Chiesa e Comunicazione

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Roma (www.ucsroma.it) - Comunicazione, media, social network. Ma anche incontro, prossimità, periferia e testimonianza. Sono queste alcune delle parole chiave che caratterizzeranno la riflessione dell’incontro che l’Ufficio Comunicazioni sociali della diocesi di Roma, il Centro Comunicazione e Cultura delle Paoline e la Pontificia Università Lateranense, organizzano per il prossimo 22 maggio (ore 18.30) presso la sala convegni della Comunità di Sant’Egidio a Roma (via della Paglia 14). L’evento intende riflettere su tema del Messaggio per la 48ª Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali intitolato “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro” che si celebrerà il prossimo 1 giugno.

Introdotti dal portavoce della diocesi di Roma, don Walter Insero, la riflessione sarà caratterizzata dagli interventi dello storico Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, di Elisabetta Piqué, corrispondente in Italia del quotidiano argentino La Nación e autrice del libro Francesco. Vita e Rivoluzione e di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, Arcivescovo della Diocesi di Campobasso-Boiano. Modererà Massimiliano Padula, responsabile dell’Ufficio stampa della Pontificia Università Lateranense.

Come da tradizione, l’appuntamento sarà caratterizzato dal conferimento del Premio "Paoline comunicazione e cultura 2014” proprio all’arcivescovo Bregantini per sua missione pastorale che da sempre pone al centro il “farsi prossimo e l’attenzione agli umili”.

«Abbiamo pensato questa iniziativa - spiega don Insero - studiando a fondo il messaggio del Papa: dalla sede, luogo concreto di accoglienza e prossimità, fino ai tre relatori, testimoni di comunicazione autentica, esso si propone anche come un momento di incontro vero che conferma ancora una volta (come scrive Francesco nel Messaggio) “l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo”».

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Sala Clementina

Sabato, 22 marzo 2014

 Ringrazio tanto per quello che Lei ha detto, e ringrazio voi per il lavoro che fate. Quella verità… cercare la verità con i media. Ma non solo la verità! Verità, bontà e bellezza, le tre cose insieme. Il vostro lavoro deve svolgersi su queste tre strade: la strada della verità, la strada della bontà e la strada della bellezza. Ma quelle verità, bontà e bellezze che sono consistenti!, che vengono da dentro, che sono umane. E, nel cammino della verità, nelle tre strade possiamo trovare sbagli, anche trappole. “Io penso, cerco la verità…”: stai attento a non diventare un intellettuale senza intelligenza. “Io vado, cerco la bontà…”: stai attento a non diventare un eticista senza bontà. “A me piace la bellezza…”: sì, ma stai attento a non fare quello che si fa spesso, “truccare” la bellezza, cercare i cosmetici per fare una bellezza artificiale che non esiste. La verità, la bontà e la bellezza come vengono da Dio e sono nell’uomo. E questo è il lavoro dei media, il vostro.

Lei ha accennato a due cose, e io vorrei riprenderle. Prima di tutto, l’unità armonica del vostro lavoro. Ci sono i media grandi, quelli più piccoli… Ma se noi leggiamo il capitolo XII della Prima Lettera di san Paolo ai Corinzi, vediamo che nella Chiesa non c’è né grande né piccolo: ognuno ha la sua funzione, il suo aiuto all’altro, la mano non può esistere senza la testa, e così via. Tutti siamo membri, e anche i vostri media, che siano più grandi o più piccoli, sono membri, e armonizzati per la vocazione di servizio nella Chiesa. Nessuno deve sentirsi piccolo, troppo piccolo rispetto ad un altro troppo grande. Tutti piccoli davanti a Dio, nell’umiltà cristiana, ma tutti abbiamo una funzione. Tutti! Come nella Chiesa… Io farei questa domanda: chi è più importante nella Chiesa? Il Papa o quella vecchietta che tutti i giorni prega il Rosario per la Chiesa? Che lo dica Dio: io non posso dirlo. Ma l’importanza è di ognuno in questa armonia, perché la Chiesa è l’armonia della diversità. Il corpo di Cristo è questa armonia della diversità, e Colui che fa l’armonia è lo Spirito Santo: Lui è il più importante di tutti. Questo è quello che Lei ha detto, e io voglio sottolinearlo. E’ importante: cercare l’unità, e non andare per la logica che il pesce grande ingoia il piccolo.

Lei ha detto un’altra cosa, che anch’io menziono nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Ha parlato del clericalismo. E’ uno dei mali, è uno dei mali della Chiesa. Ma è un male “complice”, perché ai preti piace la tentazione di clericalizzare i laici, ma tanti laici, in ginocchio, chiedono di essere clericalizzati, perché è più comodo, è più comodo! E questo è un peccato a due mani! Dobbiamo vincere questa tentazione. Il laico dev’essere laico, battezzato, ha la forza che viene dal suo Battesimo. Servitore, ma con la sua vocazione laicale, e questo non si vende, non si negozia, non si è complice con l’altro… No. Io sono così! Perché ne va dell’identità, lì. Tante volte ho sentito questo, nella mia terra: “Io nella mia parrocchia, sa? ho un laico bravissimo: quest’uomo sa organizzare… Eminenza, perché non lo facciamo diacono?”. E’ la proposta del prete, subito: clericalizzare. Questo laico facciamolo… E perché? Perché è più importante il diacono, il prete, del laico? No! E’ questo lo sbaglio! E’ un buon laico? Che continui così e che cresca così. Perché ne va dell’identità dell’appartenenza cristiana, lì. Per me, il clericalismo impedisce la crescita del laico. Ma tenete presente quello che ho detto: è una tentazione complice fra i due. Perché non ci sarebbe il clericalismo se non ci fossero laici che vogliono essere clericalizzati. E’ chiaro, questo? Per questo ringrazio per quello che fate. Armonia: anche questa è un’altra armonia, perché la funzione del laico non può farla il prete, e lo Spirito Santo è libero: alcune volte ispira il prete a fare una cosa, altre volte ispira il laico. Si parla, nel Consiglio pastorale. Tanto importanti sono i Consigli pastorali: una parrocchia – e in questo cito il Codice di Diritto Canonico – una parrocchia che non abbia Consiglio pastorale e Consiglio degli affari economici, non è una buona parrocchia: manca vita.

Poi, sono tante le virtù. Ho accennato all’inizio: andare per la strada della bontà, della verità e della bellezza, e tante virtù su queste strade. Ma ci sono anche i peccati dei media! Mi permetto di parlare un po’ di questo. Per me, i peccati dei media, i più grossi, sono quelli che vanno sulla strada della bugia, della menzogna, e sono tre: la disinformazione, la calunnia e la diffamazione. Queste due ultime sono gravi!, ma non tanto pericolose come la prima. Perché? Vi spiego. La calunnia è peccato mortale, ma si può chiarire e arrivare a conoscere che quella è una calunnia. La diffamazione è peccato mortale, ma si può arrivare a dire: questa è un’ingiustizia, perché questa persona ha fatto quella cosa in quel tempo, poi si è pentita, ha cambiato vita. Ma la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno. Da questi tre peccati, per favore, fuggite. Disinformazione, calunnia e diffamazione.
Vi ringrazio per quello che fate. Ho detto a Mons. Sanchirico di consegnare a voi il discorso che avevo scritto: ma le sue parole [del Presidente] mi hanno ispirato a dirvi questo spontaneamente, e l’ho detto con un linguaggio del cuore: sentitelo così. Non con il linguaggio italiano, perché io non parlo con lo stile di Dante!... Vi ringrazio tanto, e adesso vi invito a pregare un’Ave Maria alla Madonna per darvi la benedizione. Ave Maria…

                                                                                                              PAPA FRANCESCO

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Città del Vaticano (L'Osservatore Romano) - Il Pontefice ai membri dell’associazione Corallo che riunisce le emittenti radio televisive cattoliche italiane Disinformazione, calunnia e diffamazione sono i peccati dei media.

Lo ha detto Papa Francesco questa mattina, sabato 22 marzo, nel discorso rivolto a braccio ai membri dell’associazione Corallo, nella quale sono riunite le emittenti radiotelevisive cattoliche italiane, ricevuti nella Sala Clementina. Dal primo, in particolare, il Pontefice ha messo in guardia, perché – ha spiegato – “la disinformazione è dire la metà delle cose, quelle che sono per me più convenienti, e non dire l’altra metà. E così, quello che vede la tv o quello che sente la radio non può fare un giudizio perfetto, perché non ha gli elementi e non glieli danno”. Il testo del discorso preparato per l’occasione è stato poi consegnato al presidente dell’associazione.

Leggi qui: DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI MEMBRI DELL'ASSOCIAZIONE "CORALLO"

 

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Papua Nuova Guinea (Radio Vaticana) Essere più presente sui media, che significa guardare con attenzione alla realtà della comunicazione e vedere come poter essere più attivi in essa. È uno degli obiettivi che si pone, per il 2014, la Chiesa di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone, come racconta alla Fides padre Giorgio Licini, dell'Ufficio Comunicazioni sociali della Conferenza episcopale locale.

Tra le priorità indicate dal sacerdote, dunque, promuovere nuove stazioni radio, pubblicazioni a stampa e programmi tv, ma anche educare il pubblico – soprattutto i giovani – sull'utilità e al tempo stesso i rischi dei media. Con questo intento è stato organizzato dalla Commissione delle Comunicazioni sociali dei vescovi, un corso base svoltosi dal 18 al 27 novembre scorsi presso l'università del Verbo Divino a Madang, che ha dato l'opportunità a sacerdoti e laici di comprendere meglio i rapporti tra Chiesa e media.

Proprio in questo contesto sono emerse esigenze di avviare corsi di formazione supplementari e sono stati posti punti fermi per l'anno che verrà: per il 24 gennaio festa di San Francesco di Sales patrono dei giornalisti, per il 25 maggio Giornata mondiale della Comunicazione, e per il 29 settembre , festa di San Gabriele Arcangelo, patrono degli operatori della comunicazione. Un seminario di due giorni per i giornalisti interessati a conoscere meglio gli insegnamenti della Chiesa, inoltre, sarà organizzato a Port Moresby. (R.B.)

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(iltirreno.gelocal.it) - Intervista al direttore di Civiltà Cattolica dopo la lettera del pontefice a Eugenio Scalfari: "Lui non comunica, crea eventi comunicativi. Alterna concetti twittabili a riflessioni più lunghe e pacate, anche nella forma epistolare che predilige". E, soprattutto, diventa virale sui social network

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Padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, gesuita come Francesco, esperto di media e comunicazione: si può dire, citando l'abusato McLuhan, che nella lettera del Papa a Eugenio Scalfari pubblicata da Repubblica il mezzo è parte integrante del messaggio?

Certamente. Per Papa Francesco non c'è un messaggio e un mezzo. Ma c'è un messaggio che plasma e modella la forma nella quale si esprime. La prima forma è il suo stesso corpo. Papa Francesco gestisce la propria corporeità in maniera naturalmente sbilanciata sull'interlocutore. Non ha una compostezza rigida, ma è una flessibilità che lo spinge ora ad assumere una profonda concentrazione assorta, come avviene quando celebra la messa, ad esempio; ora uno slancio nel quale sembra che perda persino l'equilibrio. La statua più famosa di sant'Ignazio che è a Roma nella Chiesa del Gesù, lo fa apparire come se fosse una fiamma. Ecco, Papa Francesco gestisce la sua corporeità così, in maniera plastica, assumendo la postura che il messaggio che vuole comunicare esige. Si trasforma egli stesso in "messaggio". Se questo vale per il suo corpo, questo vale anche per la sua voce e per la comunicazione epistolare che è a lui molto cara.

- Scrivere una lettera a un giornalista, telefonare a un fedele, farsi fotografare insieme ad altri fedeli con il telefonino. Perché di Francesco continua a stupirci l'eccezionalità di questi "gesti normali"?

Il Papa ama la normalità. Più volte ha detto che bisogna essere "normali". E questa è la chiave di lettura dei suoi gesti. le cose che a noi stupiscono così tanto erano parte della sua vita quotidiana di Vescovo vicino alla gente. Basterebbe fare una ricerca in Rete sulla immagini di Jorge Mario Bergoglio per vedere quante volte egli, da Vescovo, appare ripreso in gesti che stupiscono noi per la loro normalità. Gli argentini non sono affatto stupiti, però. Dunque qui non c'è alcuna strategia comunicativa: c'è solamente una volontà di essere stesso e di essere pastore come sempre è stato. Ricordiamo quel che disse in una intervista in Brasile: Se vai a vedere qualcuno a cui vuoi tanto bene, amici, con voglia di comunicare, vai a visitarli dentro una cassa di vetro? Non potevo, disse allora il Papa, venire a vedere questo popolo, che ha un cuore così grande, dietro una cassa di vetro. Per Papa Francesco la Chiesa è la "santa madre Chiesa": è madre, e – disse ancora Bergoglio – non esiste nessuna mamma "per corrispondenza". La mamma dà affetto, tocca, bacia, ama... Il linguaggio di Papa Francesco non è speculativo, ma missionario, proferito non per essere «studiato» ma per essere «ascoltato», raggiungendo subito chiunque lo ascolti in modo che reagisca.

- Dal punto di vista della comunicazione e della comunicazione digitale in particolare, questa iniziativa sembra rientrare perfettamente nella logica 2.0 della non-mediazione, del rapporto diretto tra utente e fonte, anche se paradossalmente in questo caso è proprio il Papa a comportarsi da utente rivolgendosi direttamente al suo interlocutore autorevole?O è invece un segnale opposto, l'idea che una testata identitaria come Repubblica e un giornalista simbolo di laicità e dialogo come Scalfari possano essere il "mezzo" ideale per raggiungere i destinatari del messaggio?

Innanzitutto ricordiamoci che questa non è la prima comunicazione del Papa con una testata giornalistica. Si tratta di una tappa dentro un cammino che non prevede strategie rigide, appunto, ma un discernimento attento. Camminando si apre il cammino, insomma. E in questo senso credo che il Papa non intenda assestarsi su un solo modo di comunicare. Papa Francesco, in realtà, più che «comunicare» crea «eventi comunicativi», ai quali chi riceve il suo messaggio partecipa attivamente. In questo senso si ha una riconfigurazione del linguaggio che pone accenti differenti e priorità nuove. L'immediatezza del messaggio in Papa Francesco produce un paradosso: la sua autorevolezza ne risulta accresciuta e potenziata proprio perché la distanza viene abolita. Davanti a lui si avverte l'autorevolezza della figura e nello stesso tempo non si avverte alcuna distanza. Papa Francesco è poi facilmente «twittabile» per la sua spontanea capacità di comunicare contenuti densissimi che coinvolgono mente e cuore in frasi brevissime, anche ben meno dei canonici 140 caratteri. D'altra parte Papa Francesco ama molto il dialogo pacato, la conversazione lunga, che sente più adatta a casi come questo della lettera a Scalfari. Dunque la flessibilità del corpo del Papa vale anche per la sua parola, sia essa scritta o orale. E non c'è alcuna contraddizione, ma integrazione di modalità comunicative differenti.

- Parliamo dei contenuti: "strada insieme" e "verità non assoluta" sembrano le parole chiave. Lei è d'accordo? Qual è il valore di questo messaggio?

Il Papa ha in mente una Chiesa che sia casa per l'umanità. Come si è ben compreso a Rio de Janeiro, egli ha in mente una società che tutti sono chiamati a costruire. I cristiani sono sollecitati a lavorare con tutti, come cittadini di uno Stato laico, alla costruzione dei legami sociali proprio grazie alle differenze. Ed è proprio la fede, per Papa Francesco, a far vedere e comprendere l'architettura dei rapporti umani nella città. La strada è di tutti e si cammina insieme. Questo per lui è il piano di Dio sulla città dell'uomo. La verità poi per lui non può essere "assoluta". Questo tuttavia non nel senso del relativismo. Il Papa intende dire che se la verità fosse davvero "assoluta" sarebbe "sciolta" (questo è il senso latino della parola) da me, da te, dalle persone, dalla storia, dai contesti. E invece no: ciascuno coglie la verità del Vangelo a partire dalla propria storia, dalla propria cultura. La verità in questo senso è relativa alla propria precisa situazione esistenziale. In questo senso è Dio "non è un'idea assoluta".

- Francesco si muove nello scenario nazionale e internazionale da politico di rango. I suoi gesti e le sue parole sono politici, basti pensare alla visita a Lampedusa, agli interventi sull'omosessualità, fino all'ultima proposta di utilizzare i conventi chiusi per ospitare i rifugiati. C'è il rischio che questo agire politico possa essere strumentalizzato e usato per obiettivi di parte?

Il Papa può essere facilmente strumentalizzato, certo. Basta interpretarlo ideologicamente e il gioco è fatto. E invece il Papa non si stanca di ripeterlo: il vangelo va interpretato col vangelo non con altro. Quindi se il gesto o la parola del Papa è interpretato con categorie non evangeliche se ne capovolge il senso. Questo Papa è decisamente impegnativo anche per i giornalisti, credo. Sta falsificando le categorie più ovvie del recente passato quali conservatore/progressista, ad esempio. Davanti alla sua esperienza pastorale siamo tutti chiamati a capire meglio, ad ascoltare meglio, a non affrettare il giudizio, ad avere la pazienza dei tempi lunghi. Invece la tentazione è quella di aggrapparsi a categorie vecchie, e sostanzialmente politiche ma non evangeliche.

- La Chiesa e la comunicazione. Lei e la rivista che lei dirige, Civiltà Cattolica, state sperimentando strade e modalità innovative sulla base del presupposto che la rete e i social media in particolare non sono un mezzo ma un luogo di vita. In questo senso dobbiamo aspettarci una presenza più assidua e "nuova" di Papa Francesco negli ambienti digitali?

Sì e lo stiamo vedendo. Dico sì non nel senso che il Papa sbarcherà su nuove reti sociali o sia necessariamente più presente di quanto non lo sia. Intendo dire che, siccome il Papa esprime una autenticità alla quale molti sono sensibili, la sua parola naturalmente rifluisce nell'ambiente digitale e viene condivisa e commentata. La Rete è piena di re-tweet dei tweet del Papa o di tweet di singole persone che rilanciano privatamente questa o quella sua frase. Ma la rete pullula anche di scatti e di video. La rete non è un ambiente fittizio, ma parte dell'ordinaria esperienza dell'uomo di oggi. In rete rifluiscono le domande, le speranze, le attese della gente. Papa Francesco, col suo messaggio così immediato, è presente nell'ambiente digitale soprattutto grazie alle gente che lo porta lì dentro. Una esperienza personale, se vuole: ricordo il primo appuntamento dei giovani col Papa a Copacabana. Io ero lì, sulla spiaggia, a commentare in diretta per Rai Uno quel che stava accadendo. A un certo punto però è caduto il segnale video satellitare internazionale. Le televisioni del mondo hanno smesso di fornire le immagini in diretta. Da quel momento ciò che abbiamo visto era solo il materiale foto e video condiviso sui social dai giovani testimoni. E' stato un evento che mi ha fatto riflettere molto su questa dinamica social che coinvolge il Papa e che egli è in grado di generare.

(di Andrea Iannuzzi)

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Roma - Mercoledì 6 febbraio 2013 alle ore 16,30 presso la sede dell'AiBi in Lungotevere dei Vallati 10 a Roma prosegue la II edizione di Pane e Olio: pensiero, frugalità e famiglia promosso dall'Associazione Amici dei Bambini.

Interviene Sara Massimi Presidente dell'AICEM.

Modera Luca Pasquale, il quale interverrà su " XI secolo: nascita di una cattedrale e uno di spazio miracoloso".

Al termine sarà offerto unospuntino di pane e olio.

L'invito rivolto alla cittadinanza, alle associazioni e alle istituzioni, vuole essere un modo per ripensare insieme il presente e il futuro, all'insegna della collaborazione e della fratellanza. Questa seconda edizione è dedicata ai temi quali l'invecchiamento attivo, la solidarietà tra le generazioni, la cittadinanza europea.

Info : Marzia Masiello Ai.Bi. Associazione Amici dei Bambini - Lungotevere dei Vallati, 10 - 00186 Roma tel. 06 6880.8686 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Beirut (Agenzia Fides) – In Libano il tempo di Natale attualmente in corso è contraddistinto anche per la singolare copertura che i media affiliati a Hezbollah hanno dedicato alle celebrazioni cristiane. Nel giorno di Natale, il 25 dicembre, la radio Al-Nour ha reso omaggio alla nascita di Cristo con una selezione di canti religiosi. Il principale canale televisivo legato alla formazione politica sciita ha scandito la sua programmazione con gli auguri di Natale rivolti ai cristiani, mentre i servizi informativi dedicavano ampio spazio alle celebrazioni natalizie, sottolineando la partecipazione di rappresentanti Hezbollah alle cerimonie ufficiali e rimarcando il titolo di "profeta" riconosciuto dall'Islam a "Gesù, il figlio di Maria". Anche l'ambasciata iraniana a Beirut ha distribuito biglietti di augurio che celebravano la festa per la nascita del "Profeta Gesù, figlio di Maria".

"La sollecitudine di molti media musulmani nel felicitarsi per le celebrazioni del Natale - commenta all'Agenzia Fides p. Paul Karam, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie (POM) in Libano - richiama la specificità tradizionale della vita libanese, dove cristiani e musulmani condividono una certa socialità anche a livello delle feste religiose. Quando ero piccolo, prima della guerra, ricordo i miei genitori che andavano dai nostri vicini musulmani in occasione del Ramadan e di altre festività islamiche, mentre loro venivano da noi nel tempo di Natale e per la Pasqua. In questi giorni, anche molti bambini delle venti famiglie di profughi siriani musulmani ospitate nel quartiere, sono venuti in parrocchia a prendere dei piccoli regali natalizi, come hanno fatto i figli dei profughi cristiani".

Nell'atteggiamento delle varie componenti religiose e politiche libanesi davanti alle celebrazioni cristiane del Natale si riflettono in parte anche le logiche di appartenenza agli schieramenti contrapposti, nella fase delicata e incerta vissuta dal Paese dei cedri. Ad esempio, i media legati al Movimento Patriottico Libero – la formazione cristiana maronita guidata dal generale Michel Aoun e alleata con gli sciiti di Hezbollah – ha dato ampio risalto alle campagne dei gruppi salafiti locali contro il Natale cristiano, sottolineando la matrice sunnita dell'integralismo salafita. Ampi servizi hanno documentato le pressioni esercitate sulla municipalità di Tripoli – la città dove i gruppi salafiti fanno sentire in maniera rilevante la propria influenza – per ridurre al minimo le decorazioni natalizie nelle strade e nelle piazze, da loro bollate come blasfeme e contrarie agli insegnamenti islamici.

In sincronia con le campagne alimentate da diversi capi e gruppi islamisti in altri Paesi a maggioranza musulmana, anche in Libano il leader salafita Omar Bakri Fostock (conosciuto come "l'Ayatollah di Tottenham" per il ruolo chiave da lui giocato nelle cellule islamiste acquartieratesi a Londra negli anni della sua permanenza nel Regno Unito) aveva intimato ai musulmani di non prendere parte alle celebrazioni cristiane con i loro connazionali battezzati, bollando tale consuetudine condivisa da molti musulmani come una forma di "eresia" contraria al vero Islam.

(GV)

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Città del Vaticano (it.radiovaticana.va) - «Le rare informazioni lasciano intendere che si tratti di eventi di poca rilevanza. Ma non è così. La ferita è profonda ed è il cuore della nazione ad essere stato colpito».

In una conversazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, mons. Bernard Kasanda, vescovo di Mbuji-Mayi, condanna fermamente l'attuale situazione nella Repubblica Democratica del Congo e l'incapacità della comunità internazionale di contrastare l'invasione del Nord Kivu. Il presule confida alla Fondazione pontificia che non si aspettava una così rapida escalation del conflitto, con la presa di Goma da parte dei ribelli. «Ciò non toglie che quanto accaduto negli ultimi anni, la complicità della comunità internazionale e la scelta del Ruanda come membro del Consiglio di sicurezza nonostante le accuse di violazione dell'integrità territoriale congolese, lasciassero chiaramente intuire un tale sviluppo, ossia l'invasione della parte orientale del Paese».

Le immense ricchezze minerarie e i giacimenti di petrolio sono tra le principali cause d'instabilità. E il presule ritiene che «se non si deciderà di agire per fermare la loro avanzata una volta per tutte», i ribelli potrebbero arrivare fino a Bukavu, capoluogo della provincia del Kivu Sud. Secondo mons. Kasanda, le speranze di un intervento sono fiaccate tuttavia dai quattordici anni di presenza Onu, trascorsi senza alcun tipo di risultato. «Le autorità politiche e i Caschi blu hanno continuato a ripetere "state calmi, non abbiate paura e non vi succederà nulla" e ora che i ribelli hanno conquistato l'Est del Paese, non reagiscono. È incomprensibile».

Visibilmente turbato dagli eventi, il vescovo rivolge un appello ai media: «La totale indifferenza nei confronti di ciò che stiamo vivendo è in parte dovuta alla cattiva informazione. Le notizie vengono filtrate e ritoccate per perseguire obiettivi precisi. Nessuno comprende la gravità di quanto sta accadendo: la dignità umana è regolarmente calpestata e i congolesi sono ripetutamente e vergognosamente umiliati».

(R.P.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Ogni giorno accompagna la nostra vita in ogni angolo del pianeta e tutt'ora rappresenta il principale mezzo di comunicazione di massa. Nell'odierna Giornata mondiale della televisione, l'Onu richiama la responsabilità di questo media nel diffondere contenuti ispirati alla pace e all'integrazione sociale. Roberta Gisotti ha intervistato mons. Dario Edoardo Viganò, docente di Comunicazione alla Pontificia Università Lateranense:RealAudioMP3

Di fronte alla Tv, ancora oggi vi è un numero maggiore di spettatori rispetto a ogni altro media. A livello mondiale, il consumo televisivo supera le quattro ore al giorno, rispetto ai circa 30 minuti di Internet e ai 15 minuti dei social network. Inoltre, i contenuti televisivi sono maggioritari nella Rete, dove navigano soprattutto i giovani. Insomma, la Tv messa alla porta dal web è rientrata dagli schermi di pc, tablet e smarthphone. Mons. Mons. Viganò, la Tv può giocare un ruolo formidabile nel promuovere valori positivi ma anche negativi a chi spetta vigilare?

R. - Prima della vigilanza, io credo spetti alla coscienza dei professionisti. Troppo spesso, ad esempio, la televisione - dai talk show ai dibattiti, ma anche negli stessi telegiornali - fa un uso sconsiderato di una grammatica troppo violenta: qualunque cosa diventa una catastrofe, qualunque elemento di dibattito diventa uno scontro. Io credo che, anzitutto da parte dei professionisti, ci voglia la consapevolezza che le parole hanno un peso e questo è importante. Ci vuole una professionalità decisamente superiore di quella che oggi è continuamente esposta nel piccolo schermo, che tenga conto che il linguaggio è la forma propria del racconto della propria identità e della propria società. Secondo aspetto, la vigilanza: una vigilanza che sia capace da una parte di non eludere posizioni differenti da quelle maggioritarie e che dall'altra dia libera cittadinanza a visioni anche diverse, nel rispetto però delle regole democratiche e nel rispetto delle singole persone.

D. - Sappiamo che la tv è potente veicolo di omologazione di stili di vita e tendenze al consumo attraverso format, reality, pubblicità dove lo spettatore piuttosto che avere un'identità di cittadino, viene considerato un consumatore quando non una merce da vendere...

R. - Purtroppo, che il cittadino più che titolare di diritti sociali diventi un consumatore si è visto anche soprattutto in queste ultime settimane nei dibattiti politici e questa è una deformazione. Ciascuno di noi è prima di tutto una persona con una dignità, con una necessità di legami sociali e con dei diritti, perché questi legami sociali vengano mantenuti coesi e a questi venga data la possibilità di essere espressi.

D. - Si chiede più responsabilità agli operatori televisivi a tutti i livelli, ma anche forse responsabilità del pubblico a rivendicare oppure ad avere coscienza dei propri diritti comunicativi...

R. – Sì, non è sufficiente che qualcuno eserciti il diritto di informazione, ma è necessario che il pubblico reclami il diritto di un'informazione "buona", un'informazione adeguata, proporzionale con un linguaggio capace di esprimere la gradualità delle situazioni. Ad esempio, un dibattito politico non è uno "scontro": utilizziamo troppo linguaggio tipico della guerra e questo non va bene.

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Roma - Nella sua Prolusione per l'apertura del nuovo Anno Accademico, Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico della Università del Laterano, ha affermato che sarà sua cura prestare la massima attenzione soprattutto «allo sviluppo della comunicazione, all'interno e all'esterno dell'Università». Riferendosi poi a quanto scrive Benedetto XVI per la XLV Giornata Mondiale della Pace, il Rettore ha ribadito quanto sia importante il legame tra educazione e comunicazione, citando testualmente il papa: "l'educazione avviene infatti per mezzo della comunicazione, che influisce, positivamente o negativamente, sulla formazione della persona". E ancora: i media "non solo informano, ma anche formano lo spirito dei loro destinatari, e quindi possono dare un apporto notevole all'educazione dei giovani".

I media  hanno un ruolo rilevante nell'odierna società, conclude il Rettore, pertanto: «ho stabilito di intitolare questo anno accademico 2012-2013, duecentoquarantesimo dalla fondazione accademica lateranense, come l'Anno della comunicazione della Fede, dedicandolo in modo tutto speciale al nostro amato Papa Benedetto XVI».

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