Chiesa e Comunicazione

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Roma (chiesacattolica.it) - Più flessibilità e interattività, guardando non solo ai singoli studenti, ma a gruppi in grado di essere fermento nei rispettivi ambiti. A sette anni dalla nascita assume nuovo slancio il corso Anicec, promosso dall'Università Cattolica e dall'Ufficio Cei per le comunicazioni sociali e rivolto ad Animatori della cultura e della comunicazione, sulla scia del direttorio Cei sulle comunicazioni sociali "Comunicazione e missione" (2004).

Logica partecipativa. "In questi anni la società e il mondo delle comunicazioni hanno registrato tanti cambiamenti", osserva Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media all'Università Cattolica di Milano, che fin dall'inizio segue il progetto. "Le tecnologie per comunicare - riporta la presentazione dell'iniziativa - sono sempre più diffuse: nel 2013 il 62% degli italiani possiede uno smartphone e si porta in tasca l'accesso istantaneo a un'infinità di contenuti e servizi. Il 30% è iscritto a Facebook e ha cambiato il proprio modo di socializzare e comunicare. Entrambe sono tecnologie che non esistevano dieci anni fa". Ecco, dunque, i nodi emersi dal confronto con gli studenti delle passate edizioni che costituiranno i pilastri del futuro. Innanzitutto l'interattività, "superando - osserva Giaccardi - il concetto classico 'unidirezionale' nell'apprendimento, con docenti e studenti". Introdurre una "logica partecipativa" permette di rendere gli stessi studenti protagonisti "creando momenti d'incontro virtuale, discussione e confronto". In altri termini, è come frequentare una classe - una "community" nel linguaggio dei social network -, dove il confronto permette di mettere in luce esperienze significative - raccontate dagli stessi studenti - che provengono dal territorio.

Più flessibilità. In secondo luogo la flessibilità. "Il corso - prosegue la docente - oggi è fruibile pure dai dispostivi mobili", così chi lo frequenta può sfruttare tutti i tempi a disposizione, ad esempio in pausa pranzo o mentre è in viaggio. Inoltre anche la durata non è più fissa. "Dato che molti dei nostri studenti lavorano - precisa Matteo Tarantino, docente alla Cattolica e coordinatore del corso - abbiamo deciso di lasciarli liberi di scegliere quando iscriversi e quando sostenere gli esami" al termine di ogni insegnamento. Da alcuni giorni è possibile iscriversi e frequentare le lezioni "on line". "Vogliamo integrarci nella vita quotidiana dei nostri studenti", prosegue Tarantino, presentando una formula che prevede "corsi base", che "formano l'ossatura per capire come funziona il mondo della comunicazione", e altri "avanzati", con risvolti pastorali e teologici.

Favoriti i gruppi. In altri termini, "vogliamo offrire una preparazione completa sia storico-teorica, sia etico-politica, sia pratica", evidenzia il coordinatore, sottolineando come, nelle rette d'iscrizione, siano previsti sconti per "gruppi di studio che appartengono a una medesima comunità", sia essa una parrocchia, un'associazione, una diocesi. "La nostra sfida - rimarca Giaccardi - è formare persone che sappiano rispondere alle esigenze della loro comunità, ad esempio dando vita a una piattaforma digitale in grado di 'agganciare' i giovani e portarli in parrocchia. Questa è la sfida del fare Chiesa nel 2013".

La presenza sui social network. Il target dell'Anicec va da genitori o catechisti che vogliono capire le dinamiche della comunicazione a quanti "desiderano operare in maniera attiva nella propria realtà". Per questo, oltre al sito www.anicec.it, il corso prevede pure un account Twitter (@anicec2013) e una pagina Facebook (www.facebook.com/anicec2013), appena nata ma già con più di 250 membri "che l'hanno conosciuta con il passaparola, dal momento - nota Tarantino - che deve essere ancora presentata ufficialmente". Triplice l'obiettivo della presenza sui social network. In primo luogo "presentare cosa offre il corso", poi "favorire un senso di comunità tra gli studenti" e, infine, "dare visibilità a una serie di contenuti su media e tecnologie cui i singoli non avrebbero altrimenti accesso". In altri termini, attraverso Facebook - conclude Tarantino - passa la possibilità di "una formazione permanente". Perché non si tratta di prendere un attestato o un'abilitazione, ma essere fermento competente per rispondere alla sfida dell'evangelizzazione con gli strumenti oggi a disposizione.

Per saperne di più: www.anicec.it

 

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(Radio Vaticana) - Ieri, alla vigilia dell'apertura del Conclave, Fausta Speranza ha raccolto voci e opinioni tra la gente e tra i giornalisti arrivati da tutto il mondo: RealAudioMP3 

In Piazza San Pietro, oggi non ci sono gruppi organizzati: è un giorno speciale di vigilia dell'apertura del Conclave, attraversato però da persone di passaggio. In ogni caso, in tanti hanno un pensiero in attesa del nuovo Papa: 

R. - Io penso che il Papa debba essere forte, ma anche un amico.

R. – Io penso che debba dare una risposta forte.

R. – Mi aspetto tranquillità e serenità, che trasmetta soprattutto ai ragazzi e ai giovani serenità e fiducia nel fare.

D. - La preghiera che ha nel cuore in questi giorni?

R. – Che il Signore illumini i cardinali e che i cardinali si lascino illuminare. Solo questo. Siamo anche noi nell'obbedienza.

D. – C'è un turista che innanzitutto vuole dirci che cosa si aspetta in questi giorni dai giornalisti:

R. - I giornalisti cercano gli scandali, i problemi... Si deve parlare di tutto questo ma non solo. Ci sono tante cose che sono importanti per il futuro della Chiesa e sono più importanti degli scandali.

Arriviamo, dunque, nel Centro media allestito a ridosso dell'Aula Paolo VI. Ci dicono:

R. - Secondo me funziona. La cosa importante per me è che qui c'è l'ospitalità, è molto accogliente. Tutti gli stranieri che vengono hanno un'aula dove stare, riposare, dove pensare, mandare e-mail, lavorare. Io ho lavorato in diversi posti, dove uno deve aspettare sotto la pioggia, non c'è nessuno, non si può neanche avere un caffè... Quindi, secondo me, il Vaticano sta facendo un bel lavoro.

Parliamo con colleghi stranieri proprio di copertura mediatica:

R. - A priori, noi giornalisti amiamo i conflitti. Io in questi giorni ho pensato di fare un articolo sull'aspetto della carità della Chiesa cattolica – solo uno degli aspetti che ci saranno da raccontare – però ho paura onestamente che non lo prendano quel pezzo. "Vendono" di più i litigi, le guerre: il fronte romano contro i riformisti stranieri o cose simili...

R. - Per me, è molto interessante che in generale la Chiesa cattolica non sembri considerata in ambito politico, eppure abbiamo qui cinquemila giornalisti per un Conclave. Perché? Perché c'è un senso, un senso comune che sente la Chiesa cattolica e che rimane una grande cosa. C'è una consapevolezza quasi istintuale che la Chiesa cattolica faccia una parte essenziale nella nostra civilizzazione, anche oggi.

Emerge la sfida di sempre: raccontare la Chiesa non solo come istituzione, ma come popolo di Dio.

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Roma (Copercom) - "Il mestiere del giornalista cattolico è particolarmente impegnativo perché ogni giorno siamo chiamati a vivere una doppia fedeltà. Innanzitutto una fedeltà costituzionale e repubblicana, in quanto nell'esercizio della cittadinanza responsabile essa si riverbera necessariamente nelle scelte e nelle prassi di una professione pubblica qual è il giornalismo. Poi una fedeltà alla Chiesa, che si concretizza nella dimensione comunitaria e di comunione. Una doppia fedeltà che mette a dura prova la coscienza del giornalista cattolico chiamato a operare nello spazio pubblico". Lo ha detto ieri a Bari il direttore del Sir, Domenico Delle Foglie, durante la cerimonia di consegna del premio "Michele Campione" alla carriera promosso dell'Ordine dei giornalisti della Puglia.

Per Delle Foglie "nel post Concilio questa doppia fedeltà ha trovato un punto di snodo grazie all'irrompere della questione antropologica, così come è stata posta e tematizzata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Nonché dalla sua traduzione nella realtà italiana operata dai cardinali Camillo Ruini e Angelo Bagnasco e dall'intero episcopato". In tal senso, ha osservato il direttore del Sir, "per il giornalista cattolico l'ancoraggio ai valori della famiglia, della vita e della libertà di credere, pensare, educare e comunicare, è divenuto il punto d'incontro e di osmosi fra le due fedeltà. Proprio perché quei valori possono trovare una traduzione profondamente laica senza tradire le radici cristiane. Infatti - ha concluso Delle Foglie - quei valori incrociano le culture e le fecondano, nel confronto libero e democratico. Nulla dunque di confessionale, ma tutto incentrato sulla dignità umana".

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Kenya (www.acs-italia.org) - Diffondere il Vangelo nel deserto abitato da popolazioni tribali. Portare la parola di Dio a chi non sa leggere e scrivere. È la missione di Radio Akicha, una piccola emittente – sostenuta da Aiuto alla Chiesa che Soffre - che trasmette dalla diocesi keniota di Lodwar e si rivolge ai turkana, una tribù che abita l'omonima regione nella parte nord-occidentale del paese. «È il principale mezzo di comunicazione della nostra diocesi – spiega ad ACS il vescovo di Lodwar, monsignor Dominic Kimengich – Più del 60% della popolazione locale è costituito da nomadi e pastori senza alcuna istruzione e Radio Akicha offre un preziosissimo supporto al servizio pastorale».

I primi missionari sono giunti in quest'area negli anni '60. In oltre mezzo secolo la Chiesa ha contribuito in modo determinante al miglioramento del sistema scolastico e del servizio sanitario, e sempre più turkana hanno abbracciato la fede cristiana. Oggi la tribù ha uno strettissimo legame con la Chiesa locale e oltre il 25% dei suoi appartenenti è battezzato.

Tra i turkana il tasso di analfabetismo è molto elevato - circa il 98% - e molti di loro non conoscono l'inglese o lo swahili, in cui trasmettono le principali emittenti keniote. Ecco perché nel dicembre del 2008, con il sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre, è nata Radio Akicha ["luce" in turkana], la prima radio con una programmazione interamente in lingua turkana. «Grazie alla nostra emittente possiamo diffondere le notizie locali, nazionali e della Chiesa universale – afferma il vescovo - Contribuendo alla formazione e all'educazione dei giovani».

Il palinsesto comprende programmi religiosi, come la lettura delle sacre scritture, ma anche notizie e musica. «Perfino i musulmani seguono con interesse le trasmissioni – racconta ad ACS padre Avelino Bassols, della locale comunità missionaria di San Paolo Apostolo – al punto che alcuni di loro hanno comprato una Bibbia per approfondire i testi sacri ascoltati in radio».

Radio Akicha assolve inoltre un importante compito educativo, con programmi istruttivi che approfondiscono numerosi temi: dalla battaglia contro le violenze domestiche, ai pericoli dell'alcolismo. «Nella lotta alla dilagante diffusione di HIV e AIDS – aggiunge monsignor Kimengich - la radio è essenziale per informare i turkana sulle modalità di prevenzione e di trasmissione». Le informazioni sono veicolate da sceneggiati e musical che, divertendo il pubblico, riescono a raggiungere un'audience più ampia. «Tramite la nostra emittente – continua il presule keniota – rendiamo noti anche i tanti programmi di sostegno della diocesi. Così chi ha bisogno sa che può rivolgersi a noi».

«Soprattutto Radio Akicha è uno strumento di evangelizzazione – afferma padre Avelino - A Ludwar le donne si riuniscono ogni pomeriggio per recitare il rosario assieme alla loro radiolina. E la sera, anche nel bel mezzo del deserto, molte comunità si radunano intorno al fuoco per ascoltare, da un piccolo trasmettitore, la Buona Novella».

Nel 2012 Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato a progetti di apostolato mediatico circa un milione e 300mila euro. La Fondazione pontificia sostiene la creazione e lo sviluppo di emittenti radio, televisioni, case di produzione, siti Internet e periodici cristiani in tutto il mondo.

"Aiuto alla Chiesa che Soffre" (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l'unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2011 ha raccolto oltre 82 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 4.600 progetti in 145 nazioni.

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Roma (www.copercom.it) - "Da testimoni nella nuova casa dell'uomo" è  la riflessione che Franco Miano, presidente dell'Azione cattolica italiana, dietro richiesta del Copercom, propone sul Messaggio di Benedetto XVI per la 47° Giornata delle Comunicazioni Sociali (12 maggio 2013). Scrive Franco Miano:

Dalla lettura del Messaggio per la 47° Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali («Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione») che papa Benedetto XVI ci ha regalato, al di là della continuità che immediatamente si coglie con i due precedenti messaggi, emerge netta l'intenzione e l'invito del Papa ad assumere senza riserve la sfida che le reti sociali pongono alla Chiesa e alla sua missione. A dire che è davvero giunto il momento di avere il coraggio di pensare in modo più profondo il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti in atto. All'inizio di un millennio che facilmente porterà l'uomo verso orizzonti oggi inimmaginabili.

Soprattutto grazie alle nostre giovani generazioni, in Azione Cattolica le nuove reti sociali dell'era digitale sono spazi già acquisiti e vissuti; nuove agorà aperte a tutti che ogni giorno si arricchiscono di nuovi incontri e di nuova umanità, a dimostrare - ma non ce n'era bisogno - che la riflessione di Benedetto XVI muove dalla giusta consapevolezza che «l'ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone».

Lo spazio digitale è dunque uno spazio di esperienza reale che come cristiani non possiamo tralasciare, o peggio, ignorare. Non è il buco nero in cui l'umano rischia lo svilimento della sua antropologia, è piuttosto una nuova casa dell'uomo. In cui siamo chiamati ad entrare senza paura come testimoni digitali di Cristo. Come sottolinea Benedetto XV, i social network, la Rete in generale, non sono da «usare», ma da «abitare» poiché (anche) lì è l'uomo. Ciò significa - per un'associazione come l'Azione Cattolica - cogliere la dimensione educativa e formativa che questo abitare comporta: non solo inscrivere i significati e i valori della nostra vita nell'ambiente digitale, ma anche capire come la Rete ci sfidi a pensare e a ripensare la nostra fede.

Un secondo elemento che il Messaggio di papa Ratzinger mette in evidenza è che in Rete si ha l'occasione di pensare insieme, di condividere la propria storia, soprattutto di costruire comunità. Un'occasione che non possiamo perdere, perché è proprio del cristiano il dovere di essere presenti nelle "piazze pubbliche", in dialogo con tutti, senza pregiudizi e senza presunzione; per pensare e costruire insieme ciò che è bene comune, arricchiti da competenze e conoscenze condivise e dalla ricerca di verità e di senso che accompagna l'esistenza di ciascuno di noi. Senza dimenticare che in Rete il contenuto condiviso è più che mai legato a chi lo offre. C'è insomma una responsabilità diretta, immediata del nostro agire digitale. Non dobbiamo dimenticare che in Rete si è sempre nei panni del testimone. Testimoni di ciò che si è e di ciò in cui crediamo di fronte a tutti, di fronte all'altro.

Proprio l'importanza dell'incontro con l'"Altro", il "coinvolgimento interattivo"con le domande di senso di tutti gli uominiè il terzo elemento del Messaggio di papa Benedetto XVI che credo sia necessario sottolineare. Parlare ai nostri, a chi la pensa come noi, è un limite che va superato: «dialogo e dibattito possono fiorire e crescere anche quando si conversa e si prendono sul serio coloro che hanno idee diverse dalle nostre». Questo perché «la sfida che i network sociali devono affrontare», ricorda Benedetto XVI, «è quella di essere davvero inclusivi», così da poter beneficiare della «piena partecipazione dei credenti». Per far ciò a tutti noi è richiesta «la capacità di utilizzare i nuovi linguaggi digitali non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all'infinita ricchezza del Vangelo di trovare nuove forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti».

L'invito rivolto dal Santo Padre è dunque ancora una volta diretto, e non può essere celato: senza smarrire la nostra autenticità, senza svendere ciò in cui crediamo, siamo chiamati a tenere la porta aperta; a non essere chiusi, autoreferenziali. Poiché solo «il coinvolgimento autentico e interattivo con le domande e i dubbi di coloro che sono lontani dalla fede», ci fa sentire «la necessità di alimentare con la preghiera e la riflessione la nostra fede nella presenza di Dio come pure la nostra carità operosa».

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Roma (www.chiesacattolica.it) - "Informazione e formazione" è il tema dell'intervento tenuto da mons. Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, a conclusione del convegno nazionale degli istituti diocesani per il sostentamento del clero (IDSC), organizzato dall'Istituto Centrale per il sostentamento del clero sul tema "Una missione al servizio della Chiesa", in programma a Roma dal 4 al 6 febbraio.

Nel corso del suo intervento (il cui testo è disponibile in allegato), mons. Pompili ha offerto ai responsabili degli IDSC alcune chiare indicazioni per dissipare quella sensazione di "opacità" che accompagna il modo in cui certi media descrivono l'operato della Chiesa, specie in tema di gestione delle risorse economiche.

Per  il testo clicca anche qui:  clicca qui

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Roma (Civiltà Cattolica)  - La riflessione sulla comunicazione che la Chiesa sta portando avanti in questi anni si interroga non su tecniche e modelli, ma sulla vita dell'uomo al tempo in cui l'ambiente digitale ha impatto sulla nostra percezione della realtà, di noi stessi e sulle nostre relazioni. Quest'anno il Pontefice nel suo Messaggio per la 47a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali lancia l'invito a considerare come l'ambiente digitale non sia un mondo parallelo, ma un ambiente nel quale molte persone, specialmente giovani, condividono conoscenza, valori e interrogativi di senso. Da qui l'invito ai cristiani a coinvolgersi in maniera autentica e interattiva, con rispetto e pazienza, con le domande e i dubbi che gli uomini esprimono nel loro cammino di ricerca della verità. Il Papa si è unito alla conversazione che avviene via Twitter aprendo l'account @pontifex proprio per esprimere un segno di attiva partecipazione ai dialoghi degli uomini del nostro tempo, che oggi sono sempre più veicolati dai networks sociali.

L'articolo integrale di Antonio Spadaro S.I., pubblicato su Civiltà Cattolica, è in allegato

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  S. E. Mons. Claudio M. Celli 

Sala Stampa della Santa Sede

24 gennaio 2013

 

1) Desidero dare inizio a questo nostro incontro sottoponendo alla vostra considerazione vari dati statistici riguardanti la frequentazione delle reti sociali. Alcuni di questi dati sono legati alla realtà americana ed emergono da una indagine condotta dalla Georgetown University di Washington nel 2012; gli altri, come avrò l’opportunità di sottolineare, sono forniti da una società internazionale e riguardano i dati relativi a 21 Paesi dei 5 Continenti. 

2) Il secondo punto di riferimento è dato da una linea di pensiero tendente a sottolineare gli effetti negativi che l’uso di Internet causa nello sviluppo della nostra persona. Faccio riferimento agli articoli e ai libri di un autore americano, il quale, senza mezzi termini, si domanda se la rete non ci renda stupidi, affermando come la rete, se da un lato rende più rapido il lavoro e più stimolante il tempo libero, dall’altra parte favorisce la riduzione delle nostre capacità di pensare in modo approfondito. La rete ci renderebbe superficiali, dato che ci porta a scorrere in forma frenetica fonti disparate per ricavarne dei dati. L’autore si domanda, inoltre, se la rete non stia modificando anche il nostro cervello. 

3) In questo contesto, si situa il Messaggio di questa Giornata Mondiale che presenta una valutazione positiva dei social media, anche se non ingenua. Essi sono visti come opportunità di dialogo e di dibattito e con la riconosciuta capacità di rafforzare i legami di unità tra le persone e di promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana. Questa positività esige però che si agisca nel rispetto della privacy con responsabilità e dedizione alla verità , e con autenticità dato che non si condividono solo informazioni e conoscenze ma in sostanza si comunica una parte di noi stessi. 

4) La dinamica dei social media – è opportuno sottolinearlo – è inserita in quella ancor più ricca e profonda della ricerca esistenziale del cuore umano. C’è un intrecciarsi di domande e di risposte che dà un senso al cammino dell’uomo. 

5) In questo contesto Papa Benedetto XVI tocca un aspetto delicato della vicenda, quando cioè il mare delle eccessive informazioni sovrasta “la voce discreta della ragione”. 

6) Il tema dell’attuale Giornata parla di nuovi spazi di evangelizzazione, evangelizzazione che è annuncio della Parola, che è annuncio di Gesù Cristo. Occorre però ricordare, a questo proposito, quanto già Papa Benedetto XVI scriveva nel Messaggio della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2011, quando sottolineava che non si tratta solo di una espressione esplicita della Fede ma sostanzialmente di una efficace testimonianza, cioè nel modo in cui si comunicano “scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita”. Nel contesto delle reti sociali e delle varie esigenze esistenziali di coloro che le “abitano” ha particolare valore l’indicazione data da Papa Benedetto: “Donare se stessi agli altri attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana”. 

7) Nell’attuale contesto multiculturale e multireligioso della nostra società chi vuole coinvolgersi nel dialogo e nel dibattito anche nell’agorà originata dalle reti sociali trova nel magistero di Papa Benedetto due fondamentali punti di riferimento: 

      a.“La convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre “verità”, o con la verità degli altri, è un’ apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo. In questo rispetto dialogante si possono aprire nuove porte alla trasmissione della verità”.

       b.Costatata la diversità culturale, bisogna far sì che le persone non solo accettino l’esistenza della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire arricchite da essa e ad offrirle ciò che si possiede di bene, di vero e di bello”.  (Centro Cultural de Belém – Lisboa – 12 maggio 2010) 

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Il brano evangelico che abbiamo ora proclamato ed ascoltato sono i versetti 7-12 del capitolo 3 di Marco. Si tratta senza dubbio di un sommario redazionale inteso a collegare tra loro vari racconti su Gesù che provenivano da tradizioni precedenti ed è situato tra due momenti alquanto significativi della vita di Gesù. Il versetto precedente infatti, il n. 6, ci dice che dopo la guarigione dell’uomo che aveva la barba inaridita “ i Farisei uscirono subito con gli Erodiani e tennero consiglio contro di Lui per farlo morire”.

Il versetto 13 poi ci parla della scelta dei discepoli e della loro chiamata.

Marco ci riferisce che Gesù con i discepoli “si ritira”. Senza dubbio sceglie questo cammino di vita appartata per sottrarsi a chi lo vuole eliminare fisicamente, ma credo che si comporti così soprattutto per manifestarsi, in modo nuovo, agli amici che lo seguono. E qui Marco introduce l’inizio, in un certo senso, della Chiesa: la gente accorre a Lui da ogni parte e si verifica ciò che sarà l’esperienza più ampiamente vissuta dopo Pentecoste. È a questo primo embrione della Chiesa, come Popolo di Dio, che Gesù dedicherà le sue cure. Marco sottolinea che “una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da Lui”.

C’ è poi un altro aspetto che attira fortemente la nostra attenzione: Gesù dice ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca affinché la folla che lo circonda non lo schiacci. Nel Vangelo varie volte si fa riferimento a questo comportamento di Gesù, sale su una barca e di li poi scende per incontrare la gente. È bello rilevare che i discepoli hanno lasciato la loro barca per trovarsi sulla barca di Gesù. Varie volte nel Vangelo leggiamo che questa barca sulla quale si trova Gesù e i discepoli sarà nel pericolo di affondare; un’altra volta quando Lui dorme i discepoli sperimenteranno ansie e timori; altra volta, quando Gesù è assente e la fede dei discepoli è ancora scarsa, si penserà a lui come ad un fantasma. È evidente nella narrazione marciana così anche in ciò che riferiscono gli altri sinottici, che questa barca è la Chiesa. Come riferisce il testo non è una grande barca, ma una piccola barca e i discepoli saranno coloro che la condurranno, i discepoli della cui elezione si parlerà nei versetti seguenti, come dicevo poco fa.

Al  versetto sesto si dice che “i Farisei e gli Erodiani tennero consiglio contro di Lui per farlo morire”. Già si intravede il mistero della Croce ed è doveroso rilevare che è proprio quando si manifesta la debolezza e non la potenza nasce la Chiesa, piccolo gregge, popolo di Dio. Ancora una volta siamo chiamati a riscoprire che è la sua debolezza che ci salva e non la sua potenza; ancora una volta appare il mistero dell’amore di Dio, per l’uomo. Ecco perché il grande Agostino affermava che è la sua potenza che ci ha creati ma è la sua debolezza che ci ha ricreati, ci ha salvati.

La narrazione di Marco ci dice che “quanti avevano qualche male si gettavano su di Lui per toccarlo”. Tutti costoro provengono da regioni diverse come sottolinea Marco. È una grande folla. Se da un lato viene così sottolineata la centralità della persona di Gesù e l’universalità del suo messaggio e della sua azione risanante, liberatrice, dall’altro è interessante scoprire che non è Gesù che tocca i malati come altre volte appare nel Vangelo, ma in questo caso sono le folle che cercano di toccare Lui. Si tratta di povera gente, il rifiuto dell’umanità. I potenti stanno tramando per farlo morire. È significativo riscoprire che accanto al rifiuto dell’umanità si avvicinerà colui che – servo di Jahvè – è il rifiutato dagli uomini. È alle masse che si rivolge Gesù e queste si avvicinano a Lui.

Questo testo marciano pone a tutti noi uomini e donne coinvolti nel servizio della comunicazione profondi interrogativi. A noi che abbiamo accolto nel nostro cuore il mistero di Gesù ci viene posto il grande interrogativo su come vivere la Fede assumendo le speranze, le ansie, i problemi dell’uomo di oggi, la stessa cultura del popolo. E in questi ultimi anni abbiamo percepito, con una chiarezza sempre più evidente, che l’uomo di oggi è marcato da una cultura digitale. A questo mondo, a questa umanità che cerca risposte sempre più vere alle proprie paure da ansie, alla sua ricerca del senso della vita si avvicina la Chiesa di Cristo. Non è grande né potente, è una piccola barca, ma è una barca in cui si trova rifugio per non essere oppressi e verso la quale ancora oggi si dirigono i miseri e i poveri.

Nello stesso tempo mi piace rilevare che, secondo la storia, San Francesco di Sales faceva pervenire agli uomini e alle donne del suo tempo, in maniera capillare, dei piccoli biglietti contenenti brevi riflessioni spirituali. Mi domando - e lo dico sorridendo - , se avendo avuto a  disposizione twitter non avrebbe fatto anche lui come oggi lo sta facendo il Papa Benedetto XVI: non avrebbe fatto pervenire al cuore degli uomini e delle donne di oggi una scintilla di verità, una pillola di saggezza.

Chiesa S. Maria in Traspontina, 24 gennaio 2013 

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Città del Vaticano (RV)- Benedetto XVI approda su Twitter con lo stesso spirito che animò Pio XI nel dar vita alla Radio Vaticana: utilizzare le nuove tecnologie per incontrare gli uomini e annunciare il Vangelo. E' la continuità che vede padre Antonio Spadaro, direttore de "La Civiltà Cattolica", alla vigilia del primo tweet che il Papa lancerà, domani, nell'udienza generale sul suo account @Pontifex. Sul significato di questa presenza del Papa su Twitter, Alessandro Gisotti ha intervistato proprio padre Spadaro: RealAudioMP3

R. – Intenderei questa presenza come una presenza "normale": oggi è chiaro che la comunicazione non coincide più con la semplice trasmissione di un messaggio, ma con la condivisione di questo all'interno di reti sociali. E nel Magistero di Benedetto XVI sulle comunicazioni questo elemento è un elemento chiave, da leggere molto bene. La Chiesa sa che oggi i messaggi di senso passano attraverso i network sociali, che sono dei veri e propri "luoghi di senso", dove la gente condivide la vita, i desideri, le impressioni, le domande, le risposte... Quindi, la presenza del Papa su Twitter è una presenza che sostanzialmente vedrei come in continuità con la presenza del Papa in strumenti come la radio, quindi alla decisione di Pio XI di trasmettere il messaggio del Vangelo attraverso la Radio Vaticana. Direi che la Chiesa è sempre stata molto attenta all'avanguardia comunicativa, proprio perché il Vangelo va incarnato nel tessuto comunicativo della storia.

D. – Qualcuno, riferendosi al fatto che c'è chi sta usando Twitter per offendere il Papa, per offendere la fede cristiana, sostiene che questa iniziativa è troppo rischiosa. Cosa ne pensa?

R. – Certamente è rischioso, perché significa comunque esporre il messaggio del Vangelo. In ogni caso, questo è essenziale. Chi commenta negativamente il fatto che ci siano vari messaggi polemici nei confronti del Papa, probabilmente non si è accorto che in realtà questi sono ovunque nella Rete, ma direi anche nei giornali, in tante altre forme di espressione... E direi che questi commenti fanno parte della comunicazione ordinaria: certamente verranno meno. Ci sono anche domande molto interessanti che vengono poste al Pontefice. Quindi, direi che è una tappa in un cammino di crescita, ma non le vedrei come problematiche.

D. – La presenza del Papa su Twitter dovrebbe suscitare un rinnovato impegno dei cristiani sulle reti sociali – sui social network – specie dei giovani, dei cosiddetti "nativi digitali"?

R. – Io penso che la presenza del Papa su Twitter incoraggi i cattolici a essere presenti nell'ambiente digitale e questo per me è un elemento di riflessione assolutamente fondamentale. Cioè, l'uomo oggi vive anche in Rete: si può essere d'accordo o meno, si può essere contenti o meno di questo fatto, però di fatto la Chiesa è chiamata a essere presente lì dove sono gli uomini. E oggi gli uomini sono anche in Rete, perché una parte della loro vita di comunicazione è lì, in questo ambiente digitale. Quindi: la vita è una sola, sia che essa sia nell'ambiente fisico, sia che sia nell'ambiente digitale. La realtà della Rete non è una realtà parallela, rispetto all'esistenza. E quindi, i cattolici sono chiamati a essere nell'ambiente digitale così come nell'ambiente fisico. Il Papa, sostanzialmente, incoraggia questa presenza.

D. – Come raccogliere, soprattutto da parte dei pastori e dei sacerdoti, delle persone più impegnate nella vita della Chiesa, la sfida lanciata dal Papa affinché soprattutto questa, come altre iniziative, non restino delle "cattedrali nel deserto"?

R. – Direi che una sfida molto interessante riguarda il rapporto tra la Parola annunciata e il contesto culturale attuale. Noi sappiamo che il contesto ordinario delle persone, dell'uomo di oggi, è un contesto frammentato, frazionato e proprio all'interno di questo contesto si avverte la necessità di messaggi di senso, di sapienza, anche profondi, ma brevi, appuntiti. E il Papa stesso, nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni del 2012, ha affermato che in Rete – proprio in Rete – è possibile trovare spazi di silenzio. Quindi, vedrei come la comunicazione in Rete non sia, non debba essere, contrapposta a una comunicazione silenziosa. Il tweet del Papa è un messaggio molto breve che può aiutare le persone a riflettere, quindi a porsi domande importanti, anche a dialogare grazie all'hashtag #askpontifex con il Papa.

D. – Come uomo di fede e di comunicazione, impegnato proprio sulla frontiera delle nuove tecnologie, cosa le dice personalmente, cosa la colpisce di questa presenza di Benedetto XVI su Twitter?

R. – Mi colpisce la disponibilità: la disponibilità del Papa a mettersi in gioco su un terreno su cui anche altri leader religiosi, come sappiamo, si sono messi in gioco. Quindi, la disponibilità a entrare con coraggio e con semplicità anche all'interno di questo mondo comunicativo. In fondo, ciò che caratterizza la Chiesa è la passione per l'umanità. Chiaramente, i rischi sono tanti, ci sono sempre e ovunque. Penso che la strada migliore sia affrontare le sfide con coraggio ed essere presenti: comprendere le sfide ed i problemi dall'interno, non trincerarsi all'interno di una situazione comoda o già nota. Quindi, questa disponibilità, questa flessibilità mi colpisce e credo sia una spinta molto interessante per i cristiani a vivere con coraggio il contesto delle sfide attuali.

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