Chiesa e Comunicazione

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(www.osservatoreromano.va) - Con l’avvento dei media digitali, e in particolare con lo sviluppo dei social media, le logiche di propagazione dei rumors, intesi come forma di comunicazione informale, subiscono una trasformazione. La smaterializzazione dei supporti implica non solo un accesso potenzialmente continuo alle pratiche comunicative, ma esaspera i tratti dell’anonimato giungendo a una capacità di amplificazione in grado di contagiare un numero enorme di persone.

Lo scenario dei media attuali si caratterizza per uno stato diffuso di attenzione parziale continuata che rappresenta la risposta antropologica a una realtà che offre una pluralità di stimoli, cui è necessario dare almeno inizialmente una parte della nostra attenzione, salvo poi focalizzarsi quando uno stimolo prenda il sopravvento oppure si scelga di privilegiarlo.

Nel contesto di una net society cosa si intende pertanto per viralità? I media digitali hanno una natura conversazionale, che non solo favorisce ma alimenta in maniera esplosiva la circolazione di pratiche narrative che in maniera molto rapida coinvolgono progressivamente un numero enorme di attori sociali. Ma è sufficiente che ci sia grande diffusione nel web per parlare di viralità?

Possiamo dire che la metafora della viralità è in parte fallace. Tenendo conto delle pertinenti analogie e differenze tra modello biologico e paradigma comunicativo, dobbiamo precisare che i rumors si diffondono solo volontariamente, ovvero con un atto autonomo di comunicazione e sulla base di un interesse che deriva da rapporti sociali.

di Dario Edoardo Viganò

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Siamo anche ciò che digitiamo”. E’ uno dei concetti espressi nel libro “Basta un clic”, scritto dal teologo della comunicazione Carlo Meneghetti, docente allo Iusve, Istituto universitario salesiano di Venezia. Il libro, edito dalla Libreriauniversitaria, si sofferma sulle sfide poste dai social network, con un’attenzione particolare ai giovani e alla Chiesa. Alessandro Gisotti ha intervistato l’autore:

R. – “Basta un clic” è una serie di esperienze e una serie di laboratori fatti sia a scuola ma anche in vari contesti educativi. Questi incontri sono incontri di condivisione e ho pensato di raccoglierli tutti per avere un confronto, una condivisione sulla tematica dei social network che oggi è quanto mai viva e pressante.

D. – Un libro che, anche per come nasce, si rivolge molto ai giovani, è vero?

R. – Sì, si rivolge principalmente ai giovani ma anche agli adulti. Ieri sera mi trovavo a un incontro di formazione con dei genitori, un genitore mi ha chiesto: “Ma questo libro posso leggerlo o può leggerlo mio figlio?”. Il mio consiglio è stato di leggerlo lui insieme al figlio perché così si possono fare anche raffronti. Si parla molto di nativi digitali: giovani, più giovani che insegnano a noi come usare tecnicamente questi nuovi sistemi. Però, noi dobbiamo essere vicini a loro cercando di usare la testa, magari quando facciamo clic anche per fare cose di cui dopo ci si può pentire.

D.  – Uno dei primi concetti che si incontra leggendo questo libro è che la parola anche in internet è un dono…

R. – Certo. Ho citato, infatti, Enzo Bianchi, che in un suo volume dice appunto che la prima possibilità del dono avviene attraverso la parola: la parola donata all’altro. Come riportava Giaccardi nella prefazione, la parola è un dono che noi facciamo all’altro. Dunque anche attraverso i social network dobbiamo fare attenzione a quello che diciamo, a quello che facciamo, perché poi il pericolo è di essere noi stessi sui social e magari cambiare prospettiva quando invece siamo in prossimità alle persone.

D. -  In questo libro è anche molto presente la dimensione religiosa e direi anche proprio ecclesiale…

R. – L’ultimo capitolo, il capitolo VI in particolare, l’ho chiamato Chiesa 2.0. Come vediamo la Chiesa si impegna anche in questo campo. Pensiamo anche al convegno ecclesiale di Firenze 2015, che si terrà il prossimo anno e vediamo quanto sia impegnata anche nel campo dell’educazione ai media e ai social network. Se prendiamo i vari documenti della comunicazione sociale - penso al  direttorio del 2004 - troviamo una serie di indicazioni per progettare anche attraverso i social.

D.  – Nell’appendice ci sono anche i messaggi dei Pontefici per la Giornata delle comunicazioni sociali e vediamo come già Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II nel 2002, quindi diversi anni fa, dedicava proprio ad internet il suo messaggio per le comunicazioni sociali, come a dire che poi la Chiesa ha letto abbastanza velocemente l’importanza di questo fenomeno…

R. – Sì la Chiesa è stata sempre avanti in questo campo si  può dire. Oggi siamo nel 2014, sono passati 12 anni, ma se leggiamo quel testo è ancora vivo e attuale. Dunque, ho voluto proprio mettere questi messaggi che hanno come filo conduttore o la rete o le relazioni digitali, in modo da portare il lettore a far vedere come la Chiesa sia impegnata e si prefigga di portare l’accoglienza e la testimonianza cristiana anche in questi mondi, perché questi mondi sono parte della nostra vita quotidiana.

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Incontro dei vescovi responsabili delle Comunicazioni sociali delle Conferenze episcopali d’Europa
Atene, Grecia, 3-5 novembre 2014

La Chiesa è presente nella Rete perché è chiamata ad accompagnare e a farsi prossima di ogni singolo uomo. Non si tratta di una strategia comunicativa, ma della risposta alla sua vocazione missionaria. Certo, la Rete non è priva di ambiguità e utopie, e le sfide sono esigenti. Nonostante ciò la Chiesa non desiste nel voler annunciare la buona novella di Gesù laddove gli uomini vivono.

Ad Atene una quarantina di vescovi ed esperti delle comunicazioni sociali delle Conferenze episcopali in Europa si sono incontrati  su invito di S.E. Mons. Sebastianos Rossolatos, Arcivescovo di Atene e di S.E. Mons. Dimitrios Salachas, Esarca Apostolico per i cattolici di rito bizantino in Grecia per riflettere sul tema La Comunicazione come incontro, tra autenticità e concretezza.

L’incontro, promosso dalla Commissione CCEE delle Comunicazioni Sociali, è stato guidato da S.E. Mons. José Ignacio Munilla Aguirre, vescovo di San Sebastian (Spagna) e Presidente della Commissione CCEE, e da don Michel Remery, Vice Segretario Generale CCEE.  

Nella capitale greca i partecipanti sono stati aiutati nella loro riflessione da S.E. Mons. Claudio Celli, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, P. Antonio Spadaro SJ, direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”; Prof. Arturo Merayo Perez, docente presso la Facoltà di Scienze della

Comunicazione dell’Università di Murcia (Spagna) e da P. Roderick Vonhögen, fondatore del Star Quest Production Network e Trideo TV (Olanda). Nel corso dell’incontro sono intervenuti anche il Nunzio Apostolico in Grecia, S.E. Mons. Edward Joseph Adams, e il sig. Alexandros Katsiaras, Direttore dell’emittente radiofonica della Chiesa in Grecia.

Dalle relazioni, dalle testimonianze e dai dibattiti in aula è apparso chiaramente come la Rete ha portato ad un cambio antropologico che si riflette nella vita sociale e spirituale dei suoi utenti e che chiama ad un nuovo approccio della Chiesa alla Rete. Educazione all’uso corretto della tecnologia ed equilibrio nella presenza della Chiesa in questo ambiente digitale sono i due temi che maggiormente hanno attirato l’attenzione dei partecipanti.

Di fronte al rischio - specialmente dei giovani, ma non solo - di vivere l’esperienza digitale in modo totalizzante, assorbente e unico, si rende necessario un maggior impegno della Chiesa nell’educazione a vivere la vita digitale come opportunità di relazioni reali.

In questo senso la Chiesa è chiamata a re-interpretare la vita delle persone nella sua duplice dimensione: tra quella fisica e quella digitale. Ciò avverrà solo nella misura in cui si considererà la Rete come un “ambiente di vita” e non solo come strumento.

Inoltre, la presenza della Chiesa in Rete non può insistere unicamente sul contenuto dimenticando la dimensione relazionale (il contatto con gli utenti). E viceversa, sarebbe deleterio ridurre la Rete ad un mero sistema relazionale, dimenticando il contenuto dell’annuncio. In questo senso, Papa Francesco è un buon esempio di quell’equilibrio che oggi è richiesto nella comunicazione. Egli ha saputo superare questa dicotomia perché grazie alla sua naturale capacità relazionale, tesa ad incontrare ogni singola persona, riesce ad arrivare non solo al cuore della gente ma anche alla loro mente presentando in modo chiaro, sintetico e coerente il messaggio di salvezza che è la persona di Gesù Cristo. Insomma, la Chiesa oggi è chiamata ad un equilibrio integrando contenuto e contenitore, l’empatia comunicativa con il contenuto che comunica.

Nel corso dell’incontro, i partecipanti hanno anche condiviso molte esperienze che mostrano la felice unione di queste due dimensioni. La Chiesa vive infatti oggi un momento di sintesi e di integrazione delle numerose esperienze in atto. Un esempio sintomatico è la testimonianza portata da P. Roderick Vonhögen, che con i suoi blogs e podcast su temi dell’attuale cultura di massa, che vanno da Harry Potter alla saga Star Wars, è riuscito a portare la buona notizia di Gesù in ambienti apparentemente ‘ostici’. Attualmente, il sacerdote olandese è impegnato nella realizzazione di un nuovo progetto  Trideo TV volto alla comunicazione nella Rete con brevi video.

L’incontro ha visto anche una presentazione delle attività nell’ambito delle comunicazioni sociali dell’Ufficio Stampa della Conferenza episcopale greca da parte del suo direttore, Sebastianos Roussos.

Pur essendo una minoranza, la Chiesa cattolica in Grecia è cresciuta considerevolmente in numeri negli ultimi anni con l’arrivo di numerosi immigrati. Questo ha portato anche a diversi cambiamenti nell’offerta informativa, alla base della quale sta l’idea di rendere corresponsabili e partecipanti della comunicazione ecclesiale le varie comunità locali anche grazie all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione sociale.

Dal bollettino quotidiano al portale plurilingue (www.cathecclesia.gr), questo coinvolgimento responsabile delle comunità locali rende la comunicazione di questa piccola Chiesa agile e soprattutto dinamica, creando relazione e comunità. Ultimamente la Chiesa in Grecia ha deciso di avviare la realizzazione di una Web TV e la creazione di un’applicazione per smartphone per promuovere cammini di spiritualità specialmente per le giovani generazioni.

Dopo la visita all’areopago di Atene, dove i partecipanti hanno rievocato la quanto mai attuale Dichiarazione comune di San Giovanni Paolo II e di Sua Beatitudine Christodoulos sulle radici cristiane dell’ Europa (2001), i partecipanti si sono recati, mercoledì 5  novembre, a Corinto. Durante il viaggio, S.E. Mons. Dimitrios Salachas, ha svolto una riflessione su La comunicazione di San Paolo, dall’Areopago a Corinto mostrando come la comunicazione dell’Apostolo, modello comunicativo per la Chiesa oggi, deve tendere a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa.

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Città del Vaticani (Radio Vaticana) - “Andiamo a Messa”: si chiama così la app, scaricabile sul telefono cellulare, che permette di trovare, in modo veloce ed automatico, le Parrocchie e altri luoghi di culto nelle vicinanze dell’utente, così che possa partecipare alla Santa Messa. Due giovani cattolici uruguaiani, Rodrigo Pérez e Pablo Sánchez, hanno ideato questa applicazione proprio per facilitare la diffusione di informazioni utili ai credenti. “Tante volte - hanno spiegato nella presentazione - si perde la occasione di vivere l’Eucaristica perché si è lontani dai luoghi conosciuti o frequentati, ma anche perché non si hanno a disposizione gli orari o i calendari aggiornati delle celebrazioni”.

Andiamo a Messa” – disponibile per i tradizionali sistemi operativi - iOS, Android, Windows Phone e BlackBerry - oltre agli orari delle Messe, preghiere e altri riti o celebrazioni, offre ai fedeli anche nuove alternative ai luoghi di culto solitamente frequentati – ad esempio in caso di ritardo o variazione degli impegni personali - senza mai perdere l’opportunità di avvicinarsi al Signore, attraverso i sacramenti e la preghiera comunitaria. L’informazione sulle parrocchie e altri luoghi di culto è realizzata e aggiornata dalla stessa comunità di utenti che devono disporre di un “account” Google o Facebook, per essere abilitati ad offrire suggerimenti e consigli anche su feste, processioni, attività parrocchiali e riti propri della religiosità popolare locale, nazionale e, in futuro, anche mondiale.

Infatti, i giovani ingegneri, insieme a una decina di amici, hanno iniziato a fare la lista delle parrocchie di Montevideo, ma l’idea è esten

dere la app a tutto il territorio nazionale e internazionale. “Abbiamo pensato a questa idea – ha spiegato Sánchez – l’estate scorsa, durante le ferie: ci trovavamo in un luogo a noi sconosciuto e non sapevamo dove poter celebrare l’Eucaristia”. E così, questi giovani hanno messo le nuove tecnologie al servizio di Dio, della Chiesa e dell’evangelizzazione ed hanno messo in pratica l’invito del Papa a portare Dio nelle strade. “Se manca la comunicazione – concludono i due ragazzi - allora bisogna portare direttamente la Parola di Dio alla gente sulle strade, come dice Papa Francesco”.

La app si può scaricare dal link http://www.vamosamisa.com

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Dal primo al 4 settembre si svolgerà a Cochabamba, in Bolivia, un Seminario sulle comunicazioni sociali per i vescovi di Bolivia, Ecuador e Perù. All’appuntamento interviene anche mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Sergio Centofanti lo ha intervistato:

R. – Questo seminario vedrà l’apporto di esperti del settore, per aiutare i vescovi a capire che cosa sta avvenendo nel mondo della comunicazione, oggi, per aiutare i vescovi a riscoprire la missione comunicativa della Chiesa. La Chiesa se non comunica non è Chiesa, perché la missione vera e propria della Chiesa è quella di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù nel mondo di oggi. E la Chiesa lo deve fare utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione. Io amo sempre ricordare a questo proposito ciò che diceva Paolo VI nella sua esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi” - siamo nel 1975 – “la Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore, se non utilizzasse tutti i mezzi che la tecnologia mette a sua disposizione, per annunciare il Vangelo”.

D. - Quale cammino state facendo con i vescovi latino-americani?

R. - Con i vescovi latino-americani, stiamo facendo un cammino di questo genere: riscoprire questa necessità, questa missione forte che la Chiesa ha di annunciare il Vangelo. Lei ricorderà che i vescovi latino-americani, riuniti ad Aparecida, hanno scritto nel loro documento finale che ogni discepolo di Gesù deve essere missionario nel suo ambiente, e questo molto di più i vescovi, che svolgono la missione di pastori all’interno della comunità dei discepoli del Signore Gesù.

D. Qual è la grande sfida di oggi?

R. - Direi che questa sia la grande sfida di oggi, vale a dire riscoprire anche che non abbiamo più solamente dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione, come una volta - al tempo del Concilio Vaticano II, i mezzi erano semplicissimi, c’era solamente la stampa, la radio, la televisione e il cinema - oggi le nuove tecnologie digitali hanno creato un ambiente, hanno dato vita ad un continente digitale. E la grande sfida per la Chiesa è vedere come annuncia il Vangelo, annuncia Gesù proprio in questo ambiente di vita, che noi oggi chiamiamo il “continente digitale”. Lei pensi oggi alle grandi reti sociali, reti sociali dove abitano – io amo molto utilizzare questo verbo, perché non è più solamente un’utilizzazione delle reti sociali, ma la gente vi passa ore ed ore, abita nella rete sociale – ecco, la grande sfida per la Chiesa è vedere come annunciare il Vangelo in questo contesto abitativo. E perché? Perché in questo contesto, in questo ambiente di vita, molti sono presenti e non avranno altro mezzo per ascoltare il messaggio del Vangelo se non attraverso qualcuno che abita lo stesso continente digitale. E in questo continente rivolge ancora una volta lo stesso annuncio, l’annuncio del Vangelo.

D. – In questi Paesi c’è tanta povertà. Come arrivare con i mass media alle persone più disagiate?

R. – In questo contesto abitativo, in questo ambiente, abbiamo gran parte di queste periferie esistenziali delle quali parla Papa Francesco, e qui direi che è verissimo, ed è per noi motivo di una riflessione profonda, l’invito che Papa Francesco ci ha rivolto con il suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni, cioè dobbiamo creare una cultura dell’incontro. E’ molto bello quello che dice Papa Francesco, che le porte delle chiese devono essere aperte, perché chi passa per strada possa entrare, ma anche perché i discepoli del Signore percepiscano che la loro missione è uscire, è andare all’incontro dell’uomo e della donna di oggi. Il Papa usa quest’espressione: “periferie esistenziali”. Direi che la cosa importante sia proprio questa: percepire che la Chiesa deve essere accanto, deve farsi prossima. Ecco perché il Papa quest’anno parlava di comunicazione come prossimità. Ecco, la comunicazione per noi vuole dire proprio questo: farsi prossimo all’uomo e alla donna di oggi che, nella fatica del vivere, percorrono le nostre strade; e dovremmo essere accanto non per giudicare, ma per condividere un cammino.

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Roma (chiesacattolica.it) - Più flessibilità e interattività, guardando non solo ai singoli studenti, ma a gruppi in grado di essere fermento nei rispettivi ambiti. A sette anni dalla nascita assume nuovo slancio il corso Anicec, promosso dall'Università Cattolica e dall'Ufficio Cei per le comunicazioni sociali e rivolto ad Animatori della cultura e della comunicazione, sulla scia del direttorio Cei sulle comunicazioni sociali "Comunicazione e missione" (2004).

Logica partecipativa. "In questi anni la società e il mondo delle comunicazioni hanno registrato tanti cambiamenti", osserva Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media all'Università Cattolica di Milano, che fin dall'inizio segue il progetto. "Le tecnologie per comunicare - riporta la presentazione dell'iniziativa - sono sempre più diffuse: nel 2013 il 62% degli italiani possiede uno smartphone e si porta in tasca l'accesso istantaneo a un'infinità di contenuti e servizi. Il 30% è iscritto a Facebook e ha cambiato il proprio modo di socializzare e comunicare. Entrambe sono tecnologie che non esistevano dieci anni fa". Ecco, dunque, i nodi emersi dal confronto con gli studenti delle passate edizioni che costituiranno i pilastri del futuro. Innanzitutto l'interattività, "superando - osserva Giaccardi - il concetto classico 'unidirezionale' nell'apprendimento, con docenti e studenti". Introdurre una "logica partecipativa" permette di rendere gli stessi studenti protagonisti "creando momenti d'incontro virtuale, discussione e confronto". In altri termini, è come frequentare una classe - una "community" nel linguaggio dei social network -, dove il confronto permette di mettere in luce esperienze significative - raccontate dagli stessi studenti - che provengono dal territorio.

Più flessibilità. In secondo luogo la flessibilità. "Il corso - prosegue la docente - oggi è fruibile pure dai dispostivi mobili", così chi lo frequenta può sfruttare tutti i tempi a disposizione, ad esempio in pausa pranzo o mentre è in viaggio. Inoltre anche la durata non è più fissa. "Dato che molti dei nostri studenti lavorano - precisa Matteo Tarantino, docente alla Cattolica e coordinatore del corso - abbiamo deciso di lasciarli liberi di scegliere quando iscriversi e quando sostenere gli esami" al termine di ogni insegnamento. Da alcuni giorni è possibile iscriversi e frequentare le lezioni "on line". "Vogliamo integrarci nella vita quotidiana dei nostri studenti", prosegue Tarantino, presentando una formula che prevede "corsi base", che "formano l'ossatura per capire come funziona il mondo della comunicazione", e altri "avanzati", con risvolti pastorali e teologici.

Favoriti i gruppi. In altri termini, "vogliamo offrire una preparazione completa sia storico-teorica, sia etico-politica, sia pratica", evidenzia il coordinatore, sottolineando come, nelle rette d'iscrizione, siano previsti sconti per "gruppi di studio che appartengono a una medesima comunità", sia essa una parrocchia, un'associazione, una diocesi. "La nostra sfida - rimarca Giaccardi - è formare persone che sappiano rispondere alle esigenze della loro comunità, ad esempio dando vita a una piattaforma digitale in grado di 'agganciare' i giovani e portarli in parrocchia. Questa è la sfida del fare Chiesa nel 2013".

La presenza sui social network. Il target dell'Anicec va da genitori o catechisti che vogliono capire le dinamiche della comunicazione a quanti "desiderano operare in maniera attiva nella propria realtà". Per questo, oltre al sito www.anicec.it, il corso prevede pure un account Twitter (@anicec2013) e una pagina Facebook (www.facebook.com/anicec2013), appena nata ma già con più di 250 membri "che l'hanno conosciuta con il passaparola, dal momento - nota Tarantino - che deve essere ancora presentata ufficialmente". Triplice l'obiettivo della presenza sui social network. In primo luogo "presentare cosa offre il corso", poi "favorire un senso di comunità tra gli studenti" e, infine, "dare visibilità a una serie di contenuti su media e tecnologie cui i singoli non avrebbero altrimenti accesso". In altri termini, attraverso Facebook - conclude Tarantino - passa la possibilità di "una formazione permanente". Perché non si tratta di prendere un attestato o un'abilitazione, ma essere fermento competente per rispondere alla sfida dell'evangelizzazione con gli strumenti oggi a disposizione.

Per saperne di più: www.anicec.it

 

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(Radio Vaticana) - Ieri, alla vigilia dell'apertura del Conclave, Fausta Speranza ha raccolto voci e opinioni tra la gente e tra i giornalisti arrivati da tutto il mondo: RealAudioMP3 

In Piazza San Pietro, oggi non ci sono gruppi organizzati: è un giorno speciale di vigilia dell'apertura del Conclave, attraversato però da persone di passaggio. In ogni caso, in tanti hanno un pensiero in attesa del nuovo Papa: 

R. - Io penso che il Papa debba essere forte, ma anche un amico.

R. – Io penso che debba dare una risposta forte.

R. – Mi aspetto tranquillità e serenità, che trasmetta soprattutto ai ragazzi e ai giovani serenità e fiducia nel fare.

D. - La preghiera che ha nel cuore in questi giorni?

R. – Che il Signore illumini i cardinali e che i cardinali si lascino illuminare. Solo questo. Siamo anche noi nell'obbedienza.

D. – C'è un turista che innanzitutto vuole dirci che cosa si aspetta in questi giorni dai giornalisti:

R. - I giornalisti cercano gli scandali, i problemi... Si deve parlare di tutto questo ma non solo. Ci sono tante cose che sono importanti per il futuro della Chiesa e sono più importanti degli scandali.

Arriviamo, dunque, nel Centro media allestito a ridosso dell'Aula Paolo VI. Ci dicono:

R. - Secondo me funziona. La cosa importante per me è che qui c'è l'ospitalità, è molto accogliente. Tutti gli stranieri che vengono hanno un'aula dove stare, riposare, dove pensare, mandare e-mail, lavorare. Io ho lavorato in diversi posti, dove uno deve aspettare sotto la pioggia, non c'è nessuno, non si può neanche avere un caffè... Quindi, secondo me, il Vaticano sta facendo un bel lavoro.

Parliamo con colleghi stranieri proprio di copertura mediatica:

R. - A priori, noi giornalisti amiamo i conflitti. Io in questi giorni ho pensato di fare un articolo sull'aspetto della carità della Chiesa cattolica – solo uno degli aspetti che ci saranno da raccontare – però ho paura onestamente che non lo prendano quel pezzo. "Vendono" di più i litigi, le guerre: il fronte romano contro i riformisti stranieri o cose simili...

R. - Per me, è molto interessante che in generale la Chiesa cattolica non sembri considerata in ambito politico, eppure abbiamo qui cinquemila giornalisti per un Conclave. Perché? Perché c'è un senso, un senso comune che sente la Chiesa cattolica e che rimane una grande cosa. C'è una consapevolezza quasi istintuale che la Chiesa cattolica faccia una parte essenziale nella nostra civilizzazione, anche oggi.

Emerge la sfida di sempre: raccontare la Chiesa non solo come istituzione, ma come popolo di Dio.

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Roma (Copercom) - "Il mestiere del giornalista cattolico è particolarmente impegnativo perché ogni giorno siamo chiamati a vivere una doppia fedeltà. Innanzitutto una fedeltà costituzionale e repubblicana, in quanto nell'esercizio della cittadinanza responsabile essa si riverbera necessariamente nelle scelte e nelle prassi di una professione pubblica qual è il giornalismo. Poi una fedeltà alla Chiesa, che si concretizza nella dimensione comunitaria e di comunione. Una doppia fedeltà che mette a dura prova la coscienza del giornalista cattolico chiamato a operare nello spazio pubblico". Lo ha detto ieri a Bari il direttore del Sir, Domenico Delle Foglie, durante la cerimonia di consegna del premio "Michele Campione" alla carriera promosso dell'Ordine dei giornalisti della Puglia.

Per Delle Foglie "nel post Concilio questa doppia fedeltà ha trovato un punto di snodo grazie all'irrompere della questione antropologica, così come è stata posta e tematizzata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Nonché dalla sua traduzione nella realtà italiana operata dai cardinali Camillo Ruini e Angelo Bagnasco e dall'intero episcopato". In tal senso, ha osservato il direttore del Sir, "per il giornalista cattolico l'ancoraggio ai valori della famiglia, della vita e della libertà di credere, pensare, educare e comunicare, è divenuto il punto d'incontro e di osmosi fra le due fedeltà. Proprio perché quei valori possono trovare una traduzione profondamente laica senza tradire le radici cristiane. Infatti - ha concluso Delle Foglie - quei valori incrociano le culture e le fecondano, nel confronto libero e democratico. Nulla dunque di confessionale, ma tutto incentrato sulla dignità umana".

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Kenya (www.acs-italia.org) - Diffondere il Vangelo nel deserto abitato da popolazioni tribali. Portare la parola di Dio a chi non sa leggere e scrivere. È la missione di Radio Akicha, una piccola emittente – sostenuta da Aiuto alla Chiesa che Soffre - che trasmette dalla diocesi keniota di Lodwar e si rivolge ai turkana, una tribù che abita l'omonima regione nella parte nord-occidentale del paese. «È il principale mezzo di comunicazione della nostra diocesi – spiega ad ACS il vescovo di Lodwar, monsignor Dominic Kimengich – Più del 60% della popolazione locale è costituito da nomadi e pastori senza alcuna istruzione e Radio Akicha offre un preziosissimo supporto al servizio pastorale».

I primi missionari sono giunti in quest'area negli anni '60. In oltre mezzo secolo la Chiesa ha contribuito in modo determinante al miglioramento del sistema scolastico e del servizio sanitario, e sempre più turkana hanno abbracciato la fede cristiana. Oggi la tribù ha uno strettissimo legame con la Chiesa locale e oltre il 25% dei suoi appartenenti è battezzato.

Tra i turkana il tasso di analfabetismo è molto elevato - circa il 98% - e molti di loro non conoscono l'inglese o lo swahili, in cui trasmettono le principali emittenti keniote. Ecco perché nel dicembre del 2008, con il sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre, è nata Radio Akicha ["luce" in turkana], la prima radio con una programmazione interamente in lingua turkana. «Grazie alla nostra emittente possiamo diffondere le notizie locali, nazionali e della Chiesa universale – afferma il vescovo - Contribuendo alla formazione e all'educazione dei giovani».

Il palinsesto comprende programmi religiosi, come la lettura delle sacre scritture, ma anche notizie e musica. «Perfino i musulmani seguono con interesse le trasmissioni – racconta ad ACS padre Avelino Bassols, della locale comunità missionaria di San Paolo Apostolo – al punto che alcuni di loro hanno comprato una Bibbia per approfondire i testi sacri ascoltati in radio».

Radio Akicha assolve inoltre un importante compito educativo, con programmi istruttivi che approfondiscono numerosi temi: dalla battaglia contro le violenze domestiche, ai pericoli dell'alcolismo. «Nella lotta alla dilagante diffusione di HIV e AIDS – aggiunge monsignor Kimengich - la radio è essenziale per informare i turkana sulle modalità di prevenzione e di trasmissione». Le informazioni sono veicolate da sceneggiati e musical che, divertendo il pubblico, riescono a raggiungere un'audience più ampia. «Tramite la nostra emittente – continua il presule keniota – rendiamo noti anche i tanti programmi di sostegno della diocesi. Così chi ha bisogno sa che può rivolgersi a noi».

«Soprattutto Radio Akicha è uno strumento di evangelizzazione – afferma padre Avelino - A Ludwar le donne si riuniscono ogni pomeriggio per recitare il rosario assieme alla loro radiolina. E la sera, anche nel bel mezzo del deserto, molte comunità si radunano intorno al fuoco per ascoltare, da un piccolo trasmettitore, la Buona Novella».

Nel 2012 Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato a progetti di apostolato mediatico circa un milione e 300mila euro. La Fondazione pontificia sostiene la creazione e lo sviluppo di emittenti radio, televisioni, case di produzione, siti Internet e periodici cristiani in tutto il mondo.

"Aiuto alla Chiesa che Soffre" (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l'unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2011 ha raccolto oltre 82 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 4.600 progetti in 145 nazioni.

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Roma (www.copercom.it) - "Da testimoni nella nuova casa dell'uomo" è  la riflessione che Franco Miano, presidente dell'Azione cattolica italiana, dietro richiesta del Copercom, propone sul Messaggio di Benedetto XVI per la 47° Giornata delle Comunicazioni Sociali (12 maggio 2013). Scrive Franco Miano:

Dalla lettura del Messaggio per la 47° Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») che papa Benedetto XVI ci ha regalato, al di là della continuità che immediatamente si coglie con i due precedenti messaggi, emerge netta l'intenzione e l'invito del Papa ad assumere senza riserve la sfida che le reti sociali pongono alla Chiesa e alla sua missione. A dire che è davvero giunto il momento di avere il coraggio di pensare in modo più profondo il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti in atto. All'inizio di un millennio che facilmente porterà l'uomo verso orizzonti oggi inimmaginabili.

Soprattutto grazie alle nostre giovani generazioni, in Azione Cattolica le nuove reti sociali dell'era digitale sono spazi già acquisiti e vissuti; nuove agorà aperte a tutti che ogni giorno si arricchiscono di nuovi incontri e di nuova umanità, a dimostrare - ma non ce n'era bisogno - che la riflessione di Benedetto XVI muove dalla giusta consapevolezza che «l'ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone».

Lo spazio digitale è dunque uno spazio di esperienza reale che come cristiani non possiamo tralasciare, o peggio, ignorare. Non è il buco nero in cui l'umano rischia lo svilimento della sua antropologia, è piuttosto una nuova casa dell'uomo. In cui siamo chiamati ad entrare senza paura come testimoni digitali di Cristo. Come sottolinea Benedetto XV, i social network, la Rete in generale, non sono da «usare», ma da «abitare» poiché (anche) lì è l'uomo. Ciò significa - per un'associazione come l'Azione Cattolica - cogliere la dimensione educativa e formativa che questo abitare comporta: non solo inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell'ambiente digitale, ma anche capire come la Rete ci sfidi a pensare e a ripensare la nostra fede.

Un secondo elemento che il Messaggio di papa Ratzinger mette in evidenza è che in Rete si ha l'occasione di pensare insieme, di condividere la propria storia, soprattutto di costruire comunità. Un'occasione che non possiamo perdere, perché è proprio del cristiano il dovere di essere presenti nelle "piazze pubbliche", in dialogo con tutti, senza pregiudizi e senza presunzione; per pensare e costruire insieme ciò che è bene comune, arricchiti da competenze e conoscenze condivise e dalla ricerca di verità e di senso che accompagna l'esistenza di ciascuno di noi. Senza dimenticare che in Rete il contenuto condiviso è più che mai legato a chi lo offre. C'è insomma una responsabilità diretta, immediata del nostro agire digitale. Non dobbiamo dimenticare che in Rete si è sempre nei panni del testimone. Testimoni di ciò che si è e di ciò in cui crediamo di fronte a tutti, di fronte all'altro.

Proprio l'importanza dell'incontro con l'"Altro", il "coinvolgimento interattivo"con le domande di senso di tutti gli uominiè il terzo elemento del Messaggio di papa Benedetto XVI che credo sia necessario sottolineare. Parlare ai nostri, a chi la pensa come noi, è un limite che va superato: «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Questo perché «la sfida che i network sociali devono affrontare», ricorda Benedetto XVI, «è quella di essere davvero inclusivi», così da poter beneficiare della «piena partecipazione dei credenti». Per far ciò a tutti noi è richiesta «la capacità di utilizzare i nuovi linguaggi digitali non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all'infinita ricchezza del Vangelo di trovare nuove forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti».

L'invito rivolto dal Santo Padre è dunque ancora una volta diretto, e non può essere celato: senza smarrire la nostra autenticità, senza svendere ciò in cui crediamo, siamo chiamati a tenere la porta aperta; a non essere chiusi, autoreferenziali. Poiché solo «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede», ci fa sentire «la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa».

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