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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E’ stata presentata la 32.ma edizione del Torino Film Festival, che si svolgerà nel capoluogo piemontese dal 21 al 29 novembre, diretto per la prima volta da Emanuela Martini. Si aprirà con “Gemma Bovery”, una bella commedia di Anne Fontaine, e proseguirà poi con tanti titoli e tanti nomi capaci di incuriosire il pubblico degli appassionati e soprattutto quello entusiasta dei giovani. Il servizio di Luca Pellegrini:

Il Torino Film Festival prosegue la sua storia di manifestazione dai molti sguardi e dai contenuti d’autore, senza abdicare alla curiosità dei nomi e dei titoli scelti, al suo gusto cinefilo, all'attenzione principalmente rivolta ai giovani, che affollano sempre numerosissimi le sale. Una vera kermesse: 65 lungometraggi opere prime e seconde, molte anteprime, sezioni dai titoli accattivanti come "Festa mobile", "Diritti e rovesci", “After hours", "Onde, onde", che si affiancano al tradizionale Concorso in cui emergeranno sicuramente sorprese e passioni. Emanuela Martini da quest'anno dirige il Festival torinese, che custodisce le caratteristiche dei precedenti direttori con i quali ha avuto la fortuna di collaborare. Le ricorda così:

R. – Di Nanni Moretti, sicuramente il rigore e l’ostinazione con cui ha deciso che il Torino Film Festival dovesse restare un Festival con una grossa identità, restare cioè un Festival diretto alla scoperta, all’invenzione, ai nuovi talenti. Di Gianni Amelio, la passione cinefila, ovviamente, che non si rivolge soltanto al cinema del passato, ma si rivolge anche al cinema del futuro: la maniera cioè di guardare con grande entusiasmo cinefilo. Di Paolo Virzì, l’intelligenza con cui ha sottolineato che il Torino Film Festival ha anche una anima pop, pop alto, pop positivo, cultura popolare alta.

D. – Mentre la sua caratteristica di direttore?

R. – Condivido anche alcune delle caratteristiche dei tre direttori precedenti e sicuramente la curiosità che, grazie al cielo, continuo ad avere, nonostante siano molti anni che faccio il critico e la voglia di scoprire ancora qualcosa.

D. –  Un Festival sempre amato dai giovani. Perché?

R. – Non lo so… Probabilmente, proprio perché c’è veramente il miscuglio giusto di cose. Per esempio, la cosa che appassiona i giovani a Torino – una cosa che a me personalmente fa molto piacere – sono le retrospettive. Poi, i giovani vanno a vedere i film di giovani volentieri, ovviamente, e secondo me hanno capito che se perdono un film grosso, perché non riescono a entrare, si buttano nella sala di fianco dove c’è un film del quale non hanno mai sentito parlare e magari scoprono qualcosa…

D. –  Paolo Virzì ha scelto i film della sua sezione dedicandola alle problematiche del mondo del lavoro, mentre Massimo Causo ha collezionato una serie di opere e documentari che affrontano le prospettive della democrazia oggi. Il Festival è legato alla realtà del mondo?

R. – Ha sempre guardato al reale e al sociale e infatti ha una grossa parte che è esplicitamente dedicata al documentario. Poi, lo sappiamo che ormai le sovrapposizioni e gli sconfinamenti tra documentario e finzione sono all’ordine del giorno, ovunque. Addirittura, in Italia è già da alcuni anni che si dice che è dal documentario che stanno venendo fuori le forze più giovani e più interessanti anche per il cinema di finzione. La democrazia è sicuramente nell’aria: il lavoro non c’è ed è perciò nell’aria. Quindi, vuol dire che a Torino c’è sempre stata molto questa valenza sul reale.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da ieri sugli schermi italiani e da oggi su quelli americani l’atteso “Interstellar” di Christopher Nolan, un importante e bellissimo film di fantascienza in cui la terra, diventato un pianeta senza cibo, costringe l’umanità a cercare nuovi mondi, con imprevedibili conseguenze e la conferma del primato dell’amore. Il servizio di Luca Pellegrini.

"Spinti dalla fede incrollabile che la terra sia nostra", come dice l'austero professor Brad, gli uomini non si sono accorti che non è più così. La terra ci respinge, la sabbia ci invade. Scompare il cibo. “Interstellar” non è un film apocalittico come i tanti che si sono succeduti al passaggio del Millennio. Trascende la visione semplicistica del dualismo inizio-fine della vita e va assai oltre il racconto di fantascienza. Ambizioso, complesso, diventa un grandioso viaggio interstellare guidato da Cooper, interpretato da Matthew McConaughey, padre vedovo e tormentato, che ricorda sull'uscio di casa come "un tempo alzavamo lo sguardo al cielo chiedendoci quale fosse il nostro posto nella galassia, ora lo abbassiamo preoccupati e intrappolati nel fango e nella polvere". E' in questa contrapposizione tra il grigio, l'aridità del fango e lo splendore, il mistero della galassia che Nolan inserisce nozioni scientifiche e immagini fantastiche, una fantascienza che diventa "densa" e si gioca tutta sull'emozione, lasciando la responsabilità del passato e del futuro nelle mani dell’uomo, escludendo per questo un "loro" extraterrestre. Dunque un "noi" in cui siamo liberi, prima di tutto di amare. Un atto di grande fiducia nella nostra capacità di scegliere e di rischiare, che porta l’umanità a un nuovo modo di sopravvivere, in cui le nozioni del tempo e dello spazio cambiano radicalmente. Abbiamo chiesto a McConaughey lo spirito del suo personaggio.

R. – I’m a father of three…
Ho tre figli, ho doveri e responsabilità come padre e questo mi piace. Ho anche dei sogni personali e cerco di realizzarli, quando recito. Fortunatamente, la mia famiglia mi segue quando lavoro. Non ho la stessa situazione di conflitto che ha Cooper con i suoi figli, ma a volte è necessario prendere una decisione riguardo a una cosa o l'altra. Cooper letteralmente è messo con le spalle al muro, non ha scelta: è un padre vedovo, il suo dovere è prendersi cura dei figli. Era un pilota della Nasa che ha lasciato, è un agricoltore, ma il suo sogno è volare, sa che la sua casa è la cabina di pilotaggio e vorrebbe essere lassù. Quando lo vediamo all'inizio del film sa che forse non potrà mai più realizzare questo suo sogno e questo non lo rende felice, questo lo rende ansioso, non si sente a suo agio sulla Terra.

D. - L’estinzione dell’umanità è la conseguenza dei disastri ambientali...

R. – I think that the Earth...
Penso che la Terra starebbe bene, siamo noi che siamo terribili. Di questo dovremmo preoccuparci. Siamo noi che possiamo distruggere madre natura, lei non ha proprio nulla di che ringraziarci, l'abbiamo maltrattata per troppo tempo. In questo film il cuore del problema è che la natura si è infastidita con noi ed ha introdotto un virus che consuma il nostro cibo, che così finisce. Nolan è molto coinvolto da questi disastri creati dall'uomo. Però, non vuole essere didattico e nemmeno dirti che questo accadrà o metterti in guardia, anche se poi il pubblico prende il film proprio così.

D. – Nel film “Contact” lei era un integerrimo uomo di fede, qui un pilota che ha dinanzi a sé soltanto l’orizzonte della scienza. Due posizioni inconciliabili?

R. – I didn’t see them as counter...
Non vedo contrapposizione nel loro modo di agire. Cooper non è uno scienziato, è un ingegnere e un pilota, è un po' superstizioso, ha paura, è costretto a usare il suo istinto, ma è il pilota giusto per quella missione. Credo davvero dentro di me che se una persona è un uomo di fede e crede in Dio per lui la scienza non può che essere la ricerca pratica di Dio, e questo lo si intuisce chiaramente nel film. Quando si dice che “solo l'amore trascende il tempo” è andare oltre la scienza, è entrare nella sfera intima dei sentimenti, che non sono mai misurabili. Non tutto può essere scientificamente provato. Gli scienziati dicono: cerca la risposta in fondo fino al suo mistero. Ma non troveranno mai la risposta, per questo continuano a cercare.

D. - Come descriverebbe allora Interstellar?  

R. – Look, you gonna get a huge science-fiction...
Una grande avventura di fantascienza che ha a che fare con i nostri errori. All'inizio, quello che sta laggiù nello spazio lo consideriamo pericoloso, ma questo è un film incredibilmente ottimista e alla fine ci fa cambiare opinione, ci fa capire che possono esserci per l'umanità altri modi per continuare a vivere ed evolverci. In un certo senso, va oltre la fantascienza. Ma è anche una storia d'amore molto semplice e comprensibile tra un padre e una figlia.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Sarà presentato in anteprima questa sera a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, l’ultimo film di Ermanno Olmi “Torneranno i prati”, in sala poi da giovedì prossimo. Una nuova meditazione sul dolore e la memoria del grande maestro bergamasco, che ambienta questa sua ultima opera in una trincea della Prima Guerra Mondiale con un bravissimo Claudio Santamaria nei panni di un tormentato ufficiale. Il servizio di Luca Pellegrini.

“Siamo sepolti sotto la neve, anche stanotte ne è venuta tanta, che adesso ha uno spessore di quattro metri e mezzo… E ancora non ha smesso di nevicare!”.

Ce n’è tanta di neve su quelle Alpi in cui si compie l’inutile strage, neve che diventa sangue, neve che racchiude i corpi dei soldati mandati al macello. Ermanno Olmi scrive e dirige un film bellissimo sul dolore della guerra, sul dovere della memoria, sul bisogno di chiedere scusa a quelle vittime innocenti che combatterono per un’idea di Patria che poi scoprirono essere una grande bugia. Ambientato in una trincea e in una notte del 1917 carica di attesa e disperazione, ricordi e paura, il film che addensa sentimenti e poesia, fotografato con dolente bellezza dal figlio del regista Fabio, è un continuo scorre sui volti anonimi dei ragazzi italiani che credevano di essere eroi, un incrocio di sguardi che attestano l’essere ancora in vita e per questo sperare, mentre la morte può arrivare in un soffio. E’ lo stesso regista bergamasco che ricorda l’origine del suo film.

R. – Facendo questo film, mi sono accorto che, in maniera molto rimarcata ma fuori dalla consapevolezza degli interpreti e dei soldati di allora, c’era - come dire - un galleggiare di sentimenti che nelle guerre recenti, nelle guerre attuali, sono assolutamente scomparsi. Ebbene, forse perché io da bambino ricordo che mio padre mi raccontava spesso della Prima Guerra Mondiale, cui aveva partecipato come bersagliere e avendo vissuto tutte quelle azioni belliche di estrema tragicità e rischio, la cosa che mi colpì allora fu che in certi momenti lo vedovo commosso, sul punto di piangere… Allora io bambino, piccolo, capii che dietro quella memoria c’era qualcosa di straordinariamente carico appunto di sentimenti. Da lì ho cominciato a pensare: può esserci una guerra che uccide gli uomini, ma non i sentimenti?

D. – Ha deciso di tornare a 83 anni dietro la macchina da presa proprio con un film sulla Grande Guerra. Perché?

R. – Noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di tutti quei giovani, anche civili. Milioni di persone che sono morte in quella guerra… Non abbiamo spiegato loro perché sono morti: perché non lo abbiamo spiegato? Con i morti e con i bambini non si può barare. Noi, questi giovani morti, li abbiamo traditi. Adesso celebriamo il centenario: fanfare, bandiere, discorsi… Ma se prima non sciogliamo questo nodo dell’ipocrisia e direi della vigliaccheria - uso parole forti, lo so - resteremo sempre in quella fascia neutrale che è già tradimento. Allora, cosa fare? Mi auguro che questa celebrazione del centenario, con alcune riflessioni a proposito di questo tradimento, trovi in noi un motivo per quantomeno chiedere scusa.

D. – Maestro, ci spiega il titolo del film, “Torneranno i prati”?

R. – Perché qualsiasi tragedia umana, qualsiasi stravolgimento epocale, dove alla fine rimangono ceneri e fiamme, qualsiasi di queste occasioni ha sempre un epilogo e che tutto poi tornerà normale, come i prati appunto.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Presentata a Roma la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, in programma all’Auditorium Parco della Musica dal 16 al 25 ottobre. Un programma che segna il ritorno all’anima popolare della manifestazione e il recupero di un’identità artistica. Il servizio di Luca Pellegrini:

Un ritorno alle origini, da festival a festa. Perché il cinema è cambiato, l’Italia è cambiata e pure gli spettatori. Per crisi d’identità e per le tensioni che ne hanno segnato la breve esistenza, la manifestazione cinematografica romana tenta di rinnovarsi, guardando al suo passato. Forse la IX edizione, non corrisponde più né all’idea primigenia né alla visione che il suo attuale direttore, Marco Müller, ha di un vero festival di cinema. Che così commenta questa conversione, o quella che lui stesso ha chiamato, una “sterzata”:

“L’idea era 'in nuce' naturalmente giù nelle scelte di programma dello scorso anno, a noi premeva in qualche modo radicarci bene in tutti i gruppi di spettatori che la nostra città può regalare a un evento di grandi dimensioni. Quindi, c’è la possibilità, con i film giusti, di avere quel tipo di risposta. E’ questa un po’ la scommessa”.

La giuria è formata esclusivamente dal pubblico. Il programma è composito. Pur con budget assai ridotto e meno trionfalismi da parte di tutti, sono 51 i lungometraggi presentati nelle 5 rinnovate sezioni, con 24 prime mondiali provenienti da 21 Paesi. Commedie e soap opera non mancano, per rendere omaggio a un genere popolare e non dimenticare le contaminazioni tra grande schermo e televisione. Tra i protagonisti, per le sempre assai seguite lezioni di cinema, Kevin Kostner e Wim Wenders. Dunque, si torna anche a un’anima popolare.

“Questa era - secondo me - l’idea  di festa che andava suscitata, che andava rivivificata. 2006-2014: sono passati otto anni, anche il cinema è molto cambiato. Credo che la cosa più importante sia riuscire a camminare davvero, da una parte, mano nella mano con registi, produttori, esportatori e, dall’altra, non correre troppo, non distanziarsi troppo dagli spettatori, cercando di dare loro il tempo di raggiungerti, riaprenderti e, a questo punto, cominciare a costruire insieme”.

Per la prima volta, verrà anche attribuito il premio d’ispirazione cattolica Signis – Fondazione Ente dello Spettacolo – mentre il giorno di apertura del Festival, il 16 ottobre, sarà proiettato fuori concorso “27 aprile 2014 – Racconto di un evento”, un docufilm in 3D prodotto dal Centro Televisivo Vaticano e Sky (messo poi in onda la sera successiva alle ore 21 da SKY 3D) nel quale la giornata della canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII è rivissuta, in modo intimo ed emozionale, attraverso immagini inedite e la voce narrante di Giancarlo Giannini.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Consegnati, ieri sera, durante la cerimonia di chiusura in Sala Grande i Leoni della 71.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che hanno confermato le qualità artistiche e narrative di film dal forte spessore umano, scelte confermate da un Festival che ha ritrovato la sua identità. Il servizio di Luca Pellegrini:

L’affermazione importante, in sede di premiazione, di film che sono unanimemente riconosciuti come validissime riflessioni sull’uomo, la storia, la vita, il dolore, hanno convalidato la linea artistica che Alberto Barbera ha impresso alla Mostra in questi suoi anni di dolce e ferrea direzione: è l’arte cinematografica che deve approdare al Lido, il mercato è legato a vecchie logiche trionfalistiche, i film belli ci sono, bisogna cercarli. E possono essere di richiamo anche quelli che non sono illuminati da nomi roboanti ed etichette pubblicitarie. Per questo si esce compiaciuti e soddisfatti dal verdetto della Giuria presieduta dal compositore francese Alexandre Desplat: Leone d’Oro al filosofico, ironico e visionario “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” dello svedese Roy Andersson; Leone d’Argento al film di Andrej Konchalovskij “Le notti bianche del postino”, contemplazioni lacustri e naturali di un uomo solo nella Russia geograficamente e umanamente sperduta e sconosciuta; Gran Premio della Giuria al più applaudito di tutti, “The Look of Silence” di Joshua Oppenheimer, documentario che non rimuove l’orrendo, spietato massacro avvenuto in Indonesia negli anni ’60, descritto attraverso pure confessioni verbali in cui latita il pentimento.

Le parole del grande regista ieri sera da Chicago: “Ora anche l’Occidente dovrebbe trovare il coraggio di riconoscere il ruolo che ha svolto in quel genocidio”. Speriamo di vederli presto in sala, questi film. Mentre arriverà nel 2015 “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo, la cui protagonista Alba Rohrwacher, nei panni di una madre nevrotica e fragile che mette a repentaglio la vita del suo bambino, vince la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, e il suo collega Adam Driver quella maschile. La sola scelta, quest’ultima, a creare dissenso e imbarazzo, poiché la Giuria si è dimenticata dell’immensa interpretazione di "Leopardi" che ne ha fatto Elio Germano, e in fondo anche del grande film di Mario Martone dedicato al poeta di Recanati.

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(RV) - Presentata a Roma la 29.ma Settimana internazionale della critica, che mostrerà i suoi film, selezionati con grande rigore e passione, nell’ambito del prossimo Festival del Cinema di Venezia. Sono opere prime provenienti da tutto il mondo di giovani registi e registe che sicuramente appassioneranno il pubblico, riservando commozione e sorprese. 

Lo sguardo della Settimana della Critica non è soltanto quello dei critici che scelgono i film da tutto il mondo – soltanto opere prime – per portarli alla Mostra veneziana. Quest'anno è anche lo sguardo di quel cinema che si fa critico nei confronti della realtà che ci circonda, dei sentimenti che esplora, storie che sono per lo più drammatiche, noir, ma caratterizzate da una forte dimensione autoriale e da uno stile assolutamente originale. Dall'Iran alla Serbia, dalla Francia alla sorprendente opera di un giovane tedesco ventinovenne, la Settimana non delude mai chi cerca nel cinema le ragioni stesse della sua esistenza, del suo fascino e anche del suo successo. Nel film della selezione la figura della donna – madri, vedove, ragazze – è la protagonista principale, cosi come lo sono i bambini, purtroppo nelle situazioni più estreme. Anna Maria Pasetti, che fa parte del gruppo dei cinque selezionatori, racconta questa esperienza:

R. – É stata una bella sorpresa trovare e poter scegliere delle pellicole che no solo abbiano come protagoniste delle donne ma che siano donne che esprimano un certo tipo di coraggio, che fanno delle scelte forti, importanti, che spesso si trovano in condizioni di gravidanza che le porta poi verso dei territori, percorsi di vita, che non avrebbero mai immaginato. Queste condizioni coinvolgono anche le persone che si trovano con loro. Poi si sono trovati dei film che guardano, anzi adottano lo sguardo del bambino. Nei nostri nove film presi in selezione, sette dei quali in concorso e due come eventi speciali fuori concorso, abbiamo due bambini protagonisti. Diversi hanno delle coppie, quindi la donna è in ogni caso presente e due film sono diretti da registe donne: uno viene dal Vietnam e l'altro dalla Palestina, quindi due territori forse non così tanto conosciuti dal punto di vista cinematografico. Ricordiamo che sono tutte opere prime".

D. – Vi ha sorpreso l'unico film italiano in concorso, ma ambientato a Buenos Aires, dedicato a una figura straordinaria e leggendaria della danza argentina, Maria Fux...

R. – Si intitola "Dancing with Maria" ("Ballando con Maria"). Maria è una donna straordinaria di 93 anni, russa, emigrata in Argentina ma considerata ormai argentina, vive a Buenos Aires. È una danzatrice che fin dall'inizio della sua carriera ha adottato una etica e un'estetica della danza totalmente diverse da quelle che erano in vigore all'epoca. Maria nella sua libertà assoluta ha anche dato via a quella che possiamo considerare la "danzaterapia". Nel documentario, molto bello, girato dal friulano Ivan Gergolet, la vediamo che impartisce lezioni con una grazia, una determinazione, una lungimiranza a persone che vengono da tutto il mondo, di tutte le età e soprattutto in qualunque tipo di situazione psicofisica immaginabile. Questo è un film di cui ci siamo letteralmente innamorati e ci auguriamo possa arrivare nelle sale perché non è il classico documentario informativo, ma è qualcosa che ha a che fare con il cinema nel migliore senso del termine.

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Roma (PCCS) – 1600 film candidati, da 120 Paesi. Sette premi: miglior film, miglior documentario, miglior cortometraggio, migliore attrice/attore protagonista, migliore regista, e due Premi speciali (Capax Dei Foundation Award e Associazione “Friends of the Festival” Award). Sono questi i numeri della quinta edizione dell’International Catholic Film Festival, le cui terne finaliste sono state annunciate questa mattina a Roma, nel corso di una conferenza stampa che ha avuto luogo sulla terrazza dell’Istituto Maria Bambina, con la splendida cornice di Piazza San Pietro a fare da sfondo. Il Festival, che si svolgerà dal 20 al 26 giugno, presenta quest’anno delle importanti novità: la neonata Associazione internazionale “Friends of the Festival”, che si prefigge lo scopo di diffondere i valori della kermesse nelle scuole e nelle università, accorderà un premio al film più educativo tra i titoli finalisti. È stato inoltre annunciato che dal 2015 verrà istituito un Premio della stampa cattolica, attribuito ogni anno dai giornalisti ad un film arrivato in competizione finale.

La manifestazione, ideata dalla cineasta Liana Marabini per dare spazio ai produttori e ai registi di film, documentari, docu-fiction, serie tv, cortometraggi e programmi che promuovono valori morali universali e modelli positivi, è nata nel 2010 sotto l’Alto Patronato del Pontificio Consiglio della Cultura, e il suo premio, il Pesce d’Argento, è ispirato al primo simbolo cristiano.

“Grazie anche al nostro Festival – ha dichiarato la presidente Liana Marabini – moltissimi film che altrimenti non avrebbero un distributore, hanno trovato distribuzione e reti televisive che li trasmettono. Questo ci riempie di gioia, perché lo scopo principale del Festival è quello di evangelizzare attraverso il cinema, ma per raggiungerlo i film devono arrivare al largo pubblico”.

 

“Papa Francesco – ha notato monsignor Franco Perazzolo, del Pontificio Consiglio della Cultura e membro della Giuria – insiste che tra l’interno del tempio e la piazza non ci devono essere ostacoli, ma libera circolazione. È allora importante che anche il nostro Festival entri in questa logica di comunicazione, che non pone ostacoli, ma anzi facilita l’accesso, perché anche chi abitualmente non frequenta il tempio, ma si incontra più facilmente nella piazza, abbia la possibilità di gettare un occhio dentro il tempio, magari solo per vedere o curiosare. Ma è proprio dalla curiosità che poi nascono le svolte nella vita e anche nella storia. E allora io faccio un augurio a questo Festival: che diventi davvero un punto nodale di quella nuova modalità comunicativa che facilita questo interscambio tra chi frequenta il tempio e chi invece è più abituato a stare nella piazza, in maniera tale che si scopra che i problemi, le attese, le paure, ma anche le speranze degli uni e degli altri sono le stesse. E ci si può quindi confrontare per trovare delle soluzioni”.

Queste le terne finaliste in concorso nelle diverse categorie:

·  Miglior cortometraggio: Cercavo qualcos’altro (di Alessio Rupalti, Italia); Sain Dee Dee (di Helen Baldwin Kingkade, Usa); The passion of Veronica (di James Day, Usa).

·  Miglior documentario: Voyage au coeur du Vatican (di Stéphane Ghez, Francia); Nolite timere (di Giuseppe Tandoi, Italia); Untameable Cardinal (di Mirela Cigic e Ivan Cigic, Croazia).

·  Miglior attrice/attore protagonista: Doris Guillén (Ana de Los Angeles in Love and Faith di Miguel Barreda Delgado, Perù); Juliet Stevenson (Madre Teresa in The letters, Usa); Iñigo Etayo (Ramón Illa in Un Dios prohibido, Spagna).

·  Miglior regista: William Riead (The letters, Usa); Stéphane Ghez (Voyage au coeur du Vatican, Francia); Cheyenne-Marie Carron (L’Apôtre, Francia).

·  Miglior film: The letters (di William Riead, Usa); Un Dios prohibido (di Pablo Moreno, Spagna); L’Apôtre (di Cheyenne-Marie Carron, Francia).

La Giuria è presieduta quest’anno dal produttore austriaco Norbert Blecha.

Sarà inoltre assegnato il Premio speciale della Capax Dei Foundation al film, anche fuori concorso, che ha inciso maggiormente come strumento per la diffusione dell’arte sacra.

* Nei giorni 25 e 26 giugno sono previste delle proiezioni dei film finalisti riservate alla stampa. È possibile consultare in allegato il calendario. È richiesto l’accredito.

Per  informazioni: www.mirabiledictu-icff.com

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Roma.- Il film "E FU SERA E FU MATTINA", prende spunto dalla GENESI.

E' stato girato in Piemonte tra le Langhe e il Roero da un gruppo di giovani (età media 27 anni) nell'estate del 2012, il regista è Emanuele Caruso (28 anni di ALBA) alla sua opera prima.
E' ambientato in un piccolo paese piemontese e parla del valore del tempo e della quotidianità dell'essere umano.

Il protagonista del film è il parroco Francesco e la storia propone allo spettatore spunti di riflessione cristiani, interrogandoci sui valori davvero importanti della nostra vita .

Le varie diocesi ci stanno supportando in ogni città dove il film viene proiettato. In particolare la Diocesi di Torino e in tutto il Piemonte si sono mobilitati per questo film, portando molti sacerdoti e persone a vederlo.

Tra poco il film arriverà a Roma, sarà in programmazione al Multisala Lux dal 15 al 21 maggio.

Vorremmo chiedervi come Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, di aiutarci con il passaparola su Roma, attraverso le vostre pubblicazioni, le vostre mailing list e contatti in Diocesi.

Stiamo distribuendo da soli questo film, tra mille difficoltà.

E FU SERA E FU MATTINA vive di passaparola e abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per sostenere un cinema indipendente di qualità fatto da giovani che provano a "dire qualcosa".

A questo link potete visionare una parte della rassegna stampa, troverete alcuni dei molti articoli usciti ad oggi sul film:

https://www.facebook.com/media/set/?set=a.709678569053010.1073741828.213408228680049&type=3

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da oggi e fino a mercoledì 30 aprile distribuito nelle sale di cinema italiane “Francesco da Buenos Aires – La rivoluzione dell’uguaglianza”, il film biografico sulla vita di Jorge Maria Bergoglio girato da Miguel Rodríguez Arias e Fulvio Iannucci: con immagini inedite e molte testimonianze si ripercorre la vita di Papa Francesco dall’infanzia all’età adulta, da quando era arcivescovo di Buenos Aires fino all’elezione al Soglio Pontificio. Il servizio di Luca Pellegrini: RealAudioMP3

Le foto in cui sorridente è ancora un bambino, quelle in cui studente di seminario si impegna a essere un medico delle anime. Poi gesuita, sacerdote e arcivescovo di Buenos Aires. Il docufilm – da oggi nelle sale italiane – si avvale di tante testimonianze inedite: la sorella María Elena, che si domanda “come lo chiamo adesso?” pochi istanti dopo il Conclave che lo ha eletto Papa, i compagni di studi che ne ricordano il senso dell’umorismo e il carattere forte, i rabbini amici che lo elogiano per la capacità di ascolto e dialogo, e tante immagini di repertorio che lo ritraggono impegnato come pastore nelle favelas più povere della capitale argentina per denunciare la povertà, gli abusi, il commercio umano, lo sfruttamento, le violenze. Il coregista, Fulvio Iannucci, spiega i motivi che hanno sorretto il suo lavoro:

R. – Noi abbiamo avuto l’idea di avvicinare questa figura per capire realmente il cardinale Bergoglio, che era un uomo praticamente sconosciuto sia quando era cardinale a Buenos Aires, sia quando diventa Papa Francesco. Il film vuole proprio indagare queste tracce di semplicità e di umiltà, da quando era bambino fino ad un anno dal Pontificato.

D. – Come avete scelto i testimoni che nel film raccontano e ricordano?

R. – Li abbiamo scelti tra le persone che sono state i suoi collaboratori, ma soprattutto tra le persone di famiglia, tra gli amici di sempre e tra i compagni di scuola. Emerge esattamente la figura che noi vediamo tutti i giorni: una persona molto semplice, molto umile, capace di una cosa straordinaria che è l’accoglienza, il rispetto dell’altro, l’ascolto. Ecco, queste sono le tracce che poi tutti gli intervistati hanno confermato: è una persona sempre pronta all’abbraccio, all’accoglienza e all’ascolto.

D. – Un Papa che tutti sentono vicino e amico…

R. – In realtà, è proprio questo che noi descriviamo: questo cammino di Bergoglio, che è un uomo umile, sensibile e – prima ancora di identificarsi con un ruolo tanto importante come quello di Papa – è un uomo che ha lottato contro la povertà, avvicinandosi alle persone che vivono ai margini della società, quindi professando una Chiesa povera per i poveri. L’immagine che mi ero fatto seguendo le sue vicende attraverso i media è stata poi confermata in pieno dal nostro lavoro. Quello che pensiamo è che sia un Papa al servizio dei più poveri, dei più deboli, dei più piccoli. Posso dire che è l’uomo che sta veramente cambiando la storia.

 

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Roma (Zenit.org) -  Il prossimo 8 marzo sarà possibile ascoltare le loro testimonianze alla Sala Deskur della Filmoteca Vaticana. Ne abbiamo parlato con Chantal Götz, una delle due ideatrici.

L'auspicio di papa Francesco affinché "si allarghino gli spazi per una presenza femminile più capillare ed incisiva nella Chiesa" è stato raccolto. Il prossimo 8 marzo, infatti, in occasione della Giornata internazionale della Donna, approderà al Cinema Vaticano "Voci di Fede" (VdF), evento unico nel suo genere della durata di mezza giornata patrocinato dalla Fondazione Götz Fidel (FGF), la quale si occupa di beneficienza.

Non solo mimose, ma anche testimonianze di un'attuazione concreta del valore femminile. Le "Voci di Fede" sono quelle di un piccolo gruppo di straordinarie donne cattoliche che hanno attinto la forza dalla loro fede per compiere azioni e servizi dall'impatto incommensurabile sul mondo e sulla vita degli altri.

Si alterneranno dal palco della Sala Deskur della Filmoteca Vaticana le voci di personalità che possiedono bagagli d'esperienza tra i più diversi. Donne cattoliche, religiose e laiche, come le più note Jocelyne Khoueiry e Chiara Amirante. Ed ancora, l'indiana Daphne Sequeira, che ha lanciato un progetto di micro-credito per le popolazioni rurali, e la maltese Katrine Camilleri, avvocato impegnata per i diritti dei rifugiati. Suore come Enza Guccione, Abir Hanna, Azezet Kidane, per tutti "Aziza", Maria Cristina Dobner. Ci saranno poi le testimonianze esclusive della giornalista Giulia Galeotti, di Sonia Reppucci e dell'insegnante di danza Sabrina Moranti.

In un'intervista concessa a ZENIT, la direttrice esecutiva della Fondazione Götz Fidel, Chantal Götz, spiega che "l'obiettivo di questa iniziativa è incoraggiare e ispirare l'ulteriore integrazione e la partecipazione delle donne cattoliche, con i loro pensieri, idee e metodi nelle istituzioni cattoliche". Ciò che le organizzatrici tengono tuttavia a precisare è che questa maggiore inclusione non deve in alcun modo "ostruire i valori e gli impegni nella famiglia".

Il tema è di grande attualità. Spiega infatti la Götz che "libri e film su questo argomento sono saliti ai primi posti nelle classifiche dei best sellers in questi ultimi anni, perché il costo delle opportunità mancate nell'escludere le donne ed i loro talenti è diventato un fatto di cui bisogna tener conto e a cui bisogna porre rimedio a livello mondiale".

Chantal Götz racconta poi perché sia stato scelto proprio il Cinema Vaticano come sede di quest'evento. "Volevamo che il luogo che avremmo usato per organizzare questa iniziativa - afferma - fosse il più intimo e personale possibile, come le storie che devono essere raccontate l'8 marzo. Il Cinema Vaticano è un ambiente intimo e gli inviti dei partecipanti sono stati inviati ad ospiti di influenza e di azione in via personale". E aggiunge poi, con un pizzico di poesia: "Il cinema è un simbolo per la comunicazione. E anche il cuore del Vaticano, e queste sono storie del cuore".

"La Chiesa cattolica - aggiunge la Götz quando l'oggetto del nostro dialogo diventa l'importanza che da sempre il Cristianesimo attribuisce alla donna - è ben consapevole dei punti di forza e dei talenti delle donne, ritenute fondamentali per la difesa dei valori della famiglia considerando il bene sociale che deriva dal modo in cui allevano i loro figli". Questa vetrina ha però lo scopo di concentrarsi su altri dettagli, come "la capacità unica delle donne di contribuire a risolvere i problemi del mondo". Del resto, le sue argomentazioni sembrano condivise anche dalle autorità vaticane, visto che il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali "ci facilita, consentendoci l'accesso a determinati canali di comunicazione attraverso i quali condividono il nostro lavoro", spiega la Götz. "E di questo - aggiunge - siamo molto felici".

(...)

di Federico Cenci

Per saperne di più: http://www.voicesoffaith.org/ 

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