Chiesa e Comunicazione

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Roma (Civiltà Cattolica)  - La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell'uomo al tempo in cui l'ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni. Quest'anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali lancia l'invito a considerare come l'ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma un ambiente nel quale molte persone, specialmente giovani, condividono conoscenza, valori e interrogativi di senso. Da qui l'invito ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva, con rispetto e pazienza, con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità. Il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter aprendo l'account @pontifex proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dialoghi degli uomini del nostro tempo, che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

L'articolo integrale di Antonio Spadaro S.I., pubblicato su Civiltà Cattolica, è in allegato

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  S. E. Mons. Claudio M. Celli 

Sala Stampa della Santa Sede

24 gennaio 2013

 

1) Desidero dare inizio a questo nostro incontro sottoponendo alla vostra considerazione vari dati statistici riguardanti la frequentazione delle reti sociali. Alcuni di questi dati sono legati alla realtà americana ed emergono da una indagine condotta dalla Georgetown University di Washington nel 2012; gli altri, come avrò l’opportunità di sottolineare, sono forniti da una società internazionale e riguardano i dati relativi a 21 Paesi dei 5 Continenti. 

2) Il secondo punto di riferimento è dato da una linea di pensiero tendente a sottolineare gli effetti negativi che l’uso di Internet causa nello sviluppo della nostra persona. Faccio riferimento agli articoli e ai libri di un autore americano, il quale, senza mezzi termini, si domanda se la rete non ci renda stupidi, affermando come la rete, se da un lato rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, dall’altra parte favorisce la riduzione delle nostre capacità di pensare in modo approfondito. La rete ci renderebbe superficiali, dato che ci porta a scorrere in forma frenetica fonti disparate per ricavarne dei dati. L’autore si domanda, inoltre, se la rete non stia modificando anche il nostro cervello. 

3) In questo contesto, si situa il Messaggio di questa Giornata Mondiale che presenta una valutazione positiva dei social media, anche se non ingenua. Essi sono visti come opportunità di dialogo e di dibattito e con la riconosciuta capacità di rafforzare i legami di unità tra le persone e di promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Questa positività esige però che si agisca nel rispetto della privacy con responsabilità e dedizione alla verità , e con autenticità dato che non si condividono solo informazioni e conoscenze ma in sostanza si comunica una parte di noi stessi. 

4) La dinamica dei social media – è opportuno sottolinearlo – è inserita in quella ancor più ricca e profonda della ricerca esistenziale del cuore umano. C’è un intrecciarsi di domande e di risposte che dà un senso al cammino dell’uomo. 

5) In questo contesto Papa Benedetto XVI tocca un aspetto delicato della vicenda, quando cioè il mare delle eccessive informazioni sovrasta “la voce discreta della ragione”. 

6) Il tema dell’attuale Giornata parla di nuovi spazi di evangelizzazione, evangelizzazione che è annuncio della Parola, che è annuncio di Gesù Cristo. Occorre però ricordare, a questo proposito, quanto già Papa Benedetto XVI scriveva nel Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2011, quando sottolineava che non si tratta solo di una espressione esplicita della Fede ma sostanzialmente di una efficace testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita”. Nel contesto delle reti sociali e delle varie esigenze esistenziali di coloro che le “abitano” ha particolare valore l’indicazione data da Papa Benedetto: “Donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”. 

7) Nell’attuale contesto multiculturale e multireligioso della nostra società chi vuole coinvolgersi nel dialogo e nel dibattito anche nell’agorà originata dalle reti sociali trova nel magistero di Papa Benedetto due fondamentali punti di riferimento: 

      a.“La convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre “verità”, o con la verità degli altri, è un’ apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo. In questo rispetto dialogante si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità”.

       b.Costatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello”.  (Centro Cultural de Belém – Lisboa – 12 maggio 2010) 

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Il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2013, può essere forse meglio compreso come l'ultimo capitolo della sua riflessione permanente sui nuovi media. Negli ultimi cinque anni, Papa Benedetto ha mostrato una grande attenzione alla realtà in evoluzione dei media digitali e al loro significato per l'umanità e per la Chiesa. Quest'anno, la sua attenzione si focalizza sui social network e la sua preoccupazione consiste nell’invitare le persone ad apprezzare il potenziale di queste reti per contribuire alla promozione dello sviluppo umano e della solidarietà. Egli delinea alcuni degli atteggiamenti fondamentali e degli impegni che saranno richiesti a coloro che sono attivi nei social network, se si vuole che sviluppino questo potenziale. Inoltre, durante questo Anno della Fede, si rivolge ai credenti impegnati nelle reti sociali e chiede loro di riflettere su come la loro presenza può contribuire a far conoscere il messaggio evangelico dell'amore di Dio per tutti gli uomini.

Papa Benedetto XVI aveva già definito le nuove tecnologie della comunicazione “un dono per l'umanità” (Messaggio, 2009) e aveva sottolineato che “non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa” (Messaggio, 2011). Le tecnologie, tuttavia, non portano automaticamente a un cambiamento per il meglio: “I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale” (Caritas in veritate 73, 2009). Afferma chiaramente che sono necessari uno sforzo e un impegno da parte dell’uomo, dal momento chelo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione” (Messaggio, 2013).

I commentatori spesso parlano di contenuti generati dagli utenti (user generated content) con riferimento ai social network. Papa Benedetto XVI ci ricorda che la stessa cultura delle reti sociali è generata dagli utenti. Se le reti sono intese come spazi in cui buone comunicazioni positive possono contribuire a promuovere il benessere individuale e sociale, allora gli utenti, le persone che compongono le reti, devono essere attenti al tipo di contenuti che stanno creando e condividendo. Una recente ricerca è stata dedicata alla crescente importanza delle reti sociali nel formare l'identità umana (“Foresight Future Identities”, previsione di identità future, Londra, 2013); in questo contesto è sempre più urgente che siamo attenti a garantire che questi ambienti risultino sicuri e umanamente arricchenti. Quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi (Messaggio, 2009).

È evidente che le reti possono essere veramente sociali solo se gli utenti eviteranno tutte le forme antisociali di comportamento e di espressione. Se vogliamo che le reti realizzino il loro potenziale per essere un forum che aiuti le persone a crescere nella comprensione e nell'apprezzamento reciproco, allora dovremmo cercare di essere rispettosi nelle nostre modalità espressive. Se vogliamo che aiutino le persone a crescere nella conoscenza e nella verità, allora dobbiamo impegnarci per l'onestà e l'autenticità dei nostri contributi. In un ambiente che permette alle persone di essere presenti in forma anonima, dobbiamo essere attenti a non perdere mai il senso della nostra responsabilità personale. Anche se i social network spesso sembrano dare maggiore attenzione a coloro che appaiono più provocatori o appariscenti nel loro stile di presentazione, dobbiamo insistere sull'importanza del dibattito ragionato, dell’argomentazione logica e della persuasione non aggressiva. Anche se i social network rischiano di diventare “bozzoli di informazioni” o “camere a eco” (Sunstein, 2012) in cui le persone entrano in contatto soltanto con coloro che condividono le loro stesse opinioni e idee, il Papa ci ricorda che il dialogo e il dibattito possono fiorire solo quando siamo disposti a coinvolgere chi è diverso da noi e a prendere sul serio le sue idee. I social network esibiranno il massimo della loro ricchezza se saranno inclusivi.

Il Papa dà per scontata l'importanza dell'ambiente digitale come una realtà nella vita di molte persone. Non si tratta di una sorta di mondo parallelo, o solo virtuale, ma di un ambiente esistenziale in cui le persone vivono e si muovono. Si tratta di un 'continente' in cui la Chiesa deve essere presente e dove i credenti, se vogliono risultare autentici nella loro presenza, dovranno cercare di condividere con gli altri la fonte più profonda della loro gioia e della loro speranza, Gesù Cristo. Il forum creato dai social network ci permette di condividere la verità che il Signore ha trasmesso alla sua Chiesa, di ascoltare gli altri, di conoscere i loro interessi e le loro preoccupazioni, di capire chi sono e che cosa stanno cercando.

Il Papa individua alcune delle sfide che dobbiamo affrontare se vogliamo che la nostra presenza risulti efficace. Dobbiamo migliorare la nostra conoscenza del linguaggio dei social network, un linguaggio che nasce da una convergenza di testo, immagini e suoni, un linguaggio che si caratterizza per la sua brevità e che mira a coinvolgere i cuori e le menti, ma anche l'intelletto. A questo proposito, il Papa ci esorta ad attingere al nostro patrimonio cristiano, che è ricco di segni, simboli ed espressioni artistiche. Abbiamo bisogno di ricordare una verità fondamentale della comunicazione: la nostra testimonianza - le nostre azioni e i nostri modelli di comportamento - è spesso più eloquente delle nostre parole e dichiarazioni per esprimere chi siamo e ciò in cui crediamo. In ambito digitale, il Papa suggerisce che la nostra volontà di coinvolgerci con pazienza e rispetto nelle domande e nei dubbi di coloro che incontriamo nelle reti può costituire una potente espressione della nostra attenzione e sollecitudine nei loro confronti. Nonostante le sfide, dobbiamo sempre sperare. Ricordiamo la «forza propria della Parola di Dio di toccare i cuori, prima ancora di ogni nostro sforzo» (Messaggio, 2013).

Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata. (Isaia 55, 10-11).

Mons. Paul Tighe

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Una tra le sfide più significative dell'evangelizzazione oggi è quella che emerge dall'ambiente digitale. E' su questa sfida che intende richiamare l'attenzione il tema che quest'anno papa Benedetto XVI ha scelto, nel contesto dell'Anno della Fede, per la 47.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: "Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione".

Gli elementi di riflessione sono numerosi e importanti: in un tempo in cui la tecnologia tende a diventare il tessuto connettivo di molte esperienze umane quali le relazioni e la conoscenza, è necessario chiedersi: può essa aiutare gli uomini a incontrare Cristo nella fede? Non basta più il superficiale adeguamento di un linguaggio, ma è necessario poter presentare il Vangelo come risposta a una perenne domanda umana di senso e di fede, che anche dalla rete emerge e nella rete si fa strada.

Sarà anche questo il modo per umanizzare e rendere vivo e vitale un mondo digitale che impone oggi un atteggiamento più definito: non si tratta più di utilizzare internet come un «mezzo» di evangelizzazione ma di evangelizzare considerando che la vita dell'uomo di oggi si esprime anche nell'ambiente digitale.

E' necessario tener conto, in particolare, dello sviluppo e della grande popolarità dei social network, che hanno consentito l'accentuazione di uno stile dialogico ed interattivo nella comunicazione e nella relazione.

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l'unica giornata mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II ("Inter Mirifica", 1963), viene celebrata in molti paesi, su raccomandazione dei vescovi del mondo, la Domenica che precede la Pentecoste (nel 2013, il 12 maggio).

Il Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali viene tradizionalmente pubblicato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio).

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Come ricordato dal Santo Padre al Regina Cæli, ricorre oggi la 46.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Il tema scelto quest’anno è: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”. Nel suo messaggio per la Giornata, Benedetto XVI ha voluto sottolineare il “rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che - ha scritto - devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone”. Patricia Ynestroza ne ha parlato con l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali:

R. – Direi che il Papa vuole suscitare una profonda riflessione: siamo cioè invitati tutti a riflettere sulla connessione tra silenzio e parola. Il silenzio non è la negazione della comunicazione: il silenzio è parte integrante, fondamentale di essa. Dobbiamo scoprire, poco a poco, cosa significa ascoltare nel silenzio, ascoltare l’altro, affinché le parole che io posso rivolgergli siano parole profonde, ricche di contenuto. Ecco perché è proprio nel silenzio che scopro e rendo significato alle parole che uso. E così è anche con Dio: è nel silenzio che ascolto la Sua Parola, è nel silenzio che questa Parola penetra il mio cuore e fa sì che io possa essere lievito della terra, strumento vero, serio, impegnato e fedele nella costruzione del regno di Dio.

Ecco, quindi, che il silenzio non è più un aspetto negativo della comunicazione ma è l’aspetto che arricchisce, perché dà senso. Il Papa, nel suo messaggio, tocca una tematica molto moderna: l’uomo, oggi, si muove nel contesto della sua ricerca della verità su domande e risposte, però è anche vero che oggi siamo sommersi da messaggi. Siamo sommersi dalle comunicazioni e l’uomo, molte volte, fa fatica a capire quale di questi messaggi ricevuti sia fondamentale nel suo cammino di ricerca della verità e quale sia importante nel suo cammino di uomo. E’ solamente nel silenzio che l’uomo può cominciare a riscoprire ciò che conta e ciò che vale nella sua vita. Il nostro invito per l’odierna Giornata Mondiale è che questo messaggio possa risuonare e possa diffondersi il più ampiamente possibile, che possa essere conosciuto, perché è un messaggio che stimola una riflessione, invita ad un silenzio. A volte è solamente nel silenzio che si può apprezzare il significato, il contenuto, la ricchezza del dono ricevuto attraverso la Parola di Dio.

A questo proposito, potrei dire che quest’anno il Consiglio, nel proprio sito web, ha voluto mettere a disposizione quelle che sono le iniziative prese dalle varie Chiese locali, nelle diverse lingue. Abbiamo voluto mettere a disposizione ciò che ogni Conferenza Episcopale o molte di esse hanno realizzato per celebrare degnamente questa giornata. L’abbiamo fatto perché così ciascuno può trarre ispirazione da ciò che altri hanno fatto, può anche arricchire le proprie iniziative, confrontandosi con quelle altrui. Devo dire onestamente che questo è stato un momento molto ricco e significativo. Credo e mi auguro che, ancora una volta, questa Giornata possa essere celebrata degnamente, aiutando tutti coloro che camminano ed operano nel campo della comunicazione a riscoprire la grande ricchezza di questo binomio inscindibile: silenzio e parola.

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(Radio Vaticana) L’evangelizzazione è una forma di comunicazione, dove s’impara ad ascoltare prima anche che a parlare, e dove si tratta di trovare sempre un nuovo equilibrio tra silenzio, parola, immagini, suoni”. Così il card Bagnsco, presidente della Cei celebrando la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. Il porporato ha invocato un informazione di vero servizio alla comunità, ispirata all’amore di verità e rispttosa di tutti quindi l’appello a non cedere alla ''dittatura delle opinioni''.

Ecco il testo integrale dell'omelia del cardinale Angelo Bagnasco:


Cari Giornalisti e Operatori della Comunicazione sociale, la solennità dell’Ascensione che oggi abbiamo la gioia di celebrare insieme porta, a compimento la parabola della vita di Gesù, Verbo di Dio incarnato, morto, risorto. Gesù è sottratto allo sguardo dei suoi discepoli, i quali d’ora in poi sono chiamati a vivere nell’attesa del suo ritorno glorioso annunciando il Vangelo ad ogni creatura. Da un lato Cristo viene sottratto ai nostri occhi, dall’altro comincia ad essere annunciato ad ogni creatura. Sembra di cogliere in questa apparente contraddizione una conferma di quanto Benedetto XVI ha proposto alla riflessione comune per l’odierna Giornata Mondiale della Comunicazioni Sociali, il cui tema è: ”Silenzio, Parola: cammino di evangelizzazione”. Il contrasto è solo di superficie giacché il silenzio non è il contrario della Parola, ma ne costituisce l’altro volto, è il grembo fecondo da cui soltanto può sbocciare la Parola. Proprio l’ascolto orante dei brani biblici che sono stati appena proclamati ce ne offre una conferma illuminante e incoraggiante allo stesso tempo.

Il brano degli Atti descrive in modo plastico l’ascensione e ci ricorda che in Cristo, l’uomo è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio. Indica che il “cielo” non è un luogo sopra di noi, ma è il trovare posto dell’uomo in Dio. Grazie a Gesù che “siede alla destra del Padre” anche noi possiamo stare alla presenza di Dio, nella misura in cui ci avviciniamo ed entriamo nella via del Vangelo. Si comprende allora il senso dell’affermazione rivolta a quegli uomini di Galilea: “perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Gesù non cessa di essere presente in mezzo a noi, anzi, per mezzo di noi, vuole essere ancor più presente nella storia. Di qui il dovere della missione, della testimonianza, della predicazione. Non ci è consentito di attardarci ad ipotizzare il futuro o ad attendere inoperosi o peggio distratti. Ci è chiesto piuttosto di prolungare la sua presenza visibile attraverso l’esperienza viva della Chiesa. Nel periodo che intercorre tra la resurrezione ed il ritorno del Signore alla fine dei tempi, l’evangelizzazione è la forma che rende possibile l’esperienza della salvezza che cambia l’esistenza dell’ uomo. Si tratta di un dovere, ma ancor più di un bisogno dell’anima che non può trattenere la gioia solo per sé ma desidera condividerla con il mondo. Ciò esige che ciascun discepolo senta rivolta anzitutto a sé la domanda radicale sulla fede e intensifichi personalmente la sua ricerca del Volto santo di Dio. Diversamente, non si avranno degli annunciatori, ma solo dei propagandisti che non suscitano interesse alcuno.

L’evangelizzazione è una forma di comunicazione dove si impara ad ascoltare prima ancora che a parlare e dove si tratta di trovare sempre un nuovo “equilibrio tra silenzio, parola, immagini, suoni”, come suggerisce Benedetto XVI nel suo Messaggio. Anche nella comunicazione sociale che costituisce l’oggetto del vostro lavoro, è necessario rinvenire un tale ‘ecosistema’. Il silenzio è infatti condizione dell'ascolto di sé, della contemplazione, del discernimento, senza dei quali non esiste libertà vera, ma si resta risucchiati dall'ambiente e quasi anestetizzati dalle sue sollecitazioni caotiche. Soprattutto oggi il flusso informativo sempre più incalzante rischia di disorientare e di creare una sorta di saturazione del giudizio critico che è come sopraffatto dalla mole di dati in nostro possesso. Il problema non è l’informazione, ma la capacità di rielaborare un senso e dunque di cogliere una direzione di marcia rispetto a quello che sta accadendo: per questo si richiede un esercizio continuo di vigilanza e di critica che non abdichi alla nostra libertà e sappia farsi carico della complessità del reale. A ciò si aggiunga un altro elemento che è la capacità del silenzio di rendere corposa la parola che utilizziamo. Immaginiamo i ritmi obbligati e incalzanti del vostro lavoro, che certamente non favoriscono tempi prolungati di silenzio e di meditazione, ma restano comunque un’esigenza e sono certo un desiderio per ciascuno di voi. Senza, sappiamo tutti quanto sia più difficile mantenere la barra diritta del nostro agire senza cedere alla dittatura delle opinioni.

La capacità di esercitare un sano discernimento, la libertà interiore rispetto ai condizionamenti esterni, nonché l’amore alla verità rispettosa di tutti, nell’orizzonte deontologico che vi specifica, sono fra le qualità più necessarie per una comunicazione che sia un vero servizio alla crescita della comunità e dell’anima di un popolo. Mentre Vi ringrazio di cuore per l’impegno che mettete ogni giorno nel Vostro delicata e decisiva attività di comunicazione, prego con Voi il Signore perché “illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi che crediamo…” (Efesini, 1, 18-19).

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Sabato, 19 Maggio 2012 10:25

Mons. Paul Tighe: Un potente richiamo

Domenica 20 maggio la Chiesa celebra la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sul tema “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”. Il messaggio di Benedetto XVI per questo appuntamento è disponibile nella sezione “Documenti” di Agensir.it (testo in *.pdf: clicca qui). Pubblichiamo una nota di mons. Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali.

Ogni anno il Papa, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, propone una riflessione su qualche aspetto della comunicazione al fine di promuovere un dibattito pubblico e fornire alcune linee guida per l’impegno proprio della Chiesa in questa dimensione costitutiva della sua missione. Negli ultimi anni Benedetto XVI si è concentrato sui cambiamenti operati nella cultura delle comunicazioni dalle nuove tecnologie digitali e dai social network.


Nel messaggio di quest’anno, il Papa rivolge la sua attenzione a ciò che potrebbe essere visto come un elemento più “classico” della comunicazione: il silenzio o, più precisamente, il rapporto tra silenzio e parola. Alcuni commentatori hanno interpretato la scelta di questo tema come un allontanamento dalla sua valutazione positiva delle nuove tecnologie e dei media, invece andrebbe inteso come un potente richiamo al fatto che la comunicazione è essenzialmente un’attività umana più che un traguardo tecnologico. Il Papa non propone il silenzio come alternativa all’impegno nella comunicazione, né chiede di spegnere i nuovi media: piuttosto, insiste sul fatto che il silenzio è un elemento integrante della comunicazione umana. Il nostro apprezzamento dell’importanza del silenzio deve essere recuperato, e la sua pratica deve essere favorita, se vogliamo salvaguardare la significatività della comunicazione che è facilitata dalle nuove tecnologie. Il suo messaggio è, in un certo senso, contro-culturale. Benedetto XVI, infatti, mette in luce l’importanza antropologica del silenzio. Non ci può essere alcuna comunicazione significativa senza il silenzio.


Il silenzio parla: a volte può essere l’espressione più eloquente della nostra vicinanza, della nostra solidarietà, della nostra attenzione verso un’altra persona. Il nostro silenzio può esprimere rispetto e amore per un’altra persona: in silenzio, la ascoltiamo e diamo priorità alla sua parola. Questo risulta particolarmente vero quando i nostri interlocutori si esprimono tramite domande, come avviene sempre di più con i social network. Queste domande devono essere espresse nella loro integralità, se si vuole offrire loro una risposta significativa. Le domande vanno ascoltate, affrontate e chiarite. Chi risponde deve restare aperto a ulteriori domande. Questo processo, spesso definito interattivo, è fondamentalmente dialogico. Il dialogo richiede un ascolto sincero e autentico dell’altro: un ascolto che risulta impossibile senza il silenzio.


L’impegno nel rispondere alle domande e, soprattutto, nei confronti degli interroganti, apre alla possibilità di un dialogo più profondo. Si può discernere le preoccupazioni circa le questioni ultime dell’esistenza umana: che cosa possiamo conoscere? Che cosa dovremmo fare? Che cosa possiamo sperare? Un ascolto attento, radicato nel rispetto per le domande e per chi le pone, è necessario per consentire a queste preoccupazioni più profonde di emergere. Il silenzio, piuttosto che la fretta di fornire le risposte, risulta spesso più efficace nel permettere all’interlocutore di andare più in profondità. Questa ricerca delle verità che esprime, in ultima analisi, una ricerca della verità non ancora sviluppata, richiede a sua volta il silenzio, se vuole raggiungere il suo scopo. La necessità del silenzio è da sempre valutata molto positivamente all’interno delle tradizioni religiose che, come osserva il Papa, considerano la solitudine e il silenzio come stati privilegiati che aiutano le persone a riscoprire se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose.


Nei paragrafi conclusivi del messaggio, Benedetto XVI si concentra sul posto del silenzio nella spiritualità cristiana. Ci esorta, tra l’altro, a fare in modo che il nostro silenzio maturi nella contemplazione. Recentemente, il Papa ha parlato della capacità trasformativa di tale contemplazione: “Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita” (Udienza generale, 7 marzo 2012).


Il messaggio si conclude con un breve richiamo al fatto che l’evangelizzazione, la nostra comunicazione della Buona Novella, non è fatta soltanto di parole: “Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare”. I nuovi media possono costituire parte di questo apprendimento. Il Papa riconosce l’esistenza di vari tipi di siti Internet, applicazioni e social network che possono aiutare l’uomo di oggi a trovare il tempo per una riflessione e per porsi domande autentiche, oltre a fare spazio al silenzio e a occasioni per la preghiera, la meditazione o la condivisione della Parola di Dio. Nei nostri tempi, tuttavia, il silenzio è qualcosa che s’impara ad apprezzare con il tempo. Una dimensione essenziale dell’attività comunicativa della Chiesa deve consistere nel fornire occasioni e opportunità, sia materiali sia virtuali, per insegnare alle persone l’arte del silenzio e della contemplazione, per recuperare il gusto della solitudine e dell’interiorità. Questo rappresenterebbe indubbiamente un fecondo punto di partenza per il nostro annuncio del Vangelo, ma sarebbe particolarmente prezioso anche come servizio a una comunicazione umana significativa.

Paul Tighe - segretario Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali

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Città del Vaticano (Zenit.org) – Ogni domenica dell'Ascensione del Signore, la Chiesa universale celebra la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Quest'anno il tema scelto da papa Benedetto XVI per indirizzare il suo messaggio all'umanità è: Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione.

Per parlare dell'importanza del magistero di Benedetto XVI in questo campo, così come delle sfide della Chiesa nel mondo delle comunicazioni moderne, ZENIT ha intervistato monsignor Claudio Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comuncazioni Sociali.

Eccellenza, come sorge l’idea del silenzio nel messaggio del Papa?

Mons. Celli: Il tema scelto dal Santo Padre per questa Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, è attento ai fenomeni comunicativi odierni ed invita a tutti noi a riflettere su questo punto fondamentale: il silenzio è parte integrante della comunicazione. Ecco perché quando noi vogliamo che la comunicazione sia autenticamente umana - perché parte da un uomo e si rivolge agli altri uomini - questa parola che è comunicata deve alimentarsi di silenzio per essere più pregnante, per essere più vera. Perché è nel silenzio che io ascolto, è nel silenzio che io comprendo più attentamente quali siano le esigenze, le sofferenze, la ricerca di bene e di vero che è nel cuore degli altri uomini.

Il messaggio dice che dobbiamo saper ascoltare. Quali sarebbero gli spazi dove dobbiamo porci in ascolto?

Mons. Celli: Io creo che questa sia una dimensione molto tipica di papa Benedetto XVI. Quando gli abbiamo proposto di aprire il canale vaticano di Youtube, il Papa accettò subito. Il Papa ha voluto essere presente lì dove gli uomini di oggi si trovano. Tutti noi siamo consapevoli di questo rapido e immenso sviluppo della rete sociale. Oggi secondo i dati internazionali in nostro possesso, più di un miliardo di persone è utente di Facebook. A noi sembra che sia importante essere presenti nelle reti sociali perché l’uomo cerca la verità, l’uomo cerca di dare risposte ai grandi interrogativi che ha nella propria vita: chi sono? qual è il senso della mia vita? dove mi dirigo? Ecco io direi che abbiamo bisogno di essere presenti in queste reti per essere annunciatori, essere testimoni.

Che intende dire il Papa con la parola “ecosistema”?

Mons. Celli: Il problema è che c’è un pullulare di messaggi, di notizie, di informazioni e di parole, ma non tutte sono parole autentiche, non tutte sono parole vere per il camino dell’uomo. Parlare di ecologia nel sistema comunicativo per il Papa, credo che voglia dire proprio questo: far sì che, nella misura del possibile, le parole che formano la nostra comunicazione siano sempre parole vere, parole autentiche, parole rispettose della dignità dall’uomo che le pronuncia e rispettose dell’uomo che le riceve.


Dopo vari anni di esperienza, quali dovrebbero essere le caratteristiche più importanti dei siti cattolici?

Mons. Celli: Direi proprio che i nostri mezzi di comunicazione dovrebbe abituarsi sempre di più alla verità sull’uomo, che è legata alla verità su Dio. E direi che oggi è una sfida per tutti noi, perché, quando ci ritroviamo in un ambiente comunicativo, l’uomo è assalito da messaggi e informazioni, da proposte di piccole verità, di verità con la “v minuscola”. Ecco perché, ancora una volta, il Papa ci invita, con il messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest’anno, a saper discernere. Ecco il bisogno del silenzio, perché è nel silenzio che io posso fare un opportuno discernimento e verificare se cioè che io ascolto, ciò che ricevo, sia veramente valido nella mia ricerca della verità.

Si riferisce al rischio di una banalizzazione dell’incontro?

Mons. Celli: Direi che è una sfida per tutti noi. Per me il problema è di non banalizzare l’incontro, di far sì che ogni incontro sia sempre ricco, propositivo, denso di umanità, perché il rischio è proprio quello di banalizzare i nostri rapporti umani.

Quale sarà l’apporto principale dal suo Dicastero per il Sinodo della Nuova Evangelizzazione?

Mons. Celli: Il nostro apporto è proprio aiutare a capire che cosa comporta il nuovo ambiente comunicativo. Da qualche tempo il magistero pontificio ha preso la consapevolezza che non parliamo più di strumenti comunicativi, ma che le nuove tecnologie hanno dato origine a una nuova cultura, che noi chiamiamo “cultura digitale”. Parlare di nuova evangelizzazione sarà accettare la sfida di questo dialogo rispettoso con la cultura digitale di oggi e in questo contesto fare in modo che la parola di Gesù risuoni sempre più limpidamente.

Come vanno i mezzi di comunicazione del Vaticano nei nuovi spazi digitali?

Mons. Celli: Direi che abbiamo fatto una splendida esperienza con il messaggio del Papa per la Quaresima che è stato ridotto in 40 tweets, d’accordo con il Pontificio Consiglio Cor Unum, e abbiamo lanciato un tweet al giorno che il mondo giovanile poi ha ‘ri-tweettato’ ogni giorno. Penso che mai un messaggio del Papa per la Quaresima e stato così conosciuto e diffuso tra i giovani. Anche il nostro Consiglio, su incarico della Segretaria di Stato, ha aperto il nuovo sito di news.va; oggi siamo operativi in quattro lingue e  spero che entro l’estate si possa aprire anche l'edizione portoghese. Abbiamo normalmente circa diecimila visitatori ogni giorno.

Quindi stiamo parlando di evangelizzazione tramite i mezzi digitali?

Mons. Celli: La parola di Gesù deve risuonare nel modo più ampio possibile. Noi riteniamo che, sulle grandi vie del mondo cibernetico, l’uomo possa ancora ritrovare l’amore di un Dio che lo cerca instancabilmente, perché Dio ama l’uomo e Dio può comunicare questo amore e incontrare l’uomo di oggi anche lungo queste grande vie del mondo cibernetico.

Quali sono adesso i progetti, che vanno in avanti nel PCCS?

Mons. Celli: I progetti si basano soprattutto sulla formazione. Il PCCS aiuta giovani sacerdoti di vari paesi ad entrare nel mondo della comunicazione e ad ottenere un dottorato nelle università pontificie. Poi stiamo facendo corsi di formazione per vescovi e presbiteri. Ne abbiamo fatto uno in Brasile lo scorso anno. Poco tempo fa sono stato in Libano per incontrare i vescovi del Medio Oriente, dove abbiamo avuto uno splendido seminario con cinquanta vescovi e molti sacerdoti, laici e suore, tutti operanti del mondo della comunicazione. Domenica prossima, 20 giugno, partirò per l’Ucraina dove, anche lì, avremo incontri con vescovi, presbiteri e laici per scoprire insieme, come la Chiesa deve affrontare la sfida della cultura digitale e come, in questo contesto, possa risuonare la Parola del Signore.

Può parlarci della “Tavola Comune” che avete creato on line per condividere i materiali?

Mons. Celli: Nei limiti del possibile, cerchiamo di aiutare le varie chiese locali a vivere in maniera adeguata la Giornata Mondiale della Comunicazione, facendo in modo che il messaggio del Papa, così illuminante e così ricco, possa essere conosciuto il più possibile. Il Papa ha questa grande capacita di toccare temi non sempre facili, ma di farlo in maniera illuminante, chiara. Ecco perché desideriamo che il messaggio sia diffuso il più possibile, condividendo le risorse pastorali preparate dalle Conferenze Episcopali e Diocesi; stiamo usando l'hashtag “Silence2012”.

Qual’ è il suo messaggio per i nostri lettori, che celebreranno la Giornata della Comunicazione la prossima Domenica?

Mons. Celli: Io ritengo che il messaggio sia questo: viviamo con gioia e responsabilità la missione che il Signore ci ha affidato. Non siamo inviati ad annunciare noi stessi, siamo chiamati ad annunciare Gesù Cristo, siamo chiamati ad annunciare la unica parola che salva l’uomo. Allora la dobbiamo vivere con grande dedizione, con alta professionalità, ma anche contenti, di potere essere strumenti di quest’annunzio di verità.

José Antonio Varela Vidal

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Cittá del Vaticano (Radio Vaticana) - Il silenzio e la parola non sono estremi contrapposti, ma sono interdipendenti. Sui molteplici risvolti di questa relazione per la comunicazione si è svolto ieri, nella sede della nostra emittente, un dibattito in vista della 46.ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, incentrata sul tema “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Il tema della Giornata, che si celebrerà domenica prossima, è un’esortazione a riflettere sulla realtà della comunicazione. Mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della Cei:


“Il Papa quest’anno ci sorprende invitandoci a fare un esercizio di 'gestalt', di percezione della realtà della comunicazione. Nella comunicazione il rischio è quello di dare la priorità a ciò che è più visibile, la parola. Il Papa ci invita a fare un esercizio di disimmersione da questa ovvietà, ripristinando invece il primato del silenzio”.


Quale è la funzione del silenzio? Risponde Gianpiero Gamaleri, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università “Roma Tre”:


“Il silenzio è luogo dell’assenza o luogo della riflessione, dell’approfondimento, della presenza? Il silenzio non è assenza, non deve essere censura, deve essere luce e ascolto”.
La comunicazione è per la Chiesa una sfida legata alla missione evangelizzatrice. Padre Giulio Albanese, direttore del mensile “Popoli e Missione”:


“La comunicazione, l’informazione in particolare, oggi, sono terra di missione. La missione è comunicazione, è comunicazione e trasmissione della parola forte di Dio. E’ giusto crearsi spazi di silenzio, ma poi non dimentichiamo: dobbiamo gridare dai tetti la buona notizia perché se rimaniamo silenti poi davvero rischiamo di non dire nulla a questa società che, nonostante tutto, ha fame e sete di Dio”.


Durante il dibattito, è stato presentato il volume edito da “Città Nuova” ed intitolato “Il silenzio e la parola. La luce, ascolto, comunicazione e mass media”. L’autore del libro, Michele Zanzucchi, ha ricordato i diversi significati di silenzio:


"Il silenzio richiama a molteplici parole, ma il significato più profondo è quello totalmente cristiano della 'kenosis', del silenzio di Dio. Il silenzio di Dio che non è fine a se stesso ma è un silenzio che provoca la parola, che genera la parola, che permette alla parola di essere parola. Senza silenzio, non c’è parola".

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