Chiesa e Comunicazione

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Osservatore Romano.- Il cinema purtroppo non è solo una forma d’arte, ma anche, se non soprattutto, un’industria. E in nove casi su dieci il remake è il prodotto più derivativo e spudorato di quest’industria, confezionato appositamente per sfruttare il titolo di un film precedente alla stregua d’un semplice franchise. Attirando così facilmente un pubblico illuso di poter rivivere il capolavoro che aveva amato anni prima, o quanto meno curioso di vedere come è stato stravolto.

Fa già rabbrividire per esempio la notizia di una Dolce vita in salsa americana, prevista sugli schermi nei prossimi mesi, e non è difficile prevedere che farà la fine di Nine, orribile remake di Otto e mezzo che pure aveva avuto almeno il pudore di non scontrarsi direttamente con Fellini in un duello alla pari, dirottando la storia sul territorio sostanzialmente franco del musical.

Ci sono però anche esempi di operazioni più sincere, in cui si è attinto all’opera originale per poi farne qualcosa di altrettanto personale. È il caso del recente Il nome del figlio, remake italiano del francese Cena tra amici, da cui la regista Francesca Archibugi riprende il meccanismo comico dell’assunto forse con meno smalto, ma a cui poi cerca di dare un maggiore spessore nel disegno dei personaggi e un più preciso e credibile contesto sociale.

Nella storia del cinema, d’altronde, non sono affatto mancati i casi in cui il remake ha eguagliato se non superato il film di partenza. E ciò è avvenuto quasi sempre quando quest’ultimo era a sua volta la trasposizione di un’opera letteraria o teatrale, non lo sviluppo di una sceneggiatura originale. Quando il modello è strettamente cinematografico è molto più difficile dire qualcosa di nuovo, perché si tende ovviamente all’emulazione.

La gloriosa stagione della commedia sofisticata americana degli anni Trenta è unanimamente considerata come uno dei periodi più felici del grande schermo. Ma due dei prodotti migliori di quest’epoca d’oro sono dei remake. L’orribile verità («The awful truth», Leo McCarey, 1937), classica remarriage comedy, è tratto da un’opera teatrale di cui erano già state portate sullo schermo due versioni, superate in questo caso grazie a una coppia irresistibile come quella formata da Cary Grant e dalla ingiustamente dimenticata Irene Dunne, e a una perfetta sceneggiatura dai ritmi screwball.

Anche uno dei migliori film di George Cukor, Incantesimo («Holyday», 1938), è tratto da un lavoro teatrale che era già stato portato sullo schermo pochi anni prima. Ma Cukor vi aggiunge il suo sottofondo amaro ed esistenziale e la sua altrettanto consueta capacità di analizzare la società degli anni Trenta, attraversata dalla Grande depressione e di conseguenza sospesa in un limbo fatto di incertezze e contraddizioni, incarnate qui dalla grande Katherine Hepburn. Il melodramma Magnifica ossessione («Magnificent obsession», di Douglas Sirk, 1954) sfrutta invece un romanzo già trasposto nel 1935.

La versione di Sirk però è nettamente superiore per stile. Che nel suo cinema coincide in gran parte con contenuto e poetica, grazie all’uso espressionista del colore e alla soffusa tensione figurativa, capaci di sintetizzare visivamente le dinamiche drammaturgiche. Anche Ombre malesi («The letter», di William Wyler, 1940) è tratto da un racconto di Maugham già adattato nel 1929, ma sono la regia e la memorabile interpretazione di Bette Davis a farne stavolta un capolavoro dalle tinte ambigue e torbide, vero capostipite non riconosciuto del noir americano, nonostante l’ambientazione esotica. Se c’è un genere che è invecchiato male, è la fantascienza degli anni Cinquanta.

L’esperimento del dottor K («The fly», di Kurt Neumann, 1958) fa in gran parte eccezione, riuscendo in molti momenti a essere inquietante. Ma La mosca (1986) di David Cronenberg gli è probabilmente superiore. Anche perché il regista canadese ne fa una convincente tappa del suo percorso sulle aberrazioni della tecnologia e della modernità, e sulla conseguente entropia fra organico e inorganico.

Altri esempi di remake felici sono — comprensibilmente — quelli firmati dallo stesso regista del film di partenza. L’esempio più noto è quello de L’uomo che sapeva troppo («The man who knew too much»), realizzato da Alfred Hitchcock prima nel Regno Unito nel 1934 e poi a Hollywood nel 1956, quando il maestro britannico aveva finalmente attorno a sé la produzione e i collaboratori capaci di rendere pienamente giustizia a questa appassionante spy-story, ritoccata in modo non decisivo nella sceneggiatura ma rivoluzionata nell’impatto estetico e soprattutto nel ritmo del montaggio.

di Emilio Ranzato

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - “Play for inclusion” è il primo videogioco inclusivo, pensato per tutti i bambini, disabili e normodotati. A realizzarlo un gruppo di 34 ragazzi, tra i 18 e i 26 anni, selezionati da "Giffoni Innovation Hub", l’acceleratore di start-up del Festival del cinema per ragazzi in corso nella provincia di Salerno. La nostra inviata Corinna Spirito ha intervistato una delle tre ricercatrici universitarie che hanno dato vita al progetto, Francesca Postiglione:

R. – “Play for inclusion” è un progetto che mira a sviluppare un videogioco, un’avventura grafica, nel quale sono presenti attività capaci di potenziare le funzioni cognitive di base in particolare nei casi di sviluppo atipico, come ad esempio la dislessia, l’autismo, e anche nei casi di difficoltà presenti a causa di uno svantaggio socioculturale. E’ il caso per esempio dei bambini immigrati di seconda generazione. Dalla ricerca sappiamo che il potenziamento di queste strutture cognitive di base può avere un effetto positivo su funzioni superiori più complicate come quelle del linguaggio, della comunicazione e della lettura. Il perno principale di questo progetto è la parola “inclusione”. Sul mercato adesso ci sono training cognitivi finalizzati al disturbo, come il training per la dislessia o per altri tipi di problemi. Quello che vogliamo fare è creare un videogioco inclusivo, un videogioco che vada bene per tutti. E come realizzarlo? Prima di tutto, l’inizio del videogioco è caratterizzato dalla realizzazione di un profilo specifico per ogni bambino: si crea un algoritmo che va a valutare il cosiddetto “stato di salute cognitivo” del bambino, in questo modo si capisce quali siano i suoi punti di forza e di debolezza. Chiaramente, se si capisce che il bambino ha una memoria a breve termine, non nella norma, questa funzione verrà potenziata di più. Noi non ci proponiamo come strumento diagnostico o come strumento risolutivo di questi problemi: puntiamo al potenziamento cognitivo e lo facciamo attraverso una storia perché è soltanto la curiosità che può spingere all’apprendimento e questo è il valore aggiunto.

 D. – Perché è importante puntare su un videogioco che sia uguale per tutti, anziché specifico per i bambini con problemi cognitivi?

 R. – Quello che vogliamo evitare è la stigmatizzazione del disturbo, che spesso è una una conseguenza dei training cognitivi. Noi prendiamo in prestito dalla psicologia dello sviluppo il concetto di profilo di funzionamento: ognuno funziona in un determinato modo, ognuno ha un percorso personale di apprendimento. Quindi, questo progetto mira all’uguaglianza che però non è omologazione, è l’uguaglianza partendo però dal concetto opposto, dalla differenza: siamo tutti diversi e nella diversità siamo tutti quanti uguali.

 D. – Lei e le sue colleghe, Caterina Bembich e Marina Mastrogiuseppe, avete deciso di portare al Giffoni questo progetto…

 R. – “Giffoni innovation hub” è stato il viatico fondamentale per l’avvio di questo progetto. E’ il contesto forse migliore in cui iniziare i lavori. Ci hanno fornito ragazzi e ragazze molto giovani e molto molto bravi. In questo momento, stanno lavorando per lo sviluppo della nostra idea. Noi abbiamo imparato negli anni che la collaborazione, l’approccio sinergico, è quello vincente.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Il decano del cinema polacco, Andrzej Wajda, ha tenuto ieri al Bari Film Festival una intensa lezione di cinema, ripercorrendo non soltanto la sua importante carriera di cineasta, ma la storia stessa della Polonia nel XX secolo, oggi pienamente inserita in Europa, una nazione in grande fermento culturale.Il servizio di Luca Pellegrini:

La Polonia, per la prima volta nella storia del suo cinema, ha vinto quest'anno con "Ida" un Oscar per il miglior film straniero. Le produzioni si moltiplicano e molti titoli riescono ad arrivare nelle sale europee. E' la dimostrazione di un fermento culturale che sta sostenendo l'immagine della Polonia in Europa. Ma molto deve oggi all'attività e al coraggio di grandi artisti che ne hanno attraversato la tragica storia. Uno di questi è l'ottantanovenne Andrzej Wajda, che nel 2000 un Oscar lo vinse per la carriera, oltre alla Palma d'Oro a Cannes per il suo "L'uomo di ferro" e altri premi a Berlino e Venezia. Prima dei suoi ricordi è stato proiettato Katyn, girato nel 2007, che rimane una delle sue opere più emblematiche, sofferte, vicine. Perché il padre, Jakub Wajda, capitano di fanteria, morì in quel massacro compiuto dai sovietici insieme ad altri 22mila ufficiali e civili. Ma vittima di quella menzogna - ha confessato - fu anche la madre, che invano lo aspettò tutta la vita, senza sapere la verità. Ha naturalmente seguito la canonizzazione di Giovanni Paolo II. Ma ha mai pensato di girare un film sul grande Papa polacco?

R. – No, io non ci ho mai pensato, anche perché non sono così vicino a questo tema. Krzysztof Zanussi è un regista polacco molto vicino a questi progetti e a questi temi e ne ha anche fatto film. Io non ci ho pensato.

D. – Nel suo ultimo film, in cui affronta la figura di Lech Wałęsa negli anni di Solidarność, si sente forte la presenza del Pontefice...

R. – Naturalmente, anche negli altri film – come “L’Uomo di ferro” – sono presenti queste tematiche che riguardano la Chiesa cattolica in Polonia, ma la sua presenza è sempre legata all'argomento principale del film, mai diretta. Non avrei il coraggio di fare un film solo sulla Chiesa cattolica in Polonia.

D. – Maestro, ha invece il coraggio di affrontare un nuovo lavoro ora?

R. – Sì, ho il coraggio di misurarmi di nuovo con il cinema. A giugno dovrei iniziare le riprese. Se si tratti di una nuova pagina nella mia vita, non lo so.

D. – Ci può dire qualcosa di questo nuovo progetto?

R. – Sì, sarà un film sugli anni ’50, quando praticamente prese il sopravvento il potere sovietico, stalinista, in Polonia e noi ci siamo ritrovati in questa situazione. Narrerà la storia di un grandissimo pittore, artista polacco, che morì totalmente nell’oblio, dimenticato, per strada. Si chiama Władysław Strzemiński l’artista di cui parlerà il film.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - E' stato presentato al Festival del Film di Bari - e sarà da domani nelle sale italiane - "L'ultimo lupo" del regista francese Jean-Jacques Annaud, girato nella Mongolia interna cinese. Una splendida avventura in cui sono protagonisti un branco di lupi e la natura, messa in pericolo dall'ingordigia dell'uomo. Il servizio di Padre Luca Pellegrini.

Dopo "L'orso" e "Due fratelli", in cui erano protagonisti un cucciolo d'orso rimasto senza mamma e due tigrotti malesi legatissimi, Annaud torna a mettere al centro del suo cinema la natura, il più delle volte assediata dall'avidità e dalla crudeltà dell'uomo, che innesca ogni tentativo pur di soggiogarla e sfruttarla per i propri guadagni e i propri piaceri.

Equilibri millenari
Le avventure de "L'ultimo lupo" - tratto dal romanzo Il totem del lupo, un vero fenomeno letterario in Cina - accadono nel pieno della Rivoluzione culturale cinese - è il 1967 - quando due studenti di Pechino sono inviati tra una comunità di pastori mongoli per insegnare loro a leggere e scrivere. Chen Zhen scoprirà, accudendo un piccolo lupo, quanto sia lui a dover imparare e come la rottura di millenari equilibri possa avere esiti tragici. I cinesi, che pure avevano bandito uno dei più famosi film di Annaud, Sette anni in Tibet, ancora oggi vietato, lo hanno accolto con rispetto e amicizia, valutando sia uno dei pochi registi capaci di osservare la natura e girare in situazioni davvero delicate o impervie.

La natura, passione da sempre
Fin da piccolo, ha confessato, la sua passione era osservarla, studiarla. E rispettarla. Nel film celebra anche il delicato equilibrio tra tradizioni, natura e civiltà. Romperlo significa tradire le proprie radici culturali, offendere la creazione, stabilire leggi che guardano al profitto e non al bene dell'umanità. Per Annaud è stata una nuova esperienza che considera un premio alla carriera. "Mi sono sentito libero come il vento, i polmoni pieni di ossigeno - ha dichiarato. La mia squadra, tutto il cast - compresi i venticinque lupi - hanno condiviso con me il privilegio di essere coinvolti in un progetto raro e magnifico". Oggi i lupi, le vere star del film, vivono in un ranch vicino a Calgary, in Canada. E si emozionano ancora moltissimo quando vedono un camion salire dalla vallata, credendo che qualcuno li vada di nuovo a prendere per un altro giorno di riprese.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Dopo aver vinto importanti premi e aver coinvolto emotivamente il pubblico di numerosi festival internazionali, è nelle sale italiane “Io sono Mateusz” del regista polacco, Maciej Pieprzyca. Il film è tratto dalla vera storia di un ragazzo affetto fin dalla nascita di paralisi cerebrale. Un film sulla vita, la malattia e la forza dell’amore. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

"Tredici al giorno, novantuno a settimana, almeno quattrocento al mese, meno i trenta che sputavo. Erano queste le mie lezioni di matematica". Sono i bocconi della pappa che la mamma di Mateusz gli porta alla bocca e lui commenta così, con la sua voce interiore, perché quella vera non gli può uscire. La paralisi cerebrale che lo affligge dalla nascita non gli permette di vivere come i suoi coetanei. Lui si muove a stento, le articolazioni sono contorte, i suoni che emette simili a grugniti, striscia per casa oppure sta alla finestra a guardare silenzioso il mondo là fuori.

Amore senza misura
Ma Mateusz è amato per ciò che è: una persona. Il padre gli dice, sull'uscio: "Quanto sei bello" e lo incoraggia a non arrendersi mai. Non vede quel corpo accartocciato sul pavimento, ma il figlio che ha generato con amore. E con una pazienza coraggiosa e un affetto incommensurabile la mamma lo accudisce senza desistere mai, dapprima nel piccolo appartamento dove vivono – siamo nel 1987, in Polonia – poi in un centro di assistenza specializzato. Soltanto dopo 25 anni si scoprirà che Mateusz non è un vegetale, come affermavano i medici, ma una persona in grado di comunicare.

Una storia vera
Maciej Pieprzyca dirige con grande intensità “Io sono Mateusz”, tratto da una storia vera, quella di Przemek, tutt'ora ospite di una struttura che accoglie questo genere di disabili. "Volevo creare una storia sul mondo dei disabili ma non doveva essere un film triste – ha dichiarato il regista polacco – Ho trovato in Dawid Ogrodnik un interprete eccellente, dotato di una straordinaria capacità di trasformazione".

Film sulla bellezza dell’amore
Il film, pur mettendo in scena il dolore, la malattia e le terribili difficolta di conviverci ogni giorno, non ha mai un attimo di tristezza, non spinge mai al pietismo. E' un meraviglioso documento sulla vita, che è triste e allegra, terribile e gioiosa. Dove l'amore riesce sempre a trasformare, rigenerare, creare un sorriso, una speranza, un piccolo istante di felicità. Ne sono coscienti tutti, spettatori per primi.

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Cité du Vatican (RV)  - “La Chiesa continua a giocare un ruolo importante nella promozione del cinema che difende i valori umani e spirituali”: nella Giornata cristiana del cinema, svoltasi recentemente, nel Burkina Faso, il cardinale Philippe Ouedraogo si è rivolto con queste parole a cineasti e cinefili partecipanti al 24.mo Festival Panafricano del Cinema di Ouagadougou, Fespaco, il cui tema di quest’anno è “Cinema africano: produzione e diffusione nell’era del digitale”. Nella cattedrale della capitale burkinese, il porporato ha presieduto la tradizionale Messa di apertura della rassegna cinematografica offrendo una riflessione sullo slogan della Giornata cristiana del cinema “Chiesa e Cinema: un’occasione perduta?” e sottolineando che la Chiesa ha qualcosa da dare al cinema, così come il cinema ha qualcosa da dare alla Chiesa Famiglia di Dio.

I media devono essere voce dei senza-voce
“Come universi culturali nuovi a servizio della comunicazione, con i loro linguaggi e soprattutto con i loro valori e controvalori specifici, cinema e media in generale – ha detto l’arcivescovo di Ouagadougou – hanno bisogno di essere evangelizzati. Si pone allora una grande sfida: come permeare questa nuova civiltà di veri valori etici del Vangelo della salvezza portati da Gesù Cristo?”. Per il porporato,  i media devono sforzarsi di essere “la voce dei senza-voce, perché ovunque la dignità umana sia riconosciuta a chiunque” e perché l’uomo sia sempre al centro di tutti i programmi politici”. “I media devono svolgere la loro funzione profetica denunciando i mali e le ingiustizie", ha aggiunto il cardinale Ouedraogo. Che ha soggiunto: "Prendendo spunto dai principi cristiani e dalla dottrina sociale della Chiesa, i cristiani che lavorano professionalmente nel mondo dei media, devono diffondere il Bene, il Vero, il Bello e contribuire all’evangelizzazione del mondo”.

(T.C.)

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Sarà presentato questo lunedì alle 12.00, nella Chiesa della Santissima Trinità dei Monti di Roma, il libro di Dario Cornati e Dario Edoardo Viganò “Il fuoco e la brezza del vento. Cinema e preghiera” delle edizioni San Paolo. Alla tavola rotonda, cui sarà presente anche mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, partecipano don Ivan Maffeis, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, il regista Philip Gröning e l’attrice Elena Sofia Ricci. Il servizio di P. Luca Pellegrini:

Andare al cinema con occhi nuovi: è quanto gli autori del piccolo libro auspicano accada al lettore attento e che ama la settima arte anche come spazio di riflessione. Dalla preghiera momento intimo – ma non privato – di dialogo con Dio, al film in una sala buia, che nel silenzio e nella condivisione può suscitare lo sguardo attento di uno spettatore in dialogo con il regista. La prima parte del volume è scritta da don Dario Cornati, docente di Teologia Fondamentale alla Facoltà Teologica di Milano. Nelle sue pagine approfondisce l’aspetto più esistenziale della buona preghiera, ossia la condizione del silenzio e dell’ascolto:

R. - In quelle paginette introduttive, cerco proprio di mostrare come l’esperienza cristiana, ma forse l’esperienza umana universale della preghiera, è proprio quella di un legame, di un rapporto che a noi pare quasi insostenibile, introvabile con Dio, ma che proprio perché Lui vuole rendere possibile e che ci ha dato. Cercavo appunto attraverso l‘articolazione di queste quattro parole -  parola, silenzio, la crisi, abbandono a Dio - di spiegare la bellezza del pregare proprio nei termini di un osare questa relazione affettiva, profonda, al tempo stesso vera, con il Signore. Credo che da questo punto di vista, la vita di Gesù, i suoi 33 anni da quando era nelle braccia della sua mamma fino a quando è salito sul Calvario e sulla Croce, ci dimostrino che Lui vuole per ciascuno di noi, a partire da ogni discepolo, un’esperienza fragrante, vera, al tempo stesso liberante.

D. - Potrebbe essere ardito, ma tra il silenzio, condizione del pregare, e il silenzio di una sala cinematografica, potrebbe esserci una qualche analogia...

R. - Intanto la prima analogia fra la settima arte, il cinema e l’esperienza della preghiera mi sembra proprio che sia data da questo motivo dello sguardo, ma di uno sguardo che sa essere in qualche modo più silenzioso. Lo sguardo è in fondo quello di Dio sotto il quale il Signore Gesù, il Figlio, ma anche ciascuno di noi, vorrebbe sempre un po’ più stare per imparare da Lui, per imparare le cose buone del mondo. D’altra parte, questo sguardo se come nel cinema non fosse custodito da un silenzio, da un rispetto, da un garbo, da una gentilezza, rischia di diventare – noi lo capiamo bene – anche un modo di violare l’altro, di entrare nella vita dell’altro, di curiosare nelle pieghe dell’esistenza dell’altro. È per questo che trovavo questo gancio: il silenzio di Dio e del credente; il silenzio del regista e al tempo stesso dell’artista e dello spettatore, che apprezzano, che gustano, che rispettano e non vanno ad invadere.

Mons. Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano, per la seconda parte ha preso spunto da una bella intuizione di Papa Francesco sulla preghiera:

R. – “La preghiera ci cambia il cuore, ci fa capire meglio come è il nostro Dio”. Questa è una delle frasi di Papa Francesco. È una meditazione mattutina di Santa Marta. Quindi proprio da lì, mi è venuta voglia di percorrere la storia del cinema, in particolare soffermarmi su alcuni dei grandi film degli ultimi dieci anni, per capire come è stato raccontato il luogo intimo, personale, insieme esistenziale e comunitario, della preghiera.

D. - Ci potrebbe fare qualche esempio di film preso in esame nel libro?

R. - Diciamo che è un piccolo libro che raccoglie certo alcuni iceberg della storia del cinema. Però, al di là dei grandi classici che vanno appunto da Rossellini, Dryer, Bergman, Bresson, penso ad esempio ad alcuni grandi film che abbiamo conosciuto in quest’ultimo decennio. Prima di tutto “L’isola” di Pavel Lounguine, un film straordinario, che diventa una parabola glaciale sul peccato, la follia e la santità. E in particolare padre Anatolij è un uomo che ci conduce al cuore della preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente abbi pietà di me”: questo lui continuamente ripete negli spostamenti sull’isola, lui che come lavoro fa il fuochista, rivela l’oppressione del senso di colpa per il peccato che grava sulla sua anima. Possiamo dire che è un film che mette sempre in luce la domanda che risuona nel cuore sull’isola: perché Caino ha ucciso Abele? Questo è un film molto interessante. Certo, qual è il paradigma del racconto della preghiera nel cinema? Dobbiamo tornare molto indietro. Penso in particolare al film del ’53 – “Il ritorno di don Camillo” – dove appunto il prete parla con il Crocifisso. Questo è molto interessante perché la preghiera, come dice Papa Francesco, non è quella dei pagani, cioè parlare con parole vuote, ma parlare con la realtà, quindi mettersi davanti al Crocifisso e raccontare la propria vicenda concreta, quotidiana, come fecero i discepoli di Emmaus. Nel film di don Camillo questo è molto presente. Proviamo a pensare a quando don Camillo dice: “Signore, come è pesante portarsi a spalla la tua Croce” e il Crocifisso che risponde: “Lo dici a me? Io l’ho portata a lungo, in un cammino molto più aspro”, e don Camillo: “Signore, siete voi, la vostra voce, siete voi che mi parlate”, e Gesù che dice: “Guarda che io non ho mai smesso di parlarti, ma tu non mi sentivi, perché avevi le orecchie chiuse dall’orgoglio della violenza”. Questo è un po’ il paradigma della preghiera nel cinema: il parlare della vicenda personale, concreta, con il Signore Gesù.

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Presentato oggi al Festival Internazionale del Cinema di Berlino “Vergine Giurata”, unico film italiano in concorso, opera prima della giovane regista Laura Bispuri, un film che esplora la dura condizione della donna nelle zone montagnose dell’Albania, sottoposta a leggi arcaiche e disumane. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

In un territorio brullo, roccioso, duro e inospitale come quello che circonda il Nord dell'Albania, dove il tempo sembra essersi fermato, ancorato a leggi e tradizioni arcaiche, la vita delle donne è al contrario fragile, precaria, drammaticamente sottoposta e condizionata dalla figura maschile. Non c'è posto per loro, costrette unicamente al duro lavoro e ai soprusi familiari. Stride così la civiltà che è alle porte, oltre la striscia del Mediterraneo, verso la quale spesso si migra. Oppure, se si decide di restare, come nei secoli passati, ci si sottopone a un’antica legge delle montagne albanesi, il Kanun, riflesso di una cultura maschilista basata sull’onore, che consente alle donne che giurano la loro verginità per sempre di vivere e agire liberamente come un uomo, nascondendo tutto della propria femminilità e privandosi della possibile maternità. L'accetta Hana Doda, interpretata da una bravissima e algida Alba Rohrwacher, che così diventa per tutti Mark e questa scelta diventa la sua prigione. Fino a quando, fuggita in Italia, recuperando i rapporti con parte della sua famiglia, sarà capace di recuperare anche quello col suo corpo e con il suo essere donna e in futuro madre. Quello girato da Laura Bispuri, la sua opera prima, è un film concentrato su questo personaggio duro, che non concede nulla se non all'umanità che lentamente lo pervade e lo reinserisce in una società. Un film che, come avvenuto ultimamente con altri titoli, esplora la condizione femminile. Come spiega la regista ai nostri microfoni:

R. – Assolutamente, assolutamente! E’ una riflessione proprio sulla condizione femminile in rapporto alla libertà. Una cosa cui tenevo era non far vedere l’Albania solo come qualcosa di negativo e, invece, il Paese occidentale – in questo caso l’Italia – come qualcosa di assolutamente positivo: non volevo creare un bianco e nero. Per cui sicuramente c’è una grande riflessione su quel tipo di cultura, che è poi riferita all’ambiente delle montagne del Nord dell’Albania, ma c’è anche una riflessione più ampia anche sulla nostra società più moderna.

D. - Mark-Hana alla fine, dopo essere entrata in contatto con la società occidentale, con non poche disillusioni, riconquista la sua femminilità, con un atto di riappacificazione con il proprio passato e la propria famiglia…

R. – Diciamo che riesce a far sì che il suo corpo, che era un corpo assolutamente imprigionato, congelato, piano piano riesca ad avere una sua autonomia, una sua accettazione. Quindi Hana-Mark fa tutta una serie di percorsi, perché comunque ha voglia, curiosità, ma anche paura, per arrivare ad avere una sua tranquillità e una sua accettazione come essere femminile.

D. - La sua curiosità, come regista, è prima di tutto antropologica…

R. – Femminile, sì. Molto… Diciamo che è un tema ricorrente, appunto, avere questi personaggi femminili che cercano un modello in cui identificarsi, un modello a cui sentire di appartenere. Quindi fanno viaggi dentro la complessità, che è la femminilità.

D. - La situazione della donna oggi nel mondo?

R. – Ci sono dei Paesi in cui è veramente allucinante, perché la violenza è molto forte. Però anche da noi, dove i Paesi sembrano essere molto più liberi e molto più evoluti – e certamente lo sono… - rimangono delle tracce di difficoltà per le donne: il percorso femminile è molto faticoso, molto!

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Città del Vaticano (Radio Vaticana) - Da oggi con il "Biagio day" l'Associazione Cattolica Esercenti Cinema inaugura una nuova modalità distributiva a sostegno di un cinema di qualità e ispirato ai valori cristiani. Il film, che viene aiutato nella distribuzione, è “Biagio” di Pasquale Scimeca sulla figura del missionario laico della carità che opera a Palermo. Il servizio del padre Luca Pellegrini:

Radicale e rivoluzionario nella carità, Biagio, missionario laico nella sua Sicilia, è vicino tutti i giorni ai poveri e agli abbandonati, porzione d'umanità che la società rifiuta e nasconde, ma che è carissima agli occhi della Chiesa. Nutrendo una devozione profonda per San Francesco, Pasquale Scimeca ha cercato per anni un personaggio che potesse ispirargli il soggetto di un film. Per caso si è imbattuto nel fondatore della Missione di Speranza e Carità di Palermo, ma non per caso ha dedicato molte delle sue forze e del suo entusiasmo per portare a termine il suo lavoro, Biagio, protagonista Marcello Mazzarella. Abbiamo chiesto al regista siciliano perché un film su questo personaggio.

R. - Il mio film su Biagio in realtà racconta una storia che nasce da un ragazzo che entra in crisi perché non si riconosce più nei valori della civiltà del consumismo - quindi nell’arricchimento, nella ricerca spasmodica del denaro - e si mette in cammino, prima di tutto, alla ricerca di sé stesso, quindi di un’unità dell’essere umano che comprenda anche Dio che si fa uomo; sente il bisogno di conoscere profondamente l’animo degli uomini. Alla fine, troverà questa fede, troverà Dio. La conquista della fede da parte di Biagio non è il frutto di paure o di dogmi; in queste libertà lui trova Dio e lo trova - così come san Francesco ci insegna - guardando in faccia i propri fratelli, i poveri, gli ultimi, i diseredati, gli emarginati, i barboni, i migranti … E quindi, dedicando la sua esistenza ai propri fratelli, trova questa fede che lo rende libero, sereno, che poi credo sia la cosa più importante.

D. - Che cosa può insegnare la figura di Biagio ai giovani?

R. - Io sono convinto che l’arte debba essere anche riempita di contenuti. Vorrei che un ragazzo, un giovane che vede questo film possa capire questo: bisogna avere un pensiero diverso; c’è una strada che si può seguire nel proprio stare al mondo che non è quella che la nostra società ci impone o cerca di imporci. Quindi vorrei che la figura di Biagio, la sua presenza e la sua testimonianza, possano servire come esempio e un tentativo di indicare una strada possibile nel nostro stare al mondo e nel costruire il nostro stare al mondo sia per quanto riguarda il rapporto con sé stessi, quindi la ricerca di una serenità nell’affrontare le cose, sia nel rapporto con gli altri, nel rapporto con la comunità degli uomini nella quale viviamo.

Un film con queste caratteristiche ha faticato non poco a trovare spazio nelle sale. Con il “Biagio day” l’Acec inaugura una distribuzione innovativa. Il segretario generale dell'Associazione, Francesco Giraldo, spiega di cosa si tratta.

R. – “Biagio day” è un’iniziativa innovativa che vede più di 150 sale coinvolte - non solo sale della comunità, ma anche sale commerciali dal Nord al Sud Italia per promuovere il film Biagio "scavalcando" gli agenti locali che sono un po’ lo snodo critico in questo momento nella filiera cinematografica e non permettono che tutti quei film di qualità, che ci conducono all’interno di un problema fondamentale che è quello della trasmissione della fede nel mondo contemporaneo, possano arrivare alle sale.

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Roma (aleteia.org) - Anteprima mondiale in Vaticano per il film-inchiesta "Shades of Truth" con testimonianze inedite di ebrei salvati dall’intervento di papa Pacelli.

Pio XII e la Shoah: fiumi d’inchiostro sono scorsi in merito all’accusa rivolta al pontefice di essere stato troppo “tiepido” di fronte all’orrendo e sistematico sterminio degli ebrei che si stava consumando prima e durante la seconda guerra mondiale. Nemmeno l’opera dispiegata da conventi e istituti religiosi cattolici per nascondere e proteggere migliaia di ebrei e perseguitati è servita a convincere dell’impegno di Pio XII contro il nazismo. Sebbene sia noto il sostegno che a questa rete di protezione attivata dai conventi venisse dall’allora sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Montini (futuro Paolo VI), uno dei diretti collaboratori di Pio XII, l’ombra del sospetto continua a gravare su Eugenio Pacelli, per alcuni il “Papa di Hitler”.
 
Oggi prova a ristabilire la verità su quel periodo e la figura del pontefice il film-inchiesta “Shades of Truth” (“Sfumature di verità”) che sarà presentato in anteprima mondiale in Vaticano il prossimo 2 marzo, anniversario della nascita e dell’elezione di Pio XII (Panorama 27 gennaio).
 
Scritto e diretto dalla regista Liana Marabini, il film prodotto da Condor Pictures in associazione con Liamar Media World, sarà presentato a maggio al festival di Cannes e a settembre a Philadelphia in occasione dell’ottavo incontro mondiale delle famiglie a cui parteciperà papa Francesco.
 
Per la regista, che ha lavorato per cinque anni su circa 100 mila pagine di documenti e testimonianze inedite di ebrei salvati dalla deportazione grazie all’intervento di papa Pacelli, questi fu in realtà lo “Schindler del Vaticano”.
 
“Ne ha salvati dalla deportazione e dalla morte più di 800 mila – ha raccontato Liana Marabini a ilfattoquotidiano.it (27 gennaio) –: è un numero impressionante. Questa azione è stata compiuta in vari modi: dalle lettere e disposizioni che impartiva ai vescovi del mondo intero, nelle quali raccomandava l’assistenza a 360 gradi agli ebrei in pericolo, alle case e strutture della Chiesa, perfino all’interno delle mura vaticane, in particolare nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo, dove li nascondeva”. Un aiuto, “non solo spirituale, ma anche materiale. Un autentico esempio di coraggio e per questo il film vuole fargli giustizia”.
 
Anche il protagonista del film, il giornalista italo-americano di origine ebraica David Milano (impersonato dall’attore David Wall) svolge un’inchiesta su papa Pacelli del quale è in corso il processo di beatificazione, addentrandosi nello studio di documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, che lo porteranno a ribaltare la tesi del “Papa di Hitler” in un epilogo che coinvolge anche la sua storia personale.
 
Girato tra Roma, Asti, Berlino, New York, Lisbona e – ovviamente - nel territorio della Santa Sede, il film vede la partecipazione degli attori Christopher Lambert, Gedeon Burkhard, Marie-Christine Barrault e degli italiani Giancarlo Giannini e Remo Girone. Dopo l’anteprima mondiale in Vaticano, uscirà in 335 sale cinematografiche italiane, in 280 sale francesi, in Belgio, Germania, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Australia, Spagna e Portogallo, per poi approdare in televisione.
 
La pellicola è destinata a lasciare il segno anche grazie alle testimonianze inedite che contiene: “Ho studiato e letto tutto quello che era possibile e perfino inimmaginabile – ha raccontato Marabini -. Ho consultato centinaia di fonti storiche, in Vaticano e in altri luoghi. Ho incontrato persone, ho ascoltato e registrato le loro testimonianze, le ho filmate mentre evocano Pio XII con le lacrime agli occhi: sono tutti ebrei. Qualcuno ha più di novant’anni, altri sono discendenti, per lo più figli e nipoti, di ebrei salvati dal grande Pontefice, altri ancora esistono grazie a lui”.

Di Chiara Santomiero

Pubblicato in Attualitá
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