Chiesa e Comunicazione

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Consegnati, ieri sera, durante la cerimonia di chiusura in Sala Grande i Leoni della 71.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che hanno confermato le qualità artistiche e narrative di film dal forte spessore umano, scelte confermate da un Festival che ha ritrovato la sua identità. Il servizio di Luca Pellegrini:

L’affermazione importante, in sede di premiazione, di film che sono unanimemente riconosciuti come validissime riflessioni sull’uomo, la storia, la vita, il dolore, hanno convalidato la linea artistica che Alberto Barbera ha impresso alla Mostra in questi suoi anni di dolce e ferrea direzione: è l’arte cinematografica che deve approdare al Lido, il mercato è legato a vecchie logiche trionfalistiche, i film belli ci sono, bisogna cercarli. E possono essere di richiamo anche quelli che non sono illuminati da nomi roboanti ed etichette pubblicitarie. Per questo si esce compiaciuti e soddisfatti dal verdetto della Giuria presieduta dal compositore francese Alexandre Desplat: Leone d’Oro al filosofico, ironico e visionario “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” dello svedese Roy Andersson; Leone d’Argento al film di Andrej Konchalovskij “Le notti bianche del postino”, contemplazioni lacustri e naturali di un uomo solo nella Russia geograficamente e umanamente sperduta e sconosciuta; Gran Premio della Giuria al più applaudito di tutti, “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer, documentario che non rimuove l’orrendo, spietato massacro avvenuto in Indonesia negli anni ’60, descritto attraverso pure confessioni verbali in cui latita il pentimento.

Le parole del grande regista ieri sera da Chicago: “Ora anche l’Occidente dovrebbe trovare il coraggio di riconoscere il ruolo che ha svolto in quel genocidio”. Speriamo di vederli presto in sala, questi film. Mentre arriverà nel 2015 “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo, la cui protagonista Alba Rohrwacher, nei panni di una madre nevrotica e fragile che mette a repentaglio la vita del suo bambino, vince la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, e il suo collega Adam Driver quella maschile. La sola scelta, quest’ultima, a creare dissenso e imbarazzo, poiché la Giuria si è dimenticata dell’immensa interpretazione di "Leopardi" che ne ha fatto Elio Germano, e in fondo anche del grande film di Mario Martone dedicato al poeta di Recanati.

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(RV) - Presentata a Roma la 29.ma Settimana internazionale della critica, che mostrerà i suoi film, selezionati con grande rigore e passione, nell’ambito del prossimo Festival del Cinema di Venezia. Sono opere prime provenienti da tutto il mondo di giovani registi e registe che sicuramente appassioneranno il pubblico, riservando commozione e sorprese. 

Lo sguardo della Settimana della Critica non è soltanto quello dei critici che scelgono i film da tutto il mondo – soltanto opere prime – per portarli alla Mostra veneziana. Quest'anno è anche lo sguardo di quel cinema che si fa critico nei confronti della realtà che ci circonda, dei sentimenti che esplora, storie che sono per lo più drammatiche, noir, ma caratterizzate da una forte dimensione autoriale e da uno stile assolutamente originale. Dall'Iran alla Serbia, dalla Francia alla sorprendente opera di un giovane tedesco ventinovenne, la Settimana non delude mai chi cerca nel cinema le ragioni stesse della sua esistenza, del suo fascino e anche del suo successo. Nel film della selezione la figura della donna – madri, vedove, ragazze – è la protagonista principale, cosi come lo sono i bambini, purtroppo nelle situazioni più estreme. Anna Maria Pasetti, che fa parte del gruppo dei cinque selezionatori, racconta questa esperienza:

R. – É stata una bella sorpresa trovare e poter scegliere delle pellicole che no solo abbiano come protagoniste delle donne ma che siano donne che esprimano un certo tipo di coraggio, che fanno delle scelte forti, importanti, che spesso si trovano in condizioni di gravidanza che le porta poi verso dei territori, percorsi di vita, che non avrebbero mai immaginato. Queste condizioni coinvolgono anche le persone che si trovano con loro. Poi si sono trovati dei film che guardano, anzi adottano lo sguardo del bambino. Nei nostri nove film presi in selezione, sette dei quali in concorso e due come eventi speciali fuori concorso, abbiamo due bambini protagonisti. Diversi hanno delle coppie, quindi la donna è in ogni caso presente e due film sono diretti da registe donne: uno viene dal Vietnam e l'altro dalla Palestina, quindi due territori forse non così tanto conosciuti dal punto di vista cinematografico. Ricordiamo che sono tutte opere prime".

D. – Vi ha sorpreso l'unico film italiano in concorso, ma ambientato a Buenos Aires, dedicato a una figura straordinaria e leggendaria della danza argentina, Maria Fux...

R. – Si intitola "Dancing with Maria" ("Ballando con Maria"). Maria è una donna straordinaria di 93 anni, russa, emigrata in Argentina ma considerata ormai argentina, vive a Buenos Aires. È una danzatrice che fin dall'inizio della sua carriera ha adottato una etica e un'estetica della danza totalmente diverse da quelle che erano in vigore all'epoca. Maria nella sua libertà assoluta ha anche dato via a quella che possiamo considerare la "danzaterapia". Nel documentario, molto bello, girato dal friulano Ivan Gergolet, la vediamo che impartisce lezioni con una grazia, una determinazione, una lungimiranza a persone che vengono da tutto il mondo, di tutte le età e soprattutto in qualunque tipo di situazione psicofisica immaginabile. Questo è un film di cui ci siamo letteralmente innamorati e ci auguriamo possa arrivare nelle sale perché non è il classico documentario informativo, ma è qualcosa che ha a che fare con il cinema nel migliore senso del termine.

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Roma (PCCS) – 1600 film candidati, da 120 Paesi. Sette premi: miglior film, miglior documentario, miglior cortometraggio, migliore attrice/attore protagonista, migliore regista, e due Premi speciali (Capax Dei Foundation Award e Associazione “Friends of the Festival” Award). Sono questi i numeri della quinta edizione dell’International Catholic Film Festival, le cui terne finaliste sono state annunciate questa mattina a Roma, nel corso di una conferenza stampa che ha avuto luogo sulla terrazza dell’Istituto Maria Bambina, con la splendida cornice di Piazza San Pietro a fare da sfondo. Il Festival, che si svolgerà dal 20 al 26 giugno, presenta quest’anno delle importanti novità: la neonata Associazione internazionale “Friends of the Festival”, che si prefigge lo scopo di diffondere i valori della kermesse nelle scuole e nelle università, accorderà un premio al film più educativo tra i titoli finalisti. È stato inoltre annunciato che dal 2015 verrà istituito un Premio della stampa cattolica, attribuito ogni anno dai giornalisti ad un film arrivato in competizione finale.

La manifestazione, ideata dalla cineasta Liana Marabini per dare spazio ai produttori e ai registi di film, documentari, docu-fiction, serie tv, cortometraggi e programmi che promuovono valori morali universali e modelli positivi, è nata nel 2010 sotto l’Alto Patronato del Pontificio Consiglio della Cultura, e il suo premio, il Pesce d’Argento, è ispirato al primo simbolo cristiano.

“Grazie anche al nostro Festival – ha dichiarato la presidente Liana Marabini – moltissimi film che altrimenti non avrebbero un distributore, hanno trovato distribuzione e reti televisive che li trasmettono. Questo ci riempie di gioia, perché lo scopo principale del Festival è quello di evangelizzare attraverso il cinema, ma per raggiungerlo i film devono arrivare al largo pubblico”.

 

“Papa Francesco – ha notato monsignor Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura e membro della Giuria – insiste che tra l’interno del tempio e la piazza non ci devono essere ostacoli, ma libera circolazione. È allora importante che anche il nostro Festival entri in questa logica di comunicazione, che non pone ostacoli, ma anzi facilita l’accesso, perché anche chi abitualmente non frequenta il tempio, ma si incontra più facilmente nella piazza, abbia la possibilità di gettare un occhio dentro il tempio, magari solo per vedere o curiosare. Ma è proprio dalla curiosità che poi nascono le svolte nella vita e anche nella storia. E allora io faccio un augurio a questo Festival: che diventi davvero un punto nodale di quella nuova modalità comunicativa che facilita questo interscambio tra chi frequenta il tempio e chi invece è più abituato a stare nella piazza, in maniera tale che si scopra che i problemi, le attese, le paure, ma anche le speranze degli uni e degli altri sono le stesse. E ci si può quindi confrontare per trovare delle soluzioni”.

Queste le terne finaliste in concorso nelle diverse categorie:

·  Miglior cortometraggio: Cercavo qualcos’altro (di Alessio Rupalti, Italia); Sain Dee Dee (di Helen Baldwin Kingkade, Usa); The passion of Veronica (di James Day, Usa).

·  Miglior documentario: Voyage au coeur du Vatican (di Stéphane Ghez, Francia); Nolite timere (di Giuseppe Tandoi, Italia); Untameable Cardinal (di Mirela Cigic e Ivan Cigic, Croazia).

·  Miglior attrice/attore protagonista: Doris Guillén (Ana de Los Angeles in Love and Faith di Miguel Barreda Delgado, Perù); Juliet Stevenson (Madre Teresa in The letters, Usa); Iñigo Etayo (Ramón Illa in Un Dios prohibido, Spagna).

·  Miglior regista: William Riead (The letters, Usa); Stéphane Ghez (Voyage au coeur du Vatican, Francia); Cheyenne-Marie Carron (L’Apôtre, Francia).

·  Miglior film: The letters (di William Riead, Usa); Un Dios prohibido (di Pablo Moreno, Spagna); L’Apôtre (di Cheyenne-Marie Carron, Francia).

La Giuria è presieduta quest’anno dal produttore austriaco Norbert Blecha.

Sarà inoltre assegnato il Premio speciale della Capax Dei Foundation al film, anche fuori concorso, che ha inciso maggiormente come strumento per la diffusione dell’arte sacra.

* Nei giorni 25 e 26 giugno sono previste delle proiezioni dei film finalisti riservate alla stampa. È possibile consultare in allegato il calendario. È richiesto l’accredito.

Per  informazioni: www.mirabiledictu-icff.com

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Roma.- Il film "E FU SERA E FU MATTINA", prende spunto dalla GENESI.

E' stato girato in Piemonte tra le Langhe e il Roero da un gruppo di giovani (età media 27 anni) nell'estate del 2012, il regista è Emanuele Caruso (28 anni di ALBA) alla sua opera prima.
E' ambientato in un piccolo paese piemontese e parla del valore del tempo e della quotidianità dell'essere umano.

Il protagonista del film è il parroco Francesco e la storia propone allo spettatore spunti di riflessione cristiani, interrogandoci sui valori davvero importanti della nostra vita .

Le varie diocesi ci stanno supportando in ogni città dove il film viene proiettato. In particolare la Diocesi di Torino e in tutto il Piemonte si sono mobilitati per questo film, portando molti sacerdoti e persone a vederlo.

Tra poco il film arriverà a Roma, sarà in programmazione al Multisala Lux dal 15 al 21 maggio.

Vorremmo chiedervi come Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, di aiutarci con il passaparola su Roma, attraverso le vostre pubblicazioni, le vostre mailing list e contatti in Diocesi.

Stiamo distribuendo da soli questo film, tra mille difficoltà.

E FU SERA E FU MATTINA vive di passaparola e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per sostenere un cinema indipendente di qualità fatto da giovani che provano a "dire qualcosa".

A questo link potete visionare una parte della rassegna stampa, troverete alcuni dei molti articoli usciti ad oggi sul film:

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.709678569053010.1073741828.213408228680049&type=3

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da oggi e fino a mercoledì 30 aprile distribuito nelle sale di cinema italiane “Francesco da Buenos Aires – La rivoluzione dell’uguaglianza”, il film biografico sulla vita di Jorge Maria Bergoglio girato da Miguel Rodríguez Arias e Fulvio Iannucci: con immagini inedite e molte testimonianze si ripercorre la vita di Papa Francesco dall’infanzia all’età adulta, da quando era arcivescovo di Buenos Aires fino all’elezione al Soglio Pontificio. Il servizio di Luca Pellegrini: RealAudioMP3

Le foto in cui sorridente è ancora un bambino, quelle in cui studente di seminario si impegna a essere un medico delle anime. Poi gesuita, sacerdote e arcivescovo di Buenos Aires. Il docufilm – da oggi nelle sale italiane – si avvale di tante testimonianze inedite: la sorella María Elena, che si domanda “come lo chiamo adesso?” pochi istanti dopo il Conclave che lo ha eletto Papa, i compagni di studi che ne ricordano il senso dell’umorismo e il carattere forte, i rabbini amici che lo elogiano per la capacità di ascolto e dialogo, e tante immagini di repertorio che lo ritraggono impegnato come pastore nelle favelas più povere della capitale argentina per denunciare la povertà, gli abusi, il commercio umano, lo sfruttamento, le violenze. Il coregista, Fulvio Iannucci, spiega i motivi che hanno sorretto il suo lavoro:

R. – Noi abbiamo avuto l’idea di avvicinare questa figura per capire realmente il cardinale Bergoglio, che era un uomo praticamente sconosciuto sia quando era cardinale a Buenos Aires, sia quando diventa Papa Francesco. Il film vuole proprio indagare queste tracce di semplicità e di umiltà, da quando era bambino fino ad un anno dal Pontificato.

D. – Come avete scelto i testimoni che nel film raccontano e ricordano?

R. – Li abbiamo scelti tra le persone che sono state i suoi collaboratori, ma soprattutto tra le persone di famiglia, tra gli amici di sempre e tra i compagni di scuola. Emerge esattamente la figura che noi vediamo tutti i giorni: una persona molto semplice, molto umile, capace di una cosa straordinaria che è l’accoglienza, il rispetto dell’altro, l’ascolto. Ecco, queste sono le tracce che poi tutti gli intervistati hanno confermato: è una persona sempre pronta all’abbraccio, all’accoglienza e all’ascolto.

D. – Un Papa che tutti sentono vicino e amico…

R. – In realtà, è proprio questo che noi descriviamo: questo cammino di Bergoglio, che è un uomo umile, sensibile e – prima ancora di identificarsi con un ruolo tanto importante come quello di Papa – è un uomo che ha lottato contro la povertà, avvicinandosi alle persone che vivono ai margini della società, quindi professando una Chiesa povera per i poveri. L’immagine che mi ero fatto seguendo le sue vicende attraverso i media è stata poi confermata in pieno dal nostro lavoro. Quello che pensiamo è che sia un Papa al servizio dei più poveri, dei più deboli, dei più piccoli. Posso dire che è l’uomo che sta veramente cambiando la storia.

 

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Roma (Zenit.org) -  Il prossimo 8 marzo sarà possibile ascoltare le loro testimonianze alla Sala Deskur della Filmoteca Vaticana. Ne abbiamo parlato con Chantal Götz, una delle due ideatrici.

L'auspicio di papa Francesco affinché "si allarghino gli spazi per una presenza femminile più capillare ed incisiva nella Chiesa" è stato raccolto. Il prossimo 8 marzo, infatti, in occasione della Giornata internazionale della Donna, approderà al Cinema Vaticano "Voci di Fede" (VdF), evento unico nel suo genere della durata di mezza giornata patrocinato dalla Fondazione Götz Fidel (FGF), la quale si occupa di beneficienza.

Non solo mimose, ma anche testimonianze di un'attuazione concreta del valore femminile. Le "Voci di Fede" sono quelle di un piccolo gruppo di straordinarie donne cattoliche che hanno attinto la forza dalla loro fede per compiere azioni e servizi dall'impatto incommensurabile sul mondo e sulla vita degli altri.

Si alterneranno dal palco della Sala Deskur della Filmoteca Vaticana le voci di personalità che possiedono bagagli d'esperienza tra i più diversi. Donne cattoliche, religiose e laiche, come le più note Jocelyne Khoueiry e Chiara Amirante. Ed ancora, l'indiana Daphne Sequeira, che ha lanciato un progetto di micro-credito per le popolazioni rurali, e la maltese Katrine Camilleri, avvocato impegnata per i diritti dei rifugiati. Suore come Enza Guccione, Abir Hanna, Azezet Kidane, per tutti "Aziza", Maria Cristina Dobner. Ci saranno poi le testimonianze esclusive della giornalista Giulia Galeotti, di Sonia Reppucci e dell'insegnante di danza Sabrina Moranti.

In un'intervista concessa a ZENIT, la direttrice esecutiva della Fondazione Götz Fidel, Chantal Götz, spiega che "l'obiettivo di questa iniziativa è incoraggiare e ispirare l'ulteriore integrazione e la partecipazione delle donne cattoliche, con i loro pensieri, idee e metodi nelle istituzioni cattoliche". Ciò che le organizzatrici tengono tuttavia a precisare è che questa maggiore inclusione non deve in alcun modo "ostruire i valori e gli impegni nella famiglia".

Il tema è di grande attualità. Spiega infatti la Götz che "libri e film su questo argomento sono saliti ai primi posti nelle classifiche dei best sellers in questi ultimi anni, perché il costo delle opportunità mancate nell'escludere le donne ed i loro talenti è diventato un fatto di cui bisogna tener conto e a cui bisogna porre rimedio a livello mondiale".

Chantal Götz racconta poi perché sia stato scelto proprio il Cinema Vaticano come sede di quest'evento. "Volevamo che il luogo che avremmo usato per organizzare questa iniziativa - afferma - fosse il più intimo e personale possibile, come le storie che devono essere raccontate l'8 marzo. Il Cinema Vaticano è un ambiente intimo e gli inviti dei partecipanti sono stati inviati ad ospiti di influenza e di azione in via personale". E aggiunge poi, con un pizzico di poesia: "Il cinema è un simbolo per la comunicazione. E anche il cuore del Vaticano, e queste sono storie del cuore".

"La Chiesa cattolica - aggiunge la Götz quando l'oggetto del nostro dialogo diventa l'importanza che da sempre il Cristianesimo attribuisce alla donna - è ben consapevole dei punti di forza e dei talenti delle donne, ritenute fondamentali per la difesa dei valori della famiglia considerando il bene sociale che deriva dal modo in cui allevano i loro figli". Questa vetrina ha però lo scopo di concentrarsi su altri dettagli, come "la capacità unica delle donne di contribuire a risolvere i problemi del mondo". Del resto, le sue argomentazioni sembrano condivise anche dalle autorità vaticane, visto che il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali "ci facilita, consentendoci l'accesso a determinati canali di comunicazione attraverso i quali condividono il nostro lavoro", spiega la Götz. "E di questo - aggiunge - siamo molto felici".

(...)

di Federico Cenci

Per saperne di più: http://www.voicesoffaith.org/ 

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Roma (Agenzia Sir) "Spero che il cinema ancora una volta sappia andare incontro all'uomo, calarsi nella sua realtà di oggi", ma anche avere "la capacità di farci sognare e sperare". Così monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali (Pccs), intervenuto questa mattina alla presentazione dell'edizione 2013 del "Tertio Millennio Film Fest", la XVII. Organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla "Rivista del Cinematografo", in collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia - Cineteca nazionale, il "Tertio Millennio Film Fest" è l'unico festival cinematografico italiano realizzato con il patrocinio dei Pontifici Consigli della cultura (che oggi ha ospitato la conferenza stampa) e delle comunicazioni sociali, e avrà luogo a Roma, presso il cinema Sala Trevi (vicolo del Puttarello, 25) dal 3 all'8 dicembre. Titolo dell'edizione 2013, "Innocenti nella tempesta. Il cinema contro la globalizzazione dell'indifferenza". Mons. Celli richiama al riguardo il tema "indicato da Papa Francesco per la Giornata delle comunicazioni sociali: la comunicazione come momento e promozione della cultura dell'incontro". Un incontro, spiega, "che è attenzione, vicinanza, simpatia per l'altro". Questo tema, assicura, "animerà tutto il nostro cammino per il 2014". (segue)

Papa Francesco, prosegue mons. Celli, ci chiede non solo di "non essere indifferenti", ma di "andare incontro all'uomo e percepirne gli aneliti e le speranze". "Un aspetto tipico del Santo Padre in questi primi mesi di pontificato è la sua grande capacità di farsi capire, di parlare in maniera semplice, diretta, senza avere bisogno di mediazioni culturali. Come il Vangelo, il Papa parla e arriva direttamente al cuore dell'uomo". Alcuni, osserva ancora mons. Celli, dicono che "sa anche farci sognare e sperare. Spero che il cinema ancora una volta sappia calarsi nella realtà dell'uomo e della donna di oggi, ma abbia anche la capacità di farci sognare e sperare". Nel corso della conferenza stampa è stato conferito alla poco più che ventenne attrice Sara Serraioco - protagonista del film "Salvo" (2013) di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, vincitore del Grand Prix e del Prix Révelation alla 52ma Semaine de la critique de Cannes - il Premio Rivelazione dell'anno degli "RdC Awards 2013". "Il nostro cinema - conclude mons. Celli - ha bisogno di una lettura 'giovane' e 'femminile'".

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Città del Vaticano (RV) - Si è svolta ieri a Roma la première del film di Giacomo Campiotti, tratto dal best seller "Bianca come il latte, rossa come il sangue" di Alessandro D'Avenia. Sul grande schermo, la storia commovente di un adolescente che s'innamora dell'eterea rossa Beatrice, affetta da una letale malattia. Sulla trasposizione del romanzo nel linguaggio cinematografico ascoltiamo l'autore D'Avenia al microfono di Carla Ferraro: RealAudioMP3 

R. – Il romanzo è l'assolo di un solista, che è il protagonista: un ragazzo di 16 anni, innamoratissimo, anche se solo idealmente, di una ragazza che cerca di conquistare, ma che poi deve scontrarsi con qualcosa di più grande di lui, perché lei ha una malattia che sembra volersela portare via. Volevo che il film rimanesse fedele a questo assolo, a questo canto solista. Per questo motivo, avevo paura che se fossero entrate altre voci, avrebbero rovinato la melodia di base. E' diventato invece una polifonia corale, che ha arricchito di timbri diversi la storia, che è uscita fuori dal romanzo.

D. – Padre Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia per il suo impegno evangelico e sociale, è stato suo docente di religione. Quanto ha inciso questa figura sulla sua crescita personale e professionale?

R. – Ha inciso moltissimo. Al mio quarto anno di liceo, lui non è tornato in classe perché gli avevano sparato a Brancaccio. Quello che ha aggiunto alla mia vocazione di insegnante, che già stava maturando in quegli anni, è che non basta voler raccontare storie belle agli altri, ma bisogna anche dare la vita per gli altri. Mi rendo conto che c'è una forma di donazione molto quotidiana ai propri studenti, alle famiglie dei propri studenti, che è un po' come dare la vita.

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Roma - Il 26 novembre, la Chiesa celebra la memoria del Beato Giacomo Alberione, Fondatore della Famiglia Paolina. Per ricordare la straordinaria eredità che da questo maestro di fede e di comunicazione abbiamo ricevuto, proponiamo la testimonianza di Cristina, una suora Paolina.

Dare al mondo Gesù Cristo attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale

Il beato Giacomo Alberione è stato un Fondatore prolifico e l'insieme delle sue Fondazioni sono comunemente denominate Famiglia Paolina. L'opera è iniziata ad Alba, in Piemonte, nel 1914, quando don Alberione fondò la Soc. San Paolo, seguita nel 1915 dalle Figlie di San Paolo, completata poi, nel corso dei decenni, da successive fondazioni per un totale di 10 fra Istituti e aggregazioni (Pie discepole del Divin Maestro, Suore di Gesù Buon Pastore, Istituto Regina degli Apostoli, San Gabriele Arcangelo, Maria Annunziata, Gesù Sacerdote, Santa Famiglia, Cooperatori Paolini).

Il beato Giacomo Alberione amava dire: «La nostra Famiglia è stata suscitata per continuare l'opera di san Paolo che ha comunicato Gesù Cristo. Noi dobbiamo essere Paolo oggi vivente». Con la sua intuizione, don Alberione, ha promosso nella Chiesa, la formazione di religiosi e religiose che si impegnano a diffondere il Vangelo fra la gente, utilizzando tutti i mezzi che il progresso tecnologico fornisce all'umanità. Quindi, il nostro Carisma è: «Vivere e dare al mondo Gesù Cristo Via Verità e Vita, attraverso gli strumenti della Comunicazione sociale».

Organizzare il bene

Nei primi decenni del secolo scorso erano soprattutto la stampa, la radio e il cinema, ad essere valorizzati. Allora la cultura era in gran parte una cultura contadina, con un analfabetismo elevato. Quindi, la presenza nella società civile e nella Chiesa di una congregazione che diffondesse i valori cristiani con i mezzi del tempo, si caratterizzava nella diffusione di contenuti facilmente riconoscibili dalla cultura del tempo e riconducibili agli usi, costumi e tradizioni comuni alla maggioranza della popolazione.

Oggi è tutto cambiato. Nel mondo globalizzato, le nuove tecnologie hanno determinato rapidi mutamenti sociali e culturali, sino a produrre una cultura mediatica divenuta in pochi decenni, la cultura dominante. Oggi viviamo in una cultura permeata, plasmata, impastata e condizionata dalle nuove tecnologie. Spigolando tra gli scritti del fondatore, si coglie come lo stesso Alberione, alcuni decenni dopo l'inizio, affermava: «Oggi il mondo è cambiato e noi, per camminare col mondo, dobbiamo aggiornarci: tutti i mezzi, tutto ciò che serve per comunicare il Vangelo». E con sapiente lungimiranza, ci invitava a "Organizzare il bene". Lui aveva capito anzitempo che «Le organizzazioni hanno una grande forza. Ognuno può essere un santo ma da solo è un fuscello».

I nuovi pulpiti

Oggi, la comunicazione digitale immette nel tessuto sociale nuovi usi e nuovi linguaggi, nuovi criteri di valutazione, nuove abitudini. L'Alberione ci incalzava con questa domanda: «Quante volte vi ponete il problema: dove cammina, come cammina, verso quale meta cammina questa umanità, che si rinnova continuamente sulla faccia della terra? L'umanità è come un fiume che va a gettarsi nell'eternità». Ci incitava anche con parole che ancora oggi hanno una grande valenza comunicativa: «fate la carità della verità». E aggiungeva: «Tutto ciò che è bello, buono, vero sia oggetto della nostra editoria». E siccome «la gente si allontana dalle chiese, voi dovete incontrarla là dove essa si fa trovare. I vostri pulpiti sono le linotype, il bancone della libreria». Ai nostri giorni, aggiungerebbe sicuramente: I vostri pulpiti sono anche Internet e i social network, i vostri dispositivi sono anche gli smartphone e i Tablet.

La grande sfida

Per noi Paoline/i, la grande sfida non consiste tanto nell'uso dei media, quanto piuttosto, nel testimoniare i valori evangelici in un contesto sociale che ne suggerisce altri, nel far conoscere l'uomo all'uomo, nel difendere i valori propri della persona. Evangelizzare, quindi, non è solo immettere contenuti ispirati al Vangelo nelle nostre produzioni. Ciò non basterebbe senza la testimonianza dei valori propri del Vangelo, in una società ormai caratterizzata dalla cultura della comunicazione. Annunciare la Buona novella, per noi significa dunque esserci dentro pienamente in questa cultura della comunicazione; vivere fino in fondo le positività in essa presenti, accettando tutti i rischi che essa comporta, consapevoli delle opportunità che offre per la diffusione del Vangelo e dei valori della vita accolta, vissuta, difesa nella pienezza della sua dignità.

Noi viviamo il mondo della comunicazione sociale e le nuove tecnologie come se fossero parte integrante del nostro DNA carismatico. Dentro la cultura della comunicazione, noi troviamo il nostro habitat naturale, il "luogo" dove viviamo il ristoro e l'arricchimento del vivere in comune, l'alimento per la nostra preghiera e per il nostro essere consacrate a Dio per il Vangelo.

Una forte empatia

Ovviamente, guardiamo con empatia questo mondo e lasciamo fuori dal nostro contesto esistenziale (oserei dire, fuori dalla nostra casa interiore), le crociate contro i media, l'indistinta valutazione negativa e aggressiva verso gli strumenti che di per sé non sono l'origine del male.

L'empatia, a torto lungamente ignorata dalla storia, «È il mezzo attraverso il quale creiamo la vita sociale e facciamo progredire la civiltà», scrive Jeremy Rifkin, nel suo volume La civiltà dell'empatia (Mondadori 2010). Questo significa che l'empatia è come un collante sociale che consente di far nostre le esperienze altrui, rendendo possibile l'immedesimazione e la solidarietà reciproca. In nome di questa civiltà e di questa possibile solidarietà, noi viviamo una forte empatia verso le nuove tecnologie, adoperandoci affinché, da un lato non vengano demonizzate per il solo fatto di esistere e dall'altro, perché non si crei verso di loro una dipendenza irrazionale.

Noi viviamo "dentro" il mondo della comunicazione senza appartenere ad esso. Dentro questo mondo ci giochiamo la vita. La nostra spiritualità incentrata su Gesù Via, Verità e Vita non vive avulsa dal contesto umano e sociale dei nostri contemporanei. Noi vediamo molti di loro sciupare i giorni rincorrendo miraggi di ricchezza e di immagine, a danno della vita reale. Di fronte a ciò, non vogliamo restare passive. Non vogliamo farci fagocitare da queste tendenze culturali, e nemmeno accettiamo che altre persone ne restino schiacciate.

Le apparenze non sono sufficienti

Perciò, la vita che condividiamo con altre sorelle e fratelli, la nostra preghiera e la nostra dimensione spirituale, restano intrise anzitutto, come è ovvio, del buon "odore di Cristo", come diceva l'apostolo Paolo, ma anche del buon sapore dei valori umani: bellezza, arte, musica, ecologia come rispetto del creato, come educazione verso l'ambiente e verso le persone che ci circondano. Restano, altresì, intrise del dolore e dello smarrimento di molti nostri contemporanei. Dentro questo mondo della comunicazione sociale noi viviamo il nostro quotidiano, consapevoli che per il fatto stesso che esistiamo, come congregazione che ha questo Carisma, noi diciamo che le apparenze non sono sufficienti a dare sostanza alla vita. Diciamo che la vita sociale e civile esigono coraggio nel denunciare, quando è necessario, esigono coerenza evangelica, sempre.

Vigili abitanti di questa cultura

Noi non possiamo vivere ai margini di questa società della comunicazione. Non vogliamo restare sulla soglia a criticare. Viceversa, scegliamo di abitarla come fermento, essendo noi, vigili abitanti di questa cultura, pur conoscendo bene i limiti che la contraddistinguono. Conosciamo le energie, il positivo e il negativo che sprigiona il mondo della comunicazione sociale. Ma, senza nasconderci dietro fanatici atteggiamenti, stiamo dentro per dire con la vita che la giustizia, il bene comune, la pace, l'uguaglianza sociale sono valori della vita individuale e della convivenza sociale. E questi valori a volte passano con una forza dirompente attraverso i media.

Tornare indietro per ringraziare Dio

Mi colpisce sempre il racconto evangelico dei 10 lebbrosi guariti, dei quali, uno solo torna indietro a ringraziare Gesù (Lc 17, 11-19). Anche noi, come quel lebbroso, "torniamo indietro" a ringraziare Dio per quanto di bello il mondo digitale e informatico offrono all'umanità. Dopo che le ferite inferte dallo strapotere mediatico sono risanate, "torniamo indietro" a ringraziare Dio perché ci sentiamo riconciliate con la cultura della comunicazione, perché il bene e il buono che propongono i media, le reti sociali e il web, riconciliano la gente con il mondo della comunicazione. È possibile vivere da persone riconciliate con i media. «Con Internet ogni computer è una voce», affermava la scrittrice iraniana Marina Nemata in un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica (10/12/2010).

I nativi digitali

Per le giovani generazioni e i "nativi digitali", sono soprattutto le nuove tecnologie a caratterizzare la cultura di oggi. Il tablet, lo smartphone, il cellulare, Internet con i siti Web e i social network come Facebook, Myspace, Youtube, Twitter eliminano le distanze e aprono orizzonti comunicativi che sono sicuramente un bene per l'umanità, ma verso i quali urge educare all'uso per evitare l'abuso. La stessa Cei ha sentito l'urgenza di riflettere sul bene che deriva dal mondo digitale, intitolando il convegno del 2010 Testimoni digitali (Roma).

L'inganno degli stereotipi

Siamo circondati da media, anzi, siamo "immersi" in un mondo informatico e informatizzato che non può essere visto e vissuto come un nemico da combattere. L'approccio aggressivo verso questo mondo non produce benefici, mentre un approccio empatico, può indicare strade percorribili anche se in salita. I media, soprattutto la televisione, in ossequio all'esigenza della spettacolarizzazione insita nel piccolo schermo, sono ormai diventati un moderno campo di battaglia in cui si propinano diverse immagini o idee, ad esempio, di famiglia e di società. E così, spesso i telespettatori non si fidano più, perché i tradizionali mass media, soprattutto negli ultimi anni, si sono giocati gran parte della credibilità di cui godevano. Davanti alla TV, lo spettatore è vulnerabile perché la brevità dei messaggi pur sostenuti dalle immagini, non consente la comprensione dei fenomeni che stanno dietro a gravi fatti di cronaca. Si ricevono messaggi, slogan, informazioni incomplete basate sugli stereotipi che consentono facilmente di contenere la notizia nei classici 3 minuti. 

Quali responsabilità hanno gli operatori della comunicazione, davanti al dilagare di modelli di vita che, proposti dai media, diventavano essi stessi il modus vivendi della gente? Come valutare il contesto sociale mutuato dall'influsso mediatico e come essere segno di contraddizione, tanto caro al Vangelo e sempre valido? I non valori, i fragili legami familiari, i nuovi modelli familiari sono lì a denunciare come noi credenti, siamo deboli testimoni del bene. Senza accorgerci, ci occupiamo più facilmente della crisi della famiglia, ignorando chi, a volte con fatica, riesce a traghettare il rapporto coniugale e parentale, oltre le secche della difficoltà. Troppo facilmente siamo pronti a tranciare giudizi sui "diversi" e sulle crisi della famiglia, ma poco solerti nell'offrire una parola di conforto e di sostegno alle famiglie tradizionali! Abbiamo forse imparato dai media a trarre conclusioni prima di aver fatto le giuste valutazioni? 

Davanti a tutto questo e in aggiunta, con una pubblica opinione che sembra assopita e spenta, forse assuefatta al clima di sfiducia generalizzato, davanti a tutto questo, dicevo, sulla bilancia dei media e del loro strapotere, che via di uscita ci rimane? La Famiglia Paolina, pur presente in tutto il mondo, anche in Paesi islamici, resta una piccola realtà, nonostante Famiglia Cristiana, Telenova, le edizioni multimediali e via dicendo. Siamo una piccola realtà, almeno in Italia, se confrontata con altri editori. Ma se non possiamo competere con i grandi mezzi, restiamo tuttavia una significativa presenza sul territorio svolgendo, attraverso i nostri Centri culturali e quelli multimediali, micro attività comunicative. Non si tratta di un discorso consolatorio bensì di un credo esistenziale.

Alcune iniziative multimediali

Tra le varie iniziative della Famiglia Paolina, alcune si caratterizzano per la territorialità, altre per la massmedialità. Tutte comunque rientrano nella pastorale della comunicazione. Una di queste iniziative, evidenzia la nostra diretta collaborazione con le chiese locali. Ogni anno, Paoline e Paolini insieme, realizziamo la Settimana della comunicazione per dare rilievo alla Giornata mondiale della Comunicazione indetta dal Concilio Vaticano secondo.

Partita quasi in sordina anni fa, questa iniziativa è stata capace di catalizzare attorno al tema scelto ogni anno dal Papa e del relativo Messaggio, una fucina di iniziative e fermenti apostolici che hanno visto realizzare nelle nostre librerie e nelle sale cittadine, concerti, presentazioni di libri, dibattiti, convegni, spettacoli teatrali e musicali. In concomitanza con la Settimana, poi, organizziamo il Festival della comunicazione, già realizzato nelle diocesi di Salerno, Bari, Brescia, Alba, Caserta, Padova, Caltanissetta, Avezzano (2013). Per organizzare il Festival, ci mettiamo a fianco della diocesi prescelta e sul territorio, diamo concretezza a iniziative incentrate sulla Comunicazione sociale. Convegni, preghiere, incontri, dibattiti, concorsi, visite guidate nei luoghi della cultura locale, concerti. Questa è un'esperienza non facile perché ogni anno si ricomincia da zero. Infatti, il festival della comunicazione, per scelta, è itinerante e ci porta nelle diocesi dove siamo accolti perché "conosciuti" come coloro che lavorano per il Vangelo valorizzando i media. E ogni volta, scopriamo che le chiese locali sono ricche di esperienze, di tradizioni, di cultura e di iniziative che spesso non arrivano sui mezzi di informazione nazionali, ma esistono e operano fra la gente. Sia la Settimana che il Festival sono in rete tramite Facebook, Twitter, YouTube e dispongono di distinti siti web: www.settimanadellacomunicazione.it/ e www.festivaldellacomunicazione.org/

Accanto a questa attività di pastorale della comunicazione "porta a porta", ne svolgiamo altre, più innovative. Tra tutte, ricordo la nostra presenza nell'oggi digitale con il bolg http://cantalavita.com/ che propone la rinnovata scoperta del messaggio cristiano, soprattutto in questo Anno della fede. Ogni mese, seguendo un calendario prestabilito, vengono proposte online riflessioni, tracce di preghiera e adorazione che possono essere scaricate e valorizzate personalmente o con il gruppo in parrocchia. Questi incontri virtuali di catechesi, si propongono di aiutare le persone a comprendere che la fede deve diventare vita.

Fare la carità della verità

Questa è la nostra vocazione! La fede, la speranza, la carità si sostanziano di questa pastorale delle Comunicazioni. Nel complesso mondo della comunicazione, in questa società in continuo mutamento (tanto da essere definita dal pensatore Zygmunt Bauman, "società liquida"), ci sfuggono tante cose e anche noi, come il cieco di Gerico narrato in Marco (10, 46-52), vogliamo vedere Gesù e desideriamo vedere l'umanità e la società della comunicazione illuminate da bagliori che portano luce sul cammino di chi è in ricerca di senso. «Chiamarono il cieco dicendogli: coraggio! alzati, ti chiama. Egli gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Ecco,  quel "balzare in piedi", dopo la "chiamata" di Gesù, è l'atteggiamento pertinente alla nostra vocazione di "fare la carità della verità".

(Cristina Beffa, fsp)

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Città del Vaticano (www.osservatoreromano.va) - Per celebrare i cinquant'anni dell'agente segreto più famoso al mondo, omaggiato nientemeno che dalla regina Elisabetta all'olimpiade londinese, ci voleva un film all'altezza. 007 Skyfall non delude le attese: il 23° capitolo è uno dei meglio riusciti della più longeva saga cinematografica della storia. Il regista Sam Mendes, pur non rinunciando a una sua originale lettura del personaggio, ha infatti realizzato una pellicola in cui non manca nessuno degli ingredienti classici che hanno reso leggendario James Bond: l'accattivante canzone sui titoli di testa, azioni adrenaliniche e inseguimenti mozzafiato ben oltre il realismo, ambientazioni esotiche, bellissime bond girls, il cattivissimo di turno, ma anche l'immancabile Vodka Martini — shaken, not stirred — e neppure la vecchia, mitica e superaccessoriata Aston Martin DB5, richiamata in servizio (tra gli applausi in sala) al pari di miss Moneypenny, incomparabili trait d'union tra passato e futuro.

Grazie a un cast di sicuro spessore — su tutti uno strepitoso Javier Bardem, che dà vita a un cattivo all'altezza di Goldfinger, Dr. No e Rosa Klebbs — Mendes regala agli appassionati un film degno del mito di Bond, condendolo con ghiotte citazioni che dissemina qua e là in un tanto nostalgico e quanto doveroso omaggio al passato. Ma il suo merito più grande è quello di andare oltre il film di genere, soprattutto per l'originalità della lettura dei personaggi di 007 e di M. Il Bond di oggi risponde a meno cliché, è meno attratto dai piaceri della vita, molto più cupo e introspettivo, meno invulnerabile fisicamente e psicologicamente, e per questo più umano, capace persino di commuoversi e piangere: in una parola, più reale.

Ma assicura l'attore Daniel Craig che veste i panni di quest'ultimo 007: "Abbiamo reso più veri i personaggi, più drammatica e toccante la storia, rimosso molti luoghi tradizionali e shakerato quelli comuni. Ora inizia un nuovo Bond, sono state create tutte le premesse per le storie che verranno. Ma ne sono convinto: siamo rimasti molto fedeli a Bond e alla sua filosofia. Non lo abbiamo tradito".

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