Chiesa e Comunicazione

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - "Guai a pensare che il virtuale non sia il reale. Anche sul web esistono 'periferie digitali' o 'favelas tecnologiche' dove si può naufragare. Molti minori possono essere adescati, irretiti o diventare vittime di pedofilia ad opera di chi, celandosi dietro l'anonimato, approfitta della loro ingenuità". Lo sottolinea don Fortunato Di Noto, fondatore dell’Associazione Meter Onlus contro la pedofilia, nel contesto della presentazione, in Vaticano, della campagna internazionale di mobilitazione “Stop alle minacce su internet”. L'iniziativa, voluta dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e dal BICE (Bureau International Catholique de l’Enfance), coincide con il 25° anniversario della convenzione sui Diritti dell’Infanzia.

"I social networks sono reti positive, che aiutano la socializzazione, ma possono diventare luoghi di minacce e molestie", spiega il sacerdote siciliano. "Pensiamo, ad esempio, che su 'Facebook' esistono più di cento milioni di falsi profili. 'MySpace', lo scorso anno, ha cancellato più di novanta mila profili di molestatori". "Mi è capitato di scoprire un caso, sulla chat del social 'Ask' - prosegue don Di Noto -  in cui una minore era stata accerchiata da una serie di utenti adulti che si erano accordati per molestarla". "Va sottolineato inoltre - ricorda il fondatore di Meter - che la rete non dimentica. Ed è quindi pericoloso immettere sul web informazioni e immagini soprattutto relative a minori". "Purtroppo però - aggiunge il fondatore di Meter - l'85% per cento dei giovani parla con difficoltà con gli adulti di ciò che accade nella loro vita in rete".

Don Fortunato insiste quindi sulla necessità di educare i minori a seguire delle regole quando navigano in rete e presenta la campagna nazionale dell'AssociazioneMeter, 'In riga su Internet', che durerà fino a novembre 2015 con l'obbiettivo di raggiungere il più ampio numero possibile di studenti in Italia, sia nativi digitali che mobile born (quelli cresciuti con il tablet in mano). "La regola salva la vita", spiega don Fortunato. "Per questo abbiamo pensato di proporre dieci piccole regole. 'Informa sempre i tuoi genitori sull’elenco degli amici con cui chatti'; 'Non pubblicare i tuoi video e le tue foto sui canali online'; 'Utilizza il computer con cautela e per giusti scopi', e così via". "Dobbiamo educarci al rispetto delle persone", conclude don Di Noto. "Non si può imbavagliare la rete. E' un dono di Dio, come ci ricorda il Magistero. Ma dobbiamo educarci per evitare i naufragi, gli incontri con i 'mostri'. Dovere dei genitori è abitare la rete per insegnare ai minori a vivere questi luoghi con responsabilità e intelligenza, senza demonizzarli".

di Fabio Colagrande

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Città del Vaticano (www.news.va) - Nel 2013 circa 20.000 giovani europei hanno subito molestie su internet. Per affrontare l’emergenza il 9 dicembre presso la Sala stampa della Santa Sede è stata lanciata «Stop alle minacce su internet», una campagna internazionale di mobilitazione avviata nel contesto del 25° anniversario dalla firma della Convenzione sui Diritti dell’infanzia.

Il progetto è stato presentato dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, il quale ha sottolineato «il ruolo centrale dell’educazione, come parte essenziale dello sforzo comune dell’umanità per prevenire ed eliminare delle terribili piaghe, compresa la questione delle molestie su internet». Per affrontare questo fenomeno, ha aggiunto, «è necessario educare i giovani a riconoscere negli altri persone di pari dignità, da considerare non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere e abbracciare».

La campagna di sensibilizzazione è promossa dal Bureau international Catholique de l’Enfance (Bice), che ha raccolto oltre diecimila firme a sostegno dell’iniziativa. Il presidente del Bice, Olivier Duval, ha sottolineato la necesità di combattere a tutti i livelli questa nuova forma di violenza anche fornendo ai ragazzi delle linee guida da seguire per evitare di commettere e di subire atti di cyberbullismo.

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Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:42

La comunicazione autentica secondo Papa Francesco

Roma (formiche.net) - Il 2 dicembre 2014 si è tenuto a Roma il dibattito su “Informazione religiosa – Le nuove frontiere della formazione giornalistica”, promosso dall’Unione Cattolica della Stampa Italiana in occasione della presentazione del volume del giornalista Massimo Enrico Milone “Pronto? Sono Francesco. Il Papa e la rivoluzione comunicativa un anno dopo”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. Come riportato anche da Vatican Insider in un recente articolo, Milone analizza il linguaggio diretto e colloquiale di Papa Francesco, i suoi discorsi ai comunicatori e i contenuti di un rapporto mediatico che segna decisamente un cambio d’epoca.

PAPA FRANCESCO E LA COMUNICAZIONE SOCIALE

La riflessione del Papa riguarda da un lato, la comunicazione sociale come missione di evangelizzazione e dall’altro, il contesto dei media come luogo di un nuovo “abitare” umano, fatto di incontro e dialogo ma anche di esclusione e isolamento, ovvero di “periferie esistenziali”, che si snodano attraverso internet. Il Papa esorta ad essere presenti nelle reti digitalitenendo presenti due obiettivi: il primo è la ricerca di un incontro autentico con l’altro; il secondoè la ricerca della verità attraverso le domande sul senso autentico della vita.

INTERNET E CONOSCENZA: UN NUOVO CONTESTO

Nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2014, intitolato “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, Papa Francesco indica “il rischio di un uso distraente dei media”, di un accesso disordinato all’informazione, che offre alle persone un eccesso di risposte a domande non richieste, mentre si indebolisce la capacità di porre domande sul significato autentico dell’agire e del vivere. Scrive infatti il Papa che “la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. […] L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci”. E ancora, nel discorso ai ministranti di lingua tedesca, il Papa afferma che “Internet e i telefonini, i prodotti del progresso tecnologico, che dovrebbero semplificare e migliorare la qualità della vita, e talvolta distolgono l’attenzione da quello che è realmente importante.

CONTRO IL DETERMINISMO TECNOLOGICO

Uno snodo cruciale della riflessione di Papa Francesco riguarda il rapporto tra comunicazione e tecnologia. Non è rispettosa della verità dell’uomo la convinzione secondo cuii media siano in grado di predeterminarele relazioni personali. Al contrario, secondo Papa Francesco “la comunicazione èuna conquista più umana che tecnologica”, e l’uomo deve orientare i media al perseguimento della verità.Anche Papa Benedetto XVI, nel Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali del 2011, afferma che “se usate saggiamente, le nuove tecnologie “possono contribuire a soddisfare il desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda dell’essere umano”.

INTERNET, NUOVA “PERIFERIA ESISTENZIALE”

Come ha notato padre Antonio Spadaro nel suo blog Cyberteologia, il significato di “prossimo” cambia a causa della rete che relativizza lo spazio e il tempo: nasce il concetto di “reti di prossimità”. La Chiesa di Papa Francesco è “una Chiesa accidentata che esce per strada”, e “le strade sono quelle del mondo dove la gente vive [tra cui] anche quelle digitali”. Ulteriore senso della missione è quello di impegnarsi a dare voce a chi non ce l’ha, di “rendere visibili volti altrimenti invisibili”.“Se la comunicazione non ci rende più “prossimi”, scrive il Papa, allora non risponde alla sua vocazione umana e cristiana. “La rete è una nuova periferia esistenziale, affollata di una umanità che cerca una salvezza o una speranza”.

INTERNET E MISSIONE

Secondo Papa Francesco, “internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti [...] è un dono di Dio”. Sembrano risuonare le parole contenute nell’esortazione apostoliica Elangelii Gaudium (n.87): “la sfida di scoprire e trasmettere la mistica di vivere insieme [...] che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità”.Infatti, lo spazio mediale negli ultimi dieci anni è passato da una logica trasmissiva a una logica di condivisione. Papa Francesco, citando Benedetto XVI nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2013, ricorda che la testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di incontrare gli altri “con rispetto nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”.

PAPA FRANCESCO, IL PIU’ CLICCATO SUL WEB

Papa Francesco ha dimostrato di saper interpretare appieno la logica di condivisione tipica dei media digitali. Secondo una ricerca condotta da 3rdPlace, nel 2013 il Papa è stato il personaggio con maggiore visibilità su internet, se confrontato con altri leader mondiali, con un volume di oltre 49 milioni di menzioni in internet. Grazie alla sua comunicazione dialogica, Papa Francesco non solo è estremamente popolare in rete, ma risulta più efficace di molti noti personaggi che fondano la propria comunicazione sul web, vantando un seguito che esprime un altissimo livello d’interazione con i suoi messaggi. Il successo di papa Papa Francesco sui media digitali non è casuale, ma discende da una profonda coscienza della natura di questi strumenti. Papa Francesco fa un uso meno “trasmissivo” e più “partecipativo” dei mezzi, facendo del contesto mediale un luogo di autentico incontro personale.

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Mercoledì, 10 Dicembre 2014 07:26

Lanciata campagna "Stop alla minacce su Internet"

Città del Vaticano (Radio Vaticana) - "Stop alle minacce su internet". E' il titolo della campagna internazionale presentata oggi in Vaticano su iniziativa del Bice, il "Bureau International Catholique de l’Enfance" e di alcune ong come "Meter", in collaborazione col Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Già diecimila le firme raccolte, che segnano un impegno di responsabilità per ogni pubblicazione in Internet con l’obiettivo di denunciare e fermare abusi e molestie contro i minori che possono spingere anche il suicidio. L’occasione è il 25.mo anniversario della Convenzione sui Diritti del'infanzia. Il servizio di Gabriella Ceraso:

La Chiesa promuove Internet e i social network come un’ occasione di conoscenza e comunione, ma è in prima fila anche nel mettere in guardia dalle ambiguità e dai pericoli che essi nascondono. Per questo, la Santa Sede ha deciso di dare visibilità al la campagna del Bureau. Le molestie su Internet, ha detto il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, sono una nuova e preoccupante forma di violenza sui minori alla stregua di piaghe come la tratta, i matrimoni forzati, il mercato della prostituzione. Gli strumenti normativi internazionali non sono riusciti a debellarle finora. Occorre fare di più, aggiunge il cardinale, e centrale per affrontare questo nuovo fenomeno, spiega, è il ruolo dell’educazione:

"E’ necessario educare i giovani a riconoscere negli altri persone di pari dignità, da considerare non 'nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare'. Occorre, cioè, educarli ai diritti umani, alla giustizia ed alla pace. Ciò implica, come affermato da Papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2012, aiutare i giovani a scoprire nell’intimo della loro coscienza la legge morale naturale. Una legge che non sono loro a darsi e che li induce 'a fare il bene e a fuggire il male, ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del male commesso'”.

Responsabili e rispettosi dell’altro nell’uso di Internet e nella pubblicazione di materiale in esso: tutti, con questo scopo, possono aderire alla campagna del Bureau sottoscrivendo i 5 punti che essa prevede sul sito "www.bice.org". Finora diecimila le firme raccolte, ha spiegato il presidente del Bureau - attivo in difesa della dignità dei bambini da 65 anni - Olivier Duval che ha presentato le cyber- molestie come un fenomeno mondiale sottostimato:

“Donc, sur internet il y a des formes négatives de harcèlement morale…
Allora, in Internet ci sono forme forti di molestie psicologiche, sessuali, di possesso che possono tradursi in intimidazioni, insulti, (…) furto d’identità fino alla diffusione di foto e video falsificati. La statistica dimostra che a un giovane su tre capita, una volta o l’altra, di subire molestie in Internet. Vorrei anche insistere sul fatto che non si tratta di un fenomeno occidentale: oggi abbiamo informazioni raccolte dalla rete dai nostri partner – ad esempio in Mali o in Perù – dalle quali risulta che la diffusione degli smartphone ha portato alla scoperta che anche in questi Paesi ci sono ragazzini che subiscono cyber-molestie. E’ quindi un fenomeno a livello mondiale, che porta all’ansia, alla vergogna, alla demotivazione, a risultati scolastici in ribasso, all’isolamento, l’abbandono, la depressione e può portare perfino al suicidio. E’ per questo che non dobbiamo assolutamente sottovalutare questo pericolo”.

E al tentato suicidio è arrivata anche Laetitia Chanut, testimonial della campagna, che ha raccontato della sua lotta di liceale contro chi, dopo averle rubato l’identità su Facebook, ha iniziato una persecuzione fatta di minacce e ricatti cui neanche le Forze dell’ordine hanno creduto inizialmente. Forti le sue parole:

“Moi je m’en suis sortie mais je sais que je suis loin d’être la seule à vivre ça…
Io ne sono uscita, ma so che sono lungi dall’essere l’unica ad avere fatto questa esperienza. Soprattutto, so che è già tanto essere uscita dall’ospedale. Vorrei semplicemente che, per quanto riguarda Internet, si acquisti consapevolezza: io sono sempre in Internet, utilizzo normalmente la rete dei social, ma penso che sia necessario che si impari ad utilizzarlo un po’ meglio, e soprattutto bisogna capire che non si tratta di violenza fisica: assolutamente no. E’ una violenza psicologica praticamente insormontabile! Anche se sono ormai passati tre anni, quello che è successo è sempre in un angolo del mio cervello e so che purtroppo, anche se in misura sempre minore, ci rimarrà sempre”.

Dobbiamo sorreggere le famiglie e i genitori. La compartecipazione è fondamentale al fianco delle norme esistenti nel contrasto alle cyber-molestie, ha aggiunto don Fortunato di Noto, fondatore dell’ Associazione Meter:

“Noi dobbiamo far sì che questi luoghi di povertà affettiva, queste nuove periferie digitali – io le vorrei chiamare ‘favelas tecnologiche’ – possano essere abitate e quando latita l’affetto, gli avvoltoi sono all’opera, ovunque! Noi ogni anno lanciamo una campagna nazionale di formazione. Abbiamo lanciato ‘In riga su Internet’. Stiamo distribuendo centinaia di migliaia – anzi se c’è qualcuno che ci aiuta finanziariamente, le possiamo distribuire anche in tutta Europa –  di questi ‘In riga su Internet’. Voi direte: ‘Ma oggi non valgono più le regole!’. Eh no, non è vero perché Internet non è senza regole: Internet ha le sue regole”.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Costanti aggiornamenti e notizie sulla Chiesa di tutto il mondo. Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia la sua nuova applicazione per smartphone con contenuti esclusivi. «La nostra è una delle prime e delle pochissime associazioni cattoliche ad avvalersi di un simile strumento – ha affermato il direttore di Acs-Italia Massimo Ilardo – grazie al quale potremmo adempiere ancor meglio a quella che da sempre è una delle missioni di Acs, ovvero dare voce alla Chiesa perseguitata e sofferente». La nuova app Acs per smartphone, è disponibile sia per apple che per android.

L’applicazione è composta da numerose sezioni, ciascuna dedicata ad un diverso argomento. Cliccando sul logo di Acs in alto si accede alla sezione “primo piano” in cui è possibile trovare le ultime campagne oppure dei focus specifici su Paesi o temi legati alla libertà religiosa e alle difficoltà della Chiesa nel mondo. Al momento in primo piano vi è la Campagna di Natale di Acs a sostegno dei rifugiati iracheni, con interviste, testimonianze e foto dal Kurdistan iracheno e l’illustrazione del piano di aiuti di Acs da 4 milioni di euro. Sono inoltre disponibili video relativi alla persecuzione religiosa.

Ampio spazio è dato ovviamente al Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo di Acs. All’interno dell’applicazione vi è la versione integrale dell’ultima edizione del Rapporto che, nato nel 1999 per iniziativa dell’ufficio italiano di Acs, fotografa il grado di rispetto della libertà religiosa in 196 Paesi, analizzando le violazioni subite dai fedeli di ogni credo e non solo dai cristiani.

Grazie all’app di Acs si può sfogliare l’intero volume oppure consultare singolarmente le 196 schede-Paese, ognuna delle quali contiene statistiche relative alla presenza religiosa e una dettagliata descrizione del rispetto della libertà religiosa sia sotto il profilo legislativo che all’interno della società.

L’app di Acs permette inoltre di leggere il Focus sulla Libertà Religiosa, una pubblicazione di 32 pagine che, oltre ad una panoramica generale sui dati emersi dall’analisi, contiene una graduatoria che suddivide i Paesi in quattro categorie in base al grado di violazione della libertà religiosa: elevato, medio, preoccupante, lieve. Nel Focus vi è inoltre una cartina che evidenzia i Paesi in cui il grado di violazioni della libertà religiosa è elevato o medio.

Ovviamente all’interno dell’applicazione si troveranno anche informazioni sulla storia di Aiuto alla Chiesa che Soffre - dalla prima campagna nel 1947 fino agli ultimi impegni in favore della Chiesa perseguitata – e sugli oltre 5500 progetti che ogni anno Acs realizza in 145 Paesi nel mondo, dal sostegno ai rifugiati in Medio Oriente, al supporto alle radio diocesane in Africa.

Non mancheranno anche le costanti informazioni e interviste riguardanti la Chiesa perseguitata di tutto il mondo e altri contenuti esclusivi. (M.P.)

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Washington U.S.A. (Agenzia Fides) – Una pubblicazione su internet con oltre 700 pagine, in inglese e in spagnolo, con un indice molto chiaro e un motore di ricerca per trovare velocemente qualsiasi parola: è quello che offre la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America (USCCB) nel suo sito.

La nota inviata all’Agenzia Fides dalla USCCB informa che gli utenti possono navigare nelle pagine del Catechismo della Chiesa Cattolica, leggere, marcare le pagine e passare da un tema all'altro in pochi secondi, e perfino scrivere piccole note a fianco del testo. Un'ulteriore novità è data dalla possibilità che gli utenti hanno di condividere qualsiasi pagina sulle reti sociali come Facebook, Twitter e altre.

Dal momento che questa è una versione del Catechismo preparata per l'uso dei cattolici adulti residenti negli Stati Uniti d'America, vengono offerti anche dettagli storici e altre annotazioni, sempre approvate dalla Santa Sede.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - L’85% degli adolescenti che sono vittime di cyber-bullismo non denunciano. E’ quanto emerge dai dati presentati dalla Società Italiana di Pediatria e dalla Polizia di Stato in occasione della giornata mondiale del Bambino e dell’Adolescente dedicata al tema “Bambini sicuri dalla strada alla rete”. La prima regola per contrastare gli atti di violenza on line è non lasciare soli i minori davanti al computer, come afferma Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria, al microfono di Maria Gabriella Lanza:

"Il 30 per cento degli adolescenti e il 35 degli adolescenti di sesso femminile ha dichiarato di aver avuto un’esperienza di cyber-bullismo attraverso il web, attraverso la chat. E’ una percentuale che ci preoccupa perché questo testimonia che gli adolescenti sono sempre più spesso soli di fronte ai social network e quindi sono impreparati e indifesi e sono a rischio di subire contatti che possono essere fonte di problemi di disagio o altro".

L’80 per cento degli adolescenti non denunciano quando è vittima di cyber-bullismo, come spiega Roberto Sgalla, direttore centrale della polizia di Stato:

"Dal 2013 al 2014 abbiamo avuto un incremento di oltre il 25 per cento di denunce e ci siamo resi conto che il cyber-bullismo è più pericoloso degli atti di bullismo offline, quelli diretti. Abbiamo avuto suicidi. Qual è la soluzione? Sicuramente non la repressione. Solo la formazione, l’educazione: occorre far capire ai ragazzi che possono trovare in noi le persone che li possono aiutare. Qui veramente il poliziotto è un amico in più. E chiedere ai genitori e agli insegnanti, a tutti quelli che stanno vicino ai ragazzi di avere le antenne molto dritte per capire i momenti di disagio”.

Imparare ad usare in modo consapevole internet è il modo migliore per difendere i minori sul web, secondo don Fortunato Di Noto, fondatore dell’associazione Meter:

“Il rischio più grande dei ragazzi è la loro solitudine, perché attraverso la loro solitudine, utilizzando il web, magari con identità false - immagino i social network, dove loro si iscrivono con un’età che non è la loro e quindi di conseguenza falsa - possono cadere nel rischio del grooming. Grooming è una parola anche dolce che significa curare: cioè, adulti che vedendo che sono minori riempiono la loro solitudine, cercano di ottenere anche il loro consenso, se per consenso si intende la possibilità di poter mandare foto anche compromettenti oppure appuntamenti. Allora, i bambini, i ragazzi i minori devono essere aiutati a utilizzare bene la rete”.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Otto giovani su dieci utilizzano lo smartphone per collegarsi ad Internet anche nelle ore notturne. E’ quello che emerge dall’indagine nazionale condotta dalla Società Italiana di Pediatria. La maggior parte dei ragazzi tra i 13 e i 14 anni ha un profilo sui social network e resta connesso senza alcun controllo da parte dei genitori. Maria Gabriella Lanza ha intervistato Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria:

R. - Questi dati sono il frutto di un’indagine che la Società italiana di pediatria porta avanti ormai da 16 anni. Abbiamo verificato alcuni dati che ci hanno un po’ sorpreso: intanto una "migrazione", che si è già realizzata per gli adolescenti, dal computer verso lo smartphone, verso il telefonino. Questo da un certo punto di vista è un potenziale fattore di rischio perché aumenta il tempo di connessione e favorisce anche la connessione nelle ore notturne con la possibilità che si riscontrino anche delle conseguenze cliniche. Noi vediamo negli adolescenti un aumento di alcuni disturbi come l’insonnia, cefalea, lo scarso rendimento nelle ore mattutine.

D. - Che effetti può avere l’utilizzo di Internet senza controlli su ragazzi di 13 e 14 anni?

R. - Il problema infatti non è l’uso, ma è l’abuso. Lo strumento in sé non solo non va demonizzato, ma può essere anche uno strumento utile per interagire anche con i coetanei. Il problema è che non si può lasciare all’assoluto arbitrio dell’adolescente. Gli adulti devono intervenire, cercare di conoscere quella che è la realtà virtuale dei loro figli.

D. - Aumenta sempre di più l’utilizzo dei social network, soprattutto Whatsapp e Facebook. Che consigli pratici può dare ai genitori dei ragazzi che utilizzano questi mezzi di comunicazione?

R. - I consigli pratici sono essenzialmente questi. Intanto non trascorrere troppe ore sui social network, ma utilizzare Internet in tutte le sue potenzialità; non inviare delle immagini che possono essere considerati in qualche modo provocanti. Un altro consiglio pratico è quello di astenersi dal cosiddetto "gambling", un fenomeno che si sta diffondendo, cioè il gioco d’azzardo via Internet. Dall’indagine emerge che circa il 15 percento degli adolescenti ha fatto questa esperienza, contravvenendo ad una norma di legge che vieta il gioco d’azzardo ai minori di 18 anni. Questo è sicuramente un elemento che costituisce un pericolo per gli adolescenti, perché innesca una tendenza ad utilizzare questo gioco d’azzardo sempre più spesso e anche con altri adolescenti, attivando quindi una realtà di gruppo che può essere sicuramente pericoloso non solo per le somme che potenzialmente possono spendere, ma perché – appunto - può diventare poi un habitus che persiste nell’età adulta.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Dal virtuale al reale, dal reale al virtuoso”. Con questo slogan nasceva un anno fa il fenomeno della “Social Street”, con lo scopo di aggregare la realtà sociale di chi abita fianco a fianco, ma non si conosce. La prima "Social Street" è stata fondata in Via Fondazza, a Bologna, da un papà che cercava dei compagni di giochi per il figlio piccolo che fossero nelle vicinanze della sua abitazione. Oggi, il fenomeno si è allargato e grazie all’uso dei social network su Internet anche le numerose social street riescono a mantenersi in contatto, sempre senza perdere di vista l’obiettivo primario: il contatto tra le persone e la comunità, come ci spiega Federico Bastiani, giornalista e inventore della social street di Via Fondazza al microfono di Stefano Leszczynski:

R. - “Social Street” consiste molto semplicemente nel vivere la città, il posto dove si abita in modo differente, ricostruendo il senso di comunità che nelle città è molto più difficile da avere: è normale nei piccoli paesi, dove ci si conosce un po’ tutti, ma nelle città si vive più questo senso di anonimato e di indifferenza. “Social Street” vuole abbattere questo muro dell’indifferenza e per far questo utilizza la creazione dei gruppi Facebook chiusi per cercare di far socializzare il vicinato, con l’obiettivo, appunto, di condividere necessità, esperienza, ma soprattutto di conoscersi ed instaurare rapporti di fiducia nei confronti del vicinato.

D. - Ma nella pratica questo che cosa comporta?

R. - Ti cambia proprio la vita, perché ti senti parte del posto dove abiti. Tanto è vero che lo slogan di “Social Street” è “Dal virtuale al reale, al virtuoso”. Questi primi contatti che avvengono attraverso Facebook hanno poi l’obiettivo di andare al reale: fare cioè in modo che queste persone si conoscano, scendano in strada, socializzino e facciano anche nascere degli eventi, come abbiamo fatto noi in Via Fondazza: abbiamo scoperto che c’erano diverse persone interessate al trekking urbano e così una domenica mattina - ci si dà appuntamento su Facebook - ci si trova all’angolo della strada alle 9.00 e andiamo a scoprire percorsi di trekking urbano per la città. Da qua poi le esperienze possono diventare moltissime e si arriva addirittura anche alla gestione dei beni comuni: residenti che hanno deciso di adottare delle aiuole, che hanno magari l’erba incolta, che non sono curate dal Comune. Così, alcuni cittadini si trovano quindi la domenica mattina, se ne prendono cura e fanno aperitivi nelle aiuole spartitraffico. Quindi, riappropriazione anche degli spazi dove si vive.

D. - Questo sembra tutto molto positivo, ma ci saranno anche aspetti difficili da gestire, ci saranno momenti di tensione… Come si superano queste cose?

R. - “Social Street” vuole soprattutto unire tutte le energie positive di una strada e tutto ciò che accomuna, cercando di lasciare fuori tutto quello che divide. E di cose che dividono nella nostra città ce ne sono già troppe… “Social Street” non è un comitato che nasce per qualcosa o contro qualcosa: semplicemente mette insieme le persone che abitano in una strada. L’obiettivo è la socialità, non è lottare contro - non so - la chiusura al traffico di una strada o contro qualsiasi altra cosa… Non è quello l’obiettivo. L’obiettivo è semplicemente instaurare rapporti di fiducia, di conoscenza tra le persone che abitano vicino a te.

D. - Questo fenomeno ha preso piede anche al di fuori dell’Italia. Da quando voi lo avete iniziato, lo avete un po’ inventato, si è esteso in Italia e si è esteso anche all’estero…

R. - Nel mondo sono 332 le social street, di cui una trentina all’estero: due sono in Brasile - una a Belo Horizonte e una a Fortaleza - una in Nuova Zelanda, vicino Nelson, una a Barcellona, una in Croazia; e a breve partirà a Santiago del Cile e a Francoforte. Noi vogliamo semplicemente riattivare dei rapporti sociali, quello che era normale 30-40 anni nelle città. Adesso ci siamo disabituati alla normalità: ci è difficile anche salutarsi. Oggi quando qualcuno di saluta per strada, la prima cosa che fai è mettere la mano sul portafoglio o pensi “cosa vuole questa persona?”. Ci siamo irrigiditi nei rapporti! Quindi “Social Street vuole un pochino distendere questo clima nella strada per creare - appunto - questo senso di comunità. E le potenzialità sono davvero infinite…

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Roma (avvenire.it) - Si parla oggi di generazione always on, «sempre connessa», e di persone nate con un telefono cellulare in mano. Che significato ha tutto ciò?

La generazione always on è caratterizzata dall’essere costantemente raggiungibile grazie al proprio dispositivo mobile. Vive in una condizione di fiducia e disponibilità, in una sorta di dialogo incessante con il mondo. È anche una generazione iperstimolata, composta da drogati di informazione e connessione che hanno bisogno di far circolare e ricircolare informazioni dalla mente biologica a quella delle reti. Costruisce la propria identità online attraverso i social media e vive dell’eccellente reputazione che riesce a procurarsi curando il proprio profilo e i propri contatti. È quasi letteralmente «inserita» nella mente aumentata. Possiamo spingerci fino a sostenere che la generazione always on giunge a vedere il mondo in modo molto diverso dalle generazioni immediatamente precedenti.

Per questa generazione il mondo è sia globale sia geo-localizzato, allo stesso tempo. Ovunque si trovino, sono potenzialmente in contatto con il mondo intero. Come ha già osservato Doug Rushkoff, al giorno d’oggi i bambini non si limitano a guardare la televisione, come facevano i loro genitori, interagiscono con essa. Sono multitasking, e, come il ragazzo di Ritorno al futuro, il film di Spielberg, possono gestire diverse «finestre» in una volta. La loro intelligenza si affida alla connessione con ipertesti colmi di riferimenti e tag, ipertesti che hanno gli stessi utenti al loro centro. I giovani sono «amici» già a tre o quattro gradi di separazione, mentre i loro nonni avevano bisogno almeno di stringere la mano a una persona più di una volta per considerare quella persona un «amico».

Detto questo non si può veramente parlare di qualche gap generazionale tra genitori e figli. Dobbiamo pure riconoscere che le generazioni si mescolano e che immigranti o nativi digitali sono sempre più vicini precisamente perché sono ugualmente digitalizzati. Ma è anche la generazione «dalla bassa soglia di attenzione». Si sente e si legge molto oggi in merito alle ripercussioni dei nuovi media e ai loro presunti effetti deleteri sulle menti dei nativi digitali. In altre parole, è preferibile che i contenuti – libri, media, notizie, film – siano brevi, veloci, facilmente fruibili come un Sms o un tweet. Pero non è detto che questa sia una cosa negativa.
Nicholas Carr si chiede con ansia se «Google ci renda stupidi», se Internet «alteri il nostro modo di pensare rendendoci meno capaci di digerire ampie e complesse quantità di informazioni, come libri o articoli di riviste». Dal mio punto di vista, è meglio chiedersi se l’elaborata articolazione dei messaggi non contrasti con l’inevitabile accelerazione della vita e della cultura introdotta dall’elettricità, a partire dall’avvento del telegrafo. I ritmi di vita e di apprendimento sono stati completamente alterati dalla rapida successione di enormi cambiamenti tecnologici, che includono il telefono, la radio, la televisione, i personal computer, Internet, i telefoni cellulari e le tecnologie mobili in generale. L’attenzione a breve termine non vuol dire necessariamente attenzione debole, può significare attenzione veloce.

Una cosa di cui i critici della cultura dello schermo non riescono a rendersi conto è che elaborare un’immagine richiede meno tempo rispetto all’elaborazione di anche solo una dozzina, figuriamoci un centinaio, di parole. L’attenzione a breve termine è quello che ci vuole per far fronte a richieste rapide, ma non preclude un’attività di pensiero più profonda. Quando hai davvero bisogno di approfondire e concentrarti, puoi farlo. Non è più una questione di immagazzinare informazioni. Perché preoccuparsene, dato che è tutto intorno a te? È più che mai una questione di contesto e di interesse. I ragazzini pensano di non amare lo studio perché il sistema educativo fallisce sistematicamente nel coinvolgerli. E questo li manda fuori di testa.

Da parte sua, come non citare le geremiadi di Sherry Turkle a proposito del fatto che le tecnologie della comunicazione stanno isolando le persone, limitando le reali interazioni umane, in una «realtà virtuale che non è altro che una brutta imitazione del mondo vero»? Perché sento una strana sensazione di déjà vu? Perché ho già sentito tutto ciò a proposito della televisione e non si è rivelato vero, quindi ho la tendenza a dubitare. In realtà, la mia esperienza è che, almeno per quanto riguarda i miei studenti, sì, è vero, loro non leggono molto, ma di certo sanno come visionare e esplorare Internet, trovare contenuti pertinenti e focalizzarsi sul materiale da loro selezionato. Stupido è chi non usa Google. Per quanto riguarda l’isolamento, possiamo rispondere a Turkle che Twitter, le email, i social media, piuttosto che isolarci in camera nostra, davvero ci mettono continuamente in contatto gli uni con gli altri. La vera domanda è perché nessuno di tanti critici dell’impatto della rete sui giovani non vede che il loro compito è di adattarci a una profonda rivoluzione epistemologica e che in generale ci arrivano abbastanza bene ritrovando come Pinocchio la loro umanità oltre la macchina.

di Derrick De Kerckhove

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