le parole. Se vogliamo comunicare però dobbiamo sapere che di fronte a noi non abbiamo più semplici strumenti, ma tecnologie capaci di creare nuovi ambienti di vita che gli uomini e le donne del nostro tempo abitano».

L'esortazione dell'Inter Mirifica affinché la Chiesa e i fedeli non si chiudano in se stessi e non si chiamino fuori dai mezzi di comunicazione giudicandoli mondani è quindi ancora attuale?

Certamente. Quel documento segnò una svolta perché per la prima volta un Concilio ecumenico si interessava ai mezzi di comunicazione sociale ribadendo un giudizio positivo di fondo su strumenti considerati espressione dell'intelligenza umana e a disposizione dell'annuncio del Vangelo. Senza tralasciare i rischi e i pericoli di un'influenza negativa sugli individui e sulle masse venne perciò affermato con forza il diritto e il dovere della Chiesa di servirsi di questi media per portare avanti la sua azione pastorale e per rispondere all'esigenza di un annuncio missionario. Oggi i discepoli del Signore devono chiedersi come possono essere una presenza e quale linguaggio usare a seconda dei differenti strumenti, da quelli tradizionali a quelli più innovativi.

Cosa intende dire?

Credo che i cristiani più che ad annunciare il Vangelo su internet, siano chiamati oggi a essere presenza attiva, comunicativa ed evangelizzatrice in quell'ambiente esistenziale originato dalle nuove tecnologie che ha le caratteristiche di una rete. Le parole di Benedetto XVI sullo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova agorà in questo senso sono illuminanti: «Se la Buona Notizia non è fatta conoscere anche nell'ambiente digitale, potrebbe essere assente nell'esperienza di molti per i quali questo spazio esistenziale è importante». Questo comunque non significa che gli strumenti tradizionali perdano di significato. Penso ad esempio che dovremmo recuperare la nostra presenza in campo televisivo e radiofonico.

In che modo?

Tra i media tradizionali ho volutamente tralasciato la stampa perché i dati parlano chiaro e ci dicono che i giovani non si informano più attraverso i giornali, ma grazie al web. Riguardo alle radio cattoliche bisogna dire che svolgono un lavoro importantissimo a favore di anziani e ammalati che hanno bisogno di una vicinanza, ma non sempre sono in grado di dialogare con i giovani e con i giovanissimi. In generale, la comunicazione presuppone un'ecclesiologia: a ogni visione di Chiesa corrisponde uno stile di comunicazione.

E quale comunicazione richiede la Chiesa "ospedale da campo" di Francesco?

Anche da questo punto di vista il Santo Padre ci invita a essere una comunità aperta e dialogante, rispettosa di tutti, che abbia simpatia per l'uomo e la donna di oggi. Una Chiesa che non si chiuda in se stessa, che rifiuti la cultura dello scarto e proponga quella dell'incontro.

Un anno fa la decisione di Benedetto XVI di aprire un account su Twitter venne accolta con una certa ilarità sul web, anche se le critiche più feroci arrivarono dal mondo cattolico e da alcuni vaticanisti di lungo corso. I più gentili dissero che Ratzinger era stato "consigliato male"...

Ricordo bene. In realtà eravamo assolutamente consapevoli delle difficoltà a cui andavamo incontro. Nel mondo dei social network si può trovare di tutto, anche contenuti negativi, irrispettosi e volgari. Consigliammo Twitter al Pontefice perché sembrava rispondere a un suo esplicito desiderio: essere là dove gli uomini si incontrano.

Altri sottolinearono il fatto che la figura del Papa era stata esposta agli insulti o comunque che il suo messaggio avrebbe perso di autorevolezza in una piattaforma che, tra l'altro, mette tutte le persone e tutte le opinioni sullo stesso piano.

Meditammo attentamente il problema delle offese e del turpiloquio. Preferimmo però continuare a essere presenti e l'oggi ci dà pienamente ragione. Inoltre è bene ricordare che anche Gesù sulla croce veniva offeso: "Lo deridevano" dice il Vangelo. Se qualcuno invece si scandalizza vedendo il successore di Pietro al pari degli altri uomini pensi che anche il Figlio di Dio è venuto in mezzo a noi senza "troni né aureole". Infine il tema dei 140 caratteri: certo non sono molti, ma ci sono delle beatitudini del Vangelo che ne hanno meno e hanno cambiato il mondo!

Una volta raggiunti i 10 milioni di followers altre voci hanno invece rimproverato a Papa Francesco la ricerca del successo in un universo di sconosciuti piuttosto che la conversione dei singoli.

Non è il successo mondano ciò che interessa al Santo Padre. Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi del 1975 disse che la Chiesa dovrebbe sentirsi colpevole davanti al suo Signore se non utilizzasse le possibilità tecnologiche comunicative che ha a disposizione. A me rincuora sapere che in un momento di grande desertificazione spirituale come questo, grazie ai fedeli che ritwittano, almeno 60 milioni di persone ricevono sul proprio cellulare una piccola goccia quotidiana di saggezza e spiritualità di Papa Francesco, che li aiuta a camminare.

Da ultimo, la prossima frontiera tecnologica per il Vescovo di Roma potrebbe essere Facebook?

È un progetto su cui stiamo lavorando, ma va valutato attentamente...

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