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Lunedì, 11 Marzo 2013 00:00

ACLI. La Rete cambia l'azione sociale

Roma (Copercom) - La Rete cambia il modo di pensare e vivere l'associazionismo? E quindi, per le Acli, il modo di organizzare la cittadinanza attiva, la partecipazione politica e la solidarietà? Ormai la risposta – anche alla luce del messaggio del Santo Padre per la 47esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (12 maggio 2013), Reti sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione – è praticamente scontata: essere o non essere in Rete, piattaforme sociali incluse, anche per i soggetti ecclesiali e le organizzazioni sociali non è più una questione da dibattere.

La questione è da tempo spostata sul "come" più che sul "se". Ed è una questione impegnativa, sia in termini di risorse che di riflessione. Scrive appunto Benedetto XVI: "Lo sviluppo delle reti sociali richiede impegno: le persone sono coinvolte nel costruire relazioni e trovare amicizia, nel cercare risposte alle loro domande, nel divertirsi, ma anche nell'essere stimolati intellettualmente e nel condividere competenze e conoscenze".

Nella Rete non viaggiano solo futilità e superficialità, chiacchieroni da bar e narcisisti più o meno interessanti. In Rete ci sono anche persone che cercano aiuto e domande che richiedono almeno ascolto se non risposte definitive e immediate, perché "l'ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani", spiega Sua Santità.

L'ansia per il come, l'amnesia del dove

Anni fa, quando ci fu l'ingresso del marketing nel mondo delle associazioni e del terzo settore o, meglio, del terzo settore nel mercato (dei fondi pubblici e comunitari, degli sponsor, delle donazioni...) assistemmo, da un lato, all'irrigidimento di molti attivisti e volontari; dall'altro, a un'ansia un po' maldestra di pura applicazione delle tecniche mutuate dal mondo profit.

In troppi e per troppo tempo non ci siamo accorti che la novità non stava tanto o non solo nel "come", nell'imparare a padroneggiare con scioltezza espressioni di tendenza come target, stakeholder o nel sapere fare una "segmentazione di mercato".

La novità stava nel rendersi conto che anche "i buoni" si trovavano a vivere nei fatti in un "mercato", appunto, un luogo – come la Rete – con le sue regole e i suoi abitanti che per vari motivi vogliono sapere chi sei e valutano il tuo operato. E se non ci sei tu a spiegarlo, qualcun altro, bene o male, lo farà per te.

La sfida che oggi ci pone la nostra presenza in Rete, tanto più per chi è chiamato a testimoniare il Vangelo, è per certi versi simile.

"Fare le Acli" sul web e sui social

Le Acli sono una realtà associativa e di promozione dei diritti nata prima della fine dell'ultima guerra, in un preciso contesto storico e sociale, in determinate condizioni e con specifici gruppi di portatori d'interesse a cui dare ascolto e offrire sostegno. Oggi, come suggerisce all'inizio del messaggio Benedetto XVI, anche noi siamo dunque chiamati a soffermarci "a considerare lo sviluppo delle reti sociali digitali che stanno contribuendo a far emergere una nuova 'agorà', una piazza pubblica e aperta in cui le persone condividono idee, informazioni, opinioni, e dove, inoltre, possono prendere vita nuove relazioni e forme di comunità".

Credo che nel nostro specifico siamo chiamati ad abitare più e meglio questa piazza. E credo che il nostro specifico sia soprattutto migliorare la nostra capacità di ascolto, di "integrazione" e mediazioni di idee e iniziative sociali di chi ci segue e di chi ci ascolta. Che poi è proprio quello che noi abbiamo sempre chiamato "fare le Acli": nei circoli e nelle piazze di paese come nelle nuove piazze digitali ma non meno reali della Rete.

di Gianni Bottalico, Presidente delle Associazioni cristiane lavoratori italiani

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Roma (www.chiesacattolica.it/beweb/) - Si svolgerà a Roma, giovedì 15 novembre 2012, presso il Centro Convegni CEI di via Aurelia 796, l'incontro di presentazione del nuovo Portale web dei beni culturali ecclesiastici. L'incontro si rivolge particolarmente alla Diocesi che hanno concluso la campagna di inventariazione.

Si tratta di un evento annunciato da tempo e che costituisce in realtà l'ampliamento del portale web dei beni mobili che già dall'anno 2000 è presente in rete. Il nuovo sito mantiene il nome, BEWEB, e le caratteristiche di base che lo contraddistinguono dall'origine.

Sostanziali sono però le novità che vengono immesse in questa nuova edizione e che raccolgono i frutti di un lavoro che attesta l'esperienza e la competenza di tante chiese locali che da anni hanno affrontato l'impegno di inventariare il proprio patrimonio culturale.

Il livello di visibilità delle informazioni relative ai beni pubblicati sarà invariato, mantenendo alta l'attenzione a non rendere possibile l'individuazione della collocazione particolare dei beni, nel rispetto della privacy e della tutela del patrimonio.

Saranno però diverse le novità che faranno del portale un importante strumento di corretta e diffusa divulgazione di informazioni su beni che sono strettamente connessi con il vissuto di fede delle nostre comunità ecclesiali.

Una di queste novità è legata al significativo numero di dati che l'utente della rete potrà visionare tenendo conto del fatto che ormai quasi la metà delle diocesi italiane hanno completato la campagna di inventariazione e quasi tutte sono arrivate ad una fase molto avanzata di lavorazione. Sono infatti ad oggi 3.452.260 le schede realizzate dalle equipe diocesane.

Un'altra importante esigenza che il portale soddisferà è quella di rendere evidente che questi beni sono si, un patrimonio culturale di tutti ma appartengono e sono riferiti a delle specifiche comunità ecclesiali che li custodiscono e che ne sono proprietarie.

All'incontro potranno partecipare: l'incaricato diocesano per i beni culturali ecclesiastici e/o il direttore dell'ufficio, il responsabile operativo dell'inventario, eventuali altre persone che sono responsabili della gestione della banca dati in diocesi.

I partecipanti potranno essere quindi solo coloro che attualmente già si occupano di aggiornamento o manutenzione dell'inventario. Pertanto non sarà utile alla diocesi far partecipare eventuali schedatori o collaboratori che hanno lavorato sull'inventario ma non lo hanno più seguito dopo la chiusura o che non hanno stabilmente rapporto con l'ufficio diocesano.

Per partecipare alla giornata è obbligatoria l'iscrizione che dovrà avvenire on-line entro e non oltre sabato 10 novembre 2012.

L'incontro inizierà alle ore 10.00 e si concluderà con il pranzo alle ore 14.30.

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Martedì, 21 Agosto 2012 07:53

Spadaro: Internet ci porta a Dio

Milano (www.famigliacristiana.it) - Il gesuita, direttore di "La Civiltà Cattolica", in una intervista a Famiglia Cristiana, spiega quali enormi potenzialità e quali insidie presenti all'uomo e al cristianesimo la grande Rete. La chiave è il discernimento.

È gesuita ma ha il web come vocazione seconda al quale ha dedicato numerosi studi, un blog molto cliccato e svariati libri. L'ultimo s'intitola Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo ai tempi della Rete (Vita e Pensiero, pp. 150, € 14). Padre Antonio Spadaro, 45 anni, dall'ottobre scorso è anche direttore de La Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista che da 162 anni viene pubblicata con l'imprimatur della Segreteria di Stato vaticana. È su Facebook e su Twitter.

Il suo approccio al mondo della Rete rovescia molti luoghi comuni: «Si tratta di capire», dice, «non tanto come Internet può aiutare la Chiesa ma come la fede può aiutare e comprendere meglio il significato profondo della Rete, il suo ruolo nella storia dell'umanità».

In che modo la comunicazione tecnologica può incoraggiare il Cristianesimo a creare una coscienza comune?

«Le tecnologie digitali permettono alle persone, oggi più che mai, di rimanere connesse e comunicare, superando molte distanze. E con un sistema tecnologico per comunicare e pensare, si va formando di pari passo una sorta di intelligenza distribuita ovunque e in continuo accrescimento. Internet, infatti, comporta la condivisione di risorse, tempo, contenuti, idee. L'esempio ormai classico è Wikipedia che al di là di qualunque valutazione è il frutto della convergenza di tante persone, connesse tra loro nel pianeta, che pensano e scrivono. L'intelligenza è distribuita dovunque ci sia umanità, ed essa oggi può essere facilmente interconnessa. La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di "intelligenza collettiva" o a una coscienza comune».

Nell'ambiente digitale non c'è il rischio che venga annullata la dimensione personale e comunitaria della fede?

«Gli "amici", proprio perché sempre on line, cioè disponibili al contatto o immaginati come presenti a dare un'occhiata ai nostri aggiornamenti sui social network, sono immancabilmente presenti e dunque, proprio per questo, rischiano di svanire in una proiezione del nostro immaginario. Il concetto di "prossimo" è invece legato in radice alla vicinanza spaziale. La frattura nella prossimità è data dal fatto che la vicinanza è stabilita dalla mediazione tecnologica per cui mi è "vicino", cioè prossimo, chi è "connesso" con me. Rischio dunque di essere "lontano" da un mio amico che abita vicino ma che non è su Facebook e usa poco l'e-mail, e invece di sentire "vicina" una persona che non ho mai incontrato, che è diventato mio "amico" perché è l'amico di un mio amico, e col quale ho uno scambio frequente in Rete. La Rete da luogo di "connessione" è chiamata a diventare luogo di "comunione". Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di tale obiettivo è compito specifico del cristiano».

Perché quello della Rete può essere considerato un ambiente divino?

«Innanzitutto la rete è un ambiente. È uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita quotidiana: un nuovo contesto esistenziale. Dunque non è affatto un semplice "strumento" di comunicazione, ma si è evoluto in un "ambiente" culturale, che determina uno stile di pensiero, crea nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L'intuizione teologica intravede e manifesta nella tensione dell'umanità a una connessione più radicale un'attrazione magnetica che parte dalla fine e dal di fuori della storia e che rende ragione e valorizza tutti gli sforzi dell'interazione fra le menti umane in reti sociali sempre più complesse. Così si comprende che la rete può essere considerata, in questo quadro, una importante tappa del cammino dell'umanità mosso, sollecitato e guidato da Dio. La rete dunque può essere intesa parte di quell'unico "ambiente divino" che è il nostro mondo. Questa visione non prescinde da tutti i problemi e i pericoli, ma cerca di capire quale sia la sua vocazione nella storia dell'umanità».

Quale dovrebbe essere la modalità di presenza della Chiesa nell'ambiente digitale?

«La Rete intesa soprattutto come network sociale che è costituita dallo scambio di contenuti dentro relazioni personali ci fa capire oggi più che mai come la fede non è fatta soltanto di informazioni, né la Chiesa è luogo di mera "trasmissione" del Vangelo. Essa è luogo di testimonianza vissuta del messaggio che si annuncia: non si tratta di trasmettere nozioni astratte, ma di offrire un'esperienza da condividere. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solo a una "emittenza" di contenuti, ma a una "testimonianza" in un contesto di relazioni ampie. Benedetto XVI ha scritto che quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo. Le tecnologie dell'informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, spingono gli uomini a farsi "testimoni" dei valori sui quali fondano la propria esistenza. Questo credo sia la migliore modalità di presenza della Chiesa nell'ambiente digitale».

In un contesto come quello di Internet, dove si susseguono vertiginosamente messaggi di ogni tipo, come è possibile distinguere la "buona notizia" tra le tante notizie?

«Se prima parlavo della testimonianza, che è un'esperienza radicata da sempre nel Cristianesimo, adesso posso parlare di discernimento, concetto altrettanto "cristiano". L'uomo oggi si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistema di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono senza che lui si preoccupi di andarle a cercare. Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. La grande parola da riscoprire, allora, è proprio questa vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono e che richiedono il filtro del riconoscimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Bisogna imparare a dedurre e distinguere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente».

di Antonio Sanfrancesco

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Roma.- Motori di ricerca, smartphone, applicazioni, social network: le recenti tecnologie digitali sono entrate prepotentemente nella nostra vita quotidiana. Ma non solo come strumenti esterni, da usare per semplificare la comunicazione e il rapporto con il mondo: esse piuttosto disegnano uno spazio antropologico nuovo che sta cambiando il nostro modo di pensare, di conoscere la realtà e di intrattenere le relazioni umane. A questo punto, la domanda che Antonio Spadaro si pone e ci pone è: la rivoluzione digitale tocca in qualche modo la fede? Non si deve forse cominciare a riflettere su come il cristianesimo deve pensarsi e dirsi in questo nuovo paesaggio umano?

Forse, egli risponde, è giunto il momento di considerare la possibilità di una 'cyberteologia', intesa come intelligenza della fede (intellectus fidei) al tempo della rete. Non si tratta però, semplicemente, di cercare nella rete nuovi strumenti per l'evangelizzazione o di intraprendere una riflessione sociologica sulla religiosità in internet. Si tratta piuttosto – e qui sta la pionieristica novità di Spadaro – di trovare i punti di contatto e di feconda interazione tra la rete e il pensiero cristiano. La logica della rete, con le sue potenti metafore, offre spunti inediti alla nostra capacità di parlare di comunione, di dono, di trascendenza. E, dal canto suo, il pensiero teologico può aiutare l'uomo in rete a trovare nuovi sentieri nel suo cammino verso Dio.

È un territorio ancora inesplorato, nel quale Spadaro entra con indiscusso background teologico e grande competenza tecnica, ma soprattutto con spirito di fiducia nella capacità del cristianesimo e della Chiesa di essere presenti là dove l'uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e relazione. La rete è un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera 'volontà di presenza', ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. La sfida, dunque, non è come 'usare' bene la rete, ma come 'vivere' bene al tempo della rete.

Antonio Spadaro, gesuita, è direttore della rivista «La Civiltà Cattolica» e docente presso la Pontificia Università Gregoriana, dove ha conseguito il dottorato in Teologia. È Consultore del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Autore di molti volumi sulla cultura contemporanea, ha già dedicato a internet i saggi: Connessioni. Nuove forme della cultura al tempo di Internet (2006) e Web 2.0. Reti di relazione (2010). Con Vita e Pensiero ha pubblicato Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (2010). Molto attivo in rete, nel 1998 ha fondato uno dei primi siti italiani di scritture creative, Bombacarta.it. Dal gennaio 2011 è autore del blog Cyberteologia.it (premio WeCa 2012).

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Mercoledì, 07 Marzo 2012 11:32

Il Vangelo oggi, dai tetti e nella Rete

www.agensir.it).- Guardare alla nuova evangelizzazione in una triplice prospettiva per “osare un nuovo inizio” è l’invito rivolto il 29 febbraio da Thomas Söding, docente di Nuovo Testamento all’Università di Bochum (Germania) e membro della Commissione teologica internazionale, nel corso della prolusione tenuta in occasione del “Dies academicus” che ha inaugurato a Padova il settimo anno di attività della Facoltà teologica del Triveneto.                         

Colori, profumi e volti della fede.
“Dopo duemila anni di cristianesimo – ha fatto notare Söding – il compito della missione rimane, e rimane anche il compito della catechesi”; oggi tuttavia viene riconosciuto “particolarmente urgente” anche il compito della nuova evangelizzazione “specialmente nelle metropoli del Nord e dell’Occidente, ma anche nelle campagne, ove si sta dissolvendo la tradizionale simbiosi tra cultura e religione” e “l’agnosticismo sembra convincere la maggioranza delle persone”. Nondimeno, anziché “lande desolate agli occhi della fede”, le società secolarizzate costituiscono “un campo” su cui seminare, a condizione che si guardi alla nuova evangelizzazione “in tre prospettive”. Si tratta “anzitutto del che cosa della fede; in secondo luogo del come della fede; si pone infine la questione del dove della fede”. È nota, ha osservato Söding, “la tensione che sussiste tra fides quae e fides qua; oggi bisogna però forse anche interrogarsi circa la fides quo. Il contenuto e la forma della fede vanno insieme; la fede necessita però anche di un luogo per potersi fare concreta”. Con riferimento a iniziative quali il “catechismo universale” della Chiesa cattolica presentato in diversi formati: enciclopedia, compendio e “breviario” per i giovani, lo “Youcat”, il teologo ha sottolineato che ai concetti e alle formulazioni, “che hanno tutto il loro significato dogmatico, devono aggiungersi anche le storie della fede, i colori e i profumi della liturgia, soprattutto i volti di quegli uomini e donne che s’impegnano per quella fede che senza di loro nemmeno esisterebbe”. 

Una “rete” di storie. 

“Se la fides quae viene presentata in questo modo – ha aggiunto Söding –, allora è sin dall’inizio visibile l’intimo legame con la fides qua”. Per il teologo, “precetti e divieti convincono solo se diviene visibile il loro orientamento alla gioia di vivere che procede dalla fede, alla gioiosa serietà del gioco liturgico, al premio infinito promesso a quanti s’impegnano” per il Vangelo. Ciò presuppone a sua volta “testimoni viventi della fede”. La nuova evangelizzazione ha insomma “bisogno degli esempi positivi di quanti sono in grado di dimostrare come si possa scrutare nel cuore della vita grazie alla fiaccola del Vangelo”, ma ha anche bisogno degli esempi di “coloro che vogliono iniziare con la fede e compiono i primi passi, oppure ancora esitano” ma sono tuttavia “divenuti attenti, curiosi, vigilanti”. Di qui il suggerimento di “utilizzare Internet per creare una rete globale di storie simili da diverse regioni e culture”. “Non è forse il Vangelo stesso” una sorta di Facebook?. 

Cristianesino “urbano”.

Alla terza domanda, quella circa il dove della fede, per Söding “è possibile dare una sola risposta: qui ed oggi”. La nuova evangelizzazione “ha prodotto una notevole serie di progetti di missione metropolitana: Colonia, Vienna, Parigi, Budapest, Dublino, Lisbona, Bruxelles, Liverpool, Varsavia, Torino e Barcellona. Ciò spinge a guardare al futuro, perché inizia proprio in Europa dove la secolarizzazione è più forte, ma la fede è più importante e l’attualità del Vangelo è somma”. “Il caso serio della fede – ha avvertito – si da sempre nell’oggi. E oggi la fede non viene solo ricevuta e trasmessa, bensì cercata e vissuta”. Per il teologo la città è “l’elisir vitale del cristianesimo primitivo e diventerà sempre più importante per la Chiesa”. Quale luogo della fede “la città risulta di particolare sfida e ispirazione, perché vi sta di casa la pluralità e la mobilità della modernità”. Il cristianesimo urbano deve però “determinare le forme della nuova evangelizzazione, i suoi mezzi e i suoi soggetti”. 

Ali alla fede.

Così intesa, ha assicurato Söding, la nuova evangelizzazione “non rappresenta solo un progetto di riforma della Chiesa, bensì del mondo. Se la nuova evangelizzazione riesce a fornire ali alla fede, allora ottiene il medesimo risultato anche per la solidarietà; se rafforza il senso dell’infinito, allora anche il senso per il finito, per ciò che va fatto in questa città”. Di qui l’invito a “osare un nuovo inizio”. Sul compito specifico e primario della teologia, “racchiuso nella funzione di ascoltare e interpretare la storia umana in rapporto alla rivelazione cristiana”, si è soffermato il preside della Facoltà, don Andrea Toniolo. “Il discernimento dei segni dei tempi – ha spiegato – non è un giudizio sulla storia dall’alto in nome della verità della fede, ma è capire che cosa la storia vuole dirci con tutte le sue attese e speranze, come con le sue ambivalenze”. A testimoniare senso e attualità della teologia è l’interesse degli studenti, nel presente anno accademico 2.670, di cui circa 2.200 laici. Per don Toniolo, nuova evangelizzazione significa “recepire a livello teologico e pastorale la novità del Concilio Vaticano II, soprattutto lo sguardo nuovo nei confronti del mondo”.
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