Chiesa e Comunicazione

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Illuminate il futuro”. E’ il titolo di un volume curato da padre Antonio Spadaro che racconta la conversazione di Papa Francesco con i superiori generali degli Istituti religiosi maschili, avvenuta alla fine della loro 82.ma assemblea generale. Il libro, pubblicato da Ancora Editrice e nelle librerie dal 21 maggio, contiene anche una riflessione del direttore di “Civiltà Cattolica” su un intervento che l’allora vescovo Bergoglio tenne al Sinodo sulla Vita Consacrata, convocato da Giovanni Paolo II nel 1994. Alessandro Gisotti ha chiesto a padre Antonio Spadaro di soffermarsi sul libro e sul rapporto di Francesco con i religiosi, nel contesto dell’Anno della Vita Consacrata:

R. - Il Papa ha desiderato parlare apertamente, con grande franchezza e parresia - come lui ama dire - con i superiori generali degli ordini religiosi. Quindi, questo che viene pubblicato non è il testo di un discorso. Anzi, il Papa ha detto chiaramente che non aveva alcuna intenzione di fare discorsi o ascoltare discorsi. È il testo di una conversazione: quindi viva, vivace, non rigida. E allora, durante quest’anno, l’Anno della Vita Consacrata, abbiamo deciso di rendere pubblico questo testo in forma di libro, perché questo permette la meditazione attenta sul significato della vita religiosa nei nostri tempi.

D. – Quali sono i punti fondamentali che Papa Francesco mette a fuoco guardando alle sfide che oggi vivono i religiosi e le religiose?

R. – Direi innanzitutto un desiderio: il fatto di non rendere il carisma rigido e uniforme. Tutto il discorso del Papa è stato all’insegna della flessibilità, dell’attenzione, dell’ascolto: l’invito ai religiosi a sentirsi parte della Chiesa, di tutta la Chiesa, quindi del popolo fedele di Dio in cammino. Poi è stato un discorso di grandi sfide e quindi le enumero anche, nel saggio che scrivo, alla fine della conversazione. Un tema molto propositivo, in cui invita i religiosi non solo ad essere radicali – perché, dice il Papa, “tutti i cristiani devono essere radicali” – ma ad essere profeti; quindi – come dice il titolo – “a illuminare il futuro”. C’è un modello di Chiesa che viene fuori da questa conversazione: una Chiesa non chiusa in sé stessa, ma in profondo dialogo e ascolto delle esigenze reali, anche di quelle – come dice il Papa – “che noi non riusciamo neanche a comprendere”.

D. - Il volume propone anche una riflessione sull’intervento che l’allora vescovo Bergoglio pronunciò al Sinodo sulla Vita Consacrata del 1994: cosa si ritrova di quell’intervento in quello che vediamo oggi in Papa Francesco?

R. – Innanzitutto diciamo che è un intervento che nasce dall’esperienza, perché Papa Francesco è un religioso gesuita, quindi parla della vita religiosa per esperienza personale e diretta. Allora, nel 1994, parlava come vescovo ausiliare di Buenos Aires; e un tratto fondamentale di quel suo brevissimo discorso era proprio quello di considerare la vita religiosa all’interno della vita del popolo di Dio. Quindi non in maniera astratta, come una bolla isolata di devozione o come se il carisma fosse qualcosa di diverso e di separato rispetto alla vita ordinaria della Chiesa. Questi temi, in realtà, Papa Francesco li sta declinando adesso da Pontefice. Quindi, quel testo del 1994, che pubblichiamo nel volume, è un testo di riferimento che ci aiuta a comprendere anche come Papa Francesco intenda la vita religiosa, anche da Pontefice.

D. – Questo volume si rivolge naturalmente ai religiosi, alle religiose, peraltro appunto nell’anno della Vita Consacrata, ma non solo. Quali frutti si aspetta in chi leggerà, in chi si accosterà a queste pagine?

R. – Certamente la conversazione è stata fatta con delle persone precise: cioè i superiori generali degli ordini religiosi. E tuttavia, da questo discorso, emerge appunto una visione di Chiesa, non semplicemente una visione della vita religiosa. È un discorso di ampio respiro, molto attento alla realtà. Quindi, diciamo che è un discorso che si rivolge a tutti, non solo ai religiosi; i contenuti sono importanti per comprendere questa stagione della Chiesa, soprattutto in un momento in cui a volte sono difficili da comprendere perfino le sfide. Ecco, in questo il Papa Francesco è capace di dire con chiarezza qual è la direzione della Chiesa: che è una direzione di apertura  radicalmente missionaria, aperta alle grandi sfide.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Questa domenica si celebra la 49.ma Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema "Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro, nella gratuità dell’amore". Il servizio di Sergio Centofanti:

Famiglia, primo luogo dove impariamo a comunicare
Nel suo messaggio per la Giornata, diffuso il 23 gennaio scorso, Papa Francesco ricorda che la famiglia è il “primo luogo dove impariamo a comunicare”, sin dal grembo materno. L’incontro mamma-bambino è “la nostra prima esperienza di comunicazione” che accomuna tutti. “Non esiste la famiglia perfetta – osserva - ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”. Anzi, il perdono “è una dinamica di comunicazione” e la famiglia “diventa una scuola di perdono” perché è il luogo in cui ci si vuole bene oltre i limiti “propri e altrui”.

Guidare, non lasciarsi guidare dalle tecnologie
In questo contesto, i media, “ormai irrinunciabili” – dice Papa Francesco - possono ostacolare la comunicazione in famiglia se significano “sottrarsi all’ascolto, isolarsi dalla compresenza fisica” ma possono anche favorirla se “aiutano a raccontare e condividere, a restare in contatto con i lontani” e “a rendere sempre di nuovo possibile l’incontro”. Per questo è necessario guidare le tecnologie anziché farsi “guidare da esse”.

Famiglia non sia terreno di battaglie ideologiche
La famiglia – si legge ancora nel messaggio - “continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi”, aldilà di come tendono a volte a presentarla i media, quasi fosse un modello “astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato”. Non sia dunque terreno di "battaglie ideologiche". La famiglia più bella “è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli”. Promuovendo la famiglia - conclude il Papa -  “non lottiamo per difendere il passato ma lavoriamo con pazienza e fiducia, in tutti gli ambienti che quotidianamente abitiamo, per costruire il futuro”.

Ma qual è la particolarità del Messaggio del Papa per questa Giornata? Fabio Colagrande lo ha chiesto a don Enrico Cassanelli, docente di teoria e tecnica del linguaggio televisivo, e a Paola Springhetti, docente di giornalismo. Entrambi insegnano presso la Pontificia Università Salesiana:

R. - Quella di aver spostato nella Giornata mondiale della comunicazione il tema non tanto sui mezzi, sulle modalità, quanto piuttosto sui soggetti della comunicazione:  è una rivoluzione veramente interessante. Se chi comunica non è consapevole di questo suo potere, di questa sua possibilità, tutto il resto, le tecniche, gli ambiti, gli strumenti sono secondari.

D. - Come viene raccontata oggi la famiglia, secondo lei?

R. - Purtroppo non è un quadro consolante, perché normalmente si ricercano immagini di famiglia possibilmente trasgressive per incuriosire le persone o comunque irreali oppure modelli di famiglia utopici che servono alla pubblicità per vendere un prodotto e non per veicolare un modello relazionale possibile alle persone comuni.

D. - Paola Springhetti, qual è la chiave particolare del messaggio di quest’anno incentrato sulla famiglia?

R. - È un messaggio da una parte molto semplice, dall’altra molto intenso che arriva al cuore del problema. Oggi credo che la sfida sia davvero quella di riuscire a raccontare questa famiglia, a renderla un soggetto ancora desiderato - in realtà è molto desiderato, anche se spesso lo si nega - ma comunicarne tutta la bellezza e il fatto che vale anche la pena impegnarsi per costruirla anche se magari a volte può sembrare difficile.

D. - Nel messaggio del Papa leggiamo: “I media tendono a volte a rappresentare la famiglia come se fosse un modello astratto da accettare o rifiutare, da difendere o da attaccare invece che una realtà concreta da vivere”. Questo è un problema?

R. - Sì, credo che questo sia effettivamente un grosso problema. In realtà ognuno di noi ha sperimentato che la famiglia è una costruzione quotidiana che si mettendo un mattoncino dopo l’altro, facendo la manutenzione dei rapporti fra i membri della famiglia stessa, coltivando il dialogo, essendo disponibili all’ascolto degli altri, cercando di condividere davvero la vita e le esperienze. In questo senso, ogni famiglia è diversa dall’altra, però tutte le famiglie sono uguali perché sono il luogo dove le diversità si incontrano e si aiutano vicendevolmente a crescere.

D. - I mezzi di comunicazione aiutano la comunicazione in famiglia o interferiscono negativamente?

R. - Una volta l’immagine prevalente era questa: tutti i membri della famiglia seduti sul divano davanti alla televisione. Oggi l’immagine è quest’altra: ognuno nella propria stanza o magari anche davanti alla televisione, però con uno schermo in mano oltre a quello televisivo; che poi sia un cellulare, un tablet, un videogioco, però di fatto c’è questa estrema frammentazione. Allora si può vivere tutto questo valorizzando le potenzialità dei vari strumenti di comunicazione. Su WhatsApp i membri della famiglia scherzano, condividono le cose, si tengono in contatto anche quando non si è vicini fisicamente e questo è il lato positivo; però, se quando si è insieme ognuno sta su WhatsApp con altre persone, allora qualcosa non funziona. Oggi serve davvero una grossa informazione per i genitori e più in generale per gli educatori, perché ci aiutino ad usare gli strumenti di comunicazione per stare insieme e per comunicare fra di noi, oltre che per comunicare la famiglia al mondo. Bisogna saper scegliere e fare questa operazione che non è scontata. Qui però passa il crinale: da una parte c’è la capacità di usare gli istrumenti di comunicazione per i propri fini e dall’altra c’è il lasciarsi trascinare dagli strumenti di comunicazione in un isolamento che sicuramente porta la famiglia a disgregarsi.

D. - Don Enrico, come la televisione ha influito nelle relazioni famigliari?

R. - Mentre la televisione rappresentava una finestra sul mondo - anche se chi citava questa espressione la metteva tra virgolette perché non sempre era una vera e propria finestra – con la neotelevisione questa finestra si è opacizzata; è diventata uno specchio: le persone guardano la televisione non perché sono interessati agli altri come persone differenti da loro, ma quanto per specchiarsi - in qualche maniera - nelle altre persone, confrontarsi, rivaleggiare … Quindi, questo offuscamento è stato secondo me molto pericoloso. In una sua lettera del ’91 – la lettera pastorale molto famosa “Il lembo del mantello” di Martini – che in qualche modo è nella filigrana del discorso del Papa di quest’anno, c’è una terza metafora che a me sembra molto interessante che è far si che il mezzo di comunicazione sociale non sia la finestra, non sia assolutamente specchio, ma diventi una porta che apre al contatto con gli altri: l’informazione è sana, costruttiva, se fa sì che le relazioni si fortifichino all’interno – prima di tutto – del nucleo famigliare e poi sia anche uno stimolo a uscire a confrontarsi con gli altri, a dialogare e magari  - in qualche caso - ad impegnarsi concretamente per chi si trova in difficoltà. In questo senso allora la comunicazione sociale acquisisce il suo valore reale anche secondo le indicazioni del Papa.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - A Taiwan verrà prodotta in autunno una serie tv  di 13 puntate su Papa Francesco, che sarà messa in onda su uno dei canali televisivi nazionali: la raccolta fondi per finanziare il progetto  è già iniziata lo scorso gennaio. “Papa Francesco è talmente famoso e unico - spiega  Dean Ferng, segretario del team di raccolta fondi del Kuangchi Program Service che produrrà la serie - che l’idea ha subito generato un grande entusiasmo a cominciare dall’arcivescovo John Hung Shan-chuan e dai giovani di tutte le parrocchie”.

Questa serie tv potrà raggiungere tutti anche i più lontani
Proprio l’arcivescovo ha sottolineato il grande contributo di Papa Francesco in termini di missione verso i più emarginati e verso chi si ritiene distante dalla comunità cristiana. ”Questa iniziativa – ha sottolineato mons. Hung Shan-chuan - per noi è entusiasmante, perché ci permette di raggiungere un pubblico che sarebbe altrimenti fuori dal nostro raggio di contatti”.

Saranno i giovani a realizzare il programma
Il programma, come ha spiegato anche la presidente del Kuangchi Program Service, Jessica Chuang, sarà elaborato dai giovani e dagli adolescenti cattolici per raggiungere il più ampio numero di telespettatori tra i loro coetanei. “Ognuno merita di conoscere Papa Francesco in maniera più approfondita", ha commentato Ilary Wang, responsabile della pastorale giovanile cittadina. "Quando si parla di leader che riescono ad essere in contatto con la gente, Papa Francesco è un esempio tanto raro quanto formidabile. Non ci sorprende per nulla l’entusiasmo che riesce a suscitare!”.

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IL 6 MAGGIO L’INCONTRO PROMOSSO DALLA DIOCESI DI ROMA, DALLA ONLUS COMUNICAZIONE E CULTURA DELLE PAOLINE E DALLA PONTIFICIA UNIVERSITÀ IN PREPARAZIONE ALLA 49ª GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI.
RIFLETTONO L’ARCIVESCOVO PAGLIA, I SOCIOLOGI MAGATTI E GIACCARDI E LA CONSULENTE FAMILIARE CICCARELLI.
ALLA FAMIGLIA PETRILLO-CORBELLAIL PREMIO “PAOLINE COMUNICAZIONE E CULTURA 2015”.

La Famiglia è un “un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una comunità comunicante”. È questo uno dei passaggi più significativi del Messaggio di Papa Francesco per la 49ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che sarà celebrata il prossimo 17 maggio, come da tradizione nella domenica che precede la Pentecoste. A questo Messaggio è dedicato l’incontro che l’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi di Roma, la Onlus Comunicazione e Cultura delle Paoline e la Pontificia Università Lateranense, (con la collaborazione del Forum Famiglie del Lazio) organizzano per il prossimo 6 maggio (ore 18.00) presso la Basilica di Santa Maria in Montesanto, la “Chiesa degli Artisti”in piazza del Popolo a Roma.

Introdotti dal portavoce della Diocesi di Roma, don Walter Insero, la riflessione sarà caratterizzata dagli interventi dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famigliae dei coniugi Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, entrambi sociologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Prevista una testimonianza di Emma Ciccarelli, Presidente del Forum delle famiglie del Lazio. Modererà Massimiliano Padula, docente della Pontificia Università Lateranense.

Come da tradizione, l’appuntamento sarà caratterizzato dal conferimento del Premio "Paoline comunicazione e cultura 2015” che quest’anno cadrà nel Centenario di fondazione delle Figlie di San Paolo. Sarà la Superiora generale suor Anna Maria Parenzan a consegnare il premio alla famiglia Petrillo-Corbella.

«Abbiamo pensato questa iniziativa – spiega don Insero – come un’opportunità di testimonianza. Riflettere e raccontare la famiglia e le azioni comunicative che la contraddistinguono, significa “comprendere (come scrive Papa Francesco nel Messaggio) che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile”».

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Si rinnova, anche quest’anno, l’appuntamento con le Giornate salesiane di studio sul messaggio che il Papa ha consegnato per XLIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (17 maggio 2015) sul tema: “Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore”.

L’iniziativa, giunta alla sua IV edizione, vedrà i giovani Salesiani (SDB) e Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) in formazione inziale radunati, venerdì 17 e sabato 18 aprile, presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione sociale dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.

Le Giornate salesiane di comunicazione - a partire dal messaggio che il Pontefice rilascia per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - mirano a favorire una occasione d’incontro e di formazione tra giovani religiosi salesiani; promuovere la formazione alla Comunicazione Sociale nelle fasi della formazione iniziale; abilitare i giovani religiosi, insieme ai loro formatori e formatrici, alla consapevolezza dell’autoformazione e dell’importanza della Comunicazione sociale nella missione.

I lavori di venerdì pomeriggio si apriranno con una tavola rotonda dove interverranno la prof.ssa Elisa Manna (del Centro Studi Investimenti Sociali dell’Italia - Censis), che presenterà il ritratto di famiglia che emerge dalle analisi sociologiche, e la famiglia Diella che, alla luce del messaggio del Papa, racconterà la propria esperienza di comunicazione familiare.

Seguiranno le sessioni parallele, animate da esperti, che proporranno ai partecipanti di approfondire il tema del messaggio in vari ambiti e prospettive:

Comunicare la famiglia: è possibile in una casa famiglia?
Comunicare la famiglia nella pastorale familiare
Comunicare la famiglia in contesti familiari difficili
Comunicare la famiglia nelle nostre comunità religiose
Il Sinodo sulla famiglia, contenuto e metodo
La comunicazione nella formazione alla Vita Consacrata.

La serata si concluderà con un incontro di preghiera ispirato al percorso di educazione e formazione insito nel messaggio del Papa.
 
Nella mattinata di sabato 18 aprile, i giovani religiosi salesiani parteciperanno ai laboratori che offriranno alcuni aiuti su come è possibile comunicare la famiglia attraverso vari media, social network e canali comunicativi.

Sarà possibile seguire in diretta streaming sui seguenti url (i link saranno attivi nel giorno della relativa diretta)

Venerdì 17 aprile

la tavola rotonda, ore 15.00 - 17.30 (UTC/GMT + 2 / CEST)
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=v8_ZLqRIS1w 
 
una sessione parallela, 17.45 - 19.30 (UTC/GMT + 2 / CEST)
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=YKPHbOj89fY 
 
Sabato 18 aprile

condivisione e conclusioni finali 15.00- 17.00 (UTC/GMT + 2 / CEST)
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=CAA_ybkhqA0

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Città del Vaticano (osservatoreromano.va) - L’editrice La scuola pubblica Buon pranzo! (Brescia, 2015, pagine 211, euro 12,50) raccolta ragionata delle riflessioni pronunciate dia Papa Francesco durante gli Angelus domenicali.

L’onda di simpatia, suscitata da Papa Francesco nella Chiesa e nel mondo - scrive Bruno forte nell’introduzione - è stata ed è oggetto di valutazioni diverse, perfino di un conflitto delle interpretazioni: c’è chi coglie nel messaggio di questo Papa e nell’entusiasmo che accende i segni di una rinnovata primavera della fede; c’è chi vede emergere nostalgie ingenue e rischiose di pauperismo evangelico; c’è chi riconosce nel consenso che diversi manifestano i rigurgiti di un mai sopito affetto antiromano, pronto a identificare nel vescovo di Roma, «venuto quasi dalla fine del mondo», soprattutto il promotore di una riforma radicale della macchina curiale.

Personalmente mi sento in sintonia con chi legge nel pontificato di Francesco uno straordinario tempo di grazia e di speranza per tutti, in continuità con ciò che era stato preparato dalla riforma spirituale voluta da Benedetto XVI, anche se con caratteristiche differenti. Tre elementi mi sembrano entrare in gioco nel modo di essere e di comunicare di Papa Francesco, tali da fargli raggiungere ampiamente e in profondità il cuore di tutti: il linguaggio del suo stile di vita; la forza di un vocabolario nuovo; e la capacità di sorprendere.

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Italia (ilsismografo.blogspot.it) Dopo aver raggiunto, il 18 gennaio scorso, i 18 milioni di follower, ora, 36 giorni dopo, gli account Twitter di Papa Francesco, @pontifex e le sue declinazioni linguistiche, alle ore 18.08 hanno superato complessivamente i 19 milioni. Il traguardo raggiunto conferma un trend piuttosto inedito poiché in pratica si consolida un dato rilevante: ogni 40/45 giorni i 9 account Twitter del Pontefice "guadagnano" un milione di follower, fenomeno non riscontrabile in altri casi. La media mensile, dal 12 dicembre 2012 al 23 febbraio 2015 (26 mesi), è superiore a 730.000 nuovi follower. E' interessante registrare che nelle ultime settimane, e con l'avvicinarsi della GMG 2016 in Cracovia (Polonia), i follower in lingua polacca crescono costantemente al punto di essere oggi, a sorpresa, il quinto account più "frequentato" dopo lo spagnolo, l'inglese, l'italiano e il portoghese.

1) Spagnolo = 8.120.725
2) Inglese = 5.584.359
3) Italiano = 2.504.756
4) Portoghese = 1.305.219
5) Polacco = 371.028
6) Francese = 352.193
7) Latino = 327.305
8) Tedesco = 247.208
9) Arabo = 187.242
Totale = 19.000.035

Cronologia
- 3 dicembre 2012
  Creazione di "#AskPontifex" per porre domande al Papa
- 12 dicembre 2012
  Lancio del primo tweet in 8 lingue
- 15 gennaio 2013
  Gli otto account raggiungono 2 milioni di follower
- 17 gennaio 2013
  Apertura dell'account in latino
- 19 febbraio 2013
  I nove account raggiungono i 3 milioni di follower
- 28 febbraio 2012
 (ultimo giorno del pontificato di Benedetto XVI - I nove account superano largamente i 3 milioni di follower) - Sospensione momentanea degli account.
- 13 marzo 2013
  Elezione di Papa Francesco.
- 17 marzo 2013
  Primo tweet di Papa Francesco (I nove account ripartono con 3.300.000 follower)
- 19 marzo 2013
  I nove account superano i 4 milioni di follower
- 4 aprile 2013
  I nove account superano i 5 milioni di follower
- 29 aprile 2013
  I nove account superano i 6 milioni di follower
- 19 giugno 2013
 I nove account superano i 7 milioni di follower
- 28 luglio 2013
 I nove account superano i 8 milioni di follower
- 3 settembre 2013
 I nove account superano i 9 milioni di follower
- 26 ottobre 2013
 I nove account superano i 10 milioni di follower
- 12 dicembre 2013
Primo anno degli account Twitter del Papa
- 27 dicembre 2013
 I nove account superano gli 11 milioni di follower
- 23 febbraio 2014
 I nove account superano i 12 milioni di follower
- 17 marzo 2014
 Un anno dal primo tweet di Papa Francesco
- 5 aprile 2014
 I follower in lingua portoghese superano il milione
- 16 aprile 2014
 I nove account superano i 13 milioni di follower
- 3 maggio 2014
 I follower in lingua inglese superano i 4 milioni
- 25 maggio 2014
 I follower in latino superano i 250.000
- 17 giugno 2014
 I nove account superano i 14 milioni
- 24 giugno 2014
 I follower in lingua spagnola superano i 6 milioni
- 14 luglio 2014
 I follower in lingua tedesca superano i 200.000
- 14 agosto 2014
 I follower in polacco superano i 250.000
- 18 agosto 2014
 I nove account superano i 15 milioni di follower
- 2 ottobre 2014
I follower in lingua italiana superano i 2 milioni
-14 ottobre 2014
I nove account superano i 16 milioni di follower
- 18 ottobre
I follower in lingua spagnola superano i 7 milioni
- 4 dicembre 2014
I follower in latino superano i 300.000
- 12 dicembre 2014
Secondo anniversario del lancio dei primi tweet firmati Papa Benedetto XVI
- 13 dicembre 2014
I follower dei 9 account superano i 17 milioni
- 17 gennaio 2015
Secondo anno dell'account in latino
- 18 gennaio 2015
I follower dei 9 account superano i 18 milioni
- 9 febbraio 2015
I follower in spagnolo superano gli 8 milioni
- 23 febbraio 2015
I follower dei 9 account superano i 19 milioni.

di Michel Dorais

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Esclusi. Nelle periferie esistenziali con Papa Francesco”. È il nuovo libro di don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e referente per il Medio Oriente di Pax Christi Italia, e Betta Tusset, del punto pace Pax Christi di Venezia, presentato in questi giorni alla Libreria Paoline Multimedia di Roma. “Ma cosa sono queste periferie di cui continua a parlare Papa Francesco?”, si chiede Gaetano - uno dei personaggi del libro – mentre va a prestare servizio di volontariato nella sua nuova parrocchia, in un quartiere multietnico di una nebbiosa città del nord Italia. Tra testimonianza e romanzo, si vuole direttamente dare voce alla ‘carne di Cristo’, perché in ogni ‘scarto dell’umanità’ c’è qualcuno da ascoltare e da amare. Cosa ha spinto dunque gli autori a scrivere questo libro? Giada Aquilino li ha intervistati. Cominciamo, con don Nandino Capovilla:

Don Capovilla – Le piaghe che Papa Francesco dice di toccare e quindi stare con i poveri. Ecco, le storie da queste ‘periferie esistenziali’, storie di poveri senza dimora che ci condizionano poi anche nelle nostre scelte di fede e soprattutto ci chiamano a condividere e quindi a ‘far saltare’ anche gli schemi dell’assistenza.

D. – Betta, nel libro c’è un personaggio immaginario e tante storie: di cosa si parla?

Tusset – Si parla innanzitutto di relazioni che si instaurano tra le persone, tra i volontari che fanno un gesto semplice offrendo la colazione la domenica mattina in una qualsiasi parrocchia di una qualsiasi periferia italiana e la gente che ha bisogno, verso cui ci si china. Quello che abbiamo cercato di evidenziare nel libro è che, partendo da un piccolo gesto, ci si allarga a conoscersi e a condividere, a raccontarsi vicendevolmente, quindi a tornare ad essere gli uni per gli altri semplicemente persone. E nel libro poi c’ è un personaggio che non esiste, un personaggio inventato: Gaetano, che è un volontario che ci rappresenta un po’ tutti; fa fatica ad accettare le storie di queste persone, perché le giudica innanzitutto e pensa che se hanno sbagliato – come dice lui – perché poi le si deve accogliere a braccia aperte? Non basta, forse, semplicemente chinarsi verso di loro e dare loro il necessario? Perché anche ascoltarli?

D. – Perché? Da dove arriva la risposta, don Nandino?

Don Capovilla – La risposta è sempre esattamente nella nostra umanità condivisa, riconosciuta. Per strada, in autobus, quando vediamo una persona che vive nel disagio - che appunto è un povero, un senza fissa dimora, una persona che, diremmo, sta di là, sull’altro lato della strada - bisogna scoprire e partire dal punto di vista che è esattamente un nostro fratello. E, allora, ecco che prima di tutto bisogna attivare l’ascolto e poi far sì che sia possibile, proprio dall’ottica delle periferie, cominciare a guardare la storia in modo diverso, con i loro occhi.

D. – Ci sono storie di dolore, di abbandono, di ‘scarto’, come dice Papa Francesco: lo ha ribadito anche nel suo ultimo viaggio in Sri Lanka e nelle Filippine. Quali realtà avete colto e raccontato, Betta?

Tusset  – Sono storie che partono dalla mancanza di lavoro, partono da un disagio psicologico, a volte psichiatrico, dalla tossicodipendenza; poi ci sono storie di persone che magari arrivano da più lontano e che hanno sofferto i problemi collegati alla guerra, alla fame dell’Africa, al fuggire da realtà durissime per arrivare qui e, magari, essere accolte in maniera anche sbagliata; e infine, anche storie di fragilità che si incontrano e che poi fanno fatica a trovarsi, come quelle, ad esempio, delle nostre badanti. L’unica donna che è raccontata in questo libro è proprio una signora dell’est europeo, Romana, che improvvisamente - avendo perso l’affetto che la legava qui, una delle nostre persone anziane che accudiva - si è trovata a perdere la famiglia che l’aveva accolta e, con questa, la casa e il lavoro, a non riuscire più a risalire la china e a non riuscire più neppure ad avere la forza di ritornare in patria, perché la sua dignità di donna lavoratrice da tanto tempo non lo ha permette.

D. - Come poi dalla realtà parrocchiale si può uscire fuori e andare verso l’altro, don Nandino?

Don Capovilla – E’ assolutamente necessario riscrivere, continuamente, quei percorsi di solidarietà delle nostre città, le reti che ci impegnano prima di tutto come cittadini prima che come credenti, proprio per generare inclusione, ascolto, possibilità di spazi. Dal libro, per esempio, è nata un’esperienza di superamento di chiusura delle biblioteche cittadine. Nelle istituzioni, da cittadini e da cristiani, ci mettiamo ad inventare, con creatività, soluzioni nuove perché davvero da questi cittadini “a metà”, come dice Papa Francesco, si possa avere tutti gli stessi diritti nella stessa città.

D – Don Nandino, voi come Pax Christi, spesso siete usciti dalla realtà parrocchiale per andare ad esempio nei Territori palestinesi. Lì ci sono persone ‘escluse’, nel senso di escluse dalla pace: cosa manca per arrivare alla pace tra israeliani e palestinesi oggi?

Don Capovilla – La mancanza di giustizia, la mancanza di un sussulto per i popoli del Medio Oriente, in particolare, i popoli oppressi, come quello palestinese da un’occupazione militare, da una colonizzazione che mette in dubbio anche il progetto di una soluzione di due Stati per due popoli. E, da parte nostra, deve esserci un sussulto sul riconoscimento dei percorsi che possono portare alla pace: in questo caso, in questi giorni, anche dal nostro Parlamento italiano, per un riconoscimento dello Stato di Palestina, come l’Europa ha già fatto.

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Vi proponiamo la lettura di una interessante riflessione di Alessandro Gisotti, Vice Capo Redattore alla Radio Vaticana, pubblicata sul sito Firenze2015.it (Progetto web ufficiale del 5° Convegno Ecclesiale Naizonale)

L’omelia “social” di Santa Marta

 (www.firenze2015.it) - È possibile incontrare Gesù su Facebook? Sicuramente è possibile incontrare la sua Parola. E Papa Francesco offre un contributo fondamentale a questo scopo. A convincermi di questa nuova possibilità di colloquio con il Risorto – per riprendere Paolo VI nell’Ecclesiam Suam – non è stato tanto uno studio “a freddo” dei social network, quanto un’esperienza “a caldo” di questa nuova dimensione del vivere quotidiano di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Al riguardo, sembra particolarmente significativo quanto succede giornalmente con le omelie pronunciate dal Papa nella Messa mattutina a Casa Santa Marta.

Come è noto, a queste celebrazioni partecipano di volta in volta poche decine di persone. L’omelia, per volontà del Pontefice, non è pubblicata integralmente. Tuttavia – grazie ai servizi di sintesi della Radio Vaticana prima e agli articoli dell’Osservatore Romano poi – le parole pronunciate da Francesco travalicano le mura della piccola cappella della Domus Sanctae Marthae per raggiungere velocemente un grandissimo numero di persone e comunità. E questo grazie soprattutto a Internet, in particolare alle reti sociali. Un processo di cui sono osservatore privilegiato, essendo uno dei tre redattori della Radio Vaticana che ha il compito di curare i servizi sulle “omelie di Santa Marta”.

Una semplice analisi cronologica di una “giornata tipo” mostra quanto la Rete sia uno straordinario e spontaneo amplificatore del microfono posto davanti alla bocca del Pontefice, alle 7 del mattino, per la Messa. La prima edizione dell’emittente vaticana che dà conto con un breve servizio (circa un minuto e mezzo) dell’omelia è alle ore 12, mentre una sintesi più ampia (intorno ai 3 minuti) viene trasmessa alle ore 14. La pubblicazione del servizio sul sito Internet della Radio (testo e audio) avviene invece, mediamente, tra le 10.30 e le 11. Quindi, almeno un’ora prima della messa in onda.

Si tratta di un tempo straordinariamente lungo per la comunicazione istantanea e “virale” che contraddistingue il Web. Uno spazio temporale in cui, quotidianamente, si ripete il “miracolo” di una rilettura globale del Vangelo del giorno da parte del Popolo di Dio, innescata dalla riflessione del Successore di Pietro. Qualcosa di assolutamente inedito che, da una parte, incarna perfettamente il binomio vescovo-popolo che sta al centro della visione di Chiesa di Jorge Mario Bergoglio; dall’altra, dimostra in modo eclatante come anche l’ambiente digitale possa essere terreno fecondo per la fioritura di un “nuovo umanesimo” fondato sul messaggio sempre vivo di Gesù Cristo.

Si resta sempre colpiti nel riscontrare come, pochi minuti dopo la pubblicazione della sintesi dell’omelia sul sito della Radio Vaticana, si metta in moto sui social network una conversazione globale sulle parole del Papa e dunque, in definitiva, sulla Parola di Dio. È come se Facebook, Twitter diventassero idealmente il piazzale antistante Casa Santa Marta, dove i partecipanti alla Messa di Francesco si riuniscono, dopo la celebrazione, per commentare quanto ascoltato. C’è chi, condividendo il link al servizio, mette l’accento su un passaggio, chi su un altro. Chi si rallegra per una formula particolarmente efficace, chi invece (non tanti, ma ci sono) trova inadeguato il linguaggio utilizzato dal Vescovo di Roma, a cui si chiede “maggiore autorevolezza”. C’è anche chi sovrappone una “frase forte” dell’omelia ad un’immagine che richiama l’attualità, dalla condizione dei cristiani perseguitati all’impegno per ridare dignità ai poveri.

Di certo, pochi tra gli abitatori del Continente digitale – e questo vale anche per i “lontani” dalla Chiesa – possono dire di rimanere del tutto indifferenti al messaggio che è stato “spedito” la mattina da Santa Marta, perché quel messaggio è stato fatto proprio, elaborato e “rispedito” da tantissime persone in una sorta di tam tam digitale. Insomma, come ha osservato il direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, Papa Francesco più che comunicare “crea eventi comunicativi”. Non è il protagonista solitario di una storia, siamo tutti coprotagonisti. Vescovo e popolo, appunto.

Ma come è possibile, tuttavia, che le omelie di un Pontefice, che quando era arcivescovo di Buenos Aires neppure utilizzava Internet, abbiano un così grande successo nell’agorà digitale? Una prima possibile risposta la dà Francesco stesso quando nell’Evangelii Gaudium sottolinea che un’omelia dovrebbe sempre contenere “un’immagine, un’idea, un sentimento”. Effettivamente, il linguaggio fluido, espressivo, per certi versi immaginifico di Bergoglio sembra proprio essere adatto ad una comunicazione semplice e immediata (e per immagini) come quella della Rete.

D’altro canto, già Benedetto XVI – il Papa che ha avuto il merito e la lungimiranza di portare la Santa Sede sui social network – rilevava, nel 2011, che la Chiesa è chiamata “a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli e metafore significative per le persone, che possono essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo contemporaneo”. Quando Papa Francesco parla dei “cristiani da salotto” o della Chiesa “madre e non baby-sitter”, tutti capiamo cosa sta dicendo perché ritroviamo tali esempi nel nostro vissuto quotidiano. E in questo si coglie anche quell’empatia che il Papa ha indicato ai vescovi dell’Asia, incontrati in Corea, come via privilegiata di annuncio del Vangelo. C’è poi un altro elemento “strutturale” che rende il linguaggio di Francesco web-friendly. Quando parla a braccio – come nelle omelie a Santa Marta – le sue frasi sono brevi, con poche subordinate e di facile memorizzazione. E’ come se fossero pronte per un tweet o per un post su Facebook.

Il linguaggio gioca quindi un ruolo importante, ma non sarebbe sufficiente a decretarne il “successo” se più in profondità non si riconoscesse al pastore Bergoglio la volontà di incontrare l’altro chiunque esso sia. Di più: a farsi prossimo a tutti e ad ognuno senza timori. Per Papa Francesco, come ha sottolineato parlando ai vescovi brasiliani in occasione della Gmg di Rio de Janeiro, “serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente”. E’ questo il progetto che Francesco chiama a costruire tutti assieme e i nuovi areopaghi digitali possono essere uno spazio importante di realizzazione, soprattutto per le nuove generazioni. Come ha scritto nel suo primo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, i social network “sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione e riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo”. Ed ha invocato “energie fresche e un’immaginazione nuova” per affrontare “la rivoluzione dei mezzi di comunicazione”.

Sono, queste affermazioni, profondamente in consonanza con quelle contenute in un documento di dieci anni fa, che a rileggerlo oggi assume il carattere della profezia. Il riferimento è alla Lettera apostolica di San Giovanni Paolo II, Il Rapido Sviluppo, indirizzato agli operatori delle comunicazioni sociali, e pubblicato nel gennaio 2005. In questo che è l’ultimo grande documento magisteriale prima della morte, Karol Wojtyla scrive che il fenomeno delle comunicazioni sociali “spinge la Chiesa ad una sorta di revisione pastorale e culturale”. E annota, con toni simili al suo successore gesuita, che “i media si rivelano una provvidenziale opportunità per raggiungere gli uomini in ogni latitudine, superando barriere di tempo, di spazio e di lingua, formulando nelle modalità più diverse i contenuti della fede”. In un tempo nel quale Facebook era nato da pochi mesi e Twitter era ancora lontano dal nascere, Giovanni Paolo II prevede che Internet non solo fornirà “risorse per una maggiore informazione”, ma abituerà le persone “ad una comunicazione interattiva”.

“Non abbiate paura delle nuove tecnologie! Esse – assicura Papa Wojtyla – sono tra le cose meravigliose – che Dio ci ha messo a disposizione”. Internet è “un dono di Dio”, gli farà eco 9 anni dopo Papa Francesco. Un dono che i comunicatori sono chiamati a custodire e valorizzare per il bene dell’uomo.

di Alessandro Gisotti

Vice-caporedattore alla Radio Vaticana

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ nella famiglia che si insegna e si impara a comunicare. E’ il cuore del messaggio del Papa, presentato oggi,  in occasione della 49.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali dal tema “Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell’incontro nella gratuità dell’amore” che si celebra il prossimo 17 maggio. Servizio di Francesca Sabatinelli

E’ partendo dai due Sinodi sulla famiglia, quello straordinario, nell’ottobre scorso, e quello ordinario, il prossimo ottobre, che il Papa articola il suo Messaggio fondato sulla famiglia “primo luogo dove impariamo a comunicare” spiega Francesco, sin dal grembo materno “prima ‘scuola’ di comunicazione fatta di ascolto e contatto corporeo”.

La famiglia scuola di perdono
L’incontro mamma-bambino è “la nostra prima esperienza di comunicazione” che accomuna tutti.  E’ in famiglia che si impara a parlare, ad usare le parole, ed è in famiglia che si trasmette la preghiera, “dimensione religiosa della comunicazione”. In famiglia, scrive il Papa, si capisce “che cosa è veramente la comunicazione come scoperta e costruzione di prossimità”. E’ la famiglia, inoltre, che “diventa una scuola di perdono”,  perché è laddove volendosi bene che si sperimentano limiti “propri e altrui”. “Non esiste la famiglia perfetta, dice il Papa, ma non bisogna avere paura dell’imperfezione, della fragilità, nemmeno dei conflitti; bisogna imparare ad affrontarli in maniera costruttiva”.

Messaggio per le famiglie disabili
Anche il perdono “è una dinamica di comunicazione”, attraverso la quale il bambino che impara “ad ascoltare gli altri, a parlare in modo rispettoso, esprimendo il proprio punto di vista senza negare quello altrui, sarà nella società un costruttore di dialogo e di riconciliazione”. Francesco richiama l’esperienza delle famiglie con figli disabili, il deficit può indurre a chiudersi, ma con l’amore della famiglia, così come degli amici, può diventare “stimolo ad aprirsi, a condividere, a comunicare in modo inclusivo; e può aiutare la scuola, la parrocchia, le associazioni a diventare più accoglienti verso tutti, a non escludere nessuno”.

Famiglia: scuola di comunicazione come benedizione
Anche in un mondo dove le chiacchiere e le maldicenze inquinano, “la famiglia può essere una scuola di comunicazione come benedizione”. Anche quando possono prevalere odio e violenza, quando “le famiglie sono separate tra loro da muri” anche dettati da pregiudizio e risentimento, è allora che benedire, visitare e accogliere diventano il modo per “testimoniare che il bene è sempre possibile, per educare i figli alla fratellanza”.

I media devono sempre rendere possibile l'incontro
Francesco si sofferma sui mezzi di comunicazione per eccellenza, i media oggi “ormai irrinunciabili” che possono ostacolare la comunicazione, in famiglia e tra famiglie, se significano “sottrarsi all’ascolto, isolarsi dalla compresenza fisica” ma possono anche favorirla se “aiutano a raccontare e condividere, a restare in contatto con i lontani, a ringraziare e chiedere perdono, a rendere sempre di nuovo possibile l’incontro”. E’ così che si potrà orientare il proprio rapporto con le tecnologie anziché farsi “guidare da esse”.

La famiglia non è un terreno per combattere battaglie ideologiche
I genitori sono i primi educatori, spiega il Papa, ma vanno affiancati dalla comunità cristiana perché “sappiano insegnare ai figli a vivere nell’ambiente comunicativo secondo i criteri della dignità della persona umana e del bene comune”. Ed ecco che si arriva alle sfide di oggi: “reimparare a raccontare, non semplicemente produrre e consumare informazione”, che spesso semplifica, contrappone le differenze e le visioni diverse, anche schierandosi, “anziché favorire uno sguardo d’insieme”. La famiglia, è la conclusione, “non è un oggetto sul quale si comunicano delle opinioni o un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche, ma un ambiente in cui si impara a comunicare nella prossimità e un soggetto che comunica, una ‘comunità comunicante’”.

Famiglia: luogo dove imparare a comunicare l'amore ricevuto e donato
La famiglia “continua ad essere una grande risorsa, e non solo un problema o un’istituzione in crisi”, aldilà di come tendono a volte a presentarla i media, quasi fosse un modello “astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato”. La famiglia più bella “è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli”. “Non lottiamo per difendere il passato, è la conclusione, ma anche il richiamo del Papa, ma lavoriamo con pazienza e fiducia, in tutti gli ambienti che quotidianamente abitiamo, per costruire il futuro”.

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